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I SOCIALISTI E LE MONARCHIE
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I socialisti e le monarchie
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Sul filo del tempo

I socialisti e le monarchie

Ieri
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I partiti socialisti al tempo della Seconda Internazionale dovevano porre nella loro politica una pregiudiziale antidinastica? Come tutte le questioni abusate e facili all'accreditamento demagogico, era una questione posta male. Il socialismo come movimento rivoluzionario del proletariato non ha pregiudiziali che non siano a base di classe, ha una sola istanza sostanziale contro il potere della classe borghese, in forma istituzionale repubblicana o dinastica che sia.

La pregiudiziale avrebbe significato questo, nel campo dell'azione parlamentare allora dominante, che un socialista francese poteva fare il ministro della Terza Repubblica, uno italiano non avrebbe potuto fare il ministro dei Savoia. Ben diversamente pensarono i socialisti di sinistra fino da allora, e trattarono da traditori Millerand o Briand non meno di Bissolati e Vandervelde, possibilisti di pace o di guerra.

Disgraziatamente tutte le questioni di partito si giudicavano, e purtroppo si giudicano ancora, non già coi dati di esperienza e di teoria propri ed originali della lotta proletaria di classe e del marxismo, ma prendendo a modello di confronto le grandi rivoluzioni borghesi sia pure nella forma classica e più violenta. Le vittorie rivoluzionarie della classe borghese hanno in molti casi accompagnato il passaggio del potere dalla vecchia classe dominante alla nuova con lotte armate insurrezionali, con la violenta rottura dei vecchi istituti, e con un periodo di terrore dittatoriale, e noi consideriamo questa una analogia storica colla rivoluzione proletaria che attendiamo e prepariamo, ma questa è sempre una analogia formale assai meno importante per impostare le nostre questioni della spietata antitesi tra borghesia e proletariato, tra capitalismo ed economia comunista, base sostanziale delle valutazioni e delle decisioni del movimento operaio rivoluzionario che non accetta modelli nella storia borghese e preborghese.

Cromwell e Robespierre fecero cadere teste regali, ma a torto questo li consacra ad una errata ammirazione dei militanti socialisti. Nella rottura dei rapporti di produzione precapitalistici e nel fondare l'ordine borghese con tutte le sue caratteristiche di servitù del quarto stato proletario, la funzione di quelle prime repubbliche rivoluzionarie si continua senza contrasti in quella di successive dinastie «borghesi» orangiste hannoveriane bonapartiste ed orleaniste che siano, come senza contraddizioni la rivoluzione capitalistica si inserì nelle forme politiche di «costituzioni» da parte delle monarchie, concesse o strappate vuol dir poco, tanto più che monarchie liberali e parlamentari si ebbero con le medesime dinastie che avevano lottato nelle file della restaurazione antiborghese, e mettiamo in evidenza subito i Savoia.

Il totalitarismo delle prime borghesie repubblicane come è radicale contro l'ancien régime così lo è contro i tentativi di riscossa operaia, ed era un banale errore pensare che in un quadro repubblicano puro e stabile le conquiste dei lavoratori si sarebbero fatte strada direttamente più che in un quadro di regime borghese monarchico. Il rapporto è altrove.

La Francia è il «paese sperimentale» della storia e in certi suoi cicli brevi offre il materiale ad analisi dei rapporti storici generali, come suggestivamente lo ha offerto a Carlo Marx per elaborare la dottrina della lotta di classe e della guerra civile operaia, negli anni 1848, 1852, 1871. Questi cicli ci mostrano tanto monarchie progressive e riformiste quanto repubbliche poliziesche e reazionarie, ci mostrano poi un proletariato audace ed eroico che ha saputo odiarle ed assalirle entrambe, dopo essere stato da entrambe più volte ingannato tradito e massacrato.

Dopo la Prima Repubblica la Francia aveva avuto con Napoleone una monarchia tanto rivoluzionaria quanto autocratica; ebbe dopo la restaurazione borbonica e dopo la rivoluzione del 1830 la monarchia «borghese» di Luigi Filippo. La Seconda Repubblica nacque dalla lotta contro costui di partiti borghesi repubblicani e degli operai rivoluzionari. «Se Parigi domina la Francia grazie all'accentramento politico, sono gli operai che nei momenti di convulsioni rivoluzionarie dominano Parigi». Su queste parole di Marx, elaborerà e combatterà Lenin una grande rivoluzione.

Ma a mezzogiorno del 25 febbraio 1848 il governo era caduto, esercito e polizia avevano perduto il potere dinanzi alla guardia nazionale, vi era un governo provvisorio di coalizione, tuttavia la repubblica non era proclamata ancora. Si temeva il ripetersi della mistificazione di Philippe Egalité. L'argomento accampato è del tutto «democratico»: per cambiare la costituzione ci vuole la maggioranza della Francia, dobbiamo aspettare il voto della provincia. Ma le barricate sono ancora in piedi e duecentomila parigini minacciano di marciare sull'Hôtel de Ville: il nuovo governo borghese non si è ancora sbirrificato: cede. Dopo due ore brillano sulle muraglie di Parigi le storiche gigantesche parole: République Française! Liberté, Egalité, Fraternité! Non è in Marx uno squarcio lirico, ma tremenda ironia.

La nuova repubblica non è proletaria e recalcitra perfino a darsi un programma riformista e sociale sotto la pressione delle richieste dei capi del proletariato. Queste pagine di Marx andrebbero rilette rigo per rigo in tutto lo svolgimento che conduce dalla lotta di febbraio a quella del 22 giugno, dall'errore nel credere che la repubblica come fatto istituzionale fosse una vittoria, dall'errore nella fiducia di riforme sociali che possano togliere al regime i caratteri padronali capitalistici, gli operai di Parigi passano alla giusta posizione della lotta di classe contro tutta l'impalcatura dello Stato. Stavolta la guardia nazionale cui avevano plaudito è contro di loro: le hanno detto che l'Assemblea nazionale riunita in maggio ha con il voto legalmente ordinata la Francia in forme liberali ma sempre borghesi. I lavoratori si gettano ancora nella lotta: stavolta cadono in un mare di sangue, ma è questa tremenda sconfitta che Marx esalta come la sola conquista di classe nella drammatica vicenda, come esalterà ventitré anni dopo i comunardi massacrati dalla repubblica di Thiers.

Oggi
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Qui, dove viviamo nel fiore delle penisole e nella feccia delle repubbliche si riparla in questi giorni di una questione istituzionale e di un legittimismo monarchico. Quanti militanti incapaci di quadrare o di sentire sia pure per istinto il rapporto degli interessi e delle lotte di classe non sono pronti a fremere di uno sdegno che non hanno sentito per il regime dei Comitati di Liberazione per la Triarchia comunsocialcristiana o per l'attuale repubblica dell'aspersorio! Si troverebbero di questi militanti perfino a «sinistra» e in un malinteso trotzkismo: un tentativo di ritorno dei Savoia potrebbe «sollevare il popolo» in un fronte di insurrezione, manovrandoci dentro con sblocchi e sbloccate potremmo «fare la rivoluzione». Quanto diversa da tali bambinate l'analisi marxista dei possibili sviluppi della situazione!

Pregiudiziale repubblicana! Ripetiamo le fesserie di trenta anni fa e non abbiamo ancora capite le verità abbaglianti di cui la dottrina rivoluzionaria dispone da un secolo. Gli stessi repubblicani storici italiani si appagarono della guerra irredentista per governare col re. Gli stessi fascisti del 1919 si posero il quesito e si dissero tendenzialmente repubblicani. Venne il 25 Luglio ed ebbero il fegato - i bloccardoni antimussoliniani - di contentarsi che le armi alleate fossero in Sicilia e non a Centocelle, per fare il passo ultrarivoluzionario di fare per la prima volta manomettere il duce da chi, per iddio?, da Sua Maestà il Re.

Le pregiudiziali non classiste conducono a tutto sulla via del rinculo, di cui non è stato ancora visto il fondo. Quando invece delle massimali richieste tanto facilmente sbandierate in tempo di bonaccia, chiedendo il sangue dei borghesi o gridando né dio né padrone, ripiegammo a rivendicare che facessero fuori vuoi Guglielmo vuoi Benito vuoi Adolfo, fummo ridotti a dover deglutire di nuovo come sopraffino cibo e capitalisti e monarchi e papi.

Un secolo dopo le giornate di Parigi i capi avanzati del movimento italiano non seppero chiedere nemmeno la repubblica borghese o la repubblica laica, altro che repubblica sociale. Il fatto storico è che non ci fu movimento, ma solo tradimento, che con opera di anni tolse alla classe operaia di fare da protagonista nel dramma storico, e non le consentì nemmeno di tentarlo. Se non si fosse patteggiato nella resistenza, ridotta a un ben prudente intrigo sotterraneo romano, con collari dell'Annunziata, marescialloni fascisti e cardinali imboscatori, la liquidazione di Pippetto era l'affare di un minuto. Bastava nel 1943 Napoli, bastava Salerno, non occorreva una Parigi. Tale onore fu lasciato ai repubblichini del Nord. Nel 1945 il triangolo proletario Milano Torino Genova era venti volte di troppo per far fuori una dinastia putrefatta ed andare ben oltre, se il tradimento di capi ancora più «destri» dei Raspail degli Albert dei Ledru Rollin del 1848 non avessero tutto barattato con l'offa di piazzale Loreto per i gregari e quella di Dongo per i mestatori.

Un secolo dopo - statisticamente a leggere la letteratura politica postmussoliniana, che pullulò subito in modo nauseante, avevamo un buon novanta per cento «marxista», compresi i cattolici che oggi stilano le proclamazioni per commissione di Stalin - non si trovò nessuno per denunziare l'ignominia di rimandare la liquidazione non diciamo della classe dominante, ma della monarchia strafascista (fu anzi il fascismo a farsi più lurido divenendo regio) senza aspettare la democrazia dell'Assemblea Costituente. Qualcuno era irrequieto ma colui che giunse dal mare, ossia Palmiro, chiarì leninisticamente tutto questo e fece rispettare quello che chiamava negli articoli Umberto tout court.

Umberto lo avevamo creduto uno smidollato e un fesso, ma così non era. Buon politico il padre, gli apprese che dinastici stomaci digeriscono con impassibile etichetta al caso e i Turati e i Mussolini e i Togliatti. Ridotta la lotta alle schede del 2 giugno con tanto di ministro socialista agli Interni, per poco la tesi monarchica non ce la fece. Per poca stima che possa aversi di Peppino Romita il corpo elettorale dovette essere savoiardo per un cinquantacinque per cento.

Fu un vero peccato che non andò così. Per due motivi. I proletari che in buona fede seguono il marxismo «centrista» avrebbero capito che fesseria è rimettersene, sia pure in una faccenda di non molto conto, al metodo democratico. I «trotzkisti» - e i due colossi da cui sono presi gli aggettivi ricevano all'altro mondo le nostre scuse - avrebbero visto che nessuno si muoveva. Si muove nessuno per il papismo trionfante?

La discussione di oggi è poi spassosa: i residui di laicismo ideologico nei borghesi italiani, un po' scossi dal sacrestanismo della repubblica del due giugno, sono invitati dai monarchici a pensare che una monarchia soltanto può in Italia bilanciare la influenza vaticana. Non siamo relativisti, soltanto ci diverte pensare che abbiamo una repubblica tale, che la monarchia restaurata sarebbe di «sinistra».

Il nostro avviso? Che in quanto tra noi accade, Umberto Biancamano e San Pietro non hanno influenza alcuna. Moltissima invece il capitalismo occidentale moderno e il modernissimo disfattismo rivoluzionario moscovita, doublé con quello tradizionale europeo.

Un nostro slogan? Dinasti, sacerdoti, magistrature repubblicane, possiate presto andarvene all'inferno a braccetto!

Source: «Battaglia Comunista», n. 17, 27 aprile - 4 maggio 1949

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