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LIBIDINE DI SERVIRE
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Libidine di servire
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Sul filo del tempo

Libidine di servire
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Usato ogni riguardo a quei fenomeni della storia che sono le crisi ministeriali, ed alla inenarrabile emozione che deriva dalla visione di una possibile campagna elettorale a distanza ravvicinata, il posto di onore della stampa dei «partiti proletari» è fatto al movimento dei «Partigiani della Pace» - come chi dicesse i Sicari della Carezza.

Questi agitatori anche come retorici andrebbero destinati allo spazzaturaio, tanto sono di scarto le trovate di cui si pascono per anni ed anni. Ne hanno di meglio gli imbonitori da fiera, e perfino le agenzie specializzate all'americana per fornire slogan di pubblicità al lancio delle bibite colorate e delle protezioni veneree.

il più gran rumore si attorno alla raccolta di firme a milioni, organizzando anche spassose competizioni regionali e campanilistiche a chi più ne mette assieme, con relative classifiche che vorrebbero far concorrenza a quelle, in verità molto più serie, dei campionati di calcio e delle corse ciclistiche a tappe.

I piani che stanno sotto a questo gigantesco impiego a scala mondiale della scienza delle scienze, ovvero dell'Arte di far fesso lo animale uomo, lasciamoli per il momento da parte. Non è facile pensare che una strategia napoleonica si celi sotto una tattica di dettaglio non trascendente lo scambio di colpi di scopa.

L'obiettivo conclamato è chiaro. Non siamo ancora in guerra, e non è la lotta per fermare la guerra (a firme). Siamo (salvo la Corea) in stato di pace. Ma questa «è in pericolo», la lotta è contro questo pericolo; la classe operai rivoluzionaria la hanno ridotta alla funzione storica di preservativo contro i «pericoli». Socialmente fate pure, signori padroni, prenez votre plaisir, ma preservateci dall'infezione bellica. Preservate noi, preservate voi (soprattutto) salvando, ovviamente, l'Umanità.

La formola per salvare l'Umanità (con l'altra solita notevole scorta di sostantivi ad iniziale maiuscola, che una volta tanto omettiamo) è dunque chiara e decisa: conclusione di un Patto di Pace tra i cinque Grandi. Essi sono: Stati Uniti, Russia, Inghilterra, Francia, Cina.

Chi sono questi Grandi? Questi big, ora big three, ora big five, ecc?

Big nel vecchio inglese del fanciullone nordamericano significa grande, grosso. Quanto furono sfottuti i tedeschi per lo aggettivo kolossal? Il piccolo borghese si riempie la bocca, altro mancando, di queste grandezze che vede lontano. Si vanta, da idiota, di queste mostruosità dimensionali di un mondo che si regge sulle sue spalle sbilenche e tisiche. In tasca ha pochi centesimi ma la stampaccia che gli arriva lo solletica con le cifre a molti zeri. Facevano ridere i tedeschi, propagandisti da comizi di birreria, colla mania di citare cifre: tausend und, tausend milionen, und milionen. In chiave di basso profondo: ora cantano in falsetto, ad ogni calcio nel sedere da ponente o da levante.

Big Bill era Tilden, il supercampione della racchetta, un pezzo di staccone, e lo diceva soddisfatto ogni omettino che mai aveva potuto calcare un campo da tennis. Sì, la storia ci ha tramandata una serie di Magni (non parliamo del Tour) di Grandi e di Grossen; Carli, Alessandri o Federici; ma oggi abbiamo i Big, oggi in questo schifo tempo borghese.

Cercammo sondando i millenni la definizione della Matriarca, del Patriarca, del Capo, del Re, dell'Imperatore, del Tiranno, e poi dello Stato, della Repubblica. Adesso chiediamoci pure: il Big, che diavolo è?

Ieri
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«Gli uomini hanno la loro storia, ma non secondo gli sforzi della loro libera volontà, non in base a circostanze liberamente scelte, sibbene sotto l'impulso di fatti immediati, anteriori e ineluttabilmente definiti dagli eventi trascorsi».
Cento anni fa era già dato leggere queste parole di Marx all'inizio del «Diciotto Brumaio». Chi questo abbia letto e nel corso del secolo, anziché decifrare i fatti anteriori, gli eventi passati e le leggi delle loro determinazioni, si sia dato ad esaltarsi e peggio ad esaltare altrui per un uomo, per il nome di un uomo, per il fatto e l'atto di un uomo, merita - dato che è troppo feroce cavare gli occhi alle bestie - di essere passato in una macchina «sterilizzatrice» del saper leggere e scrivere.

Marx scrive questo nel confrontare due figure della storia - e non si tratta dunque di una storia senza uomini, che gli imbecilli ci imputano di postulare - di cui la seconda è la parodia della prima: Napoleone il Grande e Luigi Napoleone.

Ecco un buon modello del big: l'uomo del due dicembre, Napoléon le Pètit. L'uomo, ed il suo regime.

Le tre grandi monografie sulla analisi sociale della storia di Francia ribadiscono, nel corso di un ventennio, con magnifica unità teorica, i caratteri di quel regime.

Essi si fondavano sulle «idées napoléoniennes», sulle idee napoleoniche, che sarebbero state rivelate al mondo della storia grandiosa del Primo Impero, e che il risibile personaggio da parodia posto alla testa del Secondo ostentava buffamente di impersonare. Marx ne conduce una critica formidabile, e ne trae la riprova della sua dottrina, che in quello steso passo ora ricordato aveva premesso:
«
La tradizione di tutte le generazioni scomparse grava come un incubo sul cervello dei vivi. Quando sembra che essi per l'appunto lavorino a trasformare sé ed il mondo circostante, a creare il nuovo, invocano angosciosamente gli spiriti del passato, ne mutano i nomi, le parole d'ordine, i costumi, allo scopo di erigere sotto questo antico e venerabile travestimento, e con frasi prese a prestito, la nuova scena della storia».

Vediamo quali sono le idee di cui il risibile napoleonide credeva paludare il «suo» regime. per lui erano idee e miti, per noi marxisti sono fatti e strutture, di cui si costruisce la ossatura della piramide sociale, che nel succedersi dei tempi cerchiamo di interpretare.

Ben possono queste idee servire ai big imperiali di oggi, a tutti i cinque indistintamente, e può la loro analisi acquisita da cento anni alla nostra scuola servire a capirli, come nella guida lucente di Marx serve a spiegare quanto vi era ancora di rivoluzionario nella marcia imperiale del vero Napoleone, quanto di controrivoluzionario nelle deformi piramidi imperiali del tempo di Marx, e nell'imperialismo degli «ultralucenti» del tempo nostro, le cui cinque vette si vorrebbero saldare in un «patto».

Per emblema di questo, sarà bene che gli pseudi-scienziati commettano agli pseudo-artisti conscritturati di tracciare una Forca.

La prima delle idee napoleoniche è una idea sociale: la distribuzione della proprietà in piccoli lotti.
«
Dopo che la grande rivoluzione ebbe trasformato i contadini da servi della gleba in liberi proprietari; Napoleone aveva consolidato le condizioni in cui essi potevano sfruttare indisturbati il suolo della Francia e sbramare la loro giovanile passione per la proprietà. Ma ciò che oggi (1852) asserve il contadino francese è appunto il suo boccone di terra... La forma di proprietà napoleonica che al principio del secolo decimonono era stata la conditio sine qua non del riscatto e dell'arricchimento della popolazione rurale francese, si è tramutata, nel corso del secolo, in legge della sua schiavitù e del suo pauperismo. Essa è la prima delle idées napoléoniennes che il secondo Bonaparte avrà a sostenere... Se egli divide l'illusione dei contadini di cercare i motivi della loro rovina non nella proprietà eccessivamente frazionata ma all'infuori di questa, i suoi esperimenti si infrangeranno come bolle di sapone contro le forme della produzione».
La stessa disanima teoretica consente, dopo Sédan e dopo la Comune, di ribadire la previsione del crollo di Bonaparte: Illuso di fondare il suo potere personale sulla base sociale dell'interesse delle classi contadine egli non fa che servire la grande borghesia e la concentrazione capitalistica che procederanno, gettandolo da parte, nella non meno schiavista Terza Repubblica.

Questa idea dello sminuzzamento della terra agraria si riproduce identica come idea di ripartizione parcellare di ricchezza, di benessere e di vantaggi omeopatici tra i lavoratori e i produttori, in tutti i piani di riforme strutturali in circolazione per l'agricoltura, l'industria il pubblico impiego e così via, sotto i nomi di previdenza ed assistenza sociale, di cedoletta, pensionetta, casetta, e magari automobiletta per il proletario, siano questi piani il vanto di Mussolini, di Hitler o di Franco, delle democrazie dei piccoli paesi dalla Nuova Zelanda alla Finlandia, o il succo vero dei programmi sociali di Truman, Mao, Attlee e Stalin. Pioggia di piccole gocce di benessere sulla sete di voi piccoli: prima napoleonica idea di tutti i Big.

L'interesse di tutti i contadini che era sotto il primo Napoleone di farsi ammazzare per lui - ed ecco perché l'idea come immanenza nulla, è la stessissima idea riflette in un periodo forse diametralmente opposte a quelle che rifletterà nell'altro - si trova oggi in contrasto con l'interesse della borghesia e del capitale; ed essi trovano i loro naturali alleati nel proletariato delle città, il cui compito è di rovesciare l'ordinamento borghese.

Ma alla difesa di questo ordinamento ed «ordine materiale» viene applicata in pieno la seconda delle idee napoleoniche: quella del governo forte ed illimitato
«
una burocrazia enorme, ben gallonata e ben nutrita, è l'idée napoléonienne che meglio si conviene al secondo Bonaparte. E come non deve esserlo, se egli è costretto a creare, accanto alle esistenti classi sociali, una casta artificiale, per cui il mantenimento del suo regime diventa una questione di ventre?».

Questo punto dell'apparato statale e delle sue funzioni, secondo la dialettica dei tempi propulsive o parassitarie, è ripreso da Marx nelle «Lotte di classe in Francia» del 1871, e, nelle basilari trattazioni leniniane cui siamo tanto soliti attingere, viene posto in luce definitiva.

Non vediamo oggi trionfare questo punto del Governo forte e duraturo nelle proclamazioni dei Truman e dei Mao, dei Churchill-Attlee e degli Stalin, dei Bidault o dei De Gaulle a piacere?

Secondo la valutazione della scuola marxista questo mostruoso apparato moderno nasce al servizio della borghesia, anche sotto il potere feudale.

La classe degli aristocratici costituiva uno strato intermedio fra popolo e potere esecutivo (Marx), tra sudditi e monarca, fino a che questi potè dire: lo Stato sono io. Letterariamente, tirannia: ma quanto meno pesante e odiosa di quella dei Big odierni!

È da Carlo, da Federico o da Vladimiro che copieremo, noi partigiani amanuensi della guerra di classe, la storia della crescita di questo neoplasma, cancro dell'organismo sociale?

«La forza dello Stato accentrata con tutti i suoi organi attuali - esercito stanziale, polizia, burocrazia, chiesa, tribunali, organi tutti prodotti da un piano di sistematica e ieratica divisione del lavoro - deriva a noi dai tempi della monarchia assoluta, quando essa serviva alla società borghese in formazione come un'arma potente per la sua lotta contro il feudalismo... La gigantesca scopa della rivoluzione francese spazzò via tutti gli ostacoli e privilegi medioevali che si opponevano alla nuova costruzione... Questo edificio dello Stato moderno si innalzò sotto il primo Impero, il quale era già stato prodotto naturalmente dalle guerre di coalizione della vecchia Europa semi feudale contro la Francia»

Caramba! Se fisici e pittori a spasso pensavano allora a fondare un comitato di partigiani della Pace, gli eventi trascorsi non avrebbero determinato un cavolo di tutta questa faccenda: Carlo, Federico e Vladimiro sarebbero stati messi in pensione, purché non scrivessero.

«Durante le forme di dominio susseguenti il governo fu messo il controllo parlamentare, ossia il diretto controllo delle classi abbienti».
Presaci la soddisfazione di questi corsivo, non possiamo che riportare a strappi, coi Big davanti agli occhi. Di tali pagine ogni riga vorrebbe commento: Lenin lo insegnò.

«A misura che si sviluppava l'industria moderna... il potere dello Stato acquistava sempre più il carattere di una forza pubblica per opprimere la classe operaia... La classe abbiente coalizzata sfruttava il potere dello Stato, senza alcun riguardo o pudore, come lo strumento di guerra nazionale del Capitale contro il lavoro... Tutto il mondo batte le mani giubilando all'Impero, come al salvatore della Società... Il potere dello Stato, apparentemente librato sopra la società, era con tutto questo lo scandalo più scandaloso di questa società stessa, e nel tempo stesso il fomite di ogni corruzione. I desiderosi di nuovissime analisi chiedono oggi una definizione dell'imperialismo. Perché non questa che segue in Marx? Imperialismo è la forma più prostituita e nello stesso tempo la forma definitiva (a voi sciagurati che rifate risorgimenti liberali nazionali) di questo potere lo Stato che, chiamato in vita dalla società borghese come strumento della emancipazione dal feudalesimo, aveva tramutata la società borghese completamente sviluppata in uno strumento per asservire il lavoro al capitale».

Colleghiamo a questo punto dell'apparato di potere quello che è in Marx il «punto culminante delle idées napoléoniennes», e che indubbiamente appare come punto culminante di questo mondo 1951: «la preponderanza dell'esercito». La satira del militarismo ha tratti feroci.
«
La caserma, la sciabola, il bivacco, lo schioppo, i baffi e l'uniforme...».
Le dimostrazioni di truppe, ingozzate di salsiccia mentre il proletario parigino crepa di fame: «Vive Napoléon, vive le Saucisson»...Marx non risparmia la derisone ai «traineurs de sabre» che andavano verso l'onta di Sédan. Ed anche qui egli si riporta alla tradizione militare francese;
«
L'esercito era stato il punto d'onore dei piccoli proprietari dell'età del primo Napoleone... l'uniforme era la loro poesia... la forma ideale del sentimento di proprietà...».
Ma sotto il secondo impero, Marx dice, il nemico del contadino francese non è più il cosacco, bensì l'agente della finanza nazionale.
«
L'esercito stesso non è più il fiore della gioventù rustica, ma il fiore di palude della poveraglia agricola... se si spingerà fuori dei confini francesi coglierà non allori, ma legnate».

Con questi tratti profetici il militarismo prende il suo posto nella macchina esecutiva:
«
questo potere, con le sue mostruose organizzazioni burocratiche e militari, con il suo esteso ed artificiale meccanismo governativo, con un esercito di mezzo milione di impiegati accanto ad un altro mezzo milione di soldati, questo terribile ingombro di parassiti, avvince come in una soffocante membrana il corpo della società francese e ne ostruisce tutti i pori».
Noi, che siamo dei pori della società moderna, ben sappiamo tutti che sotto e sopra l'acqua, sulla terra e nell'aria, ad ogni passo e svolto per le vie della città e i solchi della terra, le propaggini di questa membrana stringono, premono e soffocano tutto.

Ma per completare il paragone non possiamo lasciare la terza delle idee, che Luigi Bonaparte attingeva alla gloria dello Zio. È questa: «l'influenza dei preti quale mezzo di governo». Al suo sorgere la piccola proprietà era naturalmente religiosa, volta verso il cielo che le manda le buone e le cattive meteore: il contadino è di per sé religioso.
«
Ma il cielo era certo un insulto, come surrogato del boccone di terra perduto ed il prete allora appare come il segugio dal finissimo fiuto della terrestre polizia, la realizzazione della terza idée napoléonienne».
Non per nulla l'Impero aveva rialzato gli altari abbattuti dal Direttorio e chiesta al Pontefice la benedizione di Dio.

Tutti i grandi poteri di oggi, anche quelli che hanno per tradizione una tradizione contro la chiesa, hanno rifatto largo alla religione ed ai culti, si capisce in quanto inquadrati come ingredienti dell'apparato di potere e, se occorre, della rete di polizia.

I Big, anche quando non sono uomini e nomi, sono i vertici supremi di queste piramidi moderne di apparati esecutivi a vastissima base territoriale e di popolazione. Sono strutture gigantesche, con tutti i caratteri napoleonici; gerarchie immense di troupiers, di ronds-de-cuir, di flics e di chierici, reti inestricabili che avvolgono il mondo in una gara spietata di parassitismo.

Oggi
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Sarebbe il caso di fermarsi ad una obiezione dal lato dell'anarchismo. Noi marxisti ci indurremmo a condannare in blocco i cinque o i cinquanta contemporanei apparati di Stato per la identità delle loro forme esteriori di oppressione o di soffocazione, senza scendere alla sostanza, al contenuto, alla direzione della loro funzione storica? Ma non era Marx autoritario, statalista e centralista?

Come Marx, sempre e oggi, noi siamo e restiamo contro ogni posizione astratta e idealista di portata libertaria, antistatale e federalista. I passi di cui ci siamo serviti sono gli stessi su cui si edifica la dottrina dello stato rivoluzionario, del centralismo, dell'autorità e della dittatura, che non solo possono essere mezzi della rivoluzione proletaria, ma sono i soli mezzi di cui la stessa si dovrà servire.

Nella teoria e nella politica abbiamo difeso la esistenza e la necessità, contro le forme del potere capitalistico di classe, democratiche o imperiali, dello Stato non solo, ma altresì della polizia, dell'esercito e di un ingranaggio esecutivo proletarii. Su ciò nessuna esitazione teorica. La Comune di Parigi come quella di Pietrogrado erano Stati, autoritari e centralizzati al massimo. Gli anarchici non lo capirono né mai potranno capirlo. Noi lo sappiamo bene, e non possiamo la centesima volta parafrasare il commento di un Lenin alle parole di un Marx: DIAMETRALMENTE OPPOSTA ALL'IMPERO ERA LA COMUNE... E qui la teoria del funzionario e dell'ufficiale che prendono quanto l'operaio, la condanna delle «gerarchie chiuse» per tutte le funzioni dell'apparato, che gli operi faranno a turno, la dottrina dello Stato amministrativo dalla cuoca... che Lenin mai ha avuto.

Qui la teoria del deperimento dello Stato martellata da Engels e da Lenin, teoria che le accademie moscovite hanno creduto mandare in vacanza, come un burocrate sovietico qualunque.

Non è l'analisi critica ma un fatto storico che oggi ci da il diritto di parlare, e di rinvenire un parallelo tra i «grandi», in quei napoleonici caratteri che uno per uno la critica di Marx aveva dialetticamente capovolti: riformismo sociale - governo di ferro - burocrazia civile e militare - preteria.

Il fatto sta nel tentativo, che poi non è uno scherzo ma un effettivo grande movimento in cui le masse sono obbligate e spinte, di incanalare la situazione di domani nel «Patto di pace» tra i cinque grandi.

Con una simile preparazione ammorbante le file della classe proletaria, lo stesso fallimento del movimento per la pace sarebbe controrivoluzionario: tra i ricordati passi di Marx scritti dopo la rovina del Bonaparte minore, vi è questo:
«
La sua stessa rovina e la rovina della società da lui salvata fu evitata dalle baionette della Prussia, che ardeva dalla bramosia di trasferire il centro di gravità di questo regime da Parigi a Berlino.»
E lo fu in quanto, come tante volte ricordato
«
l'esercito vinto si unì al vincitore per abbattere d'accordo il proletariato».

Se davvero i cinque vertici supremi che concentrano gli assoluti poteri massimi del mondo si potessero stringere e si stringessero in un Patto di pace organizzato, la forza e la persistenza delle gerarchie di ciascuno di essi ne sarebbero decuplicate.

Se le sole forze che in tutti, o diciamo per un momento in taluni di questi paesi, possono minacciare il centro imperiale, ossia le forze organizzate dei lavoratori, fossero avviate al supremo traguardo del Patto a Cinque, la interna napoleonica immobilità dello strapotere delle gerarchie così confederate e controassicurate diverrebbe insuperabile.

Tutto questo urterà, come con Marx si attende da cento anni, contro le forze della produzione. Ma intanto la spinta di autosottomissione della classe proletaria, provocata coll'offa illusoria della pace, avrà effetti di incalcolabile durata storica.

La nostra teoria era la teoria della violenza come elemento di decisione storica. Il nuovo Maestro, presidente o segretario che sia del Comitato mondiale dei Partigiani della Pace, proclama
«
il trionfo delle trattative di pace sul criminale tentativo di imporre decisioni con la violenza!».

I comunardi di Parigi e Leningrado che imposero con la violenza la decisione di sbattere via i borghesi, passarono tra i criminali, con la sanzione compiaciuta dei preti, sbirri e militari di ogni nazione.

Questo Julliot Curie anche come fisico teorico non è nulla di più di un figlio di mammà: non ha il linguaggio dello studioso ma del ciarlatano che si affitta alla più facile pubblicità. È di effetto demagogico noleggiare un professore di fisica nucleare per proporre che si aboliscano le armi «di annientamento» a «tutte le persone di buon senso».

Mentre il nostro maestro Marx enunciava le leggi della fisica storica, attendendo che il processo storico imperiale concentrasse nel mostro statale tutte le forze e le risorse in un unico centro, perché poi la Rivoluzione mondiale potesse affrontarlo e travolgerlo, il Maestro dei Partigiani li mobilita per una prospettiva tutta opposta: li invita a rivendicare il concentrarsi dei Mostri per poi ripagarli dell'atto generoso con l'impegno ad una immobile, secolare servitù.

Le macchine di repressione e di potere non spariranno per invocazioni ideali ad una Libertà astratta, ma solo per le leggi di un lungo ciclo incomprensibile agli Julliot da noleggio, dato anche che essi comprendano i cicli radioattivi del Torio e dell'Uranio, coi loro precipizii di frazioni di secondo e i sonni secolari della inerte materia.

Il marxismo ha compreso e spiegato come in certe fasi l'effetto utile ed il processo generale sorgano da atti delle macchine repressive.

Ma il marxismo non può essere ridotto di fronte al basso spregevole e putrescente bonapartismo di oggi, e dei tanti bonapartismi di oggi, alla bassa campagna per la libidine di servitù, allo strisciante vigliacco davanti alle mostruose macchine di prepotenza, schierate a baluardo del passato.

Source: «Battaglia Comunista», n. 15 - 1951

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