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QUESTIONE AGRARIA ED OPPORTUNISMO
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Questione agraria ed opportunismo
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Sul filo del tempo

Questione agraria ed opportunismo

Ieri
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Lo sforzo per raggiungere la parcellazione fondiaria e creare una vasta piccola proprietà giuridica familiare è stato sempre nella storia e nel giusto senso della parola reazionario. La difesa dei regimi da sforzi degli strati sociali di avanguardia si è sempre fondata sulle regioni e sui ceti della predominante piccola proprietà rustica. Questo è altrettanto vero nella lotta della borghesia moderna contro il regime feudale, che nella lotta del proletariato contro il capitalismo.

Il problema diviene meno chiaro quando si tratta di una lotta a tre, in quei paesi in cui le due rivoluzioni e i due conflitti di classe si sono venuti cronologicamente a sovrapporre.

In Francia le stesse Vandee furono utilizzate dai legittimisti contro la rivoluzione dell'89-93 e dalla borghesia contro la Comune di Parigi quasi un secolo dopo.

In Germania ed in Russia si ebbero fasi più complesse. La oppressione dei feudatari sui servi della gleba e dei capitalisti sugli operai, in pieno regime assolutistico zarista, delineò una alleanza tra contadini aspiranti all'individuale possesso della terra e operai delle fabbriche. Al tempo in cui nell'occidente era già aperta e generale la lotta di classe dei salariati dell'industria, compresa l'industria agricola, in Russia si era ancora al trapasso dall'agricoltura delle comunità di contadini alla individuale parcellazione. Un politico zarista di grande forza, Stolypin, progettò ed attuò largamente ai fini della conservazione del suo regime la riforma agraria. Dal 1905 al 1914 (già dal 1861 lo Stato di Pietroburgo aveva proclamata la emancipazione della servitù della gleba, ma allora si creò una specie di proprietà cooperativa che fu un vero fallimento, e i contadini pagarono per riscatto di possessi che valevano 544 milioni di rubli oro la complessiva somma di 1500 milioni!) sorsero oltre un milione di piccole aziende private e un ministro di agricoltura poté vantarsi: ancora trent'anni di pace e noi saremo un popolo ricco e felice. Eppure boiardi comunità religiose e dinastia non erano stati eccessivamente disturbati.

Lenin era avversario e grande estimatore di Stolypin, capì la forza controrivoluzionaria delle sue misure e scrisse, dopo il 1905, che se il piano fosse totalmente riuscito tutta la strategia rivoluzionaria avrebbe, per i bolscevichi, dovuto mutare. La prospettiva di una lotta di contadini delle campagne collaborante con quella dei lavoratori nelle città contro lo Stato zarista e contro i partiti borghesi sarebbe stata radicalmente modificata.

Si era tuttavia sempre nel quadro storico di un potere preborghese, e i rapporti non si ripetono nemmeno per sogno in tal modo nei paesi a stabile capitalismo e a regime politico saldamente passato nelle mani della borghesia. Chi in tali situazioni fa il parcellatore è un tale forcaiolo che non «leninista», ma stolipinista deve essere chiamato.

E non è questa la sede in cui sistematicamente conviene richiamare tutta la posizione marxista su tale problema e sui rapporti tra proletari della industria e della campagna e piccoli possessori, e gli studi di Marx ed Engels sulla Russia che giunsero fino a questo: mentre era pacifico che la espropriazione spietata del piccolo agricoltore da parte del grande capitale creava utili premesse per lo sviluppo socialista, era invece da sperarsi, ad una certa epoca e prima di Stolypin, che il «mir» agrario russo, per quanto più antico e primitivo della piccola proprietà rurale, potesse ai fini proletari essere conservato e utilizzato.

Che in Italia gli Sturzi con dignità e i De Gasperi con stile da cancelliere sì, ma di pretura di campagna, vogliano stolipineggiare, ben si capisce. Che ciò non sia in contraddizione col carattere borghese e moderno dello Stato di Roma, ribadito non tanto nelle costituzioni del 1848 e del 1946, quanto nell'essere pelle e camicia coll'industrialismo del nord in rapporti la cui intimità non è cambiata col colore della camicia: tricolore, nera o bianca sotto nera sottana... poiché baroni, cavalieri e boiardi non esistono da secoli in questa italietta di bottegai, travetti e paglietti, è facile capirlo: in nessuna situazione il regime del Capitale governa amministra sfrutta e all'occorrenza guerreggia tanto bene, come quando alle metropoli rosse può opporre il contrappeso delle vaste plaghe di misera proprietà individuale, statica e frigida nel campo delle forze economiche sociali e politiche.

Ma qui stolipineggiano anche quelli che pretendono di essere discesi dal grembo leninista e di esserne gli interpreti fedeli. Sono soltanto più parcellatori dei parcellatori, più polverizzatori dei polverizzatori. Qualche colpo d'ala lo danno quando le «leggi speciali» sono passate nei circoli ciarlatani del baraccone parlamentare facendo i riformisti della riforma, gli emendatori degli ignobili zibaldoni dell'amministrazione e del clan politico democristiano. Un grosso scandalo per esempio è che i contadini debbano «pagare» la terra ai latifondisti espropriati. Tutta la battaglia sarà data qui, invece di porre a nudo i fini di classe di conservazione e di guerra domani, della sconcia manovra dell'attuale partitame di governo. Più ancora la profferta è questa: siamo con voi, siamo col vostro programma sociale: tutti proprietari; solo per dimostrare che lo attuate sul serio date la prova di chiamarci con voi sui banchi ministeriali!

Per decenni e decenni abbiamo vituperato il riformismo socialista italiano perché invece di combattere contro le radici del regime sociale e costituzionale studiava - ma allora studiavano - soluzioni concrete ai problemi contingenti di amministrazione che travagliavano la borghesia, e dava anche apporti - ma con conoscenza di causa serietà e soprattutto disinteresse personale - nelle cooperative nelle mutue nei comuni nelle provincie, e per dare un esempio nella mobilitazione civile al tempo della prima guerra europea, perché opera di «croce rossa». I socialisti rivoluzionari si opposero a questa politica considerandola addormentatrice delle forze di classe, ma a quei valentuomini della passata generazione va dato atto che della lotta di classe sentivano pur tanto da ricusare i portafogli di ministri e perfino il voto parlamentare ai governi. Sulla stessa questione della campagna erano meglio inquadrati, e se in certi casi fu inadeguata la loro valutazione del problema contadino, tuttavia ebbero il merito di fondare una vasta rete organizzativa dei milioni di proletari autentici della campagna che dal nord al sud popolano l'Italia, forse in misura più alta di ogni altro paese d'Europa.

Oggi
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Che i contadini pagheranno la terra per quel tanto di piccoli lotti che si possano formare, è inevitabile per novantanove ragioni fino a quando esisterà il principio mercantile e la terra sarà commerciabile. Quando cadrà tale principio in generale non esisterà più il capitalismo, il che non si presume avvenga per legge De Gasperi nell'anno santo. Quando cadesse, facciamo la ipotesi, tale principio mercantile per la sola terra, non vi saranno più proprietari di nessuna dimensione. Ma oggi i contadini pagheranno la terra, il che sarebbe ancora poco, perché in effetti la pagheranno e poi nove volte su dieci se la vedranno portare via per le cento vie della accumulazione capitalistica, non escluso il riassorbimento del latifondo. Anzi gran parte dei latifondi sono nati da proprietà collettive e demaniali che sono state lottizzate e poi comprate dai grossi possidenti: chi compra è porco borghese, non «barone».

La stessa formula Sereni di enfiteusi perpetua, che forse per effetti demagogici si contrapporrà alla pienissima proprietà democristiana, non toglie che il contadino a poco a poco non paghi col suo lavoro, coi canoni compensativi di cento ammortamenti, con interessi ed imposte, il valore della terra e molto di più. L'enfituesi è un titolo commerciabile quanto la proprietà e una riforma non può scardinare questo punto: molti latifondi inglobano quote enfituetiche comprate dal grande possessore e vendute dai contadini ed è oggi il latifondista che paga i canoni al comune o altro ente. D'altra parte come si imporrà al contadino di morire piuttosto di fame che vendere la terra? Andrà lo stesso a cercarsi un lavoro a giornata e la terra ricadrà in un peggiore abbandono.

Il sistema della piccola proprietà parcellare, e, a parte ogni balla giuridica che potrà essere inserita nella riforma dai vaneggiamenti parlamentari, il sistema della minima azienda di gestione agraria, ha certe caratteristiche insuperabili e si regge su certe condizioni pratiche legate a speciali tipi di terreno: per lo più in collina media e con lievi accidentature, di una media fertilità chimica se non ottima, comprensivo in piccolissimo raggio di vari tipi e complementi, un po' di alberatura un poco di roccia, di ciottolame, tra le molliche di terra sciolta, acqua non lontana etc. Ed allora con sforzi di lavoro enormi la famigliola rurale riesce a vivere. Fa di tutto, rabbercia la casa, trova sul luogo o comunque senza erogare danaro non solo parte massima dei generi di alimentazione, ma ogni genere di risorse per chiusure capanne pagliai etc. che nell'esercizio di una tenuta grande portano al conto colturale cifre altissime. Provvede perfino con innumeri accorgimenti a vestirsi a arredarsi, e il segreto è comprare il meno possibile, da cui la classica spietata avarizia ignota al lavoratore proletario benché nullatenente. Non vi è festa né orario, il riposo si avrà quando le vicende climatiche lo imporranno, nei tempi delle semine lavorazioni raccolte tutti i membri della famiglia sgobbano a un limite che non si può dire da schiavi; per la ragione che l'asinello, se c'è, viene risparmiato al limite lesivo della sua salute che è il suo prezzo. Se di notte e nella bufera è necessario, il padre di famiglia che non dorme mai dovendo attendere a mille segni di danno, scioglierà la proverbiale cinghia dei pantaloni e caccerà fuori il figlio o la figlia per puntellare un'impagliata o salvare dalle acque una gallina....

In poche are dunque il misero appezzamento in cui questa vita miserabile si svolge deve presentare un poco di tutto. Dove queste condizioni base le ha create la natura e deve intervenire il lavoro umano, e quello che oggi si chiama il capitale che si investe, sarebbe pazzesco volerle costruire su una landa piana uguale per chilometri e chilometri quadrati, ove in dati casi non si trova in ore di cammino una pietra, o viceversa un tratto di terra non sassosa, un filo d'acqua o viceversa un'area non pantanosa, ove non si può vivere per la malaria e così via. Spendiamo un milione su una sola ara e non riusciremo a renderla non malarica, se lo restano le circostanti. Basterà un milione per ettaro, ma se affrontiamo tutto il bacino di mille ettari, in un piano di insieme. Ed allora se ci sono le condizioni storiche ed economiche (siamo oggi all'antipode) può affrontarsi il latifondo: non mai, ce ne spiace per Sturzo, per fondare le piccole aziende, nel cui cerchio il contadino abbia la casa il lavoro e la vita, salvo la messa di ogni domenica e l'imbarco sulla tradotta militare. Nessuno sarà così pazzo da allogare in ogni mezzo ettaro la pietra i sassi i pali la paglia la fonte il fosso la casa la stalla il pollaio il vivaio l'erbaio il seminativo e l'alberato etc. etc. etc. La tecnica imporrà il vasto appoderamento, di dimensioni variabili, ma non comparabili a quella della famiglia.

Dando più terra per una azienda di proprietario unico la cosa non quadra perché si batte in un problema di affollamento oltre che di moltiplicata fatica. Superiamo ovunque e di molto l'uomo per ettaro, mettendoci dentro terra agraria e non agraria buona e cattiva. Ed è perciò che il conto del piano falsamente detto della Sila non può tornare, in mancanza della emigrazione, della limitazione delle nascite, non cristiana, della guerra, questa sì cristiana, senza disprezzare le glorie dei Tito e dei Rossowsky.

La parata demagogica delle manchettes dell'Unità su 17 mila ettari dell'agro romano occupati da 97 mila famiglie (ma forse volevano dire individui) condurrebbe ad una azienda di venti are. Ma ogni agricoltore non lascerà venti are di vigneto di Marino o di Grottaferrata per scendere in ettari ed ettari di «campagna romana», o cambierà l'ottimo vino con l'acqua fetida del litorale di Civitavecchia. Siamo dunque ancora ai motivi ad effetto che attorno a Roma non si coltiva perché i nobili in frac rosso e le amazzoni sedute da un lato vadano alla caccia alla volpe? Roma non ci frega più colle volpi, con i venti principi, e le dame oramai cavalcano a gambe aperte: i veri parassiti a carico dei lavoratori produttivi italiani sono centinaia di migliaia di burocrati, decine di migliaia di pennivendoli e politicanti minori e un migliaio di sfessati con la medaglietta che ogni sera al Pincio rimirano il tramonto rosso sugli sfondi dell'Agro.

Il gioco della «riforma di struttura» tra proprietario contadino e Stato non è che una stupida lustra. Non abbiamo bisogno di ricordare che la rivendicazione sociale proletaria è una cosa cento volte più grande di un reparto del «reddito nazionale» intorno a cui si arrabattano i cerottatori della politica concreta. Forse rispetteremmo un partito piccolo borghese che avesse il coraggio di muoversi nei veri limiti di questo problema, e non per mestierantismo di gerarchetti che tra le tante fesserie studiano da mane a sera quale, col vento che tira, conviene dar fuori. Dopo ogni crisi sociale e dopo ogni guerra il reddito nazionale, soprattutto nei paesi di cui è stata fatta polpetta, si deprime e nel deprimersi si ripartisce in modo ancora più sperequato di prima. Ma le crisi di guerra e soprattutto nel caso di guerra perduta, classicamente producono vantaggio non ai ceti «tradizionali» ma a strati di nuovi ricchi, pescecani e borsaneristi, e tra i vari gruppi che compongono la classe dominante a quelli dal più moderno meccanismo di affaristi dell'industria e del commercio. Qui dovrebbe battere un decente partito di piccolo economismo, di, passateci la parola, ecodemocrazia, perché col termine socialismo non avrebbe a che fare.

Se questo partito avesse una dozzina di studiosi, ché forse tanti in Italia si e no li troverebbe, vedrebbe subito che gira e rigira il medio e libero cittadino è sempre il fregato. Altro che riscossa delle classi medie ravvisata nel fascismo, altro che, con licenza, movimento dell'uomo qualunque. Non facciamo pagare la terra ai contadini, ma paghiamo lo stesso i proprietari. Questi danno via il peggio, è chiaro. Se le indennità sono secondo la iscrizione per patrimoniale, e questa secondo l'imponibile catastale, il gruppo parlamentare ecodemocratico comincia col dire: cominciamo col pigliare senza indennità gli «incolti sterili» privi di imponibile.... Bell'affare per i contadini, ma non importa. Per il resto bisogna pagare: bene, paghi lo Stato. E una, cioè e cento. Per il saldo del blocco fitti e il problema delle abitazioni e per i danni di guerra paghi lo Stato. Per le industrie improduttive e il blocco dei licenziamenti paghi lo Stato. Per le miniere i trasporti, la navigazione, per tutte le baracche che camminano a spintoni paghi lo Stato. Ora il partito ecodemocratico sa bene che quando lo Stato paga pagano tutti: ciò che non può capire è che quando lo Stato incassa incassano i grandi capitalisti moderni aggiornati e progressivi. Ma gli basterà la prima tesi per vedere che ripiomba nel problema di affollamento e che quelli che sudano a zappare a tornire a remare o quelli che stanno disoccupati non hanno da ripartire tra loro che la generale miseria; quanto ad ogni riforma di struttura essa porta di nuovo solo un ingranaggio di più di nullafacenti e succhioni che mangiano su di essa alla faccia dei fessi.

A noi non interessa il problema se nei conti del bilancio statale e delle sue provvidenze la «giustizia economica», asino di battaglia dell'antimarxismo, viene più o meno osservata.

I libri contabili dello Stato borghese speriamo un giorno di bruciarli senza prima averli letti.

Avremmo dunque compassione degli onesti ed ingenui propugnatori dell'equilibrio e della filantropia nelle misure dell'amministrazione pubblica.

Ma bisogna avere immenso schifo dei vari capi partito, quando nel denunziare le fesserie le contraddizioni e le ingiustizie dei gestori del momento assumono che queste dipendono dal non aver osservato la pura linea della democrazia post-fascista e orripilano perché c'è
«
veramente da temere un processo di disintegrazione dello Stato e della Nazione simile a quello che si produsse nel primo dopoguerra»!

Dove può mai risiedere la spiegazione del raggiungimento di simili vertici di contraddizione di incoerenza di abiura di rinnegamento? Donde una tale epidemia? Si è trovato il germe di questa purulenta infezione?

Non è difficile vedere l'origine di tanto trapestio febbrile e insensato. I carnevali elettorali non sono lontani. I sogni dei lestofanti in capo sono troppo turbati dal peso reazionario dei milioni di elettori della campagna povera meridionale, che essi odiano e disprezzano da decenni, e che corteggiano in una ignobile mobilitazione carnevalesca.

Source: «Battaglia Comunista», n. 46 del 1949

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