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PRESSIONE «RAZZIALE» DEL CONTADINAME, PRESSIONE CLASSISTA DEI POPOLI COLORATI
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Content:

Pressione «razziale» del contadiname, pressione classista dei popoli colorati
Norma del lavoro marxista
Due punti da sistemare
Parte storica e «filosofica»
Ieri
Prima di Lenin
Dialettici incontri
Il Secondo Congresso dell'IC
Che dissero le tesi
Oggi
Posizione della Sinistra
Né libertà di teoria, né di tattica
Source


Sul filo del tempo

Pressione «razziale» del contadiname, pressione classista dei popoli colorati

Norma del lavoro marxista
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Non siamo in tema di produzione e di critica estetica o letteraria, e quindi i compagni e lettori, lungi dal fermarsi sull'apprezzamento del brano, pagina o scritto, devono sempre tenere di mira la connessione tra le varie parti del lavoro svolto dal nostro piccolo movimento, nel ridisegnare su un piano unitario tutte le linee dell'edificio marxista.

Non si è intrapreso a dettare un testamento e quindi si lavora nella realtà non secondo una sistematica espositiva, ma secondo la esigenza di far fronte nei diversi punti alle fratture e alle falle che hanno debilitato il movimento rivoluzionario. Ma in ogni intervento si tiene ben di mira il legame con l'ossatura unica, da cui tutti gli altri interventi si sono diramati.

Nessuno deve, appena letto, indire nel suo foro interiore «libere elezioni», convocare nel suo ventricolo il corpo legislativo, e quindi passare al voto. Deve invece compiere ogni sforzo per «collocare» i fatti che ha visto trattati al loro posto nell'ordinato sistema della comune posizione. Non deve dare giudizi, ma eseguire la parte sua di lavoro.

Non persone o teorici o professori qui parlano, ma i fatti passati si confrontano ed urtano coi presenti e futuri, sperimentalmente vagliando i risultati di analoghi confronti svolti da circa un secolo.

Molto bene un compagno ha scritto, in una lettera a uno di quelli che credono alla cartesiana missione della critica (rispettabile strumento che ammiriamo nelle mani della borghesia; con esso ha saputo foggiare almeno cinque secoli di storia della società umana; noi già passammo ad altri utensili) le seguenti parole: «L'attuale situazione, caratterizzata dalla transitoria assenza di un movimento autonomo del proletariato, ci costringe - nel campo della nostra pratica attività - a rivendicare l'integralità dei nostri testi classici, a combatterne qualunque adulterazione, a sapere aspettare che l'inevitabile sconvolgersi delle situazioni ponga di nuovo il problema del pratico raccordarsi tra il programma e le lotte proletarie, a non sostituirci col nostro intelletto a queste lotte per risolvere problemi che centouna volte su cento ci sono insinuati dalla borghesia».

Due punti da sistemare
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Pare venuto il momento per portare l'attenzione su due punti del marxismo, di cui non certo abbiamo omesso di occuparci e che sono strettamente tra loro uniti: la questione agraria, e quella nazionale-coloniale. Ciò sarà fatto in elaborazioni scritte e in riunioni di lavoro, nel prossimo periodo, e naturalmente non senza interruzioni, parentesi e riattacchi: non siamo un ministero che distribuisca portafogli col pretesto buffonesco delle competenze speciali.

Sarà fatto naturalmente promettendo di nulla inventare e comunicare di nuovo, ma ricollegandosi al solido materiale storico a disposizione; e non per sottoporre ad emissioni di democratici pareri, ma per mostrare che quando tutti i fatti nella loro materialità sono inchiodati al loro posto, alla signora opinione resta tanta libertà, quanto alla immagine che si forma sullo schermo in omaggio alle leggi della propagazione ottica e della sensibilità luminosa.

Prevalentemente abbiamo trattato negli anni scorsi dell'economia marxista come descrizione scientifica e come programma della società del lavoro comune, due dialettici inseparabili aspetti. Questa parte nella critica marxista «suppone» una società capitalista totalmente sviluppata, e ciò per due motivi. Il primo è che la scuola nemica sostiene che tutti gli inconvenienti sociali e i motivi di disequilibrio cadrebbero, se ogni rapporto economico della società fosse di natura mercantile e salariale. Il secondo è che premendoci di definire scientificamente, nei suoi caratteri contrapposti e antitetici a quelli capitalistici, la società comunista, come punto di arrivo del corso storico e non come freddo statico quadro, non possiamo che partire da una società pre-comunista a sviluppo totale, e quindi da un supposto capitalismo totale. Marx, lo mostrammo, sceglie l'Inghilterra come miniera di raccolta di dati, ma ben sa che era ed è solo in parte tutta capitalismo, e prescinde dai dati a-capitalistici di essa (in altra sede mostrammo come Marx lo dichiari, e sottolinei tutte le forme sociali presenti in Inghilterra, magari in grado minore che altrove, ed estranee alle tre sulle quali sole egli basa il suo calcolo dimostrativo della immancabile crisi: intrapresa industriale, possesso terriero, lavoro salariato).

Tuttavia, nella parte storica, e saremmo a dire geografica, di geografia sociale, della sua opera - svolta in parallelo a quella «teoria dorsale» della pura economia capitalista - tutte quelle zone e fasi «non pure» sono portate sulla scena e trattate a fondo. Ed è tenuto conto della parte spesso di primissimo piano e peso che svolgono le superstiti classi derivanti dal precapitalismo: contadini, artigiani, piccoli mercanti, ecc., e dello svolgimento storico dei paesi ancora non entrati nello stadio capitalista e specialmente non di razza bianca, dove siamo ancora alle forme non solo feudali, ma anche schiaviste e barbare.

Parte storica e «filosofica»
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Avendo dedicato larga parte della sua opera a questo richiamo delle entità e delle leggi che regolano l'economia del capitalismo e alla discriminazione della rivendicazione comunista (oggi come ai tempi di Lenin la maggior parte delle corrette tesi è materia dimenticata e travisata, quando invece gli odierni dati storici hanno dato ad esse tutte il maggior vigore), abbiamo quindi non trascurata la «geografia delle aree di lotta di classe e di rivoluzione» e i mutamenti dei limiti di queste aree man mano che nei paesi avanzati le forme pure industriali si fanno dominanti e che la produzione e il mercato capitalista dilagano sui paesi arretrati.

Basta questo a fare intendere che, mentre la base della dottrina è l'urto tra una forma capitalistica compiuta e un proletariato coprente tutto il campo del lavoro produttivo, e il punto a cui tende l'organizzazione è una rete internazionalmente completa, per una lotta a campo mondiale, sarebbe un puro nonsenso il sostenere che le situazioni miste debbano essere puramente ignorate e che il peso delle forze sociali e degli organismi statali ad essi relativi non possa essere influente e anche decisivo per il compito e l'azione propria della classe operaia moderna.

Nello svolgere, con non pochi riferimenti alla storia e geografia delle fasi impure la teoria economica e sociale del capitalismo e del suo risolversi nel comunismo, abbiamo dato non minore sviluppo a quella che nel linguaggio corrente chiamano parte filosofica del marxismo, ossia alla nostra teoria della dinamica storica, delle cause e delle leggi dei fatti storici, risolvendo i noti problemi, causa di tante false impostazioni, sulla coscienza, la volontà, l'azione, mostrando che il determinismo economico, il materialismo storico e dialettico di Marx, che tanti ripudiano (e siamo allo scontro con costoro più che mai disposti) non possono avere altra accezione che la negazione all'individuo sia di azione preceduta da volontà e coscienza, che di influenza mediante tale azione sulle vicende della collettività, di cui la storia si occupa. E quindi, né ci ripeteremo, fu messo a fuoco una volta ancora e in modo immutabilmente e testualmente uniforme alle prime enunciazioni del metodo, la natura e la funzione del partito di classe, impersonale organo nel quale solo può parlarsi di una prassi che abbia a sostegno conoscenza dottrinale e deliberazione volontaria, dettata l'una e l'altra non da scelte illimitatamente libere, ma da direzioni prefissate e da accadimento di condizioni che è dato studiare e scoprire e saggiare, mai provocare con ricette, risorse, stratagemmi o manovre.

Da ciò si discende in pieno nel problema della tattica, ossia dei metodi di azione propri ai vari tempi e dati dello sviluppo, ed anche su questo, come su quanto prima accennato (senza che abbia certo a dirsi «de hoc satis») utile e sicuro materiale è stato allineato, risalendo quasi ad ogni passo alle indispensabili chiarificazioni di principio, per i continui pericoli che si vada fuor del seminato.

Uno dei maggiori è la conclusione - tante volte falsamente attribuita alla Sinistra Comunista per liberarsi dalle sue rampogne iniziate nel 1920 e seguite da clamorosa conferma storica - che di altro non dobbiamo occuparci che di una situazione «a due»: proletari salariati contro imprenditori capitalisti; e che il movimento ed il partito dei primi non ha nulla da vedere, dire e fare allorché sono di scena terzi personaggi. Ed allora è il caso di sviscerare ancora le questioni dei contadini e delle nazionalità, per ora con una semplice breve sintesi documentaria, che mostri come la Sinistra le ha sempre valutate bene altrimenti che col voltare il viso dall'altro lato.

Ieri

Prima di Lenin
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Nelle trattazioni diffuse anzitutto andrà mostrato quanto Marx abbia stabilito a proposito delle due grandi questioni, quella agraria e quella nazionale.

Della prima vi sono elementi fondamentali in tutta la trattazione, svolta nel III tomo del «Capitale», circa la rendita fondiaria. Al fine di esporre come nella ipotetica società capitalistica pura, e fino a quando lo stesso potere del capitale non si liberi ancora dei possessori fondiari demanializzando terra e fabbricati (il che non sarebbe ancora e per nulla socialismo) essa si formi come una frazione del plusvalore, Marx ci ha dato la teoria ed i «quadri», secondo il metodo del determinismo economico, dei tipi di società precapitalistici, in cui la economia terriera predomina in forme non ancora borghesi. E come egli oppone il suo «quadro» della produzione industriale moderna a quelli degli economisti classici e volgari, così contrappone i suoi quadri e schemi delle economie preindustriali a quelli degli economisti fisiocratici o mercantilisti.

Innumeri applicazioni storiche si hanno poi negli studi sulle lotte di classe in Francia e in Germania, dovuti a Marx e anche a Engels, e vi sono tutti gli elementi della dottrina, come poi Lenin ebbe a riordinarla contro il crasso socialismo revisionista marca Seconda Internazionale dei bonzi conservatori che si erano posti alla testa del proletariato urbano.

Quanto alla questione delle nazionalità, Marx dedicò alla stessa non minore attenzione, e oltre ad esservene trattazioni nelle parti storiche delle opere economiche, ve ne sono continui elementi nei testi della Prima Internazionale e nella sua incessante corrispondenza.

È indiscutibile che Marx non solo s'interessò, ma impegnò l'appoggio dei proletari e dei comunisti, ad esempio, alla lotta di liberazione nazionale della Polonia contro la Russia e dell'Irlanda (arretrata e agraria) contro l'Inghilterra (moderna e industriale): non meno fondamentale è l'interesse preso da Engels, che richiamammo altra volta, alle guerre di sistemazione delle nazionalità nell'Europa continentale, che precedettero quella del 1870-71.

Dialettici incontri
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In tutto ciò si deve questo intendere: in campi geografici e in fasi storiche date e ben individuate nella teoria generale del corso storico (e non che possano ad ogni pié sospinto uscire da una scatola a sorpresa) molte volte accade che l'urto di una massa di piccoli contadini contro il padronato terriero acceleri la rivoluzione borghese e la liberazione da catene tradizionali di forze produttive moderne, sola premessa della lotta e delle rivendicazioni operaie successive. Come tante altre volte accade che una analoga liberazione di forze compresse per sviluppi futuri non possa erompere se non dal successo di una guerra di indipendenza nazionale o di rivendicazione irredentista. Non solo tali situazioni vanno in dottrina riconosciute e dichiarate, ma se vi sono forze proletarie di classe già mature queste non possono che prendere posizione per quel moto, che apre lo sfocio alle forze produttive nuove. Quindi - in quei dati spazi e tempi da cui è nettamente esclusa, verbigrazia, l'Europa borghese post-1871 - si determinerà un appoggio a quei movimenti per cui è indiscutibile che si battono squisitamente le classi borghesi evolute.

In quei luoghi e periodi l'errore e il disfattismo non sono nell'allearsi con moti - insurrezionali - a base agraria o nazionale, ma è proprio nel disconoscere che si tratta di movimento e finalità democratica e capitalistica. Marx intorno al 1860 esorta i lavoratori a lottare per gli insorti di Varsavia, ma nello stesso tempo batte nel modo più feroce l'ideologia dei capi liberali, patriottici, democratici radicali di quei movimenti. Il pericolo da pesare è invece che si baratti, per valicare quel punto critico, una forza proletaria già sviluppata sul piano autonomo di classe, lasciando assorbire la dottrina e la politica della libertà nazionale fine a se stessa, e cedendo ad ammettere che essa sia sub specie aeternitatis un patrimonio, una piattaforma comune a borghesi e a proletari. Lenin quando diceva che era inevitabile favorire una forma borghese, la chiamava borghese in tutte le lettere, e non la definiva proletaria, come fanno ancora oggi (vedi il bordello delle liberazioni partigiane) i comunisti rinnegati. Si tratta di avere afferrata la dialettica, al che non si supplisce con la negazione dei fatti, delle storiche necessità dei calici che non possono passare dalle nostre labbra, il che nemmeno ad un dio poté concedersi. Ma ad ogni rivoluzionario pre-dialettico accade inconsciamente di presupporre nel proprio io cosciente e liberamente ragionante, messo fuori e contro il mondo, una immateriale briciola di santità. Non si tratta dunque di proporre ai lavoratori e ai militanti di indossare cinture di castità, ma di cogliere il senso storico della vicenda, che due volte si nega: avanti operai di Varsavia al fianco del borghese per negare il potere zarista, perché altra via non vi è offerta per negare il potere borghese. Cercate - pure essendo risultato difficile - di dare al borghese una mano, ma di non pensare, ciò malgrado, col suo cervello. Il determinismo è il gioco di miriadi di unità e di forze nel campo mondiale, non una adesione ottenuta con la colla tra azione, volontà, coscienza, pensiero di ciascuno...

Il Secondo Congresso dell'IC
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Con riserva dunque di ben tornare sui testi marxisti che danno piena ragione e misura di quanto precede, e a cui del resto abbiamo già copiosamente attinto, veniamo alla impostazione di queste due questioni alla costituzione della Internazionale di Mosca, e soprattutto nel Congresso mondiale del 1920 in cui come è noto l'estensore e il sostenitore delle tesi fu lo stesso Lenin. In questo Congresso, anteriore alla costituzione del Partito Comunista d'Italia, la corrente di sinistra espresse, dove credeva di averli, crudi dissensi ed intervenne soprattutto nella questione del parlamentarismo, avendo contro lo stesso Lenin; nella questione della scissione italiana, in accordo con Lenin, e in quella delle condizioni di ammissione che particolarmente batteva i destri di Francia e di Germania, anche qui con proposte da Lenin accettate e introdotte (il famoso 21° punto).

La questione del parlamentarismo sboccava in quella della tattica, e il dissenso su questa si rese più netto e dichiarato nel 1921, '22, '24, '26 da parte delle delegazioni italiane dell'ala sinistra dello stesso Partito Comunista, che fino al 1924 ne rappresentò l'enorme maggioranza.

Ove mai dunque i sinistri italiani avessero avuto dissensi sui temi agrario e coloniale, nulla li avrebbe trattenuti dal manifestarlo apertamente. Di ciò, se si scorrono resoconti e verbali, non vi è traccia alcuna. Vi sono invece in sedi opportune aperte prese di posizione sulle chiare tesi marxiste in materia, collimanti in pieno col nerbo della ricostruzione dottrinale e storica di Lenin.

Si ribellarono invece in pieno alle tesi suddette proprio gli elementi di destra, ossia Serrati e Graziadei. Ciò abbiamo ricordato tra l'altro nell'articolo «Oriente», in «Prometeo», n. 2, serie seconda, del febbraio 1951, dedicato al Congresso di Livorno del 1921. Tali testi dovrebbero essere noti, e quindi chiaro che nella analisi di tali punti nulla è mutato, dal 1920 al 1953 - come pare abbiano creduto taluni compagni a proposito della Conferenza di Genova, che dette del problema delle «rivoluzioni impure» un ampio scorcio storico, ma ebbe poi come diretto tema la trattazione di una economia capitalistica in pieno, quella d'America.

Tornando al 1920, appare chiaro perché alla Terza Internazionale risultarono di primo piano punti che il socialismo occidentale aveva quasi dimenticati. Nella Seconda Internazionale, affogando questa nel riformismo sindacale ed elettorale, tutta l'attenzione era riportata sulla popolazione cittadina e su quella metropolitana, poiché lì soprattutto si reclutavano elettori. Ma la preparazione formidabile del partito bolscevico e marxista russo non poteva prescindere dalla presenza, in quel campo nazionale, di forze quantitativamente molto più notevoli di quelle del proletariato industriale, e che erano già schierate anche nella aperta lotta contro il potere zarista: i contadini oppressi dalla servitù ai baroni terrieri e alla Chiesa, i popoli delle cento diverse nazionalità soggiogate dallo Stato grande-russo. Queste forze dovevano convergere e non mancarono di farlo nella rivoluzione russa, occorreva pesarle e utilizzarle e ciò malgrado volgere la rivoluzione su un piano di classe, operaio e socialista.

Non solo se la rivoluzione si fosse fermata ad essere una lotta di liberazione di piccole nazionalità e razze oppresse, e di emancipazione dei contadini servi, essa sarebbe rimasta di secoli indietro ad una rivoluzione socialista, capitanata dal proletariato russo e dalla Internazionale mondiale, ma sarebbe rimasta indietro storicamente anche rispetto ad una rivoluzione costruttrice di pieno capitalismo, di industrializzazione accelerata del paese non solo per le città ma anche per le campagne.

Non poteva dunque non porsi quel problema che - piaccia o non piaccia - è ancora attuale per paesi di importanza demografica primaria come India e Cina (per tacere del resto), del comportamento dei marxisti rivoluzionari in un campo sociale in cui si vedono schierati feudalesimo, signoria patriarcale, capitalismo estero, borghesia nazionale, contadiname povero, artigianato, e infine in dose minima e distribuzione limitata proletariato salariato.

Che dissero le tesi
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a) Agrarie. Un opuscolo poi ristampato sulla questione agraria spiegò tra i comunisti italiani il senso preciso delle tesi agrarie, per sventare la menzogna che i comunisti volessero introdurre rivoluzioni di contadini e instaurare una società basata sulla difesa della piccola coltura. Bastò la distinzione tra proprietà (criterio giuridico) e azienda (criterio tecnico-economico) per stabilire che l'indirizzo comunista è sempre per la grande gestione, anche agraria, ma che le condizioni di essa non si verificano per il solo fatto di aversi vaste terre intestate a una ditta sola (latifondo). Può esservi una proprietà immensa divisa in mille piccole gestioni (in fitto o mezzadria) come potrebbe esservi il caso opposto, se una grande gestione industriale di affittanza togliesse in fitto tante piccole limitrofe proprietà. La piccola azienda agraria è sempre socialmente passiva e deficitaria, è il polo opposto alla meta socialista, è la base dell'ideologia più reazionaria. Nulla in contrasto a questo dicono le tesi del Secondo Congresso [dell'Internazionale Comunista]. Limitiamoci ad un passo del relatore Meyer:
«
Quando deve essere spartita la grande proprietà? Una tale spartizione non può aver luogo che quando la terra è data in fitto a piccoli contadini (coloni), dunque quando l'intero possesso non è gestito da un solo padrone. Solo nel primo caso la spartizione non reca pregiudizio alla grande produzione agricola. La spartizione è possibile inoltre quando il possesso è già frazionato in tante piccole gestioni [...]. L'essenziale, in ogni caso, è di non lasciare che il grande proprietario viva sulla terra, ma che ne venga espulso».

E più oltre dice: la Commissione ha soppresso il paragrafo che diceva che sarebbe errore non intraprendere la spartizione della terra e gli ha sostituito un emendamento, che cioè deve essere mantenuto il principio della grande azienda.

Le obiezioni di Graziadei e di Serrati (nel caso del secondo, un buon organizzatore risoluto di operai cittadini, si trattava di vera incomprensione dei termini del problema) volgevano soprattutto alla tattica da usare verso i piccoli contadini proprietari. Ma ciò che le tesi dicono sul contrasto di interessi tra questi e lo Stato capitalista nel campo delle tasse, ipoteche, capitale usurario, si trova parola per parola in Marx a proposito della Francia. Graziadei a sua volta, per quanto ferrato, confuse a proposito dell'idea di scioperi comuni e organizzazioni comuni di braccianti agricoli (puri, purissimi proletari di primo rango) e piccoli proprietari: infatti Lenin aveva fatto riferimento solo al gruppo dei semiproletari, ossia contadini che hanno una schiappa di terra ma non potendoci campare vanno, essi e i familiari, a giornata altrove. Ora in questo rapporto essi hanno interessi del tutto paralleli ai giornalieri senza terra, e ben possono scioperare per migliori rapporti salariali.

b) nazional-coloniali. Che cosa dicessero le tesi nazionali lo ricordammo anche nel citato articolo Oriente. Lenin parlò brevemente per giustificare la sostituzione del termine di movimenti «democratici borghesi» nei paesi arretrati, con quello di: «nazionalisti rivoluzionari». Il secondo termine metteva avanti una insurrezione in armi indigena contro occupatori bianchi imperialisti, il primo poteva far pensare ad un blocco legalitario con locali borghesi scimmiottatori del parlamentarismo occidentale. Ma tutta la costruzione verte su di un fatto di peso storico innegabile, oggi reso più grandioso, oggi che, dopo il disfattismo degli stalinisti, danno più filo da torcere all'imperialismo di Occidente i moti nelle colonie e semicolonie che quelli proletari delle metropoli, oggi che istituti tremendamente statici come quelli terrieri e teocratici di Oriente stanno paurosamente crollando in un mareggiare di guerre civili.

L'indiano Roy presentò tesi supplementari, accolte da Lenin. Marxisticamente incontestabile è la tesi VI, con cui chiudiamo questa parte.
«
L'imperialismo straniero artificialmente imposto ai popoli d'Oriente ne ha senza dubbio frenato lo sviluppo sociale ed economico, privandoli della possibilità di attingere il grado di sviluppo invece raggiunto in Europa e in America. A causa della politica imperialistica intesa ad impedire lo sviluppo industriale nelle colonie, il proletariato indigeno in senso proprio ha cominciato ad esistere solo da poco. La sparpagliata industria domestica locale ha ceduto il campo di fronte alla concorrenza dei prodotti delle industrie centralizzate dei paesi imperialistici: l'immensa maggioranza della popolazione è perciò costretta a dedicarsi all'agricoltura o alla produzione di materie prime per l'esportazione.
D'altro lato, si può osservare una sempre più rapida e intensa concentrazione del suolo nelle mani dei grandi proprietari fondiari, del capitale finanziario e dello Stato, il che contribuisce a sua volta ad accrescere il numero dei contadini senza terra
[citiamo questo soprattutto per mostrare il nesso stretto tra problema nazionale-coloniale ed agrario]. E l'enorme maggioranza della popolazione si trova in uno stato di oppressione.
In conseguenza di questa politica, lo spirito ribelle, presente ma non completamente dispiegato nelle masse popolari, trova espressione soltanto nella classe media colta
[non dimenticate che vi parla un indiano, ed egli, come un cinese, ci può regalare più millenni di 'civiltà' e di 'cultura' di quanti noi ne possiamo regalare all'America].
La dominazione straniera frena costantemente il libero sviluppo della vita sociale. Per questo il primo passo della rivoluzione deve essere il suo abbattimento. Appoggiare la lotta per l'abbattimento della dominazione straniera nelle colonie non significa quindi far proprie le aspirazioni nazionali della borghesia indigena, ma aprire al proletariato delle colonie la via della sua emancipazione».

Il quadro era già fiammeggiante nel 1920. Ma oggi la situazione in gran parte di Asia e di Africa è al parossismo della tensione. Non è un'arricciata intellettuale di naso che permetta di ignorare forze in moto di così gigantesca potenza.

Oggi

Posizione della Sinistra
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Per quanto riguarda la questione nazionale, essa non fu trattata come tema a sé nel Congresso di Roma del 1922: lo fu però la questione agraria in apposite tesi, coerenti a quanto abbiamo detto.

Nel 1926 al Congresso di Lione, ultima manifestazione con forze imponenti (in effetti ancora allora maggioranza numerica del partito italiano, per quanto ciò non conti molto), la Sinistra propose un sistema completo di tesi, portato poi all'esecutivo allargato di Mosca, come organica manifestazione di opposizione alla scivolata in giù di tutto il Comintern, che oggi sappiamo finita in fondo all'abisso. Vi sono paragrafi sul tema agrario e su quello nazionale.

Il primo capitolo non solo ribadisce i concetti già richiamati, ma accetta in larga misura la possibilità di utilizzazione del contadino minimo proprietario nella lotta rivoluzionaria, pure mostrandone con Lenin i non pochi pericoli.

L'altro capitolo anche si basa sulla fondamentale chiarificazione di Lenin:
«
Anche prima che [nei paesi di colore] siano maturi i rapporti della moderna lotta di classe [...], si pongono delle rivendicazioni che sono risolubili solo in una lotta insurrezionale e con la sconfitta dell'imperialismo mondiale. Quando queste due condizioni si verificano in pieno, la lotta può scatenarsi nell'epoca della lotta per la rivoluzione proletaria nelle metropoli, pure assumendo localmente gli aspetti non classisti, ma di un conflitto di razza e di nazionalità».

La linea dunque è continua, e non vi è motivo di sorprese per alcuno.

Venendo al più recente lavoro, nel «Tracciato di impostazione» di «Prometeo» è detto, pur non trattandosi espressamente del punto coloniale.
«
I lavoratori di tutti i paesi non possono non combattere a fianco della borghesia per il rovesciamento degli istituti feudali [...]. Anche nelle lotte che i giovani regimi capitalistici svolgono per rintuzzare i ritorni reazionari, il proletariato non può rifiutare il proprio appoggio alla borghesia».

Questo, si capisce, va applicato alla Francia 1793 o alla Germania 1848. Ma con quale coerenza rifiutarsi di applicarlo al rivoluzionario cinese 1953, che di più batte in breccia l'imperialismo capitalista più maturo? Resta si intende il problema della giusta connessione tra una spietata lotta contro questo nella metropoli e nella colonia. A questa prospettiva di Lenin gli stalinisti hanno sostituita la vergognosa alleanza con Francesi, Inglesi e Americani, ed al loro disfattismo risale l'inefficienza e la mancata eco di disperate lotte degli oppressi e sfruttati di colore, e il tradimento di questi stessi.

Nelle tesi della Sinistra, o Piattaforma, apparse in vari dei primi numeri della stessa rivista nel 1947, fu naturalmente posta innanzi quella condizione che già era nelle tesi di Lenin, della ricostituzione unitaria del partito della rivoluzione internazionale, che oggi manca, e fu criticata, come in tutta la polemica 1920-1926, la eccessiva trasposizione delle tattiche valevoli in Russia alla situazione dei paesi di capitalismo avanzato. Ed anche ai paesi extraeuropei e coloniali, rilevando che con la Seconda Guerra Mondiale si accentua grandemente il carattere unitario della forza nemica, in tutto il mondo.

Il problema è appunto storico, e non tattico. Nelle stesse pagine è ripetuto come l'appoggio ai moti democratici e indipendentistici fosse logico in Europa nella prima metà del Novecento, sul terreno della insurrezione. Questa basilare posizione marxista resta in piedi oggi nell'Oriente, come lo era in Russia prima del 1917 (anche detto nelle tesi). Ma la nostra lotta appunto fu contro la pretesa di applicare le stesse rovinose ricette tattiche: fronte unico, penetrazione negli altri partiti, organizzazione in cellule, funzionarismo, ecc., senza distinzione ai partiti che lavoravano, poniamo, in Asia, o in Inghilterra o in America, promettendo allora risultati favolosi, non potendo più oggi celare la totale rovina di ogni energia rivoluzionaria.

Né libertà di teoria, né di tattica
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Bisogna intendersi su questo fondamentale concetto della Sinistra. L'unità sostanziale ed organica del partito, diametralmente opposta a quella formale e gerarchica degli stalinisti, deve intendersi richiesta per la dottrina, per il programma, e per la cosiddetta tattica. Se intendiamo per tattica i mezzi di azione, essi non possono che essere stabiliti dalla stessa ricerca che, in base ai dati della storia passata, ci ha condotti a stabilire le nostre rivendicazioni programmatiche finali e integrali.

I mezzi non possono variare ed essere distribuiti a piacere, in tempi successivi o peggio da distinti gruppi, senza che sia diversa la valutazione degli scopi programmatici cui si tende e del corso che vi conduce.

È ovvio che i mezzi non si scelgono per loro qualità intrinseche, se belli o brutti, dolci o amari, morbidi od aspri. Ma, con grande approssimazione, anche la previsione sul succedersi della loro scelta deve essere comune attrezzatura del partito, e non dipendere «dalle situazioni che si presentano». Qui la vecchia lotta della Sinistra. Qui anche la formula organizzativa che intanto la cosiddetta base può essere utilmente tenuta ad eseguire i movimenti indicati dal centro, in quanto il centro è legato ad una «rosa» (per dirla breve) di possibili mosse già previste in corrispondenza di non meno previste eventualità. Solo con questo legame dialettico si supera il punto scioccamente perseguito con le applicazioni di democrazia interna consultativa, che abbiamo ripetute volte dimostrate prive di senso. Sono infatti da tutte rivendicate, ma tutti sono pronti a dare spettacolo, in piccolo e in grande, di strani e incredibili colpi di forza e di scena nell'organizzazione.

Quindi nessun militante del partito comunista ricostituito potrà, in dottrina, esentarsi dal capire come diverso sia lo schieramento sociale ed il rapporto delle forze in un paese come ad esempio la Cina e in quelli del capitalismo di Occidente, e debbano attendersi diversi processi e sviluppi di lotte, nel quadro sempre più unito, per fatti della base economica, del mondo moderno.

Non potrà esentarsi dall'intendere come influisca sui rapporti delle forze, anche tra i blocchi imperiali in conflitto latente, l'utilizzazione delle spinte antimperialiste nei popoli di colore, dando luogo a ben diverse valutazioni delle conseguenze del prevalere dell'uno o dell'altro.

Non potrà esimersi dall'intendere, in tattica, che l'esaltazione dei moti coloniali anti-europei o antiamericani diviene eccessiva, come anche tuttora nella IV Internazionale, se resta separata dalla primissima condizione sempre posta in avanti dell'unità di metodo della classe proletaria mondiale e del suo partito comunista, rovinata appunto dalla libertà di tattica e dalla mania della manovra e dell'espediente, dello stratagemma e della trovata.

Allora, potrà intendere che oltre alle due forze tipo dello «schema» che teoricamente ci è utile per dimostrare con certezza matematica il crollo del capitalismo, sono sulla scena forze immense: nei paesi metropolitani le classi basse non proletarie, in tutto il resto del pianeta le razze e i popoli «arretrati» parola di cui al Secondo Congresso non si seppe tuttavia dare una definizione.

Qui dunque non è che una introduzione, documentaria sui «precedenti», alla futura trattazione del problema nelle varie utili sedi e tempi.

Occorre accorgersi che nei paesi moderni restano zone di piccoli contadini che ancora chiusi fuori dal girone mercantilistico si tramandano stimmate antiche, che il girone moderno ha cancellate in tutti gli abitatori di città, miliardari o pezzenti, e costituiscono, come Marx disse, una vera razza di barbari in un paese avanzato - avanzato nella sua orribile civiltà. Tuttavia anche questi barbari potrebbero diventare, contro essa civiltà, uno dei proiettili della rivoluzione che la deve sommergere.

Occorre accorgersi che oltremare, nei paesi gialli, neri e olivastri vivono sterminate collettività di uomini che svegliati dal fragore del macchinismo capitalista, sembrano aprire il ciclo di una loro lotta di libertà, indipendenza e patriottismo, come quella che ubriacava i nostri nonni, ma entrano invece come fattore notevole nel conflitto delle classi che la presente società reca nel suo seno, che più e più a lungo sarà soffocato, tanto più ardente divamperà nel futuro.

Source: Da «Il programma comunista» n. 14 del 1953

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