LISC - Libreria Internazionale della Sinistra Comunista
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GRACIDAMENTO DELLA PRASSI
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Gracidamento della prassi
Ennesima pattuglia innovatrice
Ieri
Due opposte visioni
Lassalle risorto
Tutto in frantumi
Oggi
Partito e classe
Dal «Manifesto» a «Che fare?»
Malcapitato Lenin
La coscienza a mare
Linea diritta e sicura
Source


Sul filo del tempo

Gracidamento della prassi

Ennesima pattuglia innovatrice
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L'ultimo Filo dal titolo «Batracomiomachia», si è riferito alla rivista francese «Socialisme ou Barbarie» (nn. da 1 a 11 da marzo-aprile 1950 a novembre-dicembre 1952) e al suo gruppetto. Tale scuoletta, a quanto pare costituita sul tipo del cenacolo di pochi elementi nel seno del quale si permette e si sollecita da ciascuno il suo «apport» la sua «contribution» a un continuo «libre débat», di cui quindi mai si saprà il punto d'arrivo, in sostanza si definisce colla sostituzione «borghesia-burocrazia», affermata forma moderna del capitalismo. La scuoletta si dice «marxista», ma afferma che occorre mettere in piedi la nuova teoria della «società di classe» in cui il proletariato è sfruttato e dominato dalla «burocrazia», società che si colloca tra quella del capitalismo «privato» e quella socialista, e che Marx non aveva preveduta.

Non ci siamo solo prefissi di mostrare che questo non è un miglioramento, ma abbiamo sostenuto che una simile posizione vale negazione del marxismo in tutte le sue parti integranti: economia, storia delle lotte di classe, teoria materialista della società umana.

Di più abbiamo ancora mostrato che una tale contestazione del marxismo non è davvero più potente di quelle classiche già in piedi, ma ricalca orme di posizioni antimarxiste note, e difesa di concezioni premarxiste, ossia già apparse prima del marxismo, ed oggi sostenute da quanti non sono arrivati per interesse di classe, o per impotenza, ai risultati marxisti.

Abbiamo infine adottato l'immagine che mette in parallelo la differenza tra una tale posizione e quella nostra rivoluzionaria, con quella tra la Batracomiomachia e l'Iliade, se nella prima il supposto autore Omero esprime una lotta parodistica tra il regno dei Topi e quello delle Rane in cui tutta la «teoria della prassi» è ridotta alla banalità: topo mi vedo, e posto mi scelgo nella lotta con quelli che topi sono, e contro le rane, o viceversa - e nella seconda narra dell'epica lotta tra le forze che rappresentavano due storiche forme della vita sociale umana separate da migliaia di chilometri di spazio e da millenni di tempo, come l'asiatica e la mediterranea.

Anche per i Greci e i Troiani, evidentemente, come dalla citazione che rileggemmo a quegli imprudenti millantatori di ortodossia, «non si possono giudicare tali epoche di sovversione sociale dalla coscienza che esse si formano di sé stesse», e quindi il nostro confronto è calzante anche se non crediamo col cieco cantore che la coscienza dei lottatori si riduceva a quella delle corna fatte da Paride a Menelao.

Batracomiomachia dunque, perché lotta i cui eserciti protagonisti sono artificiali e non reali, i cui fini non assurgono nemmeno all'altezza di una crociata per un cornuto, in cui le schiere non sono «dichiarate dalle contraddizioni della vita materiale e del conflitto esistente tra le forze produttive sociali ed i rapporti di produzione» ma cercate in una vuota analisi della statistica sociale, statica, immobile, metafisica; non riferita al grande trapasso mondiale da capitalismo a socialismo, in un freddo censimento di redditi e in una inchiesta da detectives privati su appropriazioni indebite, che del marxismo che pretendono correggere non hanno assimilata la prima sillaba.

Per poco rilievo che abbia quel gruppetto, il fatto, a periodica ripetizione storica, di questi conati di aggiornamento, ha grande importanza, e merita ulteriori chiarificazioni.

Ieri

Due opposte visioni
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Se riteniamo di gran peso per la formazione del partito rivoluzionario il continuo impiego del materiale di esperienza di passate lotte, sostenute nella forma di conflitti di «tendenza» e che hanno condotto a «scissioni» nel movimento, è perché in condizioni e luoghi diversi sotto diverse forme si sono reiterate volte verificate le stesse «aggressioni» al corpo integrale della dottrina rivoluzionaria, e la lunga contesa ha avuto lo stesso sbocco. Appunto seguendo un metodo storico e non scolastico, ne facciamo il bilancio in base al preciso richiamo di fatti acquisiti e sicuri, che permettono di fondarsi sui punti di arrivo di detti cicli, fornendo riprove nettamente sperimentali della giusta impostazione del marxismo originale, cristallizzato dalla storia nella sola epoca in cui la sua delineazione poteva e doveva avvenire.

Il primo dei due sistemi di vedere la società moderna risente indubbiamente della potenza di quello rivoluzionario ed eversore di tutti i tradizionali pregiudizi, ma ne copia solo certe forme, costituendone una parodia appunto, e servendo in ultima analisi solo di terreno di appoggio alle forze controrivoluzionarie. Esso sembra fare un passo oltre la corrente sociologica dell'illuminismo borghese stabilitasi appena rovinata, almeno teoricamente, la dottrina della società divisa in ordini (alla francese états, stati, ma non nel senso della parola Stato, che indica l'organismo politico di potere di un paese, e che per chiarire scriviamo in italiano con la iniziale maiuscola). La teoria dei borghesi liberali e democratici distrusse quella «forma di produzione» che erano gli ordini, impenetrabili tra loro quasi quanto le caste delle società antiche, per quasi esclusivo commercio di generazione e riproduzione. Disse: non vi saranno più nobili e plebei, ma soltanto cittadini, tutti uguali davanti alla legge, quale che sia la famiglia o la dimora ove hanno vista la luce. La prima delle due concezioni sociali cui alludiamo giunse ad una embrionale critica di questa società di eguali e negò che fosse costituita di un unico tipo di componente; la suddivise in due sezioni secondo la considerazione del fattore economico. Andando poco oltre alla millenaria distinzione tra ricco e povero «ci rubò» la parola classe, riducendola ad una finca di registro - laddove in Marx ha più potenza che la fisica generazione di energia dalla rottura nucleare della materia - e spartì l'omogeneo gruppo sociale tra lavoratori e padroni, vagamente intendendo che gli interessi dei primi erano in opposizione a quelli dei secondi.

Se è vero che gli ideologi «classici» della borghesia e della sua rivoluzione tentarono in un primo tempo di ributtare questa divisione demarcatrice tracciata in seno ai cittadini ed al popolo, non meno vero è che presto da ogni lato si riconobbe il fatto, ed il problema, facendolo oggetto di mille proposte, di cui non è certo il caso di ricordare una volta ancora la noiosa assonanza, siano esse di riformisti, di cristiansociali, di mazziniani, ecc. e poi di fascisti.

Chi dunque si limita a questo: riconoscere che nella moderna società industriale esistono le classi, e lottano tra loro in difesa dei loro interessi, non esce ormai dal campo borghese; e Marx protestò di non avere scoperto le classi né la lotta di classe.

La seconda e ben diversa veduta cui abbiamo alluso e a cui ci ricolleghiamo è quella che vede sì il divario degli interessi anche quotidiano e locale e l'antagonismo tra classe e classe, ma come espressione di un fatto più profondo e determinante, che si estende a gran parte del mondo odierno e si svolge in una vicenda di decenni e secoli: la lotta tra un nuovo modo di produzione ben definibile, quello socialista, reso ormai possibile dallo sviluppo delle forze produttive, e quello attuale capitalista difeso dalle presenti forme della produzione, della proprietà, dello Stato.

Lo scopo che la classe deve raggiungere sta «prima» della classe, prima della sua coscienza e della sua volontà, se si pensano erroneamente estese a qualunque e a tutti i membri della classe. Esso si pone perché oggi la materiale produzione dispone di risorse tecniche e scientifiche tali da potersi svolgere in rapporti ben diversi da quelli attuali, e quindi gli stessi vanno infranti. Per questo l'azione della classe è indispensabile, e nemmeno di tutta o della maggioranza della classe. Ma la conoscenza, la coscienza o la cultura non sono indispensabili, ed è non solo illusione ma tradimento «sondarle» nella classe quale oggi è: verranno dopo l'azione, anzi dopo la vittoria.

Proletari contro borghesi è formula per descrivere marxisticamente la società attuale, non formula marxista della rivoluzione. La formula giusta è comunismo contro capitalismo. Ma sono uomini che lottano tra loro! E chi lo nega? Nell'infinito intreccio storico la forma che muore e quella che nasce determinano lo schierarsi dei loro agenti e seguaci, in conflitto tra loro, ma in diversissimi gradi edotti del corso del trapasso. Non per aver fatto un corso di filosofia della storia, ma per aver assunto uno schieramento organizzativo e politico, si potrà parlare di comunisti contro capitalisti, ove tuttavia per capitalisti intendessimo non i possessori del capitale ma i fautori e difensori del sistema capitalistico.

Lassalle risorto
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La stranissima teoria che descrive una società di classe in cui da un lato vi sono i lavoratori salariati e dall'altra una burocrazia, o alta burocrazia, e il solo spartimento di redditi sta nel fatto che il plusvalore sottratto agli operai si converte in alti stipendi di funzionari statali, non solo è andata del tutto fuori dai binari rispetto al succedersi delle forme di produzione, ma anche e più indietro della visione «economistica» che si limita a distinguere nel corpo sociale gli interessi immediati dei lavoratori. Lavoratore è infatti chi ha come entrata puro salario a tempo e in denaro, borghese chi trae la sua entrata dall'attribuirsi masse di prodotti del lavoro (sia sotto forma di profitto che di interesse che di rendita). Descrittivamente almeno, i due gruppi si definiscono da ben diversi rapporti rispetto ai fattori della produzione, quale oggi è: terra, officine, merci prodotte, numerario ecc., da un lato, forza di lavoro dall'altro. Ma anche questa fredda e sterile formula cade nel definire la burocrazia. Il funzionario è pagato, poco o molto, a tempo, con uno stipendio mensile o annuo in denaro. O l'operaio della Dynamo o il commissario alla elettrificazione della U.R.S.S. vanno in galera se si appropriano del cuscinetto di un motore, o se vogliono comprare in bottega senza pagare. Ed allora che razza di società di classe?

La solidarietà tra questa cerchia fermata allo stipendio ignoto di X rubli, ossia tagliando con un arbitrario piano orizzontale la spassosa «piramide dei redditi», cavallo di battaglia di tutti i polemisti antimarxisti, non può condurre ad una solidarietà di interessi nel tenere lo Stato ed il potere se non attraverso il nascere di una società per ordini, di una nuova aristocrazia della cadrega. Si esclude forse dal proletariato il guardiano dell'officina pagato a mese sol perché non aggiunge nulla alla materia dei manufatti che escono? O il povero travet contabile che guadagna meno del capo montatore, ecc.? Mostrammo che il quantum di retribuzione non è un criterio di classe.

Non si è dunque solo al di sotto del marxismo ed in una bassa visione socialitaria, ma da borghesi moderni. Si ricade addirittura in una società preborghese, con una rete di famiglie elette annidata attorno al potere.

Non potrebbe la storia prendere una tale tournure? No, secondo noi, e per tutte le ragioni per cui siamo marxisti. Ma se taluno avanza tale possibilità e la prova col tipo sociale russo o altro, se ciò per momentanea ammissione riesce, è Marx con tutti i nostri testi che per sempre va a terra!

Siete voi dunque rinato o reincarnato, coraggioso e prestante Ferdinando Lassalle, agitatore di forza ma teorico da poco anche nel copiare, dopo che nel tragico 30 agosto 1864 vi tolse alla vostra lotta un colpo di pistola lasciatovi tirare in duello da «un pseudo principe avventuriero polacco» cui avevate sedotta la giovane fidanzata? Marx, dipinto come pieno di livore e crudele, fu talmente addolorato dalla notizia che la sua polemica ne rimase congelata. L'equilibrato Engels cercò di confortarlo:
«
Ciò non poteva accadere che a Lassalle, col bizzarro miscuglio di frivolezza e di sentimentalismo, di giudaismo e di cavalleria, che gli era assolutamente proprio!».

Poco prima, il 28 febbraio del 1863, Marx scriveva ad Engels il suo avviso su un lavoro inviatogli da Lassalle: «Rede über den Arbeiterstand» ossia «Discorso sullo Stato operaio», e meglio diremmo sull'ordine operaio. E Marx:
«
Come tu sai, non si tratta che di una cattiva volgarizzazione del «Manifesto» e di altre dottrine più volte da noi due predicate, a tal punto che esse sono divenute in qualche modo luogo comune, il bravuomo chiama, per esempio, Stato (Stand, ordine) la classe operaia (Arbeiterklasse)!».

In Italia questi titoli ci suonano nelle orecchie: Ordine nuovo, Stato operaio.

In altra lettera del 12 giugno 1863 abbiamo la critica di altri scritti di Lassalle.
«
Egli commuove quando fa sapere al tribunale le scoperte che ha attinte nella più profonda scienza e nella verità, durante veglie tremende, ossia:
che al medioevo prevaleva ovunque la proprietà fondiaria;
che nei tempi moderni è al contrario il capitale;
che all'ora attuale è invece il principio dell'ordine operaio, il lavoro, o il principio morale del lavoro

«Ma il giorno stesso che Lassalle faceva conoscere questa sua scoperta ai lavoratori, il consigliere superiore di Stato Engel la esponeva all'Accademia di musica ad un ben più colto pubblico. Tutti e due si congratularono reciprocamente e per iscritto di essere pervenuti nello stesso tempo agli stessi risultati scientifici. Lo «Stato operaio» e il «principio morale» sono bene, in effetti, conquiste la cui paternità tocca a Lassalle e al consigliere di Stato».

La «scoperta» della burocrazia classe, che Marx, tanto diffidente, non aveva saputo sospettare (!) si riconduce a questo schema. Non essendoci più borghesi, i lavoratori russi formano uno Stato, un ordine, sfruttato ed oppresso dall'opposto ordine degli alti funzionari. Il «principio morale» è violato in quanto i lauti emolumenti dei burocrati si ricavano «tosando» i salari di fabbrica. Ecco tutto. E naturalmente dopo aver scoperto questo nuovo tipo storico di società, bisogna scoprire le nuove leggi della rivoluzione.

Noi che consideriamo i lavoratori una classe, come Marx, cerchiamo gli scopi e i termini storici precisi della società nuova che uscirà dalla loro rivoluzione, e li conosciamo in tanto che ci è dato conoscere i dati materiali delle modernissime forze produttive. Ma una «rivoluzione di ordine» è un'altra cosa. Il suo metodo e il suo fine nessuno li sa, è affare «interno dell'ordine» il quale li andrà scoprendo o fissando secondo la sua «autonomia di coscienza e di volontà». Un'autonomia che non è altro che la sorellina truccata della democrazia costituzionale dei borghesi e del «principio morale» di Lassalle. Che tuttavia nel 1950 e rotti vediamo con sussiego scoprire!

Tutto in frantumi
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Ô chiaro che non metterebbe conto di inseguire questi farfalloni, se essi non si accompagnassero alla pretesa di essere l'ultimo sviluppo e moderna espressione del marxismo, anzi di essere quella presentazione del marxismo da cui dovrebbe partire la ripresa contro le degenerazioni indotte nel movimento mondiale dal predominio anche oltre frontiera della moscovita burocrazia di Stato e di partito. Più grave ancora è quando cose del genere, ed anche con maggiore confusione di termini e di tesi, sono avanzate da pretesi coerenti seguaci e continuatori delle opposizioni di sinistra che trent'anni fa presero a combattere contro i primi sintomi dell'opportunismo stalinistico.

Bisogna dunque ribattere che quelle strane posizioni (introdotte piano piano col metodo di Lassalle: copiare pagine e pagine dei testi marxisti e meglio parafrasarle malamente, poi darsi l'aria di aggiungere una complementare «scoperta» che le completa e rettifica) se per poco fossero ammesse, condurrebbero direttamente ad abolire e mettere nel nulla tutti i capitoli del marxismo.

Sembra una piccolezza dire: siamo usciti dall'era capitalistica in cui la contesa era tra grossi industriali ed operai; oggi la contesa è tra managers ossia organizzatori, dirigenti della produzione, e dipendenti manuali o intellettuali. Sia questo schema avanzato da chi apologizza una società diretta da tecnici, da un trust di cervelli, al posto di ignoranti plutocrati, sia affermato - più insidiosamente ancora - da quelli che vorrebbero farsi antesignani di una rivoluzionaria rettifica del tiro da parte della classe lavoratrice - o ex classe! - per battere non più i privati borghesi ma questo nuovo apparato mostruoso «dirigenziale», siamo andati del tutto fuori binario. Da moto di trapasso da una all'altra forma generale di produzione, come dottrina, come organizzazione, come combattimento unitario, internazionale, a ciclo unico di più e più generazioni, scendiamo ad una accidentale e locale rivolta di «sfruttati» sciocco termine di difesa del «principio morale», che si volge pari pari alla difesa contro il padrone, alla difesa dell'esecutore contro il dirigente, questa nuova forma che ha voluto rivestire il millenario Genio del Male!

Crediamo di aver mostrato nella puntata decorsa il lato economico della questione. Tutto risulta chiaro, adattato a perfezione nella terminologia e nella metodologia marxista, e pienamente previsto nel tracciato dorsale delle rivoluzioni storiche, se si vaglia la società russa di oggi alla luce del trapasso tra modi di produzione, esaminando i rapporti in cui stanno gli uomini che lavorano coi loro prodotti e col consumo di essi. Poiché siamo in piena palingenesi che attua il modo di produzione capitalista al posto di quello feudale e asiatico e di piccola produzione, e vediamo le isole di consumo locale fondersi a ritmo imponente nel mercato interno e mondiale, il lavoro in masse attuarsi la prima volta, la tecnica pianificata raggiungersi nella decima parte del tempo che è stato necessario ai capitalismi dell'ottocento, per il diverso potenziale delle nuove forme produttive disponibili tecnicamente e scientificamente, in una parola gli sparpagliati mezzi di produzione divenire capitale, è chiaro che se organismi burocratici vi sono, come vi sono, sono agenti del modo capitalista di produzione, unico ovunque e sempre.

Abbiamo a lungo e specie nel Dialogato con Stalin sviluppata questa che non è un'opinione quanto una constatazione. Quel che importa è che se invece di potere capitalista si tratta di nuovo potere, di una nuova pretesa classe come la burocrazia, senza che si sia avuto l'avvento di una forma economica, allora bisogna abbandonare la teoria che le epoche di sovversione sociale seguono ad un nuovo sviluppo delle forze produttive, e farle dipendere dallo sviluppo degli appetiti di un gruppo della società fortuitamente diverso, che intende per suo «autonomo» impulso sostituirsi al precedente. Ed in fondo è questa la costruzione premarxista e antimarxista del corso storico.

Qui il rinnegamento della dialettica storica marxista. Naturalmente poi il solito qui pro quo economico, che si trasmette da Proudhon a Lassalle a DÅhring a Sorel a Gramsci: il socialismo è la conquista al lavoratore del margine di profitto aziendale. Il socialismo, battiamo sempre, è la conquista ai lavoratori associati non in aziende ma nella società tutta internazionale, di tutto il prodotto, non quindi del plusvalore, che banalmente si dice vada ai padroni, ma invece è prelievo sociale che il capitalismo introdusse utilmente. Conquista quindi di tutto il valore, dopo di che sarà distrutto il valore, come conquistando tutto il potere sarà distrutto il potere.

Solo conquistando alla collettività tutto il prodotto sarà possibile utilizzare la aumentata produttività schiacciando il tempo di lavoro a un minimo, che di poco sarà superiore al tempo di lavoro dato per la società - oggi sopralavoro, per dover percorrere il trapasso operaio ad azienda, azienda a società, che resta lo stesso senza la persona del padrone. Senza di questo risultato parlare di coscienza e di cultura proletaria è fumisteria.

La piramide dei redditi non è una piramide ma una cuspide, finisce appuntita, pochissimi essendo i superstipendiati. Se anche i burocrati fossero un quinto dei proletari, cosa assurda, il «volume della punta» è minimo. Anche se la media volumetrica della cima della cuspide fosse il doppio del salario dei quattro quinti (il che vorrebbe dire un massimo quindici o venti volte il salario) il sopralavoro «sfruttato» (dato che proprio quegli impiegati fossero tutti adibiti a grattare ombelichi) non sarebbe che un dieci o quindici per cento di tutto il prodotto, e uccisa la burocrazia il tenore di vita salirebbe di quantità impercettibili, o il tempo di lavoro diminuirebbe di una sola ora. Proprio tanto difficile a intendere? La rivoluzione non si fa certo per «l'ultima ora di Senior» ma si fa per tutta la giornata, che vuol dire tutta la vita, cosa che i fessi chiamano libertà. Il proletariato che farà la rivoluzione per tagliare la cuspide della piramide sarà veramente il più incosciente pensabile.

In Russia l'accumulazione di capitale sociale, dovendo farsi in dieci anni contro cento dell'Occidente, non poteva non farsi con alti tempi di lavoro ed alto plusvalore; nessuna economia di transizione poteva a tanto sfuggire, e se invece di quella sola da feudalesimo a capitalismo si fosse potuto dare ingresso a quella di transizione dal capitalismo al socialismo, lo sforzo sarebbe stato ancora più smisurato. Non era possibile fronteggiarlo senza che il proletariato di Occidente prendesse in pugno il capitale superaccumulato almeno in Europa nella ostinata a non morire fase aziendale-mercantile; e questo si sa e dice in tutte lettere dal 1917.

Passino questi pretesi autori originali dell'ultima pagina del marxismo a leggere la prima, che di troppo li sovrasta. Rompano la penna pettegola e presuntuosa e chiudano il becco da saccentelli.

Oggi

Partito e classe
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Fatta giustizia di economia, storia e materialismo dialettico marxista non restava che gettarsi con uguale stile sulle questioni di azione, come organizzazione e come tattica. Qui veramente i pareri non sono uniformi e i gruppi si sciolgono e si riuniscono, si rimpastano ogni tanto, separati si fanno inchini, si consultano e scrivono sugli stessi giornali e riviste: alla fine è il reingresso della signora libertà, che messa fuori a pedate dalla storia e dalla società, rientra ancora più petulante nella «classe» e nel «partito» che del resto sono nella concezione di tutti questi signori scomparsi. Se la classe è degradata ad ordine, il partito lo è ad una consulta araldica o ad un seggio del popolo. Costoro assumono di descrivere il prossimo millennio e non si accorgono di vivere in quello delle tavole rotonde e delle corti dei miracoli.

Che percorrano la via storica a rinculoni è provato dal fatto che se divergono sulla data di morte del «partito» (che loro fa orrore in quanto vi sono, a loro dire, i Capi e i Dirigenti) tutti concordano nella tesi che il partito diventa progressivamente meno necessario alla classe. In sostanza sono gente che, grattata, rivela l'idealismo, il moralismo, l'individualismo e la santità della persona, e tutto ciò che hanno capito della faccenda russa è che una disonesta banda di assetati di dominio e di lusso ha fatto sgambetto al proletariato, col mezzo di insinuargli che aveva bisogno di questi due sinistri attrezzi: un governo ed un partito politico, per giunta centralizzati, e che hanno soffocato l'autonomia, chiodo supremo di chiunque è cresciuto nella crassa mentalità borghese superstite sotto gli atteggiamenti vuoti da refrattario... esistenziale.

Perché la tesi esatta è proprio l'opposta: sempre più la classe operaia, nel suo lungo corso storico verso la rivoluzione, ha bisogno del suo partito politico! Successivamente muoiono le prime forme di associazione, mutualista, cooperativa; sindacale (dopo la rivoluzione), aziendale, statale (soviet o simile che nasce dopo la rivoluzione e in quanto vi è la dittatura di classe): il partito in tutto questo corso si potenzia sempre più ed in un certo senso non sparisce mai, anche dopo la sparizione delle classi, poiché diviene l'organo di studio e organizzazione della lotta tra la specie umana e le condizioni naturali. Invece per costoro il partito deve perire; solo che alcuni trovano necessario sviluppare la loro consultina a partito che surroghi quelli caduti nell'opportunismo, altri (patapum!) hanno già sentenziato:
«
la nozione di partito rivoluzionario si collega ad un'epoca trascorsa della storia proletaria».

Il maestro Sartre ha introdotto in letteratura un certo vocabolo della lingua gallica; ci sia consentito di dire, in francese esistenzialista: quelle putainade!

Dal «Manifesto» a «Che fare?»
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In ogni caso quelli che timidamente parlano di partito da costruire (sempre atto di coscienza! di volontà! di concorrenza ai Fondatori che nulla hanno fondato e nulla sfondato!) gli assegnano, rispetto alla classe, non un compito di direzione, ma ohibò, di semplice orientazione!

Ricordate il buon Engels con gli anarchici del 1872?
«
Allorché sottoposi questi argomenti ai più furiosi anti-autoritari, essi non seppero rispondermi che questo: ah, ciò è vero, ma qui non si tratta di una autorità che noi diamo ai delegati, bensì di un incarico! Questi signori credono di aver cambiato le cose quando ne hanno cambiato il nome. Ecco come questi profondi pensatori si beffano del mondo».
Che il nostro Federico avesse sospettato prima di morire che nel 1953, forti delle esperienze di ottanta anni di storia, a Parigi avrebbero scoperto che non si tratta di direzione, bensì di orientazione? Se incarico è forse più imperativo di delegazione, la nuova ricetta è ancora più insulsa. Il capitano invece di dire al pilota: rotta 135 gradi! si limiterà ad urlargli: la prua a sud-est! E gli aggiornatori avranno provato alla storia l'urgenza del loro apparire.

Non certo per la prima volta commentiamo il passo del «Manifesto» che dice: i comunisti non si distinguono da tutti gli altri partiti operai che perché in ogni episodio della lotta pongono innanzi l'avvenire del movimento generale: e ciò pure avendo, alla data del 1848, proclamato doversi contrapporre al fantasma del comunismo il «Manifesto del partito». Nel 1848 ogni partito è di per sé stesso rivoluzionario, in quanto anticostituzionale (oggi dopo un secolo osano chiamarsi comunisti i partiti più sbracatamente costituzionali!) e lo Stato borghese vietava un partito che si definisse non per una opinione ma per una divisione sociale: avrebbe permesso il partito comunista stimando che il comunismo fosse puramente un credo, mai il partito operaio. Da allora stiamo spiegando che il comunismo non è un credo, ma il partito comunista è la storica manifestazione della dottrina propria di una classe ed è l'organizzazione politica di aderenti che possono provenire da qualunque classe. Dà fastidio, lo sappiamo, ai demagoghi che corteggiano stupidamente l'operaio e l'operaismo per fondarvi sopra il loro successo coll'aria borghese di non voler dirigere ma servire (il loro posto è il Rotary club dei capitani d'industria!) ma soprattutto dà fastidio supremo alla controrivoluzione.

Perfino la semplice lega sindacale era allora anticostituzionale, ed era atto rivoluzionario quello con cui la Lega dei Comunisti o la Prima Internazionale mandavano contributi a fondi di sciopero economico. Marx amava sempre ricordare che la rivoluzione giacobina vietò, come tentativo di rifare le corporazioni, i primi sindacati operai. Lettera del 30 gennaio 1865 a Engels:
«
sia detto di passaggio: la legge prussiana contro le coalizioni e così tutte le leggi continentali della stessa specie, hanno la loro origine nel decreto dell'Assemblea costituente del 14 giugno 1791 con cui i borghesi di Francia punivano severamente - per esempio, privazione dei diritti civili per un anno - tutto quanto somigli da lontano a ciò, anche ogni specie di associazione di operai, col pretesto che sarebbe un ristabilimento delle corporazioni (sciolte colla costituzione del 1789) e cosa contraria alla libertà costituzionale e ai diritti dell'uomo».

Quindi è la formula antica, per chiara ragione storica, di organizzazione operaia, quella che affascia tutti i partiti operai nell'unico movimento politico e perfino vi fa aderire insieme sindacati e circoli politici. Nella fase dal 1871 ad oggi, di moderna politica borghese, la formula laburista diviene all'opposto sempre più conservatrice e controrivoluzionaria. Mentre la formula del partito politico proletario, inteso come organo della rivoluzione e non dell'elezionismo, prevale sempre più nella corrente radicale dei marxisti e viene robustamente difesa contro il sindacalismo apolitico del primo decennio del secolo, è nelle discussioni del partito russo che viene messa a fuoco la funzione del partito. In tutta la letteratura troviamo la questione discussa come funzione della «socialdemocrazia» a causa dell'infausto nome dato al partito tedesco, sempre per influsso lassallista: leggeremo sempre partito. Marx: lettera 16 nov. 1864:
«
Ma che razza di titolo: il Socialdemocratico! Perché non chiamarlo apertamente: Il Proletario?».
Lettera 18 nov.:
«
Il Socialdemocratico! Cattivo titolo. Ma è meglio non sciupare subito i titoli migliori in possibili scacchi».

Malcapitato Lenin
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Una vera tormenta si scatena sugli «errori commessi da Lenin» in «Che fare?» ad opera di un certo, se ben ricordiamo il cognome, Chacal. Ma il senso del celebre libretto di Lenin va oltre le questioni di allora del particolare movimento russo, ove il partito marxista era sovraccaricato del compito di sostenere prima la lotta antizarista e poi quella antiborghese. Quel testo ricalca e richiama i cardini fondamentali del marxismo, e se è tutto un errore, tale è tutta la costruzione di Marx. E Lenin sostiene la sua tesi riportandosi cento volte ai testi fondamentali. Nel congresso di unificazione del 1901, come altra volta ricordammo, Lenin aveva poco parlato sul programma; solo insorse quando si propose l'emendamento: crescono il malcontento, la solidarietà, il numero e la coscienza dei proletari.
«
Sarebbe, egli disse da maestro, un peggioramento. Darebbe l'idea che lo sviluppo della coscienza è un fatto spontaneo. Ma al di fuori dell'influenza del partito, non vi è attività cosciente dei lavoratori».
Lenin avrebbe rimangiato questo? Come e dove? Ô lui che sottolinea il termine coscienza. Ed infatti l'attività è dei lavoratori, la coscienza solo del loro partito. L'attività, la prassi, è diretta e spontanea, la coscienza è riflessa, ritardata, anticipata solo nel partito, e solo quando vi è questo e questo opera la classe cessa di essere un freddo episodio da censimento e diviene forza operante nell'«epoca di sovversione», e rovescia su un mondo nemico un'azione, che possiede un fine conosciuto e voluto. Conosciuto e voluto non da individui, siano gregari o capi, soldati o generali, ma dalla impersonale collettività del partito, che copre paesi lontani, e generazioni in catena, e non è quindi patrimonio chiuso in una testa: ma nei testi sì, altra migliore tecnica non avendosi per passare al vaglio più rigido e il soldato e il generale soprattutto; mentre banalità senza fine è il contrasto immanente tra dirigente ed esecutore, ultima blague insipida d'Oltralpe.

La destra del partito russo vuole che il membro del partito venga da un gruppo operaio di professione o di fabbrica federato nel partito: i sindacati furono chiamati dai russi associazioni professionali. In senso polemico Lenin forgia la storica frase che soprattutto il partito è un'organizzazione di rivoluzionari professionali. Ad essi non si chiede: siete operaio? In quale professione? Meccanico, stagnaio, legnaiuolo? Essi possono essere così bene operai di fabbrica come studenti o magari figli di nobili; risponderanno: rivoluzionario, ecco la mia professione. Solo il cretinismo stalinista poteva dare a tale frase il senso di rivoluzionario di mestiere, di stipendiato dal partito. Tale inutile formula avrebbe lasciato il problema allo stesso punto: assumiamo impiegati dell'apparato tra gli operai, o anche fuori? Ma di ben altro si trattava.

Naturalmente questa tesi vale quest'altra: la dottrina e la coscienza del fine rivoluzionario non si vanno a cercare con una inchiesta nei proletari di fatto. Essa equivale la frase del «Manifesto» che nei momenti di rivoluzione dei disertori cambiano classe, e si affiancano agli insorti; equivale quanto Marx scrisse mille volte (Appunti su Bakunin):
«
il proletariato, nel periodo della lotta per l'abbattimento della vecchia società, agisce ancora sulle basi della vecchia società, e perciò dà al suo movimento forme che più o meno le corrispondono...».

Non sono quindi opinioni personali di Marx, Lenin e putacaso nostre le tesi organiche e continue di Che fare? Abbiamo mostrato che con Lenin, leone non ancora morto, ben si poteva nel partito discutere e enunciare dissenso, ma questo punto cruciale non è permesso spostarlo, senza andare al di là dalla barricata.

Facciamo dunque a pezzi la spontaneità e l'autonomia della coscienza di classe con le parole formidabili di lui.

La coscienza a mare
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«Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere la coscienza comunista. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall'esterno. La storia di tutti i paesi dimostra che la classe operaia, colle sue proprie forze solamente, è in grado di elaborare una coscienza soltanto tradunionista, vale a dire la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge. La dottrina del socialismo è sorta da teorie economiche e storiche che furono elaborate da rappresentanti colti delle classi possidenti».
Giovanilmente crudo, ma quanto anche oggi utile a frustar via fessi!

«(Citato da Kautsky) Parecchi dei nostri critici revisionisti immaginano che Marx abbia affermato che lo sviluppo economico e la lotta di classe non soltanto creano le condizioni della lotta socialista, ma generano anche direttamente la coscienza della sua necessità... Ô falso... Socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all'altra e non uno dall'altra... la coscienza è qualche cosa di importato nella lotta di classe dall'esterno e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente (urwüchsig)».
La lunga citazione è robusta e chiara; si intende che, ad esempio, lasci un gramsciano perplesso: ci vuole lunga preparazione dialettica per intendere come l'illusione della «autonomia spontanea di coscienza» sia del tutto controrivoluzionaria.

«Perché, domanderà il lettore, il movimento spontaneo, il movimento che segue la linea del minimo sforzo, conduce al predominio della ideologia borghese? Per questa semplice ragione, che per le sue origini l'ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, che essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione» (vedi sopra reciso, assonante passo in Marx).

«La coscienza politica di classe può essere portata all'operaio solo dall'esterno, cioè dall'esterno della lotta economica, dall'esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni (piglia e porta a casa). Il campo dal quale è soltanto possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi. Perciò alla domanda: che fare per dare agli operai delle cognizioni politiche? non ci si può limitare a rispondere: andare tra gli operai. I comunisti devono andare tra tutte le classi della popolazione, inviare in tutte le direzioni i loro distaccamenti».
Amaro farmaco, ma quanto necessario al peggiore filisteismo, quello dei «seduttori del proletariato»!

Non occorre altro per dimostrare il concatenamento inesorabile delle posizioni storiche marxiste. Non è permesso «scegliere» ove aderire e ove non aderire a dilettanti da boulevard, che è meglio volgano altrove i loro passi e ci facciano la grazia di lasciarci tutti dalla parte dei nostri intrecciati ed inveterati errori, passeggiando essi per i viali suggestivi della Verità assoluta, che volentieri loro regaliamo con altri artistici feticci, i soli di cui siano all'altezza.

Che Lenin a sua volta ricalcasse Marx lo si può vedere, oltre che dai passi di lui e di Engels su cui si poggia in molte pagine, da una lettera ancora, e che riguarda la fondazione della Prima Internazionale a Londra, 25 febbraio 1865:
«
Si aggiunge la seguente circostanza: gli operai sembrano mirare a escludere ogni uomo di lettere, il che è tuttavia assurdo perché ne abbisognano nella stampa, ma è scusabile visti i tradimenti degli uomini di lettere. D'altra parte questi sospettano di ogni movimento operaio che non cammina nel loro solco».
20 novembre 1866:
«
Al fine di fare una manifestazione contro i signori francesi - che volevano escludere tutti, all'infuori dei lavoratori manuali, prima dalla Internazionale, poi almeno dal diritto di essere eletti delegati al congresso - ieri gli Inglesi mi hanno proposto per la presidenza del Consiglio Centrale. Dichiarai che non avrei in alcun modo potuto accettare, e da mia parte proposi Odger, che venne rieletto, sebbene alcuni malgrado il mio rifiuto votassero il mio nome; Dupont del resto mi ha fornito la chiave della manovra di Tolain e Friburg. Essi vogliono nel 1869 presentarsi come candidati operai al Corpo Legislativo francese, fondandosi sul principio che solo degli operai possono rappresentare gli operai. Questi signori avevano dunque un estremo interesse a far proclamare un tale principio dal Congresso».

Dal 1866 già Marx, checché pretendiate, aveva saputo tutto sospettare. Ed anche che la lingua batte dove il dente duole. Davvero credete che siano storielle nuove ed inedite, le vostre baggianate 1953?

Linea diritta e sicura
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Negli apporti della Sinistra italiana dal 1920 sul tema «Partito e classe» vi è già esauriente risposta ai «coscientisti» e «laburisti» che dopo aver stabilito che essi nulla sanno scorgere di preciso nel «postcapitalismo» se ne vogliono rifare per illuminarsi da una specie di inchiesta Gallup nel seno dei lavoratori di fabbrica, che hanno la sensazione della sottrazione di plusvalore! Il che non toglie che a questa onnipotente coscienza mettono il solo limite di giungere a rivendicare l'abbattimento della borghesia, ma non la realizzazione della società socialista.

Mettendo insieme tutte queste frasi in libertà si può solo concludere che la borghesia essendo stata, come essi dicono, in Russia rovesciata, quel proletariato non potrà mai più essere cosciente di nulla, ed il progetto di rivoluzione antiburocratica non saprà dove puiser, da Parigi, i suoi connotati.

Il nostro teorema è esatto. Non solo nel partito soltanto è la coscienza del futuro corso e la volontà di giungere a finalità determinate, e di agire volontariamente per essa «nella data epoca storica»; e quindi insurrezione, governo, dittatura, e piano economico della classe, sono compiti del partito - bene altrove essendo le risorse tante volte da noi indicate contro la degenerazione, che in uno sbiadimento del partito e dei suoi rigidi contorni - ma deve enunciarsi il teorema: la classe è tale, in quanto ha il partito.

Ancora una frase, una sola, di Marx, che il 18 febbraio 1865 scrive a Liebknecht deplorando la eredità di Lassalle che si era illuso di un intervento del feudale governo di Bismarck contro la borghesia e per il socialismo:
«
La classe operaia è rivoluzionaria, o non è nulla».

No, una frase ancora, per l'eroicismo fuori tempo di quelli che al tempo giusto sarebbero flosci di impotenza: stavolta la parola ad Engels, nell'11 giugno 1866, quando la auspicata disfatta della Prussia sembrava svanire:
«
Se si lascia passare questa occasione senza utilizzarla, e la gente si rassegna a questo, non abbiamo che a imballare tranquillamente i nostri progetti rivoluzionari e a gettarci di nuovo sull'alta teoria».

Source: «Il Programma Comunista», n. 11, 12-26 giugno 1953

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