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IL PIANETA È PICCOLO
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Il pianeta è piccolo
Ieri
Oggi
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Sul filo del tempo

Il pianeta è piccolo

Ieri
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«La scoperta dell'America e la circumnavigazione dell'Africa offrirono nuovo campo all'adolescente classe borghese. Il mercato delle Indie Orientali e della Cina, la colonizzazione dell'America, i traffici colle colonie, l'aumento dei mezzi di scambio e soprattutto della massa delle merci diedero un impulso sino allora sconosciuto ai commerci, alla navigazione, all'industria, e in tal modo si svilupparono rapidamente gli elementi rivoluzionari in seno alla cadente società feudale».

«La grande industria aperse il mercato mondiale, già preparato dalla scoperta dell'America. Il mercato mondiale ha dato al commercio, alla navigazione ed alla viabilità commerciale un immenso sviluppo, il quale a sua volta ha reagito sullo svolgersi dell'industria... è collo stabilirsi della grande industria e del mercato mondiale che la borghesia si conquista finalmente l'esclusivo dominio politico coi moderni Stati rappresentativi».

«Il bisogno di sfoghi sempre maggiori ai suoi prodotti spinge la borghesia su tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve cacciarsi, iniziare e stabilire relazioni. Sfruttando il mercato mondiale essa rese cosmopolita la produzione ed il consumo di ogni paese... tolse all'industria il carattere nazionale... nuove industrie lavorano non più la materia prima paesana, ma quella delle più lontane regioni, e i loro manufatti non si consumano soltanto in sito ma in tutte le parti del mondo... All'antico isolamento locale, per cui ogni nazione bastava a sé stessa, succede il traffico universale e la dipendenza delle nazioni una dall'altra».

«La borghesia col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, colle comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia attrae nella civiltà anche le nazioni più barbare. I prezzi tenui delle sue merci sono l'artiglieria che abbatte ogni Muraglia della Cina, che costringe a capitolare l'orgoglioso odio dei barbari per lo straniero. Essa fa legge a tutte le nazioni di adottare i mezzi borghesi della produzione per evitare la catastrofe; le forza ad accettare quella sua cosiddetta civiltà, cioè a rendersi borghesi».

«In una parola la borghesia si crea un mondo a propria immagine».

«...essa ha reso dipendenti dai civili i paesi barbari e semibarbari, i popoli agricoli dai popoli industriali; ha reso dipendente l'Oriente dall'Occidente».

«Le condizioni di vita della vecchia società non esistono più nel proletariato... il moderno giogo del capitale, che è lo stesso in America ed in Germania, in Inghilterra ed in Francia, ha cancellato nel proletariato ogni carattere nazionale. Leggi, morale e religione non sono più per lui che tanti pregiudizi borghesi, dietro i quali si nascondono altrettanti interessi borghesi».

«Gli operai non hanno patria...».

«Le separazioni e gli antagonismi dei popoli scompaiono già rapidamente collo sviluppo della borghesia, colla libertà di commercio, col mercato mondiale, (e tuttavia: «la borghesia lotta senza posa...; sempre poi colle borghesie straniere»). Il dominio del proletariato li farà scomparire ancor più... Collo sparire dei contrasti delle classi all'interno, spariscono del pari le ostilità internazionali».

Il testo, letto e citato tante volte, non è altro che il «Manifesto del partito comunista». Testo ultrasecolare. Redazione dei Marx ed Engels giovani, si è da tanti anni detto con sufficienza dalle coorti di «aggiornatori».

A costoro, cui ha fatto notte innanzi sera a furia di aggiornare, non è oggi il caso di fermarsi a domandare quale di quegli svolgimenti scolpiti nei brani ora riportati si sia messo a girare in controsenso, nel mondo di oggi.

Nelle varie edizioni del «Capitale», dal 1867 in poi, Marx ed Engels vecchi non hanno mai pensato di rinunziare a due note del testo del «Manifesto» assolutamente cardinali, irrevocabili ed irrevocate. Quella finale:
«
La borghesia produce innanzitutto i propri becchini...»
e quella intercalata tra i passi che abbiamo ricordati:
«
Ciò che distingue l'epoca borghese da tutte le precedenti è l'incessante sconvolgimento della produzione, l'ininterrotto scuotimento delle condizioni sociali, l'eterna incertezza, il sommovimento continuato».
La nefanda epoca borghese non è finita ancora, e queste tesi centrali, se indubbiamente sono tra le più drammatiche, se stancarono a tante riprese il panciafichismo dei politicanti di mestiere e dei gerarchi arrivati del movimento proletario, sono più vere e potenti che mai.

Più vecchio, e solo, ancora Engels ritraccia più volte le linee del gran quadro e riscrive di fronte alla società borghese quella che allo stesso tempo, per metodo incomprensibile ai credenti delle fedi tradizionali, rivelate o illuministe, ne è la massima apologia, ed una dichiarazione di guerra alla morte.

Ad ogni tratto ritorna il concetto centrale che la espansione borghese non si arresta dinnanzi a nulla. Sostituendo attività febbrile e temerità senza limiti alla «poltroneria medievale», libera da scrupoli e non più soggetta al timore di Dio e o del diavolo, la pirateria borghese compie
«
ben altre spedizioni che gli esodi dei popoli nomadi e le Crociate».

Come il cacciatore indurito non si commuove se gli uccelli delle terre vergini da umano calpestio si posano sulle canne della sua arma, gli antesignani del capitalismo non si sono fermati dinanzi ad alcun limite, a costo di abbattere aborigeni inermi, popoli e tribù pacifiche, e gli ultimi gruppi di esseri umani viventi in qualche fertile angolo del mondo in comunione di beni e di consumi.

Le cronache delle crudeltà coloniali sono parte essenziale di tutti i testi del marxismo, ed esse segnano le tappe della avanzata capitalistica, martellano la legge storica che la classe borghese, finché esiste, non rinunzierà a calpestare gli ultimi lembi del mondo in cui non si viva secondo il suo modo, le ultime società primitive patriarcali feudali, e con tanta maggiore libidine i primi paesi ove il proletariato, sua vittima, riuscisse a rompere i limiti del suo dominio, della sua propria maniera di produzione e di vita.

«La storia moderna del capitale data dalla creazione del commercio e del mercato mondiale nel sedicesimo secolo», dice Marx all'inizio della seconda sezione. L'espansione del mercato mondiale e il sistema coloniale sono più oltre indicati come base della diffusione della manifattura. Non meno evidenti sono mostrate le connessioni tra la introduzione del macchinismo e la espansione coloniale. Nella parte finale Marx richiama come il mercato mondiale, creato dalle scoperte della fine del secolo XV, sia stato la premessa della genesi capitalista industriale. Colombo ebbe in tutto ciò la sua parte, e non per nulla è citato nel Cap. III sulla moneta, per aver detto, in una lettera dalla Giamaica del 1503:
«
l'oro è una cosa meravigliosa! Chi lo possiede è padrone di quanto egli desideri. Coll'oro si possono aprire anche le porte del Paradiso».

La costruzione storica marxista gravita su questo inscindibile binomio: capitalismo - economia mondiale.

Engels nell'«Antidühring» ripete:
«
Le grandi scoperte geografiche e le colonizzazioni che loro tennero dietro moltiplicarono i mercati e accelerarono la trasformazione del mestiere artigiano nella manifattura. Non solo la lotta scoppiò tra i singoli produttori locali; le lotte locali si accrebbero dal canto loro fino a diventare lotte nazionali, le guerre commerciali del diciassettesimo e diciottesimo secolo. La grande industria infine e lo stabilirsi del mercato mondiale hanno resa universale la lotta e nel tempo stesso le hanno dato una inaudita violenza».

Cento altri passi ci ricondurrebbero a questa tesi centrale: il capitalismo moderno ha come carattere storico essenziale il non poter tollerare un regime sociale diverso in nessun punto del mondo abitato.

Chi, dopo le opere senili di Engels, non sia ancora aggiornato su questo punto basilare, avendo visto altre due guerre mondiali nel ventesimo secolo, o è un bell'idiota o è una bella carogna.

Tutta l'opera di Lenin, per cui basterà citare l'«Imperialismo», viene poi a trarre dagli eventi della fine del XIX e del principio del XX secolo la conferma della internazionalità del capitalismo, e a definire la storia come quella della lotta per «il territorio economico», per la «spartizione del mondo».

Nella battaglia politica poi Lenin si getta contro il tradimento dei capi che rimpiazzarono l'internazionalismo con l'asservimento dei partiti socialisti a fini nazionali. Lenin spiega marxisticamente il fenomeno con la compera dei capi operai da parte del capitale, mediante le risorse che lo sfruttamento imperialista su tutta la terra mette a disposizione delle grandi borghesie metropolitane.

Nella situazione di acuta tensione che seguÌ alla rivoluzione di Russia e alla fine della Prima Guerra Mondiale, tutto il problema è da Lenin posto nella antitesi: organizzazione della economia mondiale da parte del proletariato - ovvero da parte del capitalismo.

Il Primo Congresso della Terza Internazionale si tiene a Mosca nel marzo del 1919. Anche qui i documenti da citare sarebbero cento. Limitiamoci a quel primo «Manifesto» al proletariato mondiale.

«Dal Manifesto di Marx ed Engels settantadue anni sono trascorsi...».

«In quest'ora, in cui l'Europa giace coperta di macerie e di rovine ancor fumanti i più nefandi incendiari sono intenti a cercare i colpevoli della guerra!...».

«Per una lunga serie di anni il socialismo ha predetta la inevitabilità della guerra imperialistica e ne ha scorto le cause nella insaziabile cupidigia delle classi possidenti delle nazioni avversarie principali e di tutti i paesi capitalistici...».
Il «Manifesto» espone quindi le colpe guerrafondaie delle borghesie che si pretesero aggredite, e soprattutto della inglese. Esso mostra che la guerra è stata la fine di ogni illusione menzognera sul «perfezionamento del capitalismo». Questo
«
non è più capace di esercitare le sue essenziali funzioni economiche se non col sangue e col ferro».
«
Se gli opportunisti convincessero le masse di una diversa possibilità, invitandole a collaborare alla ricostruzione, non resterebbe altra prospettiva che una seconda guerra mondiale».

Gli aggiornatori hanno avuta questa seconda guerra! E come possono osare di non vedere che la prospettiva di oggi è la stessa di allora?
«
Deve la classe lavoratrice universale diventare la serva tributaria di una consorteria mondiale coronata di vittoria, che sotto il nome di Lega delle Nazioni, e coll'aiuto di un esercito e di una flotta «internazionale» qui saccheggia e mena strage, là getta un tozzo di pane, ed ovunque tiene in catene il proletariato col solo scopo di conservare il proprio potere - o deve la classe lavoratrice d'Europa e degli altri paesi del mondo raccogliere le redini della scompigliata e distrutta economia dei popoli per assicurare la sua organizzazione sopra una base socialista?».

«Per abbreviare il periodo di una tale crisi un mezzo solo è possibile: la dittatura del proletariato!».

«La critica socialista ha stigmatizzato abbastanza l'ordinamento universale borghese. Il compito del Partito Internazionale Comunistico sta nel rovesciare tale ordinamento ed al suo posto erigere l'edificio dell'universale ordinamento socialista!».

Su queste consegne di critica e di attacco, può dirsi dai nostri avversari, è passata la sconfitta. Potranno ben dirlo, fino a che la rossa dittatura non li abbia ridotti al silenzio. Ma quelli che tanto vanteranno, potranno e dovranno insieme vantare la sconfitta di Engels e di Marx, di Trotzky e di Lenin, lo sbugiardamento dei Manifesti del 1848 e del 1919.

Il pericolo vero sta in coloro, che pretendendo di parlare a nome di quei maestri, e di risalire a quelle tavole, dicono di averle soltanto aggiornate alla nuova situazione storica del 1950, e conducono le masse del proletariato di oggi su vie più disfattiste di quelle da cui le richiamava l'Internazionale Comunista, quando smascherò per sempre i «perfezionatori» del capitalismo.

Oggi
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A Varsavia si è riunito il Congresso e si è ufficialmente fondato il movimento dei «Partigiani della Pace». Congresso e movimento non «chiusi», ma aperti a tutte le specie della zoologia politica ed ideologica, fino ai preti e quasi preti di tutte le sette più strampalate e tremolanti. Pretendendo, con un bluff che rasenta il primato in questo mondo di millanteria bagolistica, di rappresentare mezzo miliardo di aderenti, si sono adunati un mezzo migliaio di cacciatori di pubblicità, di successo e di carriera, e si sono succeduti alla tribuna un mezzo centinaio di oratori a dire senza alcun ordine e legame le cose più disparate e sconcordanti; non escluso qualcuno a doppio gioco e doppio ingaggio che ha suscitato un putiferio; da ciò dovrebbe sorgere la prova delle vaste basi della agitazione, che democraticamente si terrebbe accessibile ai più diversi elementi e alle più varie direttive, pure offrendo a tutti, viaggi spesati in ponte aereo! Si beve grosso oggi, ma... va passèa!

Non è possibile seguire un filo qualsiasi in cosÌ disparati e sconnessi linguaggi di politicanti, parlamentari, letterati, artisti, scienziati, chiromanti, sportivi, turisti del pensiero e globetrotters della vanità, accorsi da tutti gli angoli del mondo, e non pochi evidentemente resi eloquenti solo dai bene innaffiati banchetti; teniamoci ai pochi che risultano chiaramente schedati, e alla risoluzione diffusa in tutto il mondo come quella «che il Congresso voterà alla fine dei lavori». Programma impeccabile!

La principale figura del Congresso, o almeno delle gerarchie del movimento, pare sia stato quell'Ilya Ehremburg di cui tanto si è parlato, in un primo tempo come del primo giornalista politico russo, poi come di un deviato e caduto in disgrazia, oggi infine come di un grande dirigente mondiale, evidente fiduciario dei partiti «comunisti» ligi a Mosca.

Il tema del discorso è stato che la pace è ben possibile, dato che nulla vieta la convivenza del sistema e dei paesi capitalistici col sistema e i paesi socialistici nel mondo moderno, senza che si intralcino e si incontrino, dato che «il Pianeta è tanto grande».

I due scompartimenti, in cui il «pianeta» sarà diviso da una apposita commissione, non avranno bisogno di farsi la guerra poiché tra loro si svolgerà una semplice «competizione con mezzi ideologici».

La prospettiva della storia mondiale si intende facilmente quale sia, per i partigiani di questa pace. Tra qualche tempo, innanzi ad un tappeto, che potrà poi essere quello dell'O.N.U. a cui vanno a finire tutti gli appelli, vedremo due campioni degli opposti campi, poniamo un signor Ehremburg e un signor Pearson, oggi che la stampa è il quarto potere, e che costituisce la milizia delle armi ideologiche. Fatto il bilancio delle rispettive deferenti campagne di convinzione, uno dei due ammetterà che la forza degli argomenti dell'altro è stata superiore, e cortesemente lo pregherà di passare ad organizzare anche il proprio «comparto» col sistema di cui gli compete il brevetto. Solo allora, in due miliardi di poveruomini «deleganti», ci sarà dato di sapere se vivremo nell'ordinamento universale capitalistico o in quello socialistico, con fondate probabilità che si tratti del primo, ma, veh, a dovere «perfezionato».

Che il regime per cui stampa Ehremburg possa e voglia vivere col regime per cui stampa Pearson o chi per lui, è cosa che possiamo di leggeri ammettere come plausibile.

Ci interessa solo vedere che cosa resta in piedi del sistema di Marx e di Lenin quando si diano queste tesi: il pianeta è grande, tanto che il moderno capitalismo può limitare ad una frazione sola di esso la sua spinta espansiva - la contesa tra quegli organismi che sono gli Stati, o tra quegli organismi che sono le classi sociali e i loro partiti, può sciogliersi senza la forza materiale, in una gara di parole.

Caposcuola Ehremburg! Caposcuola pacifondaio! Dove Thorez vi ha pescato il comitato di Mosca? Nella Zekà uno almeno ce ne deve essere rimasto di quelli che, negli anni, avevano letto e propagandato il Manifesto: lo chiamammo Koba. Tutto è stato messo a disposizione di capiscuola nuovi e venuti non si sa da dove, non si sa quando, a confessarsi marxisti; forse persino dopo il degnissimo vicepresidente Nenni.

Avete avuto il diritto di fare strame dei testi del 1919 e del 1848 ma, spediti a marce forzate sulla via nobilissima del rinculo, non vi siete nemmeno fermati a questo, ma tutto avete rivisto, tutto aggiornato, tutto rinnegato di un cammino recentissimo ed antichissimo; ad un vostro cenno sosterà oggi la marcia senza riposo dell'animale uomo sulla scorza della terra, marcia che in mille forme il mito, la letteratura, la scienza ravvisarono come il fatto massimo della storia e della vita.

Il pianeta è grande, caposcuola Ehremburg? È grande, e voi portate nella vostra borsa di cuoio giallo le firme di un quarto dei suoi occupatori? È grande, ed è bastato un dispaccio radio per traslocare in dodici ore i diffusori dei vostri dettami da Sheffield a Varsavia lungo un arco di parallelo di venticinque gradi? Ma il pianeta, per voi, non è nemmeno rotondo, è un piano indefinito di cui i margini non si raggiungeranno mai e resteranno nei fumi delle leggende come il corso del misterioso circolare Fiume Oceano dei primi greci o la terris ultima Thule di Orazio. Siete riuscito a mobilitare perfino il vecchio ed ingenuo Alberto Einstein, e gli avete fatto inghiottire la illimitatezza del pianeta, invece di farvi dire da lui che oggi non è solo curva la superficie su cui camminiamo, ma lo è, secondo le nuove dottrine, tutto lo spazio del cosmo; anche per esso si torna al punto di partenza; e se Colombo calcolò, sia pure troppo piccolo, il raggio del pianeta, si cerca oggi di calcolare il raggio dell'universo e si intende diversamente la sua infinità, come noi non crediamo a quella che i primi nomadi attribuivano al deserto che si mostrava sconfinato al loro sguardo.

Andiamo più adagio e passiamo in rassegna i birilli abbattuti in fila dal lancio della palla ehremburghiana. È di moda una scienza che si dice recente, la Geopolitica. Essa vuole studiare la geografia del pianeta nei suoi incessanti mutamenti per effetto del soggiorno e dell'opera dell'uomo. È un ramo di scienza che ha capito che le leggi dei fatti storici non si scoprono nelle tracce che hanno lasciato nel cervello dell'individuo ma nella fisica reale degli oggetti ponderabili. Americani, russi, tedeschi, che se la cucinano secondo gli ordini dei superiori, fanno tuttavia capo ad un maestro che ha scritto intorno al 1919, il geografo inglese Mackinder.
«
Oggi», egli scrisse, «la carta della terra è completamente disegnata, non vi sono più macchie bianche sul mappamondo. I fattori fisici, economici, politici e militari costituiscono ormai un sistema coordinato».
I borghesi imparano dal marxismo, i pretesi esponenti proletari lo gettano fuori!

Per Mackinder, seguito dal geografo sovietico Michailoff, schedato lui pure ma non col cartellino giallo di Ilya, si svolge un sillogismo: chi comanda la Europa orientale, comanda il Cuore del mondo (Heartland) - chi comanda il Cuore del mondo, comanda l'Isola del Mondo - chi comanda l'Isola del Mondo, comanda il Mondo.

L'Isola del Mondo è l'Eurasia, il continente antico ove se ne escluda l'Africa; la culla dei primi umani.

Il Cuore del Mondo è l'Asia Centrale, la zona dei grandi mari interni coi loro fiumi non comunicanti con l'Oceano, l'Amu Daria, il Sir Daria, il Volga, l'Ural, e oltre ai bacini di questi, quelli alti dei grandi fiumi siberiani che sfociano all'Artico, l'Obi, lo Jenissei, la Lena. Riparato a sud dal Tetto del Mondo, l'Himalaya, a nord della banchisa ghiacciata e dalle grandi distanze, dai lati dall'immenso territorio che lo separa dagli Oceani ormai circumnavigati in ogni senso, l'Heartland appare imprendibile a chi considera il manpower, il potenziale uomini-macchine, alla data della fine della Prima Guerra. Meno qualche frammento al Thibet, alla Manciuria e all'Afganisthan, già allora il Cuore del Mondo, era tutto russo.

Oggi i geopolitici degli istituti che stanno nel bilancio di Truman portano in conto le flotte aeree e le bombe atomiche, e spostano il Cuore del Mondo nella calotta polare, dove si svolgerebbe l'ultimo scontro, e per il controllo della quale si svolge una lotta silenziosa.

I caposcuola di Varsavia non spostano il cuore del mondo, ma lo aboliscono. Invitano poi questo mondo senza cuore a raccogliere commosso la loro compunta mozione degli affetti.

Procedendo a ritroso sulle rovine di tutti i geopolitici dei due emisferi, pestano sodo sui manifesti della Internazionale di Mosca, e depennano, avutane legittima facoltà gerarchica, tanto la distruzione dell' universale ordinamento borghese, quanto la erezione di quello comunista.

Evirato cosÌ Lenin, gettano di sotto la costruzione di Marx ed Engels. Ma sarebbe poca cosa averla sabotata solo come programma di lotta e di vittoria della classe proletaria mondiale. Bisogna fare strame anche delle attuazioni storiche imponenti del moderno capitalismo, piattaforma indispensabile della edificazione rivoluzionaria. Con Lenin gridammo rinnegato a chi lo «perfezionava»; questi Bernstein e Kautsky di oggi lo peggiorano, anzi lo smantellano del tutto in quanto fece di nuovo e di grande.

La partigiana dei capiscuola recide senza esitare i mille e mille lacci che la borghesia seppe stringere intorno al pianeta, colla scia delle navi, gli itinerari dei grandi esploratori, l'acciaio delle rotaie, i vortici delle eliche e i gas degli apparati a reazione, coi fili aerei e i cavi sottomarini del telegrafo, coi fasci e i treni di onde hertziane.

Sulla faccia di Colombo, che impetrò disperatamente pochi mezzi dai potenti del tempo; pochi dobloni di oro per aprire, non le porte del Paradiso, ma quelle dell'Oriente misterioso, ripetono il ghigno dei «geopolitici» di Salamanca che derisero l'idea di girare attorno al pianeta convinti che si cadrebbe a testa in giù. Gli Ilya ed i Nenni di Europa hanno lo stesso orrore del giro degli antipodi, sbigottiti dal rischio di dover trovare la testa al posto dei piedi, con cui ragionano.

Già il «feudale» Carlo Quinto riconosceva di dovere al borghese Colombo il vanto che sui suoi regni il sole non tramontasse mai. Non molto ferrato in teoria e in lettere, l'altro borghese Garibaldi lasciò una frase fortunata: il socialismo è il sole dell'avvenire! I varsaviani fanno tramontare il sole dell'avvenire nella fogna del pennivendolismo.

Prima ancora di Colombo un altro precursore inconscio delle glorie borghesi, Dante, scrisse in termini di poesia la grandezza della corsa ai limiti del pianeta. Il pagano Ulisse, ficcato nell'inferno del Dio cristiano per reato di truffa ai danni dei nostri antenati troiani, è dal poeta invitato a narrare la sua fine, rimasta nel mistero di un ultimo viaggio senza ritorno. E il greco eroe racconta in un brano non dimenticabile il viaggio della piccola nave oltre lo stretto di Gibilterra, ove il reazionario Ercole capo delle guardie di palazzo di Giove, «segnò li suoi riguardi», come un Ehremburg della preistoria. Volta la prora al Sud e all'Occidente, Ulisse incuora i suoi compagni, come doveva fare Colombo duecento anni dopo lo scritto dell'Alighieri, in termini che non potevano non essere mistici, ma che riflettono la millenaria reale potenza storica della spinta alla ricerca: nati non fummo a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza! Procedono innanzi tra le tempeste, «infin che il mar fu sopra noi racchiuso».

L'uomo ancora non aveva scoperta la vela, e i compagni di Ulisse «dei remi fecero ali al folle volo». Nel 1950 il giornalista Ehremburg fa dell'aereo supersonico una carrettella da cul-de-jatte.

Gli attuali fautori del preteso marxismo-leninismo tipo Mosca 1930 si sono autorizzati a fare scempio di ogni posizione di dottrina e di ogni fede, sono spregiudicati di fronte ai principii, ed hanno messo al centro di tutto l'abilità e la manovra. Se dal cuore del mondo avventassero gli stormi di bombardieri atomici, sarebbero meno agghiaccianti di quando lanciano il torpido invito ad un duellare ideologico.

Il furbissimo, il callido Ulisse, vincitore di guerre con la forza dell'inganno dove la lancia di Achille aveva fallito, diviene al loro confronto, con le sue ubbie di travalicare il pianeta, un povero fesso.

Ma la colomba di Varsavia è più troia del cavallo di Troia.

Quando il proletariato di tutti i paesi da Occidente ad Oriente avrà accettato di credere che la espansione capitalista possa gradire un limite geopolitico, traverso il quale la rivoluzione di Marx e Lenin sarà rimpiazzata da un dialogo pacifico, la sua sconfitta e il suo servaggio saranno ribaditi per generazioni intiere.

Marx vide il capitalismo foggiare il pianeta a sua immagine e somiglianza, permetteranno i lavoratori del mondo ai capiscuola del tradimento di foggiare un capitalismo a loro immagine e somiglianza, che si degni come loro di trovare ipocritamente il pianeta abbastanza grande?

O sapranno gridare ai pennaioli di mestiere che hanno servito cento colori prima di divenire capipartito e capicongresso: il pianeta è piccolo, al punto che se ne può fare il giro restando in piedi, ma, a Sheffield o a Varsavia, al polo artico o all'antartico, più sfrontati e più mantenuti di voi, si chiava di faccia in terra?

Source: «Battaglia Comunista» n. 23 del 1950

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