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LA CHIMERA DELL'UNIFICAZIONE ARABA ATTRAVERSO INTESE FRA GLI STATI
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La chimera dell'unificazione araba attraverso intese fra gli stati
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La chimera dell'unificazione araba attraverso intese fra gli stati
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Le ultime notizie dalla Giordania annunziano l'apertura della fase «epurativa» dopo la repressione compiuta dalle forze conservatrici coalizzate attorno a re Hussein. I tribunali speciali hanno preso a funzionare con ampi poteri, compresa la facoltà di emettere condanne a morte; nel campo di concentramento di Abdali circa trecento personalità del campo filo-nasseriano e pan-arabista attendono le sentenze dei giudici; l'esercito, la polizia e la burocrazia vengono sottoposte a un ampio repulisti, che si dice avvenga sotto la direzione personale di Hussein. Così, mentre la VI Flotta tiene sotto sorveglianza i paesi confinanti col piccolo regno hascemita, e i marines sbarcano, sia pure in veste di turisti, sulle coste libanesi, il partito di corte, appoggiato alle orde beduine e ai mercenari circassi della guardia del corpo del re, dà libero sfogo ad impulsi di vendetta a lungo covati.

All'epoca del vecchio colonialismo toccava all'occupante imperialista porre mano personalmente al capestro. Ai giorni nostri l'imperialismo è in grado di sottrarsi a tale bisogna potendo, senza occupare il territorio conteso, atterrire i ribelli e consolidare il potere dei boja locali. E' questa un'altra conferma di quanto andiamo ripetendo a proposito del processo di sostituzione del «colonialismo termonucleare» al «colonialismo storico» anglo-francese, clamorosamente battuto in breccia, davanti al Canale di Suez, dalla manovra a largo raggio di Washington. Tuttavia, guardando a ritroso gli avvenimenti di Giordania, ci si avvede che a favore di Hussein e del partito della Corte hanno giocato, oltre all'intervento finanziario e militare degli Stati Uniti, altri fattori. In realtà, la crisi giordana, che sulle prime parve dover accrescere il numero delle repubbliche medio-orientali, ha sommato in sé tutte le contraddizioni che tormentano il cosiddetto mondo arabo, prima fra tutte quella in cui si dibatte il pan-arabismo di fronte alla scelta dei mezzi per realizzare «l'unità della Nazione araba dal Golfo Persico all'Atlantico», come ama esprimersi il colonnello Nasser.

Così come stanno le cose nel Medio Oriente, l'unificazione araba resta un'utopia irraggiungibile, finché è affidata - come lo è ora - alla politica degli Stati. La contraddizione insolubile della demagogia pan-arabista consiste nel propugnare l'unità nazionale degli arabi dell'Egitto, dell'Arabia Saudita, della Giordania, dell'Iraq, della Siria, dei diversi principati del Golfo Persico e del Mar Rosso, ma nel pretendere di raggiungerla attraverso intese interstatali, mentre è chiaro che una «nazione araba», costituita in Stato unitario è concepibile solo attraverso la demolizione delle impalcature statali esistenti e la fondazione di una nuova struttura politica di tipo moderno. Caratteristica fondamentale della rivoluzione borghese è infatti il superamento del particolarismo statale proprio del feudalesimo. Ora, nella parte centrale e orientale dell'Asia - come in India e in Cina - a differenza di quanto accade in quella che gli europei conoscono sotto la denominazione impropria di Medio Oriente, il processo di centralizzazione del potere politico è in una fase molto avanzata; nel «mondo arabo» invece, ad onta dell'unità etnica e linguistica, la centralizzazione del potere politico è tuttora lontana dall'essere una realtà. Le nuove e profonde fratture inter-arabe provocate dal voltafaccia della Giordania stanno a provarlo.

L'unificazione araba, di cui si riempiono la bocca gli agitatori ossequienti al governo del Cairo, se ed in quanto resti affidata ai governi costituiti, sarebbe realizzabile ad una sola condizione, e cioè che sorgesse un... moderno Gengis Khan o un Tamerlano di razza araba capace di schiacciare con la forza delle armi le resistenze particolaristiche al pan-arabismo. Ma ciò presupporrebbe l'esistenza di un potenziale economico e quindi militare che - come prova la fuga a gambe levate dell'esercito egiziano nella campagna del Sinai - non esiste, né può obiettivamente sorgere. Conscio della sua debolezza economica e militare, il governo di Nasser ha tentato, negli scorsi mesi, di realizzare una federazione dell'Egitto con la Siria e la Giordania, da attuare nel quadro dell'alleanza che già unisce questi tre Stati e alla quale partecipa anche l'Arabia Saudita. E' noto che questa specie di NATO araba era giunta persino ad unificare il comando delle forze armate degli Stati membri. Ma i fatti di Giordania hanno mostrato a sufficienza come l'Egitto e la Siria, che restano i maggiori centri del moto pan-arabista, possano contare soltanto sulle proprie forze mentre le dinastie saudiana e hascemita, tenendo alla conservazione feudale da un lato e all'amicizia con gli Stati Uniti dall'altro, hanno aderito alla mossa del Cairo al solo scopo o di neutralizzare l'azione delle correnti filo-egiziane alimentate dai profughi palestinesi, come è il caso della Giordania, o di farsi pagare più alte royalties dalle compagnie petrolifere statunitensi, come è il caso dell'Arabia Saudita.

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Fino alla sconfitta delle forze estreme del pan-arabismo in Giordania, l'imperialismo occidentale poteva, nelle sue manovre di divisione degli arabi e di neutralizzazione dell'alleanza del Cairo, puntare soltanto sull'Iraq. Oggi, invece, non solo lo schieramento militare avversario che prende nome dal Patto di Bagdad, coalizzante Iraq, Turchia, Pakistan e Iran, e a cui aderisce la Gran Bretagna, si è rafforzato per l'ingresso degli Stati Uniti dopo il convegno anglo-americano alle Bermude dello scorso marzo; ma al suo rafforzamento ha corrisposto il grave indebolimento dell'alleanza araba in seguito al conflitto politico ora scoppiato tra l'asse il Cairo-Damasco e la Giordania. Prendendo aperta posizione a favore di re Hussein, proprio mentre questi dava la caccia ai locali esponenti del pan-arabismo, re Saud d'Arabia gettava nell'isolamento i propri alleati di Egitto e di Siria. A conti fatti, la grande contesa scoppiata nell'inverno 1955 tra il campo avverso al pan-arabismo anti-occidentale capeggiato dall'Iraq (in linea con gli interessi dell'imperialismo) e il campo propugnatore dell'unificazione araba sotto l'insegna del nazionalismo e dell'anticolonialismo, che accettava la direzione politica dell'Egitto, si conclude, almeno per il momento, in una bruciante sconfitta di quest'ultimo. Il governo di Nasser si vede ritornato al punto di partenza, cioè all'isolamento. Peggio ancora: esso maneggia armi propagandistiche spuntate, giacché le accuse mosse all'imperialismo occidentale e ad Israele presuppongono, per esercitare una presa effettiva, l'esistenza di una reale cooperazione inter-araba; e questa si è dimostrata soltanto una frase.

L'intromissione degli Stati Uniti, come di altre potenze imperialistiche, nel Medio Oriente, gioca appunto sulle scissioni profonde che dividono il «mondo» arabo. Gli arabi sono divisi: tale verità non sfugge a nessuno. Ma la causa di queste persistenti ed anzi acute divisioni politiche è solamente individuabile negli «intrighi» della diplomazia delle potenze imperialistiche, come dichiara unanimemente la stampa pan-arabista, cui fa eco quella del nazionalcomunismo internazionale, o è b vero il contrario, che cioè l'imperialismo ha buon gioco nel contrapporre gli arabi agli arabi proprio perché le scissioni che li dilaniano sono insite nella situazione del Medio Oriente?

L'organizzazione della «Nazione araba» in uno Stato unitario stendentesi dall'Iraq al Marocco, è certo - nel quadro borghese - una aspirazione rivoluzionaria. Ma il progresso industriale e la scomposizione delle compagini sociali preborghesi nelle classi che caratterizzano la società borghese (l'unificazione araba non potrebbe andare oltre tale traguardo, in assenza della rivoluzione comunista del proletariato nei paesi di compiuto capitalismo) sono fatti rivoluzionari allorché si muovono nella cornice di vecchie strutture semi-feudali; mentre l'ideologia e la politica del pan-arabismo di tipo nasseriano checché ciancino i partiti affiliati al Cremlino, lungi dall'essere rivoluzionarie rientrano nel novero delle utopie conservatrici. Lo dica o no, il pan-arabismo alla Nasser sogna di procurare agli arabi d'Africa e d'Asia quanto la Confederazione nord-americana ha procurato agli americani, l'Unione Sovietica ai russi, l'Unione Indiana agli indiani; ma non comprende, per ragioni di classe, che all'origine di tali organismi statali agirono grandiose rivoluzioni, che introdussero, o stanno introducendo, nuovi modi di produzione e nuove forme di organizzazione sociale. Ora i pan-arabisti arrabbiati del Cairo e di Damasco, che sognano un'edizione moderna del Califfato, sono rivoluzionari finché gli obiettivi del loro odio sono situati fuori dei rispettivi confini; non lo sono più appena trattano le faccende di casa loro.

L'unificazione politica del mondo arabo è possibile alla sola condizione di marciare insieme con un movimento di unificazione economica e sociale, che non può essere se non un movimento rivoluzionario. Soltanto una rivoluzione che scuota le arcaiche strutture feudali, o addirittura pre-feudali - come definire altrimenti le tribù nomadi dei beduini, salvatrici del vacillante trono di Hussein? - può segnare l'avvio alla cancellazione delle divisioni che rendono impotente la «nazione araba». Si pensi alla formidabile forza di inerzia che oppongono società come quelle vigenti in Arabia Saudita o nello Yemen o nei principati arabi del Golfo Persico, «pietrificate» in antichissime strutture sociali. Si pensi, invece, alla straordinaria evoluzione politica sociale di uno Stato non arabo del Medio Oriente, lo Stato d'Israele, dove è in atto una vera forma di «trapianto» dell'industrialismo moderno. Ma i pan-arabisti alla Nasser pretendono di cogliere i frutti della rivoluzione, sforzandosi di distruggerne perfino il seme rivoluzionario. Nessuno ignora che il Napoleone d'Egitto usa il pugno di ferro e il carcere duro per chiunque attenti, o sembri attentare, alla stabilità sociale interna dell'Egitto.

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Per concludere: due modi di unificazione del mondo arabo sono pensabili in sede teorica: la conquista militare da parte di uno Stato egemonico che cancelli le partizioni statali imperanti nei territori abitati da gente di razza e di lingua araba e una rivoluzione delle classi inferiori che, distruggendo l'ordine costituito, getti le premesse della fondazione di uno Stato unitario.

La prima alternativa è inficiata dall'assenza di uno Stato arabo militarmente forte e politicamente influente, capace di svolgere le stesse funzioni che, in altre condizioni storiche, svolsero la Prussia per la Germania e il Piemonte per l'Italia. D'altra parte, l'esistenza dei grandi blocchi imperialistici facenti capo agli Stati Uniti e alla Russia lascia agevolmente prevedere che ogni guerra inter-araba si tramuterebbe, per l'adesione diretta o indiretta, palese o sottaciuta, di taluni paesi ad un blocco e di tal'altri al blocco rivale, in una guerra coinvolgente Stati non arabi. Da quando la VI Flotta USA è accorsa nelle acque libanesi, chi ne dubiterebbe ancora?

La questione dell'unificazione araba è infatti inestricabilmente legata alla lotta mondiale per l'accaparramento delle fonti del petrolio e delle basi militari. L'imperialismo americano non può porre a repentaglio le posizioni di forza di cui gode, esso che è in grado di trattare con gli Stati arabi presi ciascuno isolatamente, se non addirittura in concorrenza con gli altri. La proclamazione della dottrina di Eisenhower non è avvenuta a caso; e il suo obiettivo primo è il mantenimento dello status quo nel Medio Oriente. Dichiarandosi contrario ad ogni misura suscettibile di «minacciare l'indipendenza e l'integrità» degli Stati arabi - sotto tale copertura di principio, il Dipartimento di Stato ha tatto accorrere la VI Flotta nelle acque del Mediterraneo orientale - l'imperialismo statunitense, che ha ereditata lo supremazia nel Medio Oriente, mirava soprattutto a sbarrare il passo al movimento pan-arabista. E, finché ci sarà la schiacciante potenza militare degli Stati Uniti a vegliare sulla conservazione di un assetto politico caratterizzato dalla divisione degli arabi in diversi Stati sovrani, ciascuno geloso della propria indipendenza e dei privilegi economici goduti per i suoi rapporti con l'imperialismo straniero; finché ogni tentativo di unificazione politica si urterà, come la progettata federazione tra Egitto, Giordania e Siria, contro l'indomabile resistenza dell'imperialismo americano, il movimento pan-arabista resterà nelle condizioni d'impotenza velleitaria che osserviamo oggi.

Manca finora, d'altra parte, la seconda prospettiva: quella di una rivoluzione sociale. Il movimento nasserista, ad onta dell'accesa demagogia dei suoi capi, non può definirsi in nessun caso un movimento rivoluzionario di massa. Esso non si è accompagnato ad alcun rivolgimento sociale, limitandosi ad innestare nella stessa struttura sociale su cui poggiava la monarchia un regime politico che differisce da quello soppiantato solo (e anche su questo ci sarebbero molte riserve da fare) negli orientamenti di politica estera, a loro volta resi possibili unicamente dall'urgere di nuovi rapporti di forza tra le grandi potenze mondiali. In altre parole, non è stata una spinta rivoluzionaria delle masse egiziane ad imporre la «nuova politica estera» che Nasser ha seguito a cominciare dal giorno della nazionalizzazione del Canale di Suez. Il colonnello Nasser e i suoi seguaci, ai quali fa eco la stampa russo-comunista, spacciano l'espropriazione degli azionisti del Canale come un aspetto della loro pretesa rivoluzione sociale. In realtà, questa non ha neppure sfiorato gli strati profondi della società egiziana, che continuano a vivere nelle maglie di ferro di rapporti produttivi arretratissimi, e non ha nemmeno espresso la prepotente volontà di ascesa di una borghesia degna di questo nome.

Solo la rivoluzione sociale - quando ne saranno maturate le premesse - potrà, demolendo vecchie strutture, sopprimere la fungaia di Stati, grossi e piccoli, che da esse traggono vita. E' a tale via che i pan-arabisti del Cairo e di Damasco voltano le spalle affidando le loro fortune politiche agli intrighi tra Stato e Stato, ma è lecito prevedere che future condizioni storiche, determinate dalla ripresa della lotta rivoluzionaria del proletariato nei paesi capitalistici, costringendo l'imperialismo sulla difensiva, permetteranno anche agli arabi di liberarsi dalla soggezione all'imperialismo da un lato e dalle sopravvivenze del particolarismo feudale dall'altro.

Source: Da «Il programma comunista» n. 10 del 1957

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