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LE MENZOGNE DELLA «PRAVDA»
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Le menzogne della «Pravda»
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Le menzogne della «Pravda»
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A qualche giorno dal massacro di Berlino Est, la «Pravda» pubblicava un lungo afoso articolo che con gergo ragionieristico si intitolava «Fallimento della avventura dei mercenari stranieri a Berlino».

Che la «Pravda», un tempo giornale della Rivoluzione, sia caduto da un pezzo nelle mani di esosi funzionari ingaggiati per contratto, lo si vede dalle sue inclinazioni verbali. Per costoro la rivolta di Berlino fu nient'altro che un affare andato alla malora nelle mani degli americani, un fallimento infamante. La vergogna del borghese, salumaio o banchiere, non sta nello spillar denari. Quando i conti non quadrano nei registri, e le uscite superano le entrate, le perdite i profitti, allora è il crollo, la vergogna, la suprema umiliazione di venire dichiarato pubblicamente inabile al lucro. Borghese disonorato è il borghese fallito, cioè l'imprenditore che ha sprecato il capitale senza riuscirne a ricavare un profitto. Non è un caso fortuito che l'insulto preferito dai compilatori della «Pravda», come dell'«Unità», sia appunto: fallito! Un borghese non sa offendere in altro modo il suo prossimo.

Partiti dal presupposto di comodo che la rivolta di Berlino fosse il prodotto di un ingente investimento di dollari, impiegati in spese che andavano dall'acquisto massiccio di servizi di mercenari alla stampa di volantini lanciati da aerei americani sui dimostranti e all'apprestamento di tante bottiglie piene di benzina da caricare interi autocarri, i contabili che scrivono sulla «Pravda» tiravano le somme. Cento milioni di dollari stanziati dal Congresso americano per il finanziamento di azioni sabotatrici all'interno della Russia e delle democrazie popolari, cinquanta milioni di dollari concessi addizionalmente dal Governo americano a Berlino Ovest, dopo la rivolta, un numero imprecisato di milioni occorsi per mobilitare le braccia dei «provocatori pagati», gli autocarri incendiari, gli altoparlanti, gli aerei (non si riesce a comprendere come doveva succedere che i dimostranti «prezzolati» venissero a trovarsi armati solo di sassi contro i carri armati russi quando tutti sanno che i magazzini militari americani in Germania rigurgitano di ben più efficaci armi anticarro!...) tanti milioni di dollari nella voce delle spese. Quale l'utile? Zero, gridava la «Pravda». Quasi che il fatto di vedere attribuire ai servizi segreti alleati i diritti di autore della rivolta antirussa, non costituisse un enorme vantaggio per la propaganda democratica atlantica e il prestigio degli Stati Uniti, atteggiantesi a protettore e liberatore dei popoli sottomessi a Mosca.

Andando al governo i repubblicani Eisenhower e Foster Dulles proclamarono di ripudiare la politica democratica del «contenimento» dell'avanzata russa nel mondo e annunziarono che il nuovo governo americano si orientava verso la «liberazione» dei sudditi di Mosca. Addossando agli scemi funzionari dei servizi segreti americani la «preparazione» della rivolta di Berlino, la stampa stalinista dava modo alla propaganda americana di vantare un clamoroso successo, e ciò proprio in periodo di scalogna culminato nelle lamentele elevate dalla stampa statunitense per il fiasco elettorale degli atlantici italiani. Qualcuno in U.S.A. aveva deprecato la meschinità dei risultati ottenuti in Italia nonostante la somma di tre miliardi di dollari stanziati per favorire la propaganda della Democrazia Cristiana. Le accuse di Mosca dovevano, attribuendo al dollaro addirittura il potere di spingere alla rivolta enormi masse, far risalire il prestigio del Governo americano. Gli stessi scribacchini che sulla «Pravda» e sull'«Unità» avevano schernito gli americani rinfacciando loro lo scacco elettorale di De Gasperi, dovevano nel giro di meno di una settimana rimangiarsi tutto, riconoscendo ai dollari che proprio non avevano potuto convincere all'incruento sacrificio di spostare schede, il potere miracoloso di indurre la gente a lasciarsi stritolare dai cingoli dei carri armati russi!... Il dollaro che non aveva potuto acquistare allo schieramento atlantico i voti del bracciante agricolo di Lucania (il che non significa che votando social-comunista egli abbia fatto i propri interessi) avrebbe dunque comprato la vita stessa dei rivoltosi di Berlino, mossi impavidamente contro i loro oppressori?

La verità è che Mosca ha preferito, anzi ha dovuto, fare il gioco del Governo americano e dei suoi servi, per non dover riconoscere quello che nessun governo capitalista riconoscerà mai, e cioè che la rivolta dei lavoratori scaturisce inevitabilmente sotto qualunque cielo dalla dominazione di classe. Allo stesso modo, i governi democratici atlantici imputano a intrighi e sobillazioni di agenti stranieri le agitazioni che sono suscitate dallo sfruttamento del lavoro salariato. È certo che se la rivolta fosse scoppiata nel settore americano di Berlino, anziché in quello controllato dai generali russi, sarebbero oggi il «New York Times», l'«Economist», il «Tempo» ad usare delle argomentazioni ridicole fatte proprio dalla «Pravda» e dall'«Unità».

Ma nella sporca faccenda di gettare il disonore sui coraggiosi operai di Berlino, e farne apparire l'impeto che non esitò ad affrontare i mostruosi carri armati russi come dettato da accaparratori di spie, la «Pravda» doveva persino superare la «Neues Deutschland» e l'«Unità». Normalmente, i servi zelanti sono sempre più feroci del padrone. L'eccezione segnata dalla «Pravda» si spiega col sacro timore degli uomini di governo moscoviti di tollerare la benché minima irriverenza al feticcio del lavoro a cottimo. Costoro, sulla scia dei più coscienziosi spolpatori di forza lavoro che l'Occidente capitalista ha prodotto, vegliano a perpetuare le condizioni dei lavoratori russi incatenati al cavalletto di tortura del lavoro stakhanovista. Non potevano confessare alle masse che in un settore dell'impero moscovita, proprio a Berlino Est, i lavoratori in rivolta avevano rovesciato l'idolo rifiutandosi violentemente di accettare strozzinesche maggiorazioni della giornata di lavoro. La privilegiata casta degli stakhanovisti e degli Eroi del lavoro, su cui poggia l'opportunismo collaborazionista russo, non sarebbe apparsa schierata dalla parte della culatta dei cannoni puntati sui rivoltosi di Berlino? Per considerazioni del genere, la «Pravda» ometteva, nel suo resoconto della insurrezione di Berlino degno di illustrazioni a fumetti, il particolare... insignificante della causa occasionale della violenta azione antigovernativa: la imposizione dell'aumento del rendimento del lavoro. Pure avevano dovuto ammetterlo «Neues Deutschland», l'organo del governo stalinista tedesco, e l'«Unità». Recentemente lo stesso Di Vittorio doveva ammettere, in una lettera aperta al «Tempo», che «il 16 giugno si svolse a Berlino una pacifica dimostrazione di lavoratori edili, i quali chiedevano una riduzione della 'norma' di lavoro» («Unità», 29/6). Nel numero scorso abbiamo riportati ampi passaggi dalla «Neues Deutschland» sullo stesso argomento. Solo la «Pravda» ignorava l'innegabile fatto, e gettava in pasto ai suoi lettori (ma fino a che punto costoro avranno deglutito?) un vomitorio pastone di insinuazioni e di imposture tendenti a far passare i lavoratori di Berlino insorti contro lo stalinismo per una moltitudine di lanzichenecchi mercenari.

Senza dubbio col denaro si compra anche la vita, ma quella di terzi di fronte ai mandanti assoldatori dei sicari. Scagliandosi armati solo di sassi contro i carri armati russi e non temendo di finirvi sotto, i rivoltosi di Berlino giocavano la propria vita. Si è mai vista gente che si fa pagare per suicidarsi? Solo i gangster della penna venduti alla stampa moscovita possono spacciare simili mostruosità picassiane.

Gli operai berlinesi hanno agito nelle gloriose tradizioni rivoluzionarie del proletariato tedesco e internazionale. Hanno mostrato il corso che la inarrestabile futura rivoluzione anticapitalista dovrà seguire: contro l'imperialismo capitalista di Occidente, contro la schiacciante concentrazione di potere che tende disperatamente a spostare attraverso gli oceani e i continenti il centro mondiale della conservazione borghese, da Washington a Mosca. Quando la fiammata esploderà, i cadaveri putrefatti che stampano la «Pravda» saranno già stati ridotti al riverbero in vile cenere.

Source: «Il Programma Comunista» n.13 del 1953 (Seconda parte del articolo «Al di là e al di qua della Cortina di Ferro»)

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