LISC - Libreria Internazionale della Sinistra Comunista
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CAPITALISMO CLASSICO, SOCIALISMO ROMANTICO
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Capitalismo classico, socialismo romantico
Così parlò Baffone
La borghesia dialoga
Ieri
Il frutto del lavoro
Libertà di inedia!
La contesa pel valore e il «socialismo romantico»
Oggi
Stalin mercatore
Confronto o conflitto?
L'altezza dello spirito
Rosa e giallo
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Sul filo del tempo

Capitalismo classico, socialismo romantico

Così parlò Baffone
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Pure stando agli antipodi della mania dell'attualità abbiamo dato un grande rilievo alla diffusione, verso la fine di settembre 1952, di uno scritto teorico di Stalin sui problemi della economia russa, e in sostanza dello svolto storico mondiale, e vi abbiamo basato ampie trattazioni, anzi abbiamo posto in evidenza che i problemi a cui lo scritto era ricondotto erano gli stessi a cui avevamo dedicato da alcuni anni insistenti esposizioni. Non diciamo ricerche, o apporti, o contributi, ma esposizioni organiche della ben cristallizzata dottrina marxista. Noi ne traemmo in tutta luce quelli che sono i caratteri essenziali, distintivi, del programma e della rivendicazione socialista, in contrapposto a quelli della società capitalistica presente. Stalin è stato condotto a trattare lo stessissimo tema.

Non il grandissimo maresciallo alla testa di centinaia di milioni di uomini e non noi, che appena siamo pattuglia, fummo spinti dal semplice desiderio di aggiungere un testo in biblioteca.

Ma il fatto è che egli, assumendo di fare il bilancio di una storica e strepitosa vittoria della rivoluzione proletaria, e il progetto delle sue costruzioni future su una larga parte della terra, e noi, che dichiariamo di essere al fondo di un disastroso fallimento della forza rivoluzionaria, e alla distanza massima pensabile dalla possibilità di una parte sul teatro della storia, abbiamo dovuto trattare gli stessi quesiti.

Uno degli aspetti centrali del negativismo rivoluzionario di oggi, sta nel fatto che, attraverso un inquadramento potente e di massiccia «inerzia storica», la più gran parte della classe che della rivoluzione deve essere attrice è imbrigliata, sta a disposizione di forze ed organismi che da un lato ostentano di continuare e rappresentare la sola teoria proletaria rivoluzionaria (Marx-Engels-Lenin) dall'altra praticano una attività e una politica (Stalin) che alla rivoluzione volge la terga e alle energie di ripresa rivoluzionaria sbarra il varco e la strada.

Il fatto storico che nella Russia sovietica, ove, a dire dei commedianti del mondo libero, nessuno può fiatare in minima difformità dalla linea ufficiale, si sia nel 1951 svolta una discussione su problemi, come oggi amano dire di fondo, (anzi tanto profondi quanto sono superficiali le bagole sulla perfetta democrazia e la umana personalità) che ha messo in forse le definizioni stesse di capitalismo e socialismo come tipi storici e mondiali di organizzazione economica, e che, a tentare di concludere questa, Stalin medesimo abbia dovuto prendere la parola, segna a nostro avviso l'avvicinarsi del giorno in cui ogni scrupolo socialista sarà gettato via e salterà la colossale speculazione di un movimento proletario promosso e maneggiato da un potere capitalista.E' da attendersi che allora, smobilitato l'immenso apparato, e ridotto davvero ad una organizzazione di ennesima colonna fuori casa, come tutti ce l'hanno, la sbarra che chiude il varco al risorgere di un movimento comunista effettivo sarà tolta, e si formeranno organizzazioni e partiti tali, che i poteri imperialisti dell'Occidente dovranno ben altrimenti tremare, che non dell'attuale gioco d'inferno sì, ma con gettoni di pastiglia.

Allo stesso tempo la storia ha mostrato promuovere una dichiarazione di fallimento della politica russa interna ed estera. Per restare nei paragoni economici, egli è quando una richiesta di fallimento incombe, che il denunziato è tenuto a squadernare i bilanci. Nessuna fama di santità e infallibilità ha salvato da questo il centro russo.

Piccoli ragiunatt saremmo noi, nella curatela di una bancarotta tanto immane. Tuttavia abbiamo riveduto i conteggi, e colla forza imponderabile della matita che somma e sottrae, abbiamo fatto venir i clamorosi spareggi.

La borghesia dialoga
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Nel campo capitalistico, non si è mancato di cogliere l'importanza delle enunciazioni stalinistiche, portanti luce intensa su strutture essenziali, che all'opposto restano invisibili del tutto sotto lo spettegolante clamore dei dibattiti corbellatori in meccanismo parlamentare e pluripartitico.

Non alludiamo ai commenti immediati, e durati le solite quarantott'ore di vita che si danno ai fatti di prima grandezza, dovuti ai giornalisti di mestiere, come quelli cui ha dato la stura la notizia a sensazione sul complotto dei medici ebrei e le lotte tra due o più gruppi della stucchevole «clique» che farebbe in Russia pioggia e bel tempo. Ci riferiamo ai molti commenti di natura economica che si sono succeduti in Occidente, con i quali scrittori di tendenza conservatrice sono stati di necessità avviati ad esaminare il «confronto» tra i modi di produzione capitalistico e socialistico. Per non strana coincidenza nello stesso periodo il regime jugoslavo, che pretende fare storia a sé tra l'oriente sovietico e l'Occidente borghese, ha risollevato le stesse questioni, pretendendo di essere lui, con Tito a capo, ad ordinarsi in tutta coerenza ai principi di «Marx, Engels e Lenin»!

A noi qui interessa smistare bene tra gli argomenti che si riferiscono sul serio alla reale struttura economica e sociale, e i bagolamenti senza vita e senza fine che si avvolgono intorno alla nefandezza di Questo o di Quello, alla benemerenza di Quello o di Questo; si risolvono in dialoghi tra santi e criminali a parti invertite, come ad esempio nella piramidale sgonfiata italiana del dibattito sulla maniera di fare, con rispetto parlando, le elezioni politiche.

Orbene in Italia, a Roma e poi a Napoli, è stato il professore di economia e deputato (gradito in tale veste agli stalinoidi da qualche tempo) Epicarmo Corbino a trattare il tema in conferenze assai lodate nell'ambiente borghese su «Capitalismo e socialismo nel recente pensiero di Stalin».

Il Corbino in politica è un borghese come tanti altri, che si scioglie e si lega ai principi secondo gli svolti del gioco delle forze, ma va dato atto che in sede scientifica le sue vedute si prestano all'utile disamina, con vantaggio per una chiara comprensione delle tesi di noi marxisti, così come è stato per Croce sul terreno filosofico, il che poi non è che altra faccia del medesimo contraddittorio. Si tratta di un liberale in politica, di uno che per rara fortuna discute di socialismo senza dirsi socialista, e nemmeno semisocialista come il grosso dei politicanti borghesi di centro e di destra, fascisti cattolici o riformisti che siano. Per questo lo prendiamo in considerazione: non abbiamo di fronte la solita stucchevole tesi: il sistema capitalista è si arrivato ad una crisi e gli succederà un quid: facciamo di tutto per togliere a questo quid i connotati più aspri, e al trapasso che ad esso conduce gli svolti più tragici e catastrofici. Ci troviamo di fronte invece ad una tesi nitida: in economia non si uscirà mai dal modo di produzione basato sull'azienda e sul mercato, e quindi dal capitalismo.

Il Prof. Corbino non discute quindi il tema che poniamo noi: «Capitalismo e socialismo nella storia», essendo per noi altrettanto certa la storia decorsa del primo e quella a decorrere del secondo, e volendo solo rendere chiara nella testa nostra e non nell'avversaria i caratteri opposti dei due sistemi (ci si passi la parola). Egli ne discute «nel pensiero di Stalin». L'occasione è tuttavia buona per noi, perché sono fatti storici espressivi che hanno dettata la formulazione ultima di Stalin, e perché finalmente e a parte la perorazione cui pure arriveremo, è utile discutere con un dichiarato «economista classico» del tipo pre-Marx ed anti-Marx.

Utile in due modi: per rilevare che egli conviene che l'economia russa descritta da Stalin non è, in sede di qualificazione secondo tipi in modo pacifico definiti, socialismo, ma capitalismo - e poi per mostrare inane il tentativo di tracciare una futura curva storica senza rottura con cui si pretende che la forma capitalista conserverà la compensazione tra sforzi e bisogni, produzione e consumi.

In quanto ogni riprova che la «formula Stalin» crea più sforzo per meno benessere che la «formula occidentale» non è, per ammissione del contraddittore, che una seconda prova contro il capitalismo.

Ieri

Il frutto del lavoro
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Non si tratta certo qui di rispondere all'onorevole preopinante in un comune agone democratico! Prima quindi di rilevare la deduzione puramente economica del Corbino, ci vien comodo ripresentare la descrizione marxista del socialismo di domani prendendo lo spunto da una frase dell'ultima parte. Il socialismo, anche se arrecasse un pezzo di pane di più, sarebbe da respingere non solo perché si sviluppa ed attua traverso la dittatura (troppo facile il ricordare che traverso questa si attuò la società «liberale») ma perché nega «la fondamentale liberà di poter disporre del frutto del proprio lavoro».

Ebbene, non solo il socialismo abolirà questa libertà, ma dovrà farlo in quanto, se tale libertà esistesse, la specie umana, col numero attualmente raggiunto, con l'attuale livello delle sue esigenze anche strettamente fisiche, non potrebbe più sopravvivere.

Qui vi è tutta la profondità del divario tra la concezione di Marx e quelle banali di Proudhon, di Lassalle, di tanti e tanti altri, che chiamano socialismo la conquista da parte del lavoratore del frutto del proprio lavoro, allorché, ci si passi la formulazione paradossale, il socialismo consiste nella perdita di esso.

In effetti l'artigiano e il contadino proprietario avevano già attuata tale conquista individuale, e ne sono stati spogliati dal capitalismo, all'avvento del lavoro combinato.

Marx ribadì questi punti essenziali nella classica Critica al programma di Gotha del 1875, presa da Lenin come pilastro di tutta la costruzione rivoluzionaria. Marx dimostrò come fosse una frase dettata da banali concetti borghesi quella progettata: il prodotto del lavoro appartiene indeminuto (meglio in italiano indiminuito) e in parti uguali a tutti i membri della società.

Tale primo articolo del programma partiva dalla tesi: Il lavoro è fonte di ogni ricchezza. Inferocito quel giorno, Marx dice che tal frase sta in tutti i sillabari, ma è una fesseria. Quello che si vuol designare col borghese termine di ricchezza è un complesso di oggetti di uso, di cose utili al consumo e alla vita dell'uomo, nel più largo senso. Ed allora ne produce la natura anche senza intervento del lavoro umano; questo poi è una forza naturale come ogni altra. Non attribuiamo la fonte dei beni di cui oggi godiamo né alla grazia di dio né alla potenza creatrice dei genii! Non lasciamo davvero credere che, se i fautori del capitalismo sono i feticisti del capitale, noi ci riduciamo ad essere puramente i sacerdoti del feticcio-lavoro.

L'essenziale, Marx dice sempre, è il porre il rapporto quale è nella attuale società capitalista. E allora, piantandola finalmente colle verità universali, rimangiate il versetto coglione: Il lavoro è fonte di ogni ricchezza e civiltà; ed imparate a mente la tesi inoppugnabili: Prima: «Nella misura che il lavoro si sviluppa socialmente e diviene così fonte di ricchezza e di civiltà, si sviluppano povertà e desolazione del lato del lavoratore; ricchezza e civiltà dal lato di chi non lavora».

Preso fiato, imparate la: Seconda: «Nella moderna società capitalistica sono finalmente date le condizioni materiali che abilitano ed obbligano i lavoratori a spezzare quella maledizione sociale».

Libertà di inedia!
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Metodo storico! Robinson e meglio il Robinson primigenio, non faceva nulla e il frutto gli cadeva in bocca, senza lavoro.

Poi trovò Venerdì e gli casse in bocca il frutto del lavoro di Venerdì.

Ma quando vi fu una tribù con tanta terra da poter vivere lavorandola, anche nella più semplice forma sociale, dovette avere alcuni utensili, ed imparare che sono le «scorte», accantonando sementi, riserve varie, ecc.

Se alla fine della stagione ogni «membro» della tribù, pregato lo stregone di compulsare l'ordine della divinità, avesse disposto, pappandoselo, di tutto il frutto del suo lavoro, liberamente, come Corbino vuole, indeminuto, come Lassalle insegnò, non dopo una generazione ma dopo un'annata la tribù era morta.

Ma arriviamo alla società capitalistica e ammettiamo per un istante che ognuno sia ivi libero di disporre del frutto del proprio lavoro. Non fermiamoci a dare qui ragione a Proudhon e Lassalle: per il proletario è un frutto diminuito del plusvalore, per il capitalista è un frutto accresciuto dei profitti.

Stiamo alla formula che userebbe Corbino: salario, stipendio o dividendo che sia, ognuno è libero o di mangiar tutto o di «risparmiare» una parte, ed è libero di farlo sia a titolo di riserva per consumi futuri (previdenza) sia di acquisto di mezzi di produzione fruttiferi (investimento). Che io debba elucubrare tale decisione su mille lire, e tu su cento milioni, significa poco, purché ognuno dei due sappia che l'altro lo fa con completa fondamentale libertà.

Orbene, tale libertà va tolta non solo al capitalista (ricco e civile di lavoro a fonte altrui) che allo stesso lavoratore. Corbino, avete ragione.

Marx si mette con pazienza a spiegare perché il «frutto del lavoro» non sarà, nel socialismo, nella «società comunistica», indeminuto.

Ritorniamo al concetto di «lavoro vivente» contrapposto a «lavoro morto» che abbiamo in altri scritti ricordato dal «Manifesto» e ravvivato di splendide citazioni di tutta l'opera di Marx. Aggiungiamo la formula di «lavoro da nascere». Il capitalismo è la forma in cui pochi dispositori di lavoro morto (capitale costante) dispongono, per forza della legge e del potere politico, del lavoro vivo (capitale variabile) e quindi ne fissano ad arbitrio le condizioni di impiego prelevandone quanto e come credono ai fini di «conservare e crescere il lavoro morto» e di «assicurarsi il lavoro nascituro».

Ora è certo che a queste due finalità dovrà provvedere anche il modo di produzione socialistico. Ed ora possiamo intendere il passo di Marx, ove mostra che il frutto del lavoro va diminuito per una serie di partite.

«In primo luogo: si deve detrarre quel che vale a sostituire il consumato mezzo di produzione». Debito pagato al «lavoro morto». Gli impianti, le attrezzature innumeri derivate dagli sforzi e dalle trovate inventive «di tutti i morti» e che sono un regalo, in quanto ci fanno risparmiare tanto lavoro a parità di prodotto e consumo, si logorano e vanno conservati, rinnovati: anche gli economisti classici sono in questo lugubri come noi, definendo la faccenda: spese di ammortamento.

«In secondo luogo: la parte che si aggiunge per l'estensione della produzione». Questo è un debito verso il «lavoro di domani». Non solo il numero degli uomini e quindi dei lavoratori aumenta continuamente, ma nuove risorse formano bisogni nuovi. In tempo e lingua capitalista questo si chiama dedicare parte dei redditi a maggiori investimenti di capitale, alla compera di nuovi beni strumentali. La misura da parte della società si prenderà lo stesso in tempo socialista, e sempre a carico del lavoro attuale.

«In terzo luogo: Fondo di riserva o di assicurazione contro infortuni, danni per eventi naturali, ecc.». Questo è debito del lavoro vivo verso il «lavoro vivo», e l'economista corrente lo chiama premio contro rischi.

Dopo di ciò Marx ricorda le spese «pubbliche» di oggi: amministrazione generale, assistenza agli impotenti al lavoro: insomma tutto quanto oggi si fa con le imposte e tasse, e altri oneri e ritenute.

Detratto tutto questo, rimane quanto il lavoratore dedicherà ai suoi consumi personali prelevandoli dal fondo sociale (e qui il famoso passo su due stadi) prima di misura del tempo di lavoro dato, poi a suo piacere. Ma fermiamoci.

In filosofia è di rigore l'inno alla libertà dello spirito. Ma in economia è certo che se tutte quelle operazioni indispensabili alla fisica conservazione della specie e in linguaggio borghese della civiltà si lasciassero all'arbitrio di ciascun singolo, non si avrebbe capitalismo né socialismo, ma si avrebbe, ci si faccia grazia del termine, un casino. E poi - è ovvio - un cimitero.

La contesa pel valore e il «socialismo romantico»
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Ma vi è di più. Marx non irride solo alla scempiaggine che il frutto resti indeminuto, ma anche alla formula della ripartizione tra tutti i membri della società in parti uguali.

Voi, dice ai compilatori del programma, avete ben detto che i mezzi di lavoro saranno proprietà comune. Ma l'espressione frutto del lavoro o prodotto del lavoro è vaga e imprecisa. È il valore totale del prodotto, o solo la parte che vi ha aggiunto il lavoro nell'ultima trasformazione?

Prodotto o frutto del lavoro, dice Marx, è un termine lassalliano che ha confuso esatti concetti economici. E per fare le ora dette detrazioni, ammesso che prodotto del lavoro significhi «importo del lavoro», attribuisce un senso soltanto al «complessivo prodotto sociale» che costituisce «l'importo del lavoro sociale».

Da ciò emerge che il socialismo non è la restituzione all'operaio di tutto il prodotto del suo lavoro, formula che sarebbe pienamente liberale e sorriderebbe ai professori. Il socialismo dà l'attribuzione, e la disposizione, di tutti i prodotti del lavoro sociale non ad individui, non ad aziende ed unità simili (magari cooperative), ma alla società. Nessuno avrà, come individuo, possibilità di disporre dei prodotti del lavoro di chicchessia, e nemmeno proprio.

Ove vi fosse proprietà del lavoro, vi sarebbe proprietà del capitale: dunque capitalismo.

Una forte proporzione di dichiarati marxisti resterebbe interdetta alla tesi: il socialismo manterrà il sopralavoro e non pagherà di lavoro necessario.

Nel sistema capitalistico, nel quale vige il concetto di valore e la legge del valore, ossia lo scambio tra equivalenti (e ben rileva il Corbino che Stalin, ospitando in Russia tali categorie, vi ospita il confessato capitalismo) nel sistema capitalistico, la ripartizione è questa: il valore di tutto il prodotto, o massa di merci, per una prima parte (capitale costante) restituisce al capitalista le materie e mezzi materiali anticipati, per una seconda parte (lavoro pagato, lavoro necessario) diviene salario del lavoratore, e infine per una terza parte è profitto. Quantitativamente il profitto vale plusvalore, ossia insieme al salario forma tutto quanto il lavoratore ha aggiunto nel valore del prodotto, il quale e tutto del capitalista. A questi rimane dunque: capitale costante anticipato, più salario anticipato, più profitto: un capitale ingrandito.

Quale, a questo punto, la proposta socialista? è forse questa: lasciamo tutto il prodotto al lavoratore? Non avrebbe più alcun senso in quanto i lavoratori non hanno più, dalla fine del periodo artigiano, capitale costante da rianticipare. È forse questa: lasciamo tutto il prodotto al capitalista, o all'azienda, o anche allo Stato capitalista, e diamo al lavoratore, in moneta, non solo l'importo del suo salario, ma anche una certa quota su tutto il profitto, in modo che gli entri lavoro necessario e plusvalore, ossia salario e plusvalore?

Marx già 75 anni fa, in quello stesso scritto, ha detto: «Poggiandosi appunto su questo, da cinquant'anni in qua gli economisti hanno dimostrato che il socialismo non possa eliminare la miseria di origine naturale, ma possa solo generalizzarla, distribuendola contemporaneamente su tutta la superficie della società».

Non restiamo dunque indietro di 125 anni, al socialismo umanitario, liberale, libertario, in una parola a quello che ben si può dire socialismo romantico, tanto più che siamo in lotta con l'economismo classico. Non sembri strano, ma Stalin è un socialista romantico.

La proposta socialista e comunista è ben altra. Alla fine del ciclo non ci si esprimerà in termini di valore, ma si dirà semplicemente: la società prende da tutti il loro lavoro, spontaneo fin che può e quando necessario coatto: dà a tutti il loro consumo, illimitato fino a che può e quando necessario contingentato.

Nel ciclo di transizione a questi due, del comunismo inferiore o coatto e superiore o spontaneo, possiamo per farci capire, dare la formula in termini di valore: la società socialista, rappresentata dalla classe proletaria dittatrice e dal suo partito, seguita a prendere dal lavoratore il sopravalore e lo passa dall'imprenditore e dall'azienda alla società stessa, inoltre prende dal lavoratore il lavoro necessario, ma tende a ridurlo progressivamente in virtù della crescente produttività del lavoro, il che al capitalismo era impossibile.

Signori teorici del capitalismo: il punto è questo. La quota di lavoro non pagato che oggi va al vostro profitto andrà a contributo sociale: cresciuta se occorre. Ma se il valore della forza di lavoro per le scoperte tecniche è divenuto decuplo, dieci volte minore deve essere lo sforzo e il tempo, e tendere a zero quel lavoro che oggi, solo, voi pagate. All'uomo lavoratore si saranno conquistate ore, non frottole, di libertà. Qui sta la discussione in tema economico.

Oggi

Stalin mercatore
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Non è il caso di diffondersi sulle tesi economiche del Corbino: da un lato non abbiamo che testi di resocontisti, dall'altro nei vari Fili, e nei quattro del Dialogato, abbiamo a sufficienza mostrato come siano del tipo capitalistico i caratteri di produzione e distribuzione riferiti dal testo di Stalin come attuali e futuri nell' U.R.S.S.

Il conferenziere batteva sul parallelo ovvio tra i fatti economici in Russia e nell'Occidente borghese. Ove vige lo scambio secondo la «legge del valore» sulla base di produzione di merci, siamo in vero e proprio capitalismo. Ove vi sono lagnanze su aziende che risultano nel bilancio deficitarie, non solo resta confermato che si tratta di produzione capitalistica e salariale ma si riecheggiano le lagne occidentali sulle aziende statizzate in tutto o a metà, che sono aziende passive e mantenute a spese del pubblico erario; naturalmente l'oratore ne trasse spunti di tipo liberista: è noto quanto siano inutili tali nostalgie sotto qualunque clima.

Né un liberista classico né un socialista romantico possono intendere che il programma marxista non è già di rendere l'azienda redditizia, sostituendo semplicemente alla gestione dell'imprenditore quella del personale di essa o anche dello Stato. Il programma è spezzare i limiti dell'azienda e abolire ogni bilancio monetario. Nel periodo immediato non importerà nulla che una data azienda sia passiva, fino a che si facciano calcoli in moneta o tra equivalenti, potendosene spostare materie prime e prodotti secondo il «fisico» piano centrale che si va razionalmente a stabilire, e senza contropartite.

La prova che siamo in capitalismo non sta nel fatto che molte aziende sono in deficit, ma in quello che Stalin e Malenkov se ne lagnino, e che il piano generale sia condizionato dalla famosa «redditibilità»: talché i piani periodici famosi sono piani finanziari ed economici solo nel senso stretto, non sono piani di produzione e distribuzione trattati con misura di grandezze fisiche: numero di uomini, ore, giorni, chilogrammi, metri cubi, cavalli vapore e così via.

Interessante è il punto del mercato mondiale dove anche Corbino dà la nostra stessa dimostrazione: dato che l'industria sovietica produce per il mercato internazionale, oltre che per quello interno e che la politica economica dichiarata dall'U.R.S.S. È di tendere a scambi su grandissima scala con i prodotti dell'Occidente, ove sono complementari dei propri, e ovviamente a concorrenza sugli stessi mercati ove i prodotti sono similari, tali relazioni non potrebbero sussistere se anche la produzione russa non avvenisse secondo le leggi dell'economia classica. È chiaro che per la teoria liberista se lo Stato può intervenire sul mercato interno frenando e magari invertendo l'effetto della concorrenza libera, nessuno è presente che possa fare tanto sul mercato internazionale, ove la legge degli equivalenti trionferà. Ed è chiaro per la economia marxista che su tale piede di concorrenza non si può che lottare per produrre in eccesso e a costi più bassi, e quindi stare in controsenso alle stesse misure «immediate» e «dispotiche» che aprono la via al socialismo: ridurre le ore di lavoro e alzare i salari, dunque crescere i costi di produzione, e, nei paesi attrezzati (come svolto nella nostra riunione di Forlì) abbassare il volume del prodotto, disciplinando il consumo coattivamente.La conclusione del Corbino è netta: non si potrà costruire socialismo in un paese fin a quando esisterà nel mondo un solo paese capitalista! La tesi è per noi valida, nel senso che per la costruzione del socialismo pieno, sia pure di stadio inferiore, bisognerà avere raggiunta la condizione che una gran parte dei grandi paesi industrializzati abbia visto il proletariato arrivare al potere e spezzare il vecchio apparato statale.

Confronto o conflitto?
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La questione del mercato mondiale e della sua frattura in due conduce alla questione della emulazione o, in alternativa, della guerra e all'esame dell'ultima tesi di Stalin: la guerra potrà scoppiare fra gli Stati capitalistici di Occidente, prima che tra America e Russia. Corbino combatte la tesi di Stalin che noi abbiamo invece condivisa. Pensa comunque che la terza guerra mondiale (indubbiamente essa attirerebbe il capitalistico Stato russo) non possa distare dalla seconda meno di 25 anni (ne passarono 21 tra il 1918 e il 1939) per motivi di tecnica preparazione. Mettiamoci d'accordo in tre, per il 1970. Il problema è se in questo decorso di 18 anni abbiamo una «alternativa» rivoluzionaria mondiale. Non schedaiola, alla Nenni!

Indiscutibile ci pare che, ove la guerra anticipi o precipiti, questa alternativa rivoluzionaria di classe non c'è: vi saranno al più concomitanti quinte colonne e resistenze partigiane, da cui siamo ben staccati.

Ma prima della prospettiva della guerra, interessa quella del confronto. Corbino parla della «gara» tra le due economie, ma dice di non poterla arbitrare. Come economista classico e capitalistico, egli vorrebbe farlo con criteri di rendimento, ossia giudicare chi produce più a buon mercato, tra l'Occidente ormai statal-controllista in buona misura, e l'oriente statindustriale in pieno. Questo deriva logicamente dall'adire gli stessi mercati, per la «gara». Invero Corbino accenna a paragonare anche il tenore di vita medio delle masse, e afferma che le statistiche dal lato di Oriente vengono meno.

Corbino contesta la tesi di Stalin che restringendosi la sfera d'azione del blocco imperialista di Occidente questo dovrà ribassare la sua produzione e cadere in crisi interna. Anche Truman, nel dare l'addio al «caminetto» ha voluto fare sul capitalismo previsioni ottimiste, ed ha asserito che in dieci anni di pace l'America, pure conducendo una potentissima preparazione bellica, vedrà crescere la sua produzione del 40 per cento fino a 500 miliardollari, con un esercito industriale che andrà da 76 a 90 milioni di lavoratori in senso esteso. Il tenore medio di vita starebbe in ragione di quasi due milioni di lire italiane a testa, ossia dieci volte circa quello italiano attuale. Truman ammette che si potrà per l'uso di utensili migliori, scendere un poco le ore settimanali.

Ecco il punto: quale dei due sistemi scende più presto le ore settimanali? Dice il Corbino che bisognerebbe sapere il risultato del sistema economico stalinista applicato in America rispetto a quello americano applicato in Russia, per sentenziare: per ora i capitalisti si vantano di non accusare «una deficienza di risparmio che scenda al di sotto del limite di equilibrio con la pressione demografica». Il capitalismo dunque sostiene di riuscire a far vivere le masse pure accantonando abbastanza da conservare in efficienza il lavoro morto e investire quanto basta a far mangiare e lavorare quelli che verranno, il lavoro nascituro.

Il nostro confronto è un altro: se la popolazione cresce, cresce però anche il rapporto dei suoi membri attivi al totale. Frattanto nei vostri confronti tra decenni e trentenni la produttività della forza lavoro, dovuta alla mutata tecnica, è divenuta diecine di volte maggiore. Anche consumando due volte di più si dovrebbe già lavorare cinque volte di meno: invece nella sua storia di due secoli il capitalismo non ha saputo nemmeno dimezzare la giornata di lavoro, che, umanamente anche sotto lo schiavismo non passava 16 ore su 24.

Il confronto sarebbe questo: dateci l'attrezzatura americana e lasciatevi applicare non il metodo Stalin, bensì ... il metodo Marx. Allora potremo fare il confronto con la Russia attuale in prosperità e benessere generale, e non confronteremo costi, pressi e volumi di produzione, bensì le condizioni di impiego del vivente lavoro, che sono le condizioni stesse di vita dell'uomo.

Tutto questo si può ben studiare e calcolare, non occorrendo le cifre della Russia, ma le stesse cifre ufficiali sull'America, poniamo, 1848 - 1914 - 1929 - 1952 di cui sono state recentemente date anche per i profani alcune sintesi.

Quanto alla Russia, ella fa quello che logicamente può fare, dato che in nessun altro paese il capitalismo fu politicamente battuto dopo il 1917: sviluppa la costruzione del capitalismo dopo una rivoluzione antifeudale, e la sviluppa giusta l'ambiente tecnico-economico corrispondente a questo tempo mondiale.

Non occorrono tutti, ma in partenza almeno uno degli Stati sviluppati, in possesso della dittatura proletaria, per risolvere anche il problema del conflitto, dopo quello del confronto. La guerra imperialista, intercapitalista, è (giusta Lenin) via da prendere col disfattismo ovunque, e senza partigianismi. Ma non occorre pensare a futura «guerra santa» di Stati capitalistici contro Stato socialista, nell'ipotesi prima fatta, poiché il proletariato di un paese attrezzato, dandosi non a compiti capitalistici come i piani di superproduzione e supersforzo di lavoro, ma mostrando come si avvia il piano di razionale produzione e consumo appena si prende a rompere il limite di mercantilismo e del profitto aziendale positivo, indurrà l'esplosione in tutti i paesi della guerra interna di classe.

L'altezza dello spirito
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Dal ragionare in cifre sulle possibilità di benessere del capitalismo e del socialismo, si passa di norma alla perorazione sulla nobiltà dello spirito che nel disprezzo della vile materia economica stabilisce essere, a qualunque prezzo, da preferire la libertà umana alle dittature. La conclusione dal calcolo scientifico lasciata nell'ombra, risplenderebbe luminosa nella regione dell'ideale, con la indiscussa vittoria dei «valori» dell'Occidente.

Infatti il comunismo, ridotto lo sforzo e il tormento di lavoro, aumentato il cibo e l'alimento materiale per tutti e in tutte le contingenze, avrebbe però tarpate le ali ai voli in quelle altezze imperscrutabili e allontanata l'umanità dal poterle sondare e possederne le misteriose rivelazioni.

Qui veramente, in questo punto di arrivo, che suscita le emozioni di tutti quelli che ben giungono a palpare ogni giorno con sicura materialità il calcolo del reddito attivo, davvero nulla più possiamo riconoscere di originale, di men che ritrito e banale.

Nel precedente filo citammo un passo di Marx dove appare lo «spirito», nella lapidaria accusa al capitalismo odierno, cresciuto, adulto, deteriore rispetto a quello «romantico» di Stalin, di sfruttare bassamente «il lavoro generale dello spirito umano».

E' per noi prodotto dello spirito umano l'insieme delle nozioni, delle capacità, che le generazioni precedenti ci hanno tramandato, e che si concretano materialmente non solo nelle attrezzature che vivono più a lungo dell'essere e della generazione umana, ma anche nella possibilità di realizzarle a nuovo con la forza del lavoro presente. Questo accumulo incessante non scevro di travagli e rinculi storici, non è un attingere contingente di ogni cervello pensante ad una specie di metafisico «serbatoio», dato fuori del tempo e dello spazio, al quale rapporto basterebbe il duetto di due personaggi imponderabili: l' Io «cosciente», da un lato, e dall'altro lui, lo Spirito, che vi si travasa, ed era, dal principio e dovunque, uno, completo ed assoluto.

Per lo stesso fatto di avere la parola, ossia un mezzo più completo - e meno faticoso, come sempre - di comunicare col suo simile, la nostra specie non evolve solo per l'affinarsi delle membra e anche delle cellule sensorie e cerebrali, ma per l'organica trasmissione dell'esperienza delle generazioni che passano. L'insieme di queste possibilità, di questi dati, non è che il risultato, il distillato, il concentrato degli effetti e dei riflessi di miriadi fisici atti di vita, di sforzo, di lavoro, di lotta, indipendentemente dalla coscienza del loro soggetto; e si organizza in una dotazione sociale generale, a cui nessun individuo e nessun episodio passato rimane estraneo ed inutile.

Togliendo il monopolio di una tale dotazione della specie a gruppi, a caste, a gerarchie, e portando in base ad essa ed alle sue risorse divenute immense dopo la scrittura, la stampa, la scienza naturale moderna, ad una riduzione radicale dall'Arbeitsqual, della pena di lavoro, la rivoluzione comunista attingerà i risultati positivi della fine della specializzazione nello sforzo di lavoro e nella professione. In uno a tutti gli altri capovolgimenti dei rapporti presenti sociali ciò consentirà, grazie al grande tempo libero conquistato, che ognuno dei componenti della specie possa collegarsi a tutto il complesso immenso del lavoro generale dello spirito umano, che le braccia e i corpi hanno nei millenni edificato.

Nulla di meno monotono e uniforme, nulla di più vario e di più grande di questa prospettiva finale, la cui indispensabile premessa è la battaglia per svincolare da condizioni inumane il vivente lavoro.

Nel campo che invece del materialismo, eleva a sua bandiera la libertà dello spirito, non si vede giungere ma sempre più svanire equilibrio e serenità. Lo strazio della carne ogni giorno più vi domina, e mentre si esalta la persona umana ideale, quella fisica, in numeri incredibili, è ogni giorno di più falciata da conflitti, sopraffazioni, esecuzioni, stritolamenti di ogni genere: tanto che l'atrocità ed il sanguinoso strazio del vivente uomo sono oggetto generale, nel tempo e nel mondo libero, di letteratura popolare e di spasso, ogni giorno di più.

Rosa e giallo
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Mentre il marxismo è contrapposizione frontale di obiettivi economici sia lontani che immediati con la classe nemica, ed anche, come i teorici di questa dicono, di valori su tutti i campi, l'involuzione del movimento che da Stalin prende nome collima, nella identità dei trattati compiti economici, e negli stessi richiami al mondo dello «spirito». In Russia si lavora a fare capitalismo, all'estero si sbandiera democrazia, libertà, patria, religione perfino, etica borghese in ogni campo. La società russa, rimasta sola nella internazionale proletaria, ha dovuto risentire la sete di tutto questo bagaglio «romantico» che la rivoluzione borghese aveva portato con sé sul mondo, ed ha quindi ideologicamente rinculato dalla negazione materialista di così suggestivi valori spirituali.

Il linguaggio dei partiti stalinisti è oggi un intruglio di invocazioni alla umanità, alla giustizia, al diritto, alla stessa libertà di Corbino, in nulla diverso da quello contro cui si gettò al suo sorgere il marxismo, svergognando il socialismo piccolo borghese, borghese, fabiano, di cento tipi.

Il sangue, le persecuzioni, i complotti, i processi, le deportazioni e magari il riadoperato knut, non vietano che oggi si possa definire questo ibrido movimento che infesta il proletariato mondiale, come romanticismo, anche quello smaccato e sciocco del culto per gli eroi.

Anche la letteratura, dal tempo del romanzo rosa, è passata al romanzo giallo; e sarebbe offesa la sacra libertà dello spirito se in America e paesi satelliti non si lasciasse ogni giorno più insegnare ai giovani come si ammazza, si stupra e si rapina, come gli impotenti si eccitano nel bacio altrui.

Il borghese romanticismo dell'ottocento non fu del resto imbelle né alieno dalla violenza del campo di battaglia e della barricata. La Russia di oggi è costretta a copiarne l'economia e l'ideologia. Altro che scienza filosofia, estetica «marxiste»!

Quindi al presentato Stalin (e non diremo la millesima volta che per noi la persona e il nome non sono che simbolo, per convenzione didattica, di fattori medi collettivi) economista classico, le cui carte sono state trovate in tutta regola dal professore universitario napoletano, noi aggiungiamo in piena coerenza lo Stalin socialista romantico, guardando a lui come Marx, spinoso ed irsuto, guardava al bel cavaliere Lassalle, pur se non ci interessa di scoprire anche al gran maresciallo una contessa di Hatzfeld, e la data di un duello dietro il muro del convento.

Source: «Il programma comunista», n. 2 del 1953

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