Chioccia russa e cuculo capitalista
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CHIOCCIA RUSSA E CUCULO CAPITALISTA
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Chioccia russa e cuculo capitalista
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Sul filo del tempo

Chioccia russa e cuculo capitalista
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Tutte le formule al vantaggio della concisione aggiungono il pericolo di venire fraintese. Costruire il capitalismo da una società socialista sarebbe opera da forca; costruirlo da una società feudale-asiatica è dare premesse alla rivoluzione comunista mondiale.

La formula di costruzione del capitalismo alla grande scala industriale, per milioni di tonnellate di metalli e miliardi di kilowatt, vuole in ogni caso dire molto di più che quella della costruzione di una rosa di alti stipendi per commissari del popolo e gerarchi di alcuni gradi burocratici; visione sommamente sciocca e inutilmente insaporita di giudizi morali sulla disonestà, la crudeltà e la responsabilità di avere impugnata la ruota del timone, domandandosi se conveniva volgerla sulla ruota capitalista o su quella socialista... la storia si ride sì di criminali, che di nocchieri.

Nel trattare, ritornando indietro come al solito, il tema segnato, non va trascurato di considerare come il contenuto capitalistico della politica russa, se non impone di fare della democrazia interna, ben collima con l'apologia che gli stalinisti fanno all'esterno dei principii democratici, non certo perché abbiano ripiegato sulla barbina e barbosa filosofia che li genera, ma perché dove la fase liberale ha tradizioni secolari, adagiarsi su essa e sulle sue risciacquature sbrodolanti offre una utile via di minor resistenza, e di politica imbonitura.

Ieri
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Da quando il trapasso a piene forme borghesi fu in pratica esteso a tutta l'Europa, il problema dell'itinerario storico che la Russia autocratica avrebbe in futuro percorso, si presentò in modi scottanti.

La tesi inquadrata in alcuni di questi Fili, che la Rivoluzione Russa si è ridotta da una costruzione di socialismo ad una costruzione di capitalismo, non è di certo messa giù dall'obiezione che l'industria ed altri settori sono statizzati.

Può essere indebolita da questa altra obiezione: se la rivoluzione antizarista iniziata nel febbraio 1917 avesse ripiegato dalla fase proletaria su quella borghese, non avrebbero solo dovuto ricomparire forme economiche capitalistiche, ma anche la forma politica democratica dello Stato? Mentre è chiaro che il potere centrale non ha menomamente ripiegato da forme totalitarie e dittatoriali.

Ô indubitato che di tali forme danno esempi ormai non dissimulati non pochi regimi borghesi, ma, forse, tale risposta non basterebbe. Il contraddittore, correndo su e giù pel filo della storia, verrebbe a dire che tutti i poteri borghesi hanno attraversato uno stadio liberale e democratico sufficientemente lungo.

Avemmo, è vero, lo stadio Lvov-Kerensky, ed è anche da ricordare che durante questo Lenin ebbe a dire che la Russia al momento era il paese di più illimitata libertà per tutti i partiti, ma si trattò di ben pochi mesi, otto o nove soltanto. E in luglio 1917 già si lottava colle armi tra i vincitori rivoluzionari dello Zar, quindi la fase pacifista tollerante non durò che un quattro mesi. Poco davvero, anche se la storia talvolta paga il supplemento per il rapido.

Nella prospettiva marxista classica rientrava una costruzione di capitalismo industriale senza democrazia rappresentativa? Ecco il tema. Bisogna scioglierlo se si vuol mantenere la spiegazione del mistero russo riassunta nella formula: costruzione di capitalismo e non di socialismo.

Non occorreva essere profeti per vedere la fine della dinastia e della nobiltà terriera in una rivoluzione; si discuteva sui caratteri di tale immancabile rivoluzione.

Non mancarono di occuparsene anche Engels e Marx; questi si dette perfino allo studio della lingua russa, verso la fine della sua vita, per meglio esaminare le fonti.

Corrispondentemente molti tra gli agitatori russi, sia lavoratori che membri della «intellighenzia», si davano allo studio del marxismo e ne facevano propria la valutazione della società occidentale, col suo sviluppato industrialismo e con la lotta proletaria di classe.

Ô da rilevare che, mentre tutti i marxisti russi vennero alla conclusione che il capitalismo doveva svilupparsi nell'immenso impero e vivere tutta una lunga fase sociale, perché potesse sorgere un vasto moderno proletariato e lottare per il socialismo, proprio Marx ed Engels, come abbiamo mostrato mediante la loro classica valutazione della situazione tedesca, tendevano sempre alla collimazione di una rivoluzione antifeudale e antidinastica nei paesi ancora assolutisti coll'insorgere del proletariato nei paesi di avanzato regime borghese, per una generale vittoria rivoluzionaria nel vecchio continente, che avrebbe al tempo stesso dato il controllo politico al proletariato e accelerata la messa in linea delle regioni arretrate tecnicamente. Marx arriva a dire: voi odiate lo zarismo che vi opprime, ma voi, rivoluzionari russi, apprendete da noi che il capitalismo che ne prenderebbe il posto è un regime di oppressione a sua volta; perché escludere che invece di invocarlo, non lo si possa saltare? Non è tanto sulle sopravvivenze russe di comunità agrarie primitive (il mir) quanto sulla potenza di una contemporanea rivoluzione operaia in tutta Europa, che Marx fa assegnamento per un tale salto. Appunto, sembrava dire Marx, come io ho invalidata la tesi che «natura non facit saltus», così non troverete certo che abbia scritto «historia non facit saltus»: la storia non fa salti!

Marx, che moriva nel 1883, dice in una lettera del 1877 ad una rivista russa:
«
La Russia può avere la migliore opportunità che la storia abbia mai offerta di sfuggire a tutte le catastrofi del capitalismo».

La prefazione di Marx ed Engels alla traduzione del «Manifesto» fatta dalla Vera Zasulic è del 1882, una vera ultima parola. Come sempre il marxismo non dà profezie sul futuro, ma enuncia condizioni che legano eventi futuri. La scienza è la registrazione delle condizioni che legano gli eventi tra loro, senza pretesa che non possano spaziare in un vasto campo di variabilità; in tal caso si applica agli eventi passati come ai futuri, e può sbagliare per i secondi, come tante volte sbaglia per i primi, ma per non diverso motivo, per non diversa debolezza.

«Se - Marx scrive - se la rivoluzione russa darà il segnale ad una rivoluzione degli operai in Occidente (come già citammo nel precedente Filo)... in modo che ciascuna sia complemento dell'altra, allora la prevalente forma di proprietà comune potrà servire come punto di partenza di uno sviluppo comunista».
E nelle parole che precedono la prefazione ricorda che da un lato l'industrialismo si sviluppa con moto accelerato, dall'altro la terra è ancora per metà tenuta dalle comunità contadine.

Dopo di allora sia la industrializzazione in dati distretti, sia lo svolgimento dell'economia agraria, hanno avuto vicende assai complesse. Ma resta stabilito che il «salto» del periodo sociale capitalistico (periodo di decenni, non certo fase di pochi mesi) è visto da Marx ed Engels possibile solo se avviene e vince la rivoluzione operaia in tutta Europa.

Il sistema scientifico marxista non è caduto per il fatto che la rivoluzione operaia in Europa non ha accompagnata la Rivoluzione Russa.

Ma sarebbe caduto, e ridicolmente, se davvero la Russia avesse potuto trovare una strada (prendiamo la frase e molte citazioni dal bel libro di B. Wolfe «Three who made a Revolution», ricco di preziosi materiali, ma di non corretta linea critica) dal feudalesimo, per un sentiero non-capitalista, al socialismo post-capitalista, senza che il capitalismo fosse abbattuto nell'Occidente.

Il più forte dei marxisti russi era Plechanov, riconosciuto maestro di Lenin. Al Congresso di fondazione della II Internazionale, 1889, egli dichiarava:
«
In Russia la libertà politica verrà conquistata dalla classe operaia, o non esisterà mai. La rivoluzione russa può vincere solo come rivoluzione dei lavoratori; non vi è né può esservi altra possibilità ».

Mentre nessuno vedeva una borghesia liberale russa alla testa della rivoluzione, i socialdemocratici (con tale nome si indicavano allora i socialisti marxisti) ponevano la candidatura dei lavoratori salariati; i narodniki o populisti quella dei contadini poveri, che di villaggio in villaggio, dalla emancipazione parziale del 1861, avevano condotto violente insurrezioni. Ma il loro movimento si ridusse ad un terrorismo individualista, mentre si iniziavano i primi scioperi generali nelle grandi città.

Nel 1892 Engels riunisce i rappresentanti dei due partiti in un tentativo non riuscito di unità. Poteva allora sembrare questa la formula chiave del futuro: se in Occidente i servi della gleba e i contadini minimi sono stati gli alleati della borghesia nella rivoluzione contro i feudali, in Russia saranno quelli del proletariato urbano contro feudali e borghesi. La divisione rimase e si accentuò in ulteriori scissioni ben note. Ma alla fine i bolscevichi marxisti, vincendo con Lenin, se furono rigidi nella disistima rivoluzionaria di borghesi e piccoli borghesi, fecero leva sull'appoggio fondamentale dei contadini. Wolfe rileva che nell'assemblea costituente, disciolta, del 1917 i Socialrivoluzionari, derivati dai Narodniki, ebbero 21 milioni di voti, contro 9 dei bolscevichi, prevalenti nei Soviet.

Non qui poniamo al centro la questione agraria. Occorre fermarsi sulla formula di Plechanov. Essa sembra parafrasare un discorso di questo genere: in Russia vige l'assolutismo, scopo principale è di conquistare la libertà politica. In Occidente la conquistarono le borghesie (con l'appoggio degli operai). In Russia non si avrà questa conquista se non si battono per essa i soli operai. Un marxista teorico del calibro di Plechanov voleva invece dire qualche cosa di diverso: il potere politico allo zarismo deve essere strappato: la borghesia in Russia è impotente a farlo e a conservarlo dopo la vittoria, è quindi la classe lavoratrice che lo deve conquistare e tenere.

Altrimenti sembrerebbe che questo astratto concetto di «libertà politica» si ponga come massimo principio comune alle classi, per cui tanto i borghesi che i lavoratori debbano lottare, che in ciò sia una definitiva conquista civile da affermare, passando solo dopo ai problemi e alle lotte sociali. Questo vorrebbe dire porsi sotto i piedi tutta la critica marxista che dimostra l'essenza borghese e il fine borghese dei postulati di libertà e di democrazia, e i centomila testi da cui si vede che la rivendicazione di tali «sommi principii» e «diritti dell'uomo» traduce gli interessi dei padroni, la libertà e il diritto di possedere di sfruttare e di arricchire, la necessità di abbattere gli ostacoli delle forme feudali che lo vietano ai nuovi dominatori, fabbricanti, mercanti e banchieri. Ora per giungere al socialismo si deve passare per il capitalismo industriale, commerciale, bancario, per ciò fare va abbattuto il potere feudale, e sola arma per abbatterlo, nell'Europa dei due scorsi secoli, era la democrazia politica; quindi, ma solo in questo senso, i proletari avrebbero lottato insieme alla borghesia per realizzare questo passaggio. Mezzo quindi, e non fine o principio, come altro mezzo o ponte erano, insieme ai moti liberali, quelli di indipendenza nazionale.

Pure ben sapendo in quanto breve spazio di tempo la stessa borghesia abbia poste da parte le garanzie liberali al fine di battere la reazione e la restaurazione, di liberarsi dagli strati meno decisi, e subito dopo di impedire che gli operai suoi alleati alzassero troppo la testa, ammetteremo che storicamente il proletariato socialista abbia dovuto lottare per la democrazia e la libertà, non quale fine, ma quale mezzo verso i suoi propri fini: la rivoluzione e il socialismo.

Plechanov parlava al congresso di ricostituzione dell'Internazionale, in un tempo in cui i miraggi lassalliani del suffragio universale seducevano socialisti di ogni paese, e non era chiaro che se Marx e l'ancora vivente Engels lo avevano segnato tra le rivendicazioni immediate, mai avevano ammesso che la critica della democrazia rappresentativa come involucro della schiavitù salariata fosse menomamente messa in forse per l'esteso suffragio; anzi più questo è giuridicamente esteso, più è di fatto ristretto e nelle mani delle minoranze privilegiate socialmente.

Quindi si poteva dire, nel 1889: non avremo in Russia una rivoluzione democratica colle sue rivendicazioni giuridiche basata sulla forza sociale di una classe borghese. Ma era male concludere (qui Wolfe non ha capito Lenin cui attribuisce, con molti, due tempi e due anime mentre si tratta della rigorosa incessante aderenza alla linea del marxismo): occorre una rivoluzione per la libertà, e vi presteremo per farla le forze del proletariato. Andava detta cosa ben diversa: per andare al socialismo occorre svincolare le moderne forze produttive dalle pastoie feudali e zariste: non la borghesia ma il proletariato rovescerà l'assolutismo.

Quindi se non possiamo fare a meno della distruzione dello zarismo, faremo facilmente a meno della democrazia
«
forma politica specifica e caratteristica delle rivoluzioni di cui la classe capitalistica tiene la dirigenza ed il controllo, per entrare in una stabile fase borghese».

Non solo per noi socialisti ma per gli stessi borghesi il processo rivoluzionario è processo di forza e non di consenso o di conta di pareri e voti. La democrazia e il parlamentarismo sono indispensabili alla borghesia dopo aver vinto colle armi e col terrore, appunto in quanto la borghesia vuol dominare su una società divisa in classi.

Ora la faccenda di «saltare» il capitalismo come stadio economico in un paese di 150 milioni di abitanti che occupa un quarto del mondo abitato non è da pigliare a gabbo, e la possibilità ne è valutata da Marx, ma solo in funzione di una rivoluzione proletaria che copra almeno una metà del restante mondo avanzato. Ma il «salto» della forma politica propria del trapasso feudalismo-borghesia ossia della democrazia parlamentare è una cosa molto meno improbabile: esso avvenne nel 1917 nella realtà: dalla dittatura dell'assolutismo si andò alla dittatura del proletariato. Il «salto» riguardò le classiche fasi: dittatura della borghesia rivoluzionaria - liberalismo e suffragio elettorale per tutti i cittadini e tutti i partiti.

Una simile eventualità non era palesemente condizionata dalla concomitanza della rivoluzione in Europa, posta dal marxismo a condizione del trapasso al socialismo in Russia. Ma non poteva che essere precaria la coesistenza di queste condizioni: potere capitalista in Europa occidentale - dittatura proletaria politica in Russia - economia capitalista lanciata avanti in Russia. Infatti Marx aveva legato il superamento sociale del capitalismo in Russia alla rivoluzione occidentale. Mancata questa, manca quel superamento. La dittatura proletaria può vincere la lotta armata, ma vivere a lungo non può, se il salto dello stadio economico capitalistico è riuscito impossibile a spiccare.

Secondo il Wolfe e molti altri, Lenin, fino al 1917 o almeno al 1914, ha sempre ritenuto che dovesse svolgersi una rivoluzione democratica, e che non si ha socialismo senza passare per la democrazia. Lenin non si è mai sognato di dire questo. Ha detto sempre: se per andare al socialismo e alla rivoluzione occorre passare per la democrazia, e se la borghesia non ce la fornisce, ebbene la faremo noi la democrazia, per poi buttarla via. Del resto anche la dittatura, la faremo per buttarla via a suo tempo, a capitalismo economico superato. Ma se si può fare a meno di passare per la democrazia, nulla di male; essa caratterizza il nascere del capitalismo, non quello del socialismo. Come anche Lenin ha detto e diceva: se per andare alla rivoluzione socialista occorre passare non solo per la rivoluzione democratica ma anche per il periodo di capitalismo, ebbene passeremo anche per quella via.

Che cosa poteva condurre sulla via scorciatoia, da Lenin sempre invocata? Una sola cosa: bandiera rossa a Berlino, Londra, Parigi.

Il Congresso dei socialdemocratici russi a Bruxelles si aprì il 30 luglio 1903. Plechanov riferì sul programma, che rimase poi quello del partito bolscevico dopo la scissione e fino al 1917. Lenin nella discussione non intervenne quasi: lasciò che Plechanov si battesse colla sparuta minoranza di destra, rappresentata dal futuro rinnegato Akimov. Questi insorge contro la tesi:
«
La condizione centrale per la rivoluzione sociale è la dittatura del proletariato, ossia la conquista da parte dei lavoratori di un tale potere da rendere possibile di schiacciare ogni tentativo di resistenza degli sfruttatori».

Come conciliate, dice Akimov, questa tesi colla rivendicazione di una repubblica democratica, dell'assemblea costituente e del suffragio universale? Egli sfrutta il refrain di tutti i rammolliti: voi ponete i concetti di partito e proletariato in opposizione, considerate il primo una entità attiva, il secondo un mezzo passivo... Plechanov risponde magnificamente. Il suffragio universale non è certo un feticcio. Non è difficile immaginare una situazione in cui la vittoriosa classe lavoratrice sopprime il diritto di suffragio ai suoi oppositori borghesi... Il fondamentale principio della democrazia è: salus populi suprema lex (la salvezza del popolo è legge suprema). Ma, nel linguaggio dei rivoluzionari, la salvezza della rivoluzione è legge suprema. Se essa richiede la limitazione di questo o quel canone democratico, sarà delitto esitare... Abolizione della pena di morte? Nessuna eccezione? Si permetterà di vivere a Nicola II? Si applaude, si fischia da pochi, Lenin presidente si scaglia contro chi fischia. Martov insinua che l'oratore sarebbe stato meno duro se avesse detto che è poco probabile una situazione in cui il proletariato debba mantenere diritti così fondamentali come la libertà di stampa... Come tutta risposta Plechanov si limita a sogghignare: Merci!.

Lenin si leva per un solo emendamento. Una frase diceva:
«
colle contraddizioni inerenti al capitalismo cresce il numero, il malcontento e la solidarietà dei proletari».
Avevano proposto: e la coscienza. Lenin dichiara:
«
questo emendamento sarebbe un peggioramento. Darebbe l'idea che lo svilupparsi della coscienza sia cosa spontanea. Al di fuori dell'influenza del partito di classe (ci sia permesso di così tradurre, dalla lingua di mezzo secolo addietro, il termine: Socialdemocrazia) non vi è attività cosciente dei lavoratori».
Il commentatore trae da queste espressioni la prova di uno speciale tendere di Lenin ai moti dall'alto... Non si tratta che della formulazione rigorosa della prassi secondo il marxismo.

Ô dopo il 1905 che la discussione diviene più serrata: prima una rivoluzione borghese e poi una proletaria contro la borghesia? O il proletariato farà quella della borghesia e terrà il potere lasciando il capitalismo in piedi? Ed è questa una situazione possibile, o la sola sua realtà segnerebbe la sconfitta del marxismo?

Oggi
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In presenza della situazione attuale tutti riconoscono che il potere capitalistico è in piedi in tutto il mondo occidentale. Ma che accade nella Russia? Gli stalinisti dichiarano: l'abbattimento dello zarismo è un fatto compiuto, e con esso l'abbattimento della borghesia. La dittatura proletaria è in piedi. L'economia sociale non è più capitalista, ma socialista ogni giorno di più.

Coloro che diffidano di questa semplicistica risposta, ritornando al ricordo della lunga lotta e della prospettiva di Lenin, cadono frequentemente nell'errore di non saper comprendere la linea di lui.

Vi sono tutta una serie di citazioni da articoli e lettere, dalle quali apparrebbe che Lenin fosse contro la formula cruda della dittatura proletaria e avanzasse una serie di formule mediate. Dopo la partecipazione attiva alla insurrezione, sul che non vi erano dubbi, i comunisti avrebbero cercato di andare oltre alla semplice repubblica parlamentare, attuando una dittatura democratica delle classi povere, e contentandosi persino di fare da partito di opposizione a governi provvisori, a governi operai, o simili.

Tutto questo come si spiega? Lenin sarebbe arrivato lentamente alla formula della piena dittatura del proletariato esercitata dal partito comunista? Nessun maggiore assurdo, quando si pensa che Lenin dimostra a Kautsky e agli altri rinnegati che tale formula è in vigore per Marx ed Engels dal 1852 (e prima). La spiegazione è ovvia, ed è ben altra; non corrisponde a nessun aggiustamento del tiro.

Negli anni che precedettero la guerra del 1905 tra Russia e Giappone siamo in pieno periodo pacifista e riformista in Occidente, e non è da fare calcolo sulla rivoluzione armata in Europa, malgrado la forza numerica dei partiti socialisti. Deve ancora prevedersi che le due rivoluzioni russe potranno essere staccate da decenni, durante i quali la industrializzazione farà passi giganti. In questo periodo non si potrà parlare di dittatura del proletariato e di governo del partito comunista. Ma per le speciali condizioni di ritardo, la borghesia russa non sosterrebbe il peso di una rivoluzione: occorre sostituirla nella lotta insurrezionale. Dopo non si avrà né il suo potere né quello del proletariato, e non è possibile teorizzare una permanente collaborazione di classe senza uccidere le possibilità della «seconda rivoluzione» a suo tempo. Il partito comunista, ala radicale dell'Internazionale socialista, non può su un tessuto economico capitalistico né governare né collaborare con la borghesia. Nemmeno può per tali considerazioni lasciare in piedi l'autocrazia. Ecco il tremendo problema.

Esso si comincia a sciogliere colla rivoluzione del 1905. Nemmeno questa dà le basi per poter saltare la fase capitalistica, ma fa sperare che tutto il mondo entri nel periodo rivoluzionario decisivo. In questo periodo la formula di Lenin diviene «dittatura democratica del proletariato e dei contadini». Perché democratica? Perché una rivoluzione dei contadini e non ancora dei salariati avviene con forme o democratiche o di dittature borghesi, come in Francia nel 1789. Se una rivoluzione non affronta il problema sociale dell'abolizione del salariato, la formula della dittatura del proletariato, e del governo del solo partito comunista, non può e non deve essere impiegata, bruciata e disonorata.

Ma viene la gran guerra e Lenin scorge possibile la rivoluzione in tutti i paesi, malgrado e contro il tradimento socialpatriota. Allora la formula della dittatura del proletariato senza aggiunte si attaglia in pieno. Non perché nuova, o allora scoperta. Perché, come da decenni e decenni si sapeva e si attendeva, non la si adopera come formula nazionale o russa; ma Russia rivoluzionaria e Internazionale comunista lottano concretamente per la dittatura internazionale del proletariato.

Fallita la rivoluzione internazionale, nessuna dittatura proletaria poteva sopravvivere in Russia. Ha potuto resistere finché i partiti comunisti in Europa lottavano soli, per prendere il potere soli. Già nel 1924 si comincia a cianciare di prenderlo coi socialdemocratici, in blocco...

Da allora, nel nido della chioccia rossa rivoluzionaria, formato strappando le penne maestre alla dinastia assolutista e alla democrazia borghesoide, non si potettero più covare le uova per i pulcini socialisti.

Il cuculo capitalista vi ha subito deposte le sue, e ha spiegato i vantaggi della incubatrice meccanica. Baffone sorveglia la lampada e guarda contro luce le uova: migliaia, milioni e miliardi nei quinquenni pianificati, ma non dei giovani galli che canteranno la rossa aurora.

Schiudono cuculi, solo cuculi, miliardi di cuculi; invadono le statistiche, accumulano rubli e titoli di banca, così come in ogni altro paese del mondo.

Accumulate, e stringete i tempi. Anche i cumuli di cuculi fanno da sottostruttura alla vera Rivoluzione. Vi accreditiamo di avere stracciate le vesti a miss Democrazia; meglio se la riducete senza il due-pezzi, di cui fa orribile e nauseosa mostra per tutto il «mondo libero».

Non avete saltato il capitalismo perché non era possibile. Avete saltata per sempre la libertà borghese: solo risultato buono.

Una è la tomba che l'uno e l'altra attende.

Source: «Battaglia Comunista», n° 19 del 1951

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