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IL TESTO DI LENIN SU «L'ESTREMISMO, MALATTÌA D'INFANZIA DEL COMUNISMO», CONDANNA DEI FUTURI RINNEGATI
VI. Chiave della «autorizzazione ai compromessi» che Lenin avrebbe data

Il testo più sfruttato e falsato da oltre quarant’anni da tutte le carogne opportuniste, e la cui impudente invocazione caratterizza e definisce la carogna

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Content:

Il testo di Lenin su «l'estremismo, mallatìa d'infanzia del comunismo», condanna dei futuri rinnegati
Premessa
I. La scena del dramma storico del 1920
II. Storia della Russia o dell' umanità?
III. Cardini del bolscevismo: centralizzazione e disciplina
IV. Corsa storica (concentrata nel tempo) del bolscevismo
V. Lotta contro i due campi antibolscevichi: riformista e anarchico

VII.Appendice sulle questioni italiane
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VI. Chiave della «autorizzazione ai compromessi» che Lenin avrebbe data

Teoria ed esperienza storica
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Un Lenin che dopo così formidabili lotte contro nemici feroci del suo paese e degli altri ha la responsabilità duplice dello stato russo e del movimento mondiale, e che si tiene sicuro che, se errori si commetteranno - il che non è evitabile - non si tratterà mai di quello di rinnegare il sistema sovietico e la dittatura del proletariato, o di ricadere nella famigerata difesa della patria, che caratterizza i complici aperti della borghesia, ha ragione, e andava ammirato quando non trovava opportuno che ci chiudessimo tutte le strade davanti alle difficoltà che il futuro poteva riservare, e non voleva che rinunziassimo a certi scioglimenti solo perché le formule esteriori non erano pure, belle, eleganti e rutilanti. Solo gli sciocchi non capiscono che per la causa del partito il militante rivoluzionario è pronto a consumare qualunque schifezza. Scegliere i metodi per motivi etici, estetici, e quindi soggettivi, di forma e non di contenuto, come egli dice e noi sempre diciamo, è cosa sciocca.

Ma sciocco non è usare la esperienza storica del movimento per stabilire se dati mezzi tattici, appunto malgrado la giusta e sana volontà di chi li adotta, non possano condurre al disastro. Questo noi sempre facemmo, e non togliemmo importanza all'esperienza di Russia pur ricordando sempre quello che Lenin qui riconosce, che gli effetti nefasti dell'ambiente liberal-democratico di occidente non avevano precedenti in Russia, dove la stessa oppressione zarista, ed è Lenin che qui lo illustra, era stata favorevole condizione.

Quelli che mal conoscono l'opera di Lenin, e cui lo sguardo non basta a misurare l'altezza della sua costruzione, pensano ingenuamente che secondo Lenin l'esperienza delle lotte russe abbia rivelato la prima volta la via della rivoluzione, e non resti che camminare su quelle orme. Ma anche da questo leninismo falsato i suoi falsi seguaci oggi decampano, perché permettono (ai loro emulati amici capitalisti) di non ricalcare più i passi di Ottobre.

La costruzione di Lenin è ben più alta, e lo abbiamo colla precedente analisi dimostrato.

La vittoria dei bolscevichi fu data dal fatto che nella esperienza della lotta le masse russe riconobbero di trovarsi sulla via che quel glorioso partito aveva tracciata. La forza del Partito russo non fu dunque affatto di essersi adattato alla via che gli avvenimenti nella loro pretesa spontaneità e imprevedibilità avevano presa. Non fu nemmeno (come ingenuamente e immediatisticamente pensava il Gramsci 1917, ancora stropicciantesi gli occhi per essere uscito dalle tenebre della difesa della patria democratica), perché avendo uomini e capi di eccezione ed eroici seppero violentare la storia e piegare gli eventi. La forza loro non fu né in una utilizzazione posticipata, né in una volontaristica deformazione di piega avversa dei tempi, ma nel più grande esempio, finora vantato dal nostro secolare movimento, di anticipazione della storia reale.

Infatti Lenin nel ricordare tutte le altre condizioni favorevoli mette, lo abbiamo visto, in prima linea la tempestiva scelta della teoria rivoluzionaria giusta, il marxismo. Quando una teoria storica è giusta? Quando traccia molto e molto tempo avanti le linee essenziali del futuro.

Lenin dunque non ha mai detto scritto o sognato che, scoperta in Russia, o inventata, una ricetta per fare la rivoluzione, si trattava di insegnarla altrui.

La teoria i bolscevichi russi l'avevano trovata proprio in occidente, anzi - abbiamo citato i passi - ve l'avevano trovata dopo mezzo secolo di ricerche, e gli avvenimenti si svolsero in modo che le altre teorie opposte, o prese a prestito anche in occidente, o formate con vari travagli nella stessa Russia, fecero bancarotta.

A questo punto viene il noto gioco sulle solite frasi. La teoria non è un dogma. La teoria, per Marx ed Engels, non è un dogma, ma una guida per l'azione. Queste indubbie accezioni presentano la posizione marxista che la teoria è ben più che una risposta scritta al perché o al come dei fatti, una spiegazione di problemi e di misteri della realtà: la teoria storica è la scoperta di una via di azione umana, attraverso la quale il mondo sociale reale viene cambiato, viene sovvertito. Ma ciò non accade perché una mente eccelsa lo abbia voluto o lo abbia proposto, bensì perché a un dato svolto la chiave degli eventi storici è stata trovata, scoperta, teorizzata. Naturalmente con questo non si sarà profetizzato il dettaglio di episodi e di congiunture particolari, ma si saranno stabilite alcune linee dorsali, alcuni principi, quali in Lenin, dichiarati mille volte, sono la insurrezione di classe, la distruzione dello stato, il nuovo stato della dittatura proletaria.

Ma non è il muoversi delle masse che dà vita alla teoria, che senza di esso sarebbe morta? Lenin che cosa vuol dire con questo? Che la teoria è un foglio bianco su cui nel futuro le masse scriveranno quello che oggi è ignoto? Lenin, e noi con lui, se tanto avesse pensato, avrebbe per dirla trivialmente chiuso bottega. Perché chi così pensa una sola bottega può aprire: quella del successo personale e dei propri affari personali. Attribuire questo a un Lenin e ai grandi bolscevichi significa ammettere che difendano partito, conquista del potere, gestione della dittatura e del terrore, per il motivo che dalle due bande accampano i carognoni: fame, anche sanguinaria, di privilegio. Ma Lenin frusta una simile genia senza pietà, usa frasi passionali come quella di capi delusi che non hanno onestà verso se stessi.

Non abbiamo bisogno di esporre questa questione in tono, appunto, dottrinario. È Lenin che ce la porge risolta nell'aureo libercolo. La lezione del moto delle masse che ha insegnato la teoria; la sola giusta, la sola che nasce in Francia o in Germania, vince in Russia; è la lezione «di tutto il secolo decimonono», delle masse che fin dal 1789 si gettavano sulla Bastiglia. Lenin legge questa teoria nelle pagine del «Manifesto» e la ritrova, disperse generazioni di falsari, tra le folle sommote del 1905 e del 1917. Ecco il rapporto fra teoria e azione delle masse, nel pensiero di Lenin, nella azione di Lenin, nella potenza della storia umana. La teoria ha per Lenin una data di nascita, in cui i suoi cardini si stabiliscono definitivi: è quella della rivoluzione francese. Ma non è la teoria borghese della rivoluzione liberale, bensì la diversa e originale teoria istituita dalla nuova classe proletaria, che Lenin rivendica formulata in tipi incandescenti da Carlo Marx.

È evidente che la traiettoria della rivoluzione russa si trova da quando si è conosciuta la traiettoria della rivoluzione francese, intesa come tipo o modello delle rivoluzioni borghesi, tra cui la prima fu l'inglese, e che non sono per questo pedissequamente identiche. Ma questa tesi va presa con dialettica, non dottrinaria ma viva, e facile, tanto che vi si fonda l'ABC nostro da un secolo e oltre. Non si tratta di quella traiettoria come l'hanno vista i borghesi, ossia dalla fallace «coscienza che la rivoluzione ha di se stessa» - Marx, «Prefazione alla Critica della Economia Politica» - ma della traiettoria quale la nostra dottrina l'ha scoperta.

La rivoluzione di Francia si ferma alla dittatura della borghesia, e falsamente afferma dì essersi fermata alla democrazia, conquista umana di tutte le classi. Il marxismo scopre che la democrazia è conquista di una classe, di quella capitalista, e annuncia la nuova rivoluzione di classe e la dittatura del proletariato, sole basi della abolizione delle classi. Con questa bandiera lotta la classe operaia per tutto il secolo decimonono nei paesi di Europa, prima e dopo la vittoria della rivoluzione liberale.

Le storiche sconfitte non tolgono che la teoria sia immedesimata nell'azione delle masse. Prima che le masse russe sferrino la battaglia vittoriosa, e grazie anche alla loro esperienza di lotta soprattutto nel 1905 (qui il fulcro dell'opera di Lenin) un partito, il bolscevico, è schierato sulla teoria giusta: Le masse non si fermano sulla democrazia che vale dittatura del capitale, ma spingono alla dittatura proletaria. Lenin stabilisce come nostro maestro che tra le due soluzioni non è una differenza di tappa, ma un abisso, che divide il mondo moderno in due campi di lotta spietata.

Chi legge con intelligenza l'«Estremismo» non ne deduce la tesi della continua elaborazione modificatrice della teoria, propria dei rinnegati di Mosca, ma la stessa nostra tesi che la teoria rivoluzionaria nasce a uno svolto della storia. Lenin pensa come noi che questo svolto non fu l'Ottobre 1917, ma il 1847, in cui la classe proletaria condensa nel suo programma storico, nel suo «Manifesto», la esperienza dell'inganno della rivoluzione borghese, la distruzione della menzogna della democrazia come conquista umana ed eterna.

Truffato contro Lenin il permesso di «adattare» la teoria per «arricchirla» coi dati di nuovi tempi (tempi di merda!); ecco l'infame punto di arrivo, la democrazia in generale, che altro non è che la democrazia borghese, risollevata a idolo della umanità, e quel che è più orrendo, del proletariato!

Popolo, masse, classe, partito
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Dove si vede bene come era compito vitale battere l'infantilismo piccolo borghese è nella difesa di Lenin (capitolo sulla Germania) contro l'attentato alla cardinale forma partito.

Questo attentato lo avevano fatto già nello stesso modo gli opportunisti di destra, i revisionisti. In Germania, in Italia, in Russia e dovunque, essi ragionavano nello stesso modo insidioso. Le masse erano messe avanti alla classe, la classe al partito. La posizione di Lenin e la nostra è la contraria.

Possiamo ammettere che Lenin trovasse eccessivo il nostro modo di affermarlo di fronte a tutto e a tutti. Ammettiamo che alla vigilia della giornata campale è grave poter perdere alcuni battaglioni, alcune divisioni, respingendo troppo brutalmente i diffidenti verso il partito; che questo possa essere eccesso di dottrinarismo. Sarebbe stato comunque eccesso di brutalità proprio contro l'infantilismo immediatista, che vede la classe agire senza l'intermediario vitale, il partito, e che - ma non nel senso geniale di Lenin - finirà nella sua vana purezza con l'intorbidare la classe nelle masse e infine le masse nel popolo. La discesa fatale di tutti gli opportunismi è questa: dal partito proletario a una miscela di strati piccolo borghesi, infine alla democrazia popolare, totalmente borghese.

Perché anche gli opportunisti della vecchia destra erano sulla stessa via. Ovunque avevano svalutata la forma partito. Le gialle confederazioni sindacali, a effettivi più folti, avevano per essi, con la loro bonzesca burocrazia, più peso della organizzazione del partito e della sua struttura politica. I parlamentari avevano più peso delle sezioni e dei militanti perché rappresentavano una massa a più larga base, ossia quella degli elettori, nella immensa maggioranza non iscritti al partito. Le bonzerie sindacali tramite i deputati del partito trattavano con il padronato e coi ministeri borghesi, si alleavano con i partiti esponenti degli strati piccolo borghesi, e questa stessa catena finiva nella soggezione all'interesse popolare, nazionale, interclassista, come oggi vediamo sotto i nostri occhi fare quelli che non si risolvono a rinnegare il nome di comunisti e... Leninisti.

Lo schema di questa gente si attaglia alla leggenda delle «giornate di luglio». Il partitone è oggi in Italia corrotto fino alla feccia, ha rovinata la preparazione delle masse e le ha svuotate di ogni energia di classe. La massa elettorale su cui poggia è interclassista, include con prevalenza sui proletari veri gli strati piccolo borghesi, e la tendenza della bonzeria di partito è di arrivare ai ceti medio borghesi e di isolare dal popolo solo una minoranza di alti prelati e di supposti capitani di monopolio. Come si potrà risalire da questo abisso: le masse, non meglio definite, e, secondo un'altra formula vuota di moda, le giovani masse, danno una lezione al partito, questo, che si dice pronto a ogni stormire di fronda a rinnovare la sua teoria, fa una revisione a sinistra, e prende pose rivoluzionarie?

Questa via non è che illusione davanti a un partito carognesco e controrivoluzionario. Ma un infantilismo 1960, peggiore di quello che pure Lenin scusava per l'orrore delle enormità dei destri di allora, meno gravi delle odierne sarebbe quello di dire: Le masse devono agire senza spirito di classe, senza preminenza dei lavoratori salariati, o con loro subordinazione a studenti, intellettuali e simili, e abolendo ogni organizzazione di partito. L'azione è tutto!

Quindi i passi che abbiamo dati largamente da Lenin: primo fattore rivoluzionario il partiro politico; sola classe rivoluzionaria quella salariata, di città e di campagna; strato subordinato alla classe la massa di lavoratori semi-proletari, il cui fisico muoversi può essere utile in una situazione più che matura, a condizione che il partito proletario sia saldo nella teoria e nella strategia. Lenin ci ha indicato le condizioni prime, disciplina e centralizzazione, e nel partito e nella classe. Partito, centralizzazione, disciplina organizzativa e classista, tutti punti che la sinistra italiana agitava dall'anteguerra, e la esitazione verso i quali definisce l'immediatismo infantilista. Non crediamo che occorra insistervi oltre.

Flessibilità o rigidità?
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Tutto il mondo contemporaneo e la sua rinculatissima letteratura vive di frasacce fatte, il che caratterizza le epoche di decadenza. Un chiodo ostinato è quello che chi si oppone agli inverosimili rinnegamenti odierni sia uno che non ha imparato da Lenin che la tattica deve essere flessibile. Non neghiamo che Lenin abbia usato il termine. Ma Lenin era rigido, quando insegnava a essere flessibili. Voleva che il partito fosse flessibile come una lama di acciaio, che è il materiale più resistente a spezzarsi. Ma questa gente che osa parlare di lui è flessibile come la ricotta, per non nominare la materia che meglio la simboleggia, ossia si deforma non per riprendere la direzione inesorabile della spada che va al cuore del nemico, ma alla maniera di uno stronzo calpesto.

Lenin non vuol fare del dottrinarismo e fa grazia dell'uso della sua potenza dottrinale: non conviene rischiare di accecare chi si vuole illuminare. Egli, con grande gioia degli intellettuali piccolo borghesi cresciuti, come in Torino, alla scuola idealista, vuole essere concreto e dà esempi pratici, e vi ci atterremo. Guai per lo stronzo che volesse essere astratto. Egli non riesce tampoco a essere concreto, nemmeno dopo anni di disseccamento. Gli americani chiamano concrete il calcestruzzo di cemento; si capisce, dopo che ha fatto presa. I concreti italiani in tanti anni non hanno fatto presa, e col tempo superano ogni limite di mollezza.

Noi bolscevichi, dice Lenin, negli anni ante-rivoluzione non siamo stati intransigenti, abbiamo fatto accordi, alleanze, compromessi coi partiti borghesi e piccolo borghesi. Ma ciò non dà il diritto di giustifica agli alleati inglesi, francesi, ecc., della borghesia al potere. Dove è dunque la distinzione tra flessibilità rivoluzionaria e smerdamento borghese? Il problema non è banale.

Anzitutto rispondemmo a Lenin che la tattica prima della caduta del regime feudale dispotico per antica norma marxista non esclude affatto il blocco del partito operaio con i partiti democratici piccolo borghesi e borghesi. Marx ed Engels, come Lenin e Trotskij insegnano, lo avevano detto nel 1848. In una tale situazione, come in questo secolo in Cina e nelle colonie, quei partiti hanno un programma e un compito insurrezionale. La soluzione che cerchiamo non è una lezione della recente storia o del secolo XX: Lenin ce la mostra già completa in Marx: se fare questo è dottrinarismo, il dottrinario era lui. Si tratta di passare compromessi con quei movimenti, ma, nel seno del nostro, di non perdere mai di vista che in uno stadio immediatamente successivo passeranno a nemici, e la nostra manovra - anche grazie a inganno, ma inganno a loro, non a noi stessi - si volgerà agilmente alla loro sconfitta e distruzione. Manovra dunque flessibile, ma che, se si omette la preparazione delle nostre file di partito, condizionata alla incessante denunzia della ideologia degli alleati transitori, si volge in nostra rovina e sconfitta.

Si può dire che si tratta di uno «schema», altra parola che è di moda deridere, ma che appunto in Marx è schema teorico perché non ancora giunto a tutto il suo sviluppo, mentre in Lenin è prassi storica, nell'Ottobre 1917 è azione reale. Questo è chiaro, ma altrettanto chiaro è che la dottrina ha preceduto l'azione, e la vittoria ha premiato la dottrina giusta. Lenin temeva che noi ragazzi deducessimo: Troviamo la dottrina giusta e fermiamoci, colle mani in tasca. Facemmo del nostro meglio per non meritare tale taccia indegna; ma una taccia ancora peggiore, mille volte peggiore, è quella di chi si è piegato, con elasticità immensa, ma piegato al disfattismo avversario.

Gli esempi di Lenin dovrebbero riferirsi a situazioni di pieno regime borghese; e parlare degli alleati e dei «compromessi» nel solo campo dei partiti «operai», che erano in quel torno di tre gradazioni: Internazionali due, due e mezzo, e tre. Questa fu soprattutto la discussione che venne dopo Lenin. I fautori del fronte unico invocarono, è vero, lui; ma non pensavano che la teoria del compromesso si sarebbe estesa un giorno (noi lo vedemmo e lo tememmo) fino ai partiti e stati borghesi e capitalistici, appena infarinati della eterna «democrazia», ossia della stessa giustificazione che le canaglie del 1914 adducevano per passare alla difesa della patria nella guerra imperialistica.

Valgano dunque gli esempi di Lenin per la tattica bolscevica sotto lo zar. Bastano a stabilire chi è che capisce Lenin; e chi è che lo rinnega.

Lenin ricorda che nel 1901-2 i bolscevichi (i socialdemocratici di allora) fecero una breve ma formale alleanza con Struve, capo del liberalismo borghese (dei famosi marxisti legali). Ma in quale modo, sotto quali condizioni? Ecco il seguito nel testo italiano:
«
Pur sapendo condurre in pari tempo, senza interruzioni, la lotta più spietata, ideologica e politica, contro il liberalismo borghese e contro le anche minime manifestazioni della sua influenza nel seno del movimento operaio». (Pag. 583.)

Si può dire qualcosa di lontanamente simile per l'atteggiamento dei comunisti francesi o italiani nei fronti di resistenza partigiana? A parte la astronomica distanza tra fascismo capitalista e zarismo feudale, nulla si è fatto nella battaglia ideologica contro radicali borghesi o democratici cristiani, e si è permesso alla loro influenza di dilagare fra proletariati che erano già avanti nelle posizioni antimassoniche e anticattoliche...

Lenin cita gli accordi nell'ante-rivoluzione dei bolscevichi coi menscevichi e coi populisti, e li giustifica coll'esempio della finale sconfitta e dispersione di tali partiti. Infine si compiace - con vera «civetteria» di polemista - del più celebre compromesso, quello dopo la rivoluzione, coi socialisti rivoluzionari di sinistra, partito contadino e piccolo borghese. Noi accettammo, egli dice, integralmente il loro programma agrario. Questo «blocco», fatto in tempo non borghese, ma addirittura dopo la conquista del potere, assicurò la maggioranza nei soviet e permise di disperdere la costituente.

Questo ultimo blocco fu rotto, ma dagli stessi social-rivoluzionari, e per la divergenza sulla accettazione del trattato di Brest-Litowsk. Gli alleati ruppero per «intransigenza» e per «odio del compromesso». Nel partito bolscevico si fu sull'orlo della scissione. Gli «esserre» tentarono la insurrezione e si dovette reprimerli. In tutta questa serie di svolte Lenin fu sempre dalla parte della linea del marxismo rivoluzionario; gli infantili non lo compresero, ma dall'Italia fummo con lui, anche quando non si avevano dirette comunicazioni.

Si trattò, dice qui Lenin addirittura, del compromesso con una intera classe non proletaria, quella dei piccoli contadini. Ma se ciò fu possibile e se i contadini mantennero il loro impegno rivoluzionario nella epica lotta ai bianchi di tutte le bande che li speravano divisi dagli operai delle città, la grandezza di Lenin fu di non aver compromessa in dottrina la teoria agraria marxista e di avere eseguito tutte le ardue manovre sempre con gli occhi fissi al traguardo finale. Fu sotto Stalin che questa direttiva possente fu invertita e tradita, e annientata sempre di più (fino alle vergogne di oggi) la egemonia del proletariato sui contadini, per dar vita alla piccolo borghese forma colcosiana. Alla flessibilità della manovra rivoluzionaria fu sostituita la vergogna delle rinunzie che hanno fatto della Russia un paese non proletario, ma governato da quei servi del capitale mondiale che sono i piccoli borghesi; e la pseudo dottrina della convivenza non esprime altro che questo tipo di compromesso, pari a quelli che la storica analisi di Lenin annovera fra quelli dei traditori.

Rivoluzione politica, evoluzione sociale
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Infinita è la sfrontatezza del sinedrio di Mosca e dei suoi satelliti nel tracciare, sempre in nome del marxismo e del leninismo, una via alla vittoria del socialismo in cui questo guadagnerebbe gli stati del blocco di ovest con una penetrazione pacifica e modellistica, imitativa, pari a quella che Lenin condannò fin dalle prime pagine qui citate per la Russia del 1920. E oggi attraverso nuovi compromessi tanto laboriosi quanto mascherati, questa assurda teoria ricompare, a quarant'anni di distanza, in quella insensata dello stato-guida a cui tutti gli altri ottanta partiti fanno un mistico e vile omaggio.

Il modello di oggi, pure avendo un lungo sviluppo in senso industriale e capitalistico, brilla soprattutto nello stesso campo della produzione industriale per decentralizzazione, mercantilismo, e ingresso sempre più spudorato nella bisca monetaria mondiale.

E questa roba si ammanta di un dottrinarismo, esso si di metallo falso, in quanto scusa i suoi trascorsi con una condanna di puro sapore stalinista al dogmatismo e al settarismo, e un'altra ancora più debosciata al revisionismo.

Che cosa è il revisionismo? È la negazione di quanto il corpus intangibile del marxismo aveva scolpito nel granito, che i tedeschi suoi depositari occultarono per quarant'anni nei loro cassetti, e che Lenin riportò al sole rivoluzionario del trionfo, come qui, in queste pagine, e riconsacrato per i secoli.

Quello storico, favoloso occultamento delle tavole della dottrina permise ai socialisti dei placidi tramonti di irridere al rivoluzionarismo infantile e piccolo borghese degli anarchici, che pretendevano che in una illusoria giornata crollasse la forma statale e la impalcatura sociale dello sfruttamento, ma che in quell'intermezzo ottocentesco erano i soli a capire che il proletariato avrebbe distrutto lo stato e fondata una società senza stato.

Lenin ridisegna la soluzione di Marx. È semplicissima. Non basterà una sola giornata, perché in effetti la struttura economica, se non si vuole la morte per inedia della società, evolve con un ritmo che può essere accelerato ma non reso istantaneo. Ma questa ragione freddamente «scientifica» non toglie che noi Partito rivoluzionario attendiamo e vogliamo la catastrofe. La giornata campale vi sarà, ma non segnerà la fine, dall'indomani, dell'economia mercantile e dello stato. In questo è fondamentale lo scioglimento della dittatura; e per questo i revisionisti, che revisionarono di Marx la profezia di catastrofe, fecero prigioniera la scoperta della dittatura proletaria, per cui già le masse di Francia, nude quasi di dottrina nel senso scolastico, avevano tre volte lottato.

L'economia avrà tutto il tempo che vorrà (tempo massimo in Russia, gridò Lenin:
«
a noi è stato più facile cominciare, a voi sarà più facile continuare»
altro che modello e guida!, ma lo stato di classe di oggi lo faremo saltare nella prima giornata: dall'indomani il nostro stato di classe dominante; la dittatura; la evoluzione economica fino al comunismo senza classi. Quanto tempo? anche cinquant'anni in Russia, dissero i grandi bolscevichi, ma dieci anni forse in Europa, se la dittatura vi vincerà. Intanto, spirerà lo stato.

Che cosa è dunque il revisionismo, uccisore del marxismo che il Leninismo resuscita? È la gradualità in economia e in politica, la visione di un decorso in cui la violenza e il terrore di classe sono stati messi fuori del novero dei personaggi della tragedia storica. E in cui la gradualità economica socialista comincia sotto lo stato capitalista.

Non è dunque revisionismo il manifesto infame di Mosca 1960? Non è gradualismo, che di nuovo trionfa su Marx e su Lenin, rinsaldandoli in una tomba storica di oblio, la prospettiva in cui, senza nemmeno altre guerre mondiali come la terza che ancora l'occhio grifagno di Giuseppe Stalin osò affissare, una specie di civile plebiscito della demografia del pianeta, tramite una lenta permeazione di esempi da accogliere e di modelli da copiare, porterà senza scosse il mentito sistema socialista a diffondersi passo passo dall'altro lato?

Come Marx e Lenin odiarono la imbelle palinodia dei pacifisti, cosi va maledetta questa; la più turpe delle visioni evolutive della vita della umanità. Se davvero la guerra la minaccia come una catastrofe, la dialettica di Marx e di Lenin che noi ci sappiamo soli a seguire indica che la sola salvezza è nella teoria della catastrofe: in cui la fiamma gloriosa della guerra civile travolge la convivente ed emulativa lega degli sfruttatori e dei traditori.

Source: Tratto da «La sinistra comunista in Italia sulla linea marxista di Lenin», ediz. «Il Programma comunista», 1964

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