Terra acqua e sangue
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TERRA ACQUA E SANGUE
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Terra acqua e sangue
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Terra acqua e sangue
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Ieri
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La fondazione e lo svolgimento della moderna produzione capitalistica industriale, col mobilitare nuove immense forze produttive, hanno anche apportato tra gli uomini in numeri tipi di nuovi bisogni e di nuovi consumi. Ma tutto ciò non toglie che base fondamentale della soddisfazione delle necessità vitali nella società sia il prodotto naturale della terra agricola.

La vicenda dei rapporti tra produzione agraria e produzione industriale offre una delle più evidenti dimostrazioni della insensatezza e della assurdità che stanno inevitabilmente alla base del sistema capitalistico e dell'epoca borghese.

Vide già l'utopista Fourier questo terribile «circolo vizioso» in cui si avvolge la società moderna, che al suo tempo gli illuministi del pensiero borghese vantavano come dominata dalla vittoria della «ragione».

Vide Marx quale sia l'uscita dal terribile cerchio della tirannia del capitale, ed Engels lo ricorda nell'Antidühring:
«
È la forza impulsiva dell'anarchia della produzione che trasforma sempre più in proletari il maggior numero di uomini; e saranno le masse proletarie che metteranno finalmente un termine alla anarchia della produzione».

Engels, come sempre ricordiamo, contesta ai Dühring ad ogni passo che non si tratta solo, nella lotta rivoluzionaria, di sottrarre entro ogni azienda quanto il padrone porta a suo profitto per ridistribuirlo ai lavoratori, ma di sovvertire dalle sue basi e di sconvolgere totalmente il sistema della produzione attuale come rapporto tra organo ed organo dell'attività produttiva. Uno degli aspetti più radicali di questa rivoluzione economica che solo la forza proletaria potrà attuare, è la trasformazione da capo a fondo del modo di collegamento tra officina ed officina, laboratorio e laboratorio, e soprattutto tra industria ed agricoltura, tra campagna e città.

Alla prima concezione, che ben si potrebbe dire di «socialismo ristretto» in contrapposto a «socialismo generale», poteva pretendere di sapere provvedere una pratica socialdemocratica riformista e socialpacifista, tutta volta a giuridiche conquiste su redistribuzioni di reddito e di ricchezza, vano sogno disperso dalla presente storia del mondo borghese, tessuta di scontri, di violenze, di massacri, di annientamento di risorse economiche, di affamamento di popoli e di masse in tutte le parti della terra.

Per la attuazione del socialismo in generale, come da Marx la vediamo, occorre ovunque la guerra di classe, la rivoluzione e la dittatura rivoluzionaria.

Al posto «del concetto puerile che potrebbe la società impossessarsi della totalità dei mezzi di produzione senza portare una rivoluzione fondamentale nell'antico modo di produzione e sovrattutto senza abolire l'antica divisione del lavoro», e contentandosi di «un diritto pubblicistico» o «principio universale di giustizia» sul frutto personale del lavoro, sta il magnifico scorcio di Engels, come in altri testi di Marx e di Lenin, sul processo grandioso che svincolerà la comunità umana, il suo lavoro e la sua vita dalla schiavitù del produttore al prodotto e ai rapporti di lavoro. Tale servaggio è inseparabile dal sistema esecrando della economia mercantile, attributiva, aziendista, giuridica, che esalta ad ogni passo non la ostentata dignità della «persona umana» ma quella dell'inumana e inanimata «ditta» e «persona giuridica»; odioso sistema nel quale abbiamo la vergogna di vivere.

Uno degli aspetti, dei momenti essenziali, è quello che Engels pone in primo piano quando spiega come
«
l'antico modo di produzione deve essere capovolto dalle fondamenta, e specialmente l'antica divisione del lavoro deve scomparire»;
è quello della eliminazione del contrasto tra città e campagna.
«
Solo una società che lasci armonicamente coordinare tra loro in un unico piano grandioso le sue forze produttive può permettere all'industria di collocarsi su tutta la campagna con quel decentramento che è il più conveniente al suo proprio sviluppo e al rispettivo sviluppo dei rimanenti elementi della produzione».

Ciò che manca a Dühring e a tutti gli innumerevoli balbettatori del «socialismo ristretto», prima ancora della capacità di vedere il compito sociale e la necessità della rivoluzione, è la stessa comprensione delle vicende storiche percorse dai rapporti tra produzione rurale e manifatturiera nelle epoche successive.

Per essi «la rendita fondiaria e il guadagno del capitale si distinguono solamente per ciò: che la prima si ottiene con l'agricoltura e l'altro con l'industria o il commercio». E, ravvolgendosi da decenni in questa fesseria, vedono in atto una lotta tra feudalità terriera e capitalismo progressivo; ingannano le masse lavoratrici colla vuota prospettiva di una abolizione della rendita fondiaria che lasci in piedi solo profitti di capitale che non è ancora socialismo neppure in senso stretto, ma è una pura sciocchezza. Perché la nostra via non è quella della abolizione della proprietà del suolo per una distribuzione delle rendite, e per una successiva ridistribuzione in altra tappa anche dei profitti di azienda, come nelle «nazionalizzazioni» che fanno in Inghilterra i laburisti di oggi, bensì quella di abbattere il predominio mondiale del capitalismo intraprenditore, e dominatore sociale delle masse di utilità a disposizione degli uomini.

Dühring confonde atrocemente rendita e profitto, e Engels coll'abituale pazienza spiega il posto di questi due fenomeni in pieno regime borghese, come per gli economisti inglesi era cosa chiarissima dal secolo diciottesimo.
«
I grandi proprietari di terreni affittano i loro latifondi in grandi, spesso assai grandi, poderi ai fittuari, i quali sono forniti di capitale sufficiente per la loro coltivazione, e non lavorano essi stessi, come i nostri (tedeschi) contadini, ma quali veri imprenditori capitalistici utilizzano il lavoro di operai giornalieri a salario. Qui abbiamo dunque le tre classi della società borghese (vedi Marx nella prefazione alla Critica dell'economia politica) e la speciale entrata di ciascuna: la classe dei proprietari a cui tocca la rendita fondiaria, la classe dei capitalisti a cui tocca il profitto, e quella dei lavoratori a cui tocca l'entrata della mercede del lavoro».

Allorché questo è il quadro, come ad esempio nella odierna Italia la lotta tra borghesi e feudali è già cosa passata. Come si imposta allora la lotta nuova? Il falso socialista, il socialista ristretto, quale il riformista di cinquant'anni fa e lo stalinista di oggi, hanno la mania di fare il blocco tra le due classi imprenditrice e salariata contro quella fondiaria. Li chiamammo e li chiamiamo traditori, perché non vedono che la lotta deve essere dei soli salariati contro il blocco, dominante da quando si parla di avvenuta rivoluzione borghese, tra proprietari ed imprenditori, padroni dello Stato politico presente, soprattutto quando lo Stato stesso tradizionale e giuridico fa lui stesso da proprietario, lui stesso da imprenditore.

Cose vecchie? Certo! Ma intanto «gli uomini lo sanno e sono sempre lì» come dice la canzonetta misogina.

Se torniamo, come da vecchio vezzo, e a delusione di quelli che basiscono per la più emozionante analisi delle «ultimissime», ancora più indietro, leggeremo e ricorderemo che
«
nella società medioevale, specie nei primi secoli, la produzione era essenzialmente proporzionata al locale consumo, soddisfaceva prevalentemente i bisogni del produttore e della propria famiglia. Dove, come in campagna, esistevano rapporti di dipendenza personale, contribuiva anche a soddisfare i bisogni del signore feudale. Perciò non avveniva ancora nessuno scambio; i prodotti non assumevano ancora carattere di merci».

Questa economia naturale a sfondo agrario ci puzza meno del fetentissimo moderno capitalismo. A questo «test» del gran simpatico si riconosce il marxista non falsificato. Vi era lo sfruttamento, certo, dato che il barone campava senza far nulla (agli inizi veramente addossava sulle sole sue spalle il compito di fare la guerra: scusate!). Il diritto pubblicistico del tempo consentiva che la «giustizia universale» subisse uno sbrego, con il lavoro comandato e le decime al prete, che si addossava il lavoro di tenere lontano Satana.

Ma in fondo si produceva per mangiare e tutto era mangiato. I contadini producevano dieci e mangiavano cinque in tanti, cinque lo mangiavano nobili preti e funzionari in pochi. Oggi si produce cento, e novanta si butta via perché i lavoratori mangino cinque, essendo questo il solo mezzo che resta per far mangiare gli altri cinque a quelli che non fanno niente, i borghesi.

Gli stessi artigiani delle piccole città, come Engels spiega, producevano per il consumo diretto e limitatamente per lo scambio. Era un sistema economico che non produceva merci.

Non a torto i fisiocrati fanno la apologia di questa produzione naturale, a cui succederà nelle grandiose ricostruzioni della realtà storica, il mercantilismo; e il capitalismo poi.

Engels si addossa il compito di spiegare a Dühring il Tableau famoso di Quesnay. Per il geniale economista francese vi erano tre classi sociali. La sola classe produttiva comprendeva i contadini che lavorano la terra e i fittuari che la gestiscono. La classe sfruttatrice dei proprietari fondiari, col seguito e la burocrazia, si appropriava di una parte della produzione degli agricoli attivi. La terza classe, sterile o neutra, era quella industriale, che abbracciava insieme imprenditori artigiani e salariati, e nulla aggiungeva o toglieva al prodotto.

Il moderno «socialista ristretto», sia esso un riformista, un sindacalista, un ordinovista, un cominformista, non è che un fisiocrate rivoltato come un vestito frusto. Ma Quesnay era un genio, alla data 1758; costoro degli sfelenzi qualsiasi.

Appare, vince, accumula il capitalismo moderno. La campagna si spopola, la agricoltura deperisce, nella fase della accumulazione primitiva. Il contadino produttore indipendente, dove esisteva, viene depauperato e ridotto a salariato. Il servo della gleba liberato dalla terra viene a sua volta staccato violentemente da quella sia pure magra mammella fisiocratica, e gettato nell'armata industriale. Giganteggia la produzione di merci, segna il passo, ed in senso relativo rincula perfino, quella per il consumo mangereccio locale, diretto, corroborante, all'antica.

Se come ai tempi di Mosé, la manna piovesse dal cielo, il capitale andrebbe in bestia e la romperebbe col buon Dio, non facendo a tempo a far divenire merce la manna prima della caduta nelle bocche affamate. Dühring, sempre lui, scoprì una legge:
«
La produttività degli strumenti economici, delle risorse naturali e della forza umana è aumentata dalle invenzioni e dalle scoperte».
Ride Engels, e ricorda il parvenu di Molière che scopriva di aver sempre parlato in prosa. Il capitalismo usa le invenzioni a trasformare tutto in merce, e a fomentare lo spreco di quanto danno natura ed arte. Con gli aerei stratosferici e i ricoveri antiatomici sta riuscendo a trasformare in merce anche l'aria, che finora con gran sua rabbia respirammo gratis.

Il «fatto personale» tra industrialismo capitalista e produzione terriera ha condotto, dai fenomeni iniziali che descrive Marx magistralmente per la genesi dell'affittatolo inglese, i pascoli irlandesi, o le filature prussiane di lino, alle modernissime teorie borghesi ufficiali secondo cui una aumentata produzione di derrate agrarie costituirebbe una rovina economica. Eppure può sembrare che, dovendo il capitale pagare in salari le sussistenze dei lavoratori delle fabbriche, gli converrebbe una grande offerta ed un ribasso di esse, specie da quando è riuscito ad attivare lo scambio ed il trasporto anche dei prodotti della terra tra luoghi lontanissimi di raccolta e di consumo. La strana contraddizione risale alla dialettica delle insanabili irrazionalità del sistema economico, così bestiale che gli fa gioco economico affondare le navi cariche di cotone e bruciare le piantagioni di caffè.

L'economia statunitense, pure proponendosi di rifornire di cibi scatolati a milioni di tonnellate in tutti gli angoli del mondo, i combattenti di una prossima guerra, e le vittime delle carestie che la pace imperialista sa provocare, trova utile tenere improduttive o a bassa resa agraria sterminate estensioni degli Stati non industriali della confederazione.

La civiltà borghese, scientifica e cristiana, coi suoi vessilli di carità e libertà, più non starebbe in piedi se tremasse la sua naturale piattaforma, la fame.

Oggi
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Nella Russia attuale si mena gran vanto, non solo dei piani di industrializzazione meccanica capaci di condurre ad un potenziale pari a quello del capitalismo di Occidente, ma anche di quelli di intensificazione della produttività agraria.

La tesi sarebbe quella che in un paese governato non dalle forze del capitale ma da quelle delle masse lavoratrici, è possibile superare la contraddizione secolare tra accelerato sviluppo tecnico e bassa produzione di derrate, malgrado si tratti di immense estensioni poco popolate con rade zone di terra lavorata sottratta alla steppa selvaggia.

Fanno parte della Unione Sovietica vaste zone dell'Asia centrale, lontane da tutte le comunicazioni e di bassa densità di popolazione, di clima sfavorevole ed esposto ad estreme variazioni tra caldo e freddo, umidità e aridità. In questi paesi la terra agraria è una piccola parte del totale, e nei millenni sono state percorsi da orde che, cacciate dalla poca feracità del suo, compivano immensi percorsi per trovare da saccheggiare e da conquistare presso popoli più fortunati.

Un regime non schiavo del capitalismo dovrebbe avere la possibilità di volgere le moderne risorse tecniche alla fertilizzazione di queste terre semisterili, rendendole capaci di un molto maggiore prodotto, salvando dalle crisi di carestia per siccità gli attuali abitatori, rendendo possibile la vita di un molto maggior numero di esseri umani nelle stesse plaghe.

Una delle ragioni per cui le imprese capitalistiche anche più potenti non si rivolgono ad attuazioni di tale genere, pure avendo affrontate non poche grandiose realizzazioni in tutte le parti del mondo, è il gran tempo che occorre prima che il lavoro e tutte le risorse impiegate nelle nuove opere conducano colla loro entrata in esercizio ad una resa remunerativa della «anticipazione». È chiaro che solo una società che sia impossessata di tutte le forze produttive sottraendole al privato controllo potrebbe farne tali applicazioni a scala immensa.

Vediamo quindi descritti, per un piano di esecuzione che avrebbe termine in sei o sette anni da oggi, progetti giganteschi consistenti nella formazione lungo il corso di grandi fiumi, di colossali bacini artificiali di raccolta, le cui enormi riserve di acqua verrebbero poi canalizzate per trarne il doppio effetto della produzione di energia elettrica traverso grandi centrali idrauliche e quindi della distribuzione irrigua su sterminate terre sottoposte.

Un primo impianto avrebbe un bacino sul corso del Dnepr, capace di approvvigionare, sbarrando il corso del fiume, sei miliardi di metri cubi di acqua. Dopo avere alimentata una grande centrale elettrica e mediante un canale maestro di 550 km, con una portata pari alla metà di quella del Po l'acqua irrigherebbe le terre del basso bacino del Dnepr e della Crimea del nord. Queste «terre nere» sono chimicamente fertilissime, ma non solo la mancanza di acqua non permette che la coltura cerealicola estensiva, ma il raccolto di un anno su cinque si perde per la siccità.

Due altri grandissimi bacini saranno costruiti lungo il medio e il basso corso del Volga; ognuno produrrà circa 10 miliardi di kilowattore annui, pareggiando con questi due soli impianti la produzione di energia idroelettrica d'Italia, che è la più forte in Europa. Due altre grandissime zone saranno così rese irrigue, una tra il Volga e gli Urali, l'altra a nord del mar Caspio.

Il quarto impianto presenta il piano più suggestivo, e renderebbe fertili zone semidesertiche del Turkmenistan. Le repubbliche dell'Asia centrale che fan parte dell'Unione circondano l'Aral, che come lago è il terzo in grandezza della terra, dopo il Lago Superiore in America ed il Victoria Nyanza in Africa. In realtà è, come il Caspio, un mare interno, poiché non ha emissari ma solo fiumi che vi si versano; l'acqua in arrivo è eliminata dalla evaporazione sulla immensa superficie del bacino, che è di notevole salsedine. L'Aral è ad una cinquantina di metri sul livello del mare oceanico, mentre il Caspio, come è noto, è ad un livello sottoposto allo stesso. Non si tratta di versare nel Caspio le acque dell'Aral, non adatte per la loro composizione chimica alla irrigazione e che richiederebbero turbine di tipo e metallo speciale. Verrebbe sbarrato, prima dello sbocco nell'Aral, il corso del grande fiume Amu Darja, che parte dai massicci dell'Himalaya e del Pamir con un corso di oltre duemila chilometri. Le sue acque non andrebbero più all'Aral ma, almeno in grandissima parte, al Caspio, con un ulteriore corso in letto artificiale per 1100 chilometri, lungo il quale alimenterebbero le centrali e irrigherebbero tutto un paese immenso. In totale, se questi progetti avranno attuazione, sarebbe resa agraria una estensione di terre pari a quella dell'Italia intera.

Queste prospettive grandiose impongono nuovi regimi non solo alla umana specie ma alla stessa fisica del pianeta. I tecnici che se le prefiggono devono essersi prospettato il problema di una variazione del livello dell'Aral, se non lievemente del Caspio; con tutte le immaginabili conseguenze anche climatiche.

Lasciamo dirigenti ed enormi cantieri al loro lavoro tecnico, che forse sorpassa le più grandi imprese con cui interi golfi del mare del Nord divennero terra ferocissima, e ricorda i progetti di variazione del livello del mare Mediterraneo collo sbarramento dello stretto di Gibilterra.

Una simile mobilitazione di forze produttive interessa per i suoi effetti non solo sulla fisica terrestre, quanto sulla fisica della economia umana nel mondo, e i suoi complessi fenomeni, quando la si immagini raggiunta.

Il rapporto tra industria ed agricoltura non avviene in Russia come in un compartimento stagno, senza comunicazioni e scambi col mondo esterno.

Esiste un mercato mondiale capitalistico ed esiste un mondo mondiale degli affari su cui si affacciano in modi diversi le economie del sistema occidentale e del sistema russo. Ad esempio con la ripresa della corsa alla produzione industriale bellica dal luglio di quest'anno, intensificatasi la richiesta di vari prodotti, tra cui i metalli non ferrosi, le riserve di essi si sono cominciate a rarefare. I prezzi tendono a salire, ed i governi impegnati nella preparazione dovendo rendere attuabili i loro massicci ordinativi alle fabbriche, hanno ricominciato ad usare blocchi e prezzi d'imperio. Le fabbriche ed i detentori dei grandi stock, che sono tenuti a vendere ai governi a prezzi bloccati, hanno cominciato a dar vita all'alta speculazione internazionale vendendo al mercato «nero», a prezzi maggiorati, e realizzando giganteschi profitti. Vi sono centri di questo scambio mondiale «illegale» nei più vari empori, a Tangeri, a Hong-Kong, a Macao. Si dice che il principale acquirente di questo mercato nero che ingrassa i capitalisti di occidente sia proprio lo Stato sovietico. Sono entrate in gioco le grandi organizzazioni di affari del tempo di guerra; dicono quella tedesca specializzata a fornire petrolio ai sottomarini germanici. Pare che detto gruppo capitalistico realizzasse profitti favolosi vendendo poi agli alleati il segreto della ubicazione delle basi di rifornimento. Del resto nella guerra 1914-18 gruppi affaristici scandinavi e di altri paesi arricchivano col commercio e lo scambio di materiale bellico fra l'uno e l'altro belligerante.

Questo giro delle grandi forniture, e scambio di prodotti industriali nel mondo e nell'Ovest, influisce sull'economia russa, e vi induce tutti i fenomeni di tipo mercantile e capitalista. Lo Stato russo monopolizza il commercio estero, sia pure, ma si avvale di intermediari capitalistici se vuol fare di questi affari, e non può non farne. Le forniture le mediazioni non può che pagarle in moneta internazionale, oro o dollari, ossia con prodotto e lavoro ottenuto in Russia e venduto all'estero. La economia delle aziende industriali russe, per vaste ed accentrate che siano, cade nel gioco dell'economia generale e dello scambio mondiale dei prodotti industriali, e cade nel gioco delle stesse leggi il rapporto tra industria e agricoltura nella stessa Russia.

Un «paese proletario» non può essere alleato di paesi capitalistici, ma non può nemmeno esserne nemico in una guerra imperialistica e industriale mondiale.

La Russia, che fu alleata dei capitalismi di Occidente nella Seconda Guerra Mondiale, non era già più uno Stato proletario. Pagò le merci ricevute nel quadro dei grandi affari mondiali col sangue versato a fiumi dai milioni di suoi proletari militarizzati, sul quali si edificò, a buon mercato, la presente strapotenza di America.

In una fase di convivenza, con rapporti di riattivato scambio «bianco» tra economia di Occidente e del Pacifico americanizzato ed economia russa o satellite, i profitti del grande capitale mondiale sarebbero estorti non più dal sangue dei soldati russi, ma dai kilowattore di energia delle acque dell'Amu Darja e degli altri fiumi canalizzati, traverso il gioco degli indici economici, in rubli dollaro-equivalenti, tra lavoro di agricoli e di operai industriali, tra prodotti di consumo della terra e dell'industria.

In una guerra, sarebbe lo stesso nella accentuata misura di guadagno e di dispersione di ricchezza che dà il mercato illegale. Il capitalismo succhierebbe da oltre la cortina acqua e sangue insieme.

Nella recente guerra le mine tedesche e le incursioni americane concorsero ad allagare intieri lagers dello Zuiderzee strappati al mare dalla tecnica umana.

Basterebbero pochi colpi di atomiche sulle grandi dighe per fermare il flusso della corrente elettrica nelle grandi distribuzioni e interrare i miliardi di metri cubi di acqua immagazzinata che devasterebbero i campi irrigati e le popolazioni che vi lavorano più intense.

Non si può pensare seriamente ai dati «tecnici» di piani di economia, che non sia più speculazione ed aggiotaggio, ma solo fisica materiale delle umane attuazioni per la vita e l'alimentazione, se prima non si uccide il potere dei centri capitalisti.

Non lo si uccide con una guerra di nazioni e di popoli, ma con la guerra sociale, che è lotta a «corta distanza» ovunque un borghese opprime lavoratori e vicino ad essi vive e respira.

Se la Russia di oggi fosse il paese della rivoluzione, pianificherebbe di far saltare la Casa Bianca prima, poi di deviare l'Amu Darja.

Ma per farla saltare non le bastano oggi né domani i mezzi bellici e strategici comuni. Occorre la strategia sociale. Questa viene meno, a prova che di movimenti rivoluzionari non si tratta, quando si imposta tutta la agitazione sui congressi di colombe, sulla convivenza, la pace, la neutralità e si insegna che valgono non solo tra Stato e Stato, ma tra classe e classe.

Dopo il grande diluvio la colomba tornò a Noè dalla cima dell'Ararat. Prima aspetteremo che torni a dirci che la cima dell'Empire Building non emerge più dalle fondamenta del sottosuolo sociale capitalistico; soltanto dopo ci daremo a studiare i piani per rendere fertile l'Asia Centrale, e non più irrigabile col sangue umano la terra intiera.

Source: «Battaglia Comunista», n. 22, 16-29 novembre 1950

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