LISC - Libreria Internazionale della Sinistra Comunista
[last] [home] [content] [end] [search]

ORIGINE E FUNZIONE DELLA FORMA PARTITO
If linked: [English] [French] [German] [Spanish]


Content:

Origine e funzione della forma partito
Premessa generale
Origine della forma-partito
La natura dello Stato
La via proletaria non è «entro» lo Stato
La rivoluzione e gli Stati
I Partiti del proletariato
Partito e rivoluzione
Aspro ciclo del partito mondiale
Perché il Partito non scompare mai
Rifiuto dell'anarchismo per salvare il programma
Le fasi alterne nella vita di Partito
L'ultima bufera controrivoluzionaria
Funzione della forma Partito
Le basi del Partito di domani
Notes
Source


Origine e funzione della forma partito

Premessa generale
[top] [content] [next]

La tesi centrale che vogliamo affermare ed illustrare è la seguente: Marx ha tratto i caratteri della forma Partito dalla descrizione della società comunista.

Da un punto di vista metodologico, cercheremo, nella misura del possibile, di indicare il legame con le diverse riunioni tenute in Italia. D'altra parte, alcuni punti saranno accennati, ma non studiati a fondo.

La lotta dell'embrione di proletariato durante la grande rivoluzione francese aveva indotto alcuni rivoluzionari (Varlet, Leclerc, Roux, i cosiddetti «Arrabbiati») a ritenere che la rivoluzione non si effettuasse che a vantaggio di una categoria di uomini e non fosse la liberatrice universale. Poi, ma sempre alla stessa epoca, gli «Eguali» rimisero in questione la possibilità per la rivoluzione di emancipare l'umanità, e ne proclamarono necessaria una nuova, che non fosse condotta in nome della Ragione: «chi ha la forza - dice Babeuf - ha ragione» (cfr. la critica di Marx nella «Sacra Famiglia»; ma su questo punto ritorneremo).

La teoria dell'evoluzione universale della Ragione e del suo ruolo si trova nel sistema di Hegel, che conclude l'opera dei filosofi francesi e dei rivoluzionari borghesi. Inoltre, quando il giovane Marx appare sulla scena politica, il proletariato si è accresciuto numericamente, e il suo peso nella società si è rafforzato. Appunto dall'osservazione della lotta del proletariato nasce in Marx e in Engels l'idea che la soluzione illuministica non è la vera, la reale, nel momento stesso in cui essi vedono dove la nuova soluzione si trova nella lotta della classe proletaria. Essi si rendono conto che il problema dell'emancipazione dell'umanità non può essere risolto teoricamente perché non lo si è posto praticamente, perché i borghesi ragionano in nome di un uomo astratto, nella cui categoria il proletariato non entra.

La liberazione dell'uomo dev'essere vista sul terreno pratico, e si deve considerare l'uomo reale, cioè la specie umana (cfr. le «Glosse à Feuerbach»: II, VIII, X).

Armato di questa intuizione geniale, Marx affronta la critica del sistema hegeliano. Egli aveva capito perché la dialettica camminava sulla propria testa; ora, con un entusiasmo delirante, affronta il mostro - nuovo Edipo che risolve gli enigmi. Quando le difficoltà sono eccessive, egli ritorna sul terreno pratico e butta in faccia ad Hegel quella che è la realtà - l'esistenza del proletariato. Novello Anteo, attinge forze nuove con cui sostenere la battaglia dal seno del proletariato, di cui spiega la lotta. Ogni sua critica ad Hegel si fonda sull'esistenza del proletariato e sulla sua lotta: esso è il punto di collegamento fra teoria e prassi (Cercheremo, ogni volta che sarà possibile, di sottolineare questo aspetto).

Sensibile a tutte le lotte pratiche e teoriche, Marx era al corrente delle opere di lottatori come lui: Engels, Moses Hess, i socialisti francesi, ecc. È così che, infine, si compirà questa somma, questa integrazione storica: il marxismo teoria del proletariato, teoria della specie umana. Essa apparirà in tutta la sua vigoria in piena fase eruttiva di sviluppo della società umana, la rivoluzione del 1848, col «Manifesto dei Comunisti».

Il marxismo è dunque il prodotto di tutta la storia umana; ma poteva nascere solo grazie alla lotta della classe proletaria.

Questa «non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società di cui è gravida la vecchia e cadente società borghese» («La guerra civile in Francia»).

Il nostro lavoro d'oggi consiste nel cercar di spiegare come l'intuizione geniale divenne realtà nel programma comunista; come questo programma fu proposto all'umanità per l'intermediario del proletariato; come Marx e Engels lottarono per farlo accettare dall'organizzazione proletaria (lettera di Marx a Bolte, 29 nov. 1871:
«
La storia dell'Internazionale è stata una lotta continua del Consiglio Generale contro... le sezioni nazionali»;
come trionfò nel 1871 con la Comune di Parigi, a riprova della sua necessità assoluta (La sua necessità traduce la sua verifica, la sua validità). Tutto questo noi studieremo per precisare l'origine e la funzione della forma-partito. Infine, tratteremo la questione ragionando come segue: la sola attualità che abbia una realtà è l'attualità del programma, cioè la sua necessità (Per noi il capitalismo non esiste già più: esiste solo la società comunista. Cfr. gli ultimi numeri del «Il Programma» e la trattazione alla riunione di Milano del tema seguente: La nostra teoria è la sola che possa appoggiarsi su un'azione del futuro).

Origine della forma-partito
[prev.] [content] [next]

Per capire la critica svolta da Marx della società borghese, bisogna comprendere come si è evoluta la conoscenza umana. Prescindendo dal periodo del comunismo primitivo e della sua fase di degenerazione (inizi della società divisa in classi), abbiamo tre grandi momenti:

1) conoscenza mediata da Dio; 2) conoscenza mediata dall'uomo individuale, periodo capitalista (cfr. le riunioni di Firenze, Casale e Milano). In quest'ultimo caso, tutto il problema è di sapere che cosa è l'Uomo (è inutile ricordare tutti i trattati che i filosofi borghesi consacrano all'uomo: Hume, Locke, Helvetius...). Dalla definizione astratta dell'uomo individuale, caratterizzato dalla Ragione, si passa al problema di sapere qual'è la miglior forma di società ai finì di uno sviluppo ottimo di quest'uomo; quindi, la migliore organizzazione sociale che garantisca lo sviluppo più razionale possibile dell'umanità considerata come somma aritmetica di tutti gli individui viventi in un momento dato. Infine, poiché lo spirito umano è perfettibile, bisogna educare le masse per giungere alla liberazione dell'uomo...

Conducendo a fondo la sua critica, Marx - nei «Manoscritti Parigini», nella «Critica della Filosofia dello Stato» e della «Filosofia del Diritto di Hegel» (dove il diritto è il legame fra gli individui astratti e fra questi e lo stato), e nella «Questione Ebraica», - distrugge il mostro hegeliano e giunge ad afferrare il senso reale del movimento della società umana cogliendolo nella sua totalità. L'umanità nel suo insieme tende verso il Comunismo, così definito nei «Manoscritti Parigini» (cap. Proprietà privata e comunismo.):
«
Il comunismo come snodamento positivo della proprietà privata, di questa alienazione e separazione dell'uomo da se stesso, deve dunque essere la vera appropriazione della natura umana da parte dell'uomo e per l'uomo; è quindi il ritorno dell'uomo a se stesso, ritorna totale, cosciente, che conserva tutta la ricchezza dello sviluppo anteriore. Questo comunismo, essendo un naturalismo compiuto, equivale all'umanismo, allo stesso modo che l'umanismo completo equivale al naturalismo; è la vera soluzione della disputa dell'uomo con la natura e dell'uomo con l'uomo; è li vero scioglimento del conflitto fra esistenza ed essenza, fra oggettivazione e affermazione di sé, fra libertà e necessità, fra individuo e specie. È l'enigma risolto della storia, e sa di essere questa soluzione. Perciò tutto il movimento della storia è l'atto reale della nascita del comunismo, l'atto di nascita del suo essere empirico, e insieme, per la sua coscienza pensante, il movimento compreso e saputo del suo divenire».

Abbiamo ora il terzo momento: la conoscenza mediata dall'uomo sociale, dalla specie umana. È sempre da questo punto di vista che Marx ed Engels vedranno il mondo e l'evoluzione sociale. Il problema è d'un colpo risolto. Marx mostra il fine da raggiungere, l'emancipazione dell'uomo; ne mostra il soggetto, la classe operaia, di cui quel fine è la missione storica, il programma. È quindi necessario precisare i caratteri di questa classe e il legame ch'essa ha col suo programma:
«
L'emancipazione della Germania è praticamente possibile solo mettendosi dal punto di vista della teoria la quale dichiara che l'uomo è l'essenza suprema dell'uomo» («Critica della Filosofia del Diritto di Hegel»).
L'uomo è la specie umana.
«
La testa di questa emancipazione è la filosofia; il suo cuore è il proletariato. La filosofia non può realizzarsi senza la soppressione del proletariato; il proletariato non può sopprimersi senza la realizzazione della filosofia» (ivi).
Il carattere del proletariato è di essere
«
una classe della società borghese che non è una classe della società borghese, una classe che è la dissoluzione di tutte le classi, una sfera che possiede un carattere universale a causa delle sue sofferenze universali, e non rivendica nessun particolare diritto perché nessuna particolare ingiustizia gli è stata fatta, ma l'ingiustizia per antonomasia; una sfera che non può appellarsi a nessun titolo storico ma solo a un titolo umano [ritroveremo qui la costante fondamentale del marxismo: il criterio per giudicare della verità o dell'errore è quello della specie; qui, ciò che ci interessa non è un fatto transitorio contingente, ma l'essere umano che è il mediatore di ogni conoscenza e di ogni azione]. Il proletariato non fonda la sua azione nella storia sul possesso di certi mezzi di produzione e quindi su una possibilità di liberazione parziale dell'uomo, ma sul non-possesso della natura umana, che esso vuole appropriarsi e in tal modo emancipare l'umanità]; una sfera che non è in nessuna antitesi particolare con le conseguenze, ma in un'antitesi generate con le premesse, del sistema politico tedesco; una sfera, infine, che non può emanciparsi senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società, e quindi senza emanciparle tutte; che, in una parola, è la perdita totale dell'uomo e perciò può riconquistare se stessa solo mediante la riconquista totale dell'uomo» (Opera citata: le sottolineature sono di Marx; le frasi in parentesi quadre sono nostre).

Così, la questione del divenire del proletariato è di sapere come saranno risolte le questioni delle classi, dello Stato, e dell'organizzazione della società futura. Inoltre, la borghesia tende a impedire il legame organico fra la classe e il suo programma, cerca di ridurla ad una classe di questa società e quindi di farle abbandonare il suo programma. È qui che si colloca la questione del partito.

Tutti questi problemi non furono risolti separatamente, ma in blocco. Marx ha avuto l'intuizione della società futura, e dalla conoscenza di questa procede a derivare la teoria dello stato e del partito. La conoscenza della società comunista è la base mediatrice di quella del marxismo.

Tutto il lavoro di Marx ed Engels consisterà nel descrivere questa società e difenderla contro la società borghese. L'articolo seguente, scritto nel «Pariser Vorwärts» (7 agosto 1844: pubblicato in Marx, «Un carteggio del 1843», Ed. Riuniti, Roma 1954, ma da noi rivisto sul testo tedesco), ci permetterà di dimostrarlo.

La natura dello Stato
[prev.] [content] [next]

Marx analizza anzitutto che cos'è lo Stato:
«
Dal punto di vista politico, lo Stato e l'ordinamento della società non sono due cose diverse. Lo Stato è l'ordinamento della società. Nella misura in cui lo Stato riconosce l'esistenza di disarmonie sociali [Marx parlerà in seguito di antagonismi di classe, il che è più esatto, ma indica la stessa realtà], ne ricerca le cause o in leggi naturali che nessuna forza umana può controllare [qui la critica permanente del marxismo alla pretesa dei borghesi all'eternità della loro forma di produzione], o nella vita privata che è da esso indipendente, o nell'inefficienza dell'amministrazione, che da esso dipende».
Analizza poi «i mali» della forma Stato e i rimedi invocati:
«
Infine, tutti gli Stati ricercano la causa in deficienze accidentali o intenzionali dell'amministrazione, e quindi in misure amministrative il rimedio, dei loro mali. Perché? Appunto perché l'amministrazione è l'attività organizzatrice dello Stato».
Abbiamo già, qui, la critica di quella burocrazia che alcuni ora vorrebbero presentarci come una classe a sé. Vediamo già l'interesse acuto di Marx per i problemi di definizione dei meccanismi dello Stato. È in questo senso ch'egli seguirà in modo costante e appassionato i provvedimenti presi dalla Comune di Parigi.

Perché il fenomeno burocratico scompaia, bisognerà limitare la importanza dell'amministrazione, semplificarla e, dato il suo legame con l'autorità, impedire che l'appartenenza all'amministrazione si accompagni a un privilegio.

In seguito, Marx analizza le diverse contraddizioni legate allo Stato e svolge una critica dei riformisti, cioè di coloro che vogliono guarire quei mali dello Stato che sono, per loro natura, inguaribili:
«
Il suicidio è contro natura. Perciò lo Stato non può credere all'impotenza intrinseca della sua amministrazione, cioè di se stesso. Può scorgere soltanto difetti formali, casuali, e tentare di porvi rimedio».
È qui definita in modo estremamente preciso la posizione degli stalinisti e dei vari democratici. Non contento di ciò, Marx, schernisce i suoi avversari mostrandone la impotenza:
«
Se tali modifiche sono infruttuose, ebbene, allora la infermità sociale è un'imperfezione naturale indipendente dall'uomo, una legge divina, ovvero la volontà dei privati è troppo corrotta per corrispondere ai buoni intenti dell'amministrazione! E che tipi sono questi privati! Mormorano contro il governo ogni qualvolta esso limita la libertà, e pretendono dal governo che impedisca le conseguenze necessarie di tale libertà!».
Abbiamo qui la critica degli stalinisti francesi che chiedono un potere democratico forte e, ogni qualvolta de Gaulle limita le «libertà» e quindi rafforza il potere, «mormorano»: non sono d'accordo sulla forma dello Stato.

Marx si beffa di queste illusioni mostrando che lo Stato è il potere organizzato di una classe dominante la società;
«
Infatti questa lacerazione, questa infamia, questa schiavitù della società civile sono il fondamento naturale su cui poggia lo Stato moderno, così come la società civile della schiavitù era il fondamento naturale dello Stato antico. L'esistenza dello Stato e la esistenza della schiavitù sono inseparabili».

Questa impossibilità del riformismo, Marx la spinge all'estremo criticando la posizione di A. Ruge che dichiarava:
«
Tutte le rivolte saranno soffocate finché esplodono in questo disperato isolamento degli uomini dall'ordine esistente (Gemeinwesen) (1) e del loro pensiero dai principii sociali»;
in altre parole, bisogna servirsi dello Stato esistente per realizzare l'emancipazione del proletariato se non si vuol fare naufragio - posizione che sarà ripresa da Lassalle, Proudhon, Dühring, ecc,
(2) Marx risponde analizzando, prima di tutto, che cosa furono la rivoluzione borghese e tutte le rivoluzioni:
«
Ma non scoppiano forse tutte le rivolte, senza eccezione, nel disperato isolamento dell'uomo dall'ordine esistente [Gemeinwesen]?
Non presuppone forse necessariamente, ogni rivolta, questo isolamento? La rivoluzione del 1789 sarebbe mai avvenuta senza il disperato isolamento dei cittadini francesi dall'ordine statale vigente? Essa era appunto destinata a sopprimere tale isolamento
».

La via proletaria non è «entro» lo Stato
[prev.] [content] [next]

Ma i dati della lotta del proletariato si pongono nello stesso modo? No:
«
La Gemeinwesen [l'ordine esistente] dalla quale l'operaio è isolato è di tutt'altra realtà e di ben altra estensione che la Gemeinwesen politica. L'ordine, la comunità dalla quale il suo lavoro lo separa è la vita stessa, la vita fisica e intellettuale, la moralità umana, l'attività umana, l'essere umano».
Qui la critica raggiunge la totalità, perché è radicale. Ora,
«
essere radicali significa prendere le cose alla radice, e per l'uomo la radice è l'uomo stesso» («Critica alla filosofia del diritto di Hegel»).

La miseria del proletario è di essere privato della sua natura umana. Questa critica supera il quadro ristretto di quella di Proudhon, che è un miserabilismo razionale e quindi un ragionare a vuoto sull'autentica miseria umana. I nostri stalinisti, con la loro teoria della miseria assoluta, sono i veri figli di Proudhon e di E. Sue (per il quale cfr. la critica di Marx nella «Sacra Famiglia»). La rivendicazione del proletario si manifesta nella sua volontà di riappropriarsi la sua natura umana, e Marx definisce così il programma comunista:
«
L'essere umano [la natura umana] è la vera Gemeinwesen [comunità] umana».
Ciò significa che nella società comunista non esiste più lo Stato; il principio di autorità, quello di organizzazione e quello di coordinamento fra gli uomini, sono la Specie umana. È il ritorno al comunismo primitivo, ma attraverso l'integrazione dello sviluppo intermedio (cfr. La citazione precedente sul comunismo). Un tempo la specie umana era rappresentata in forma imperfetta e parcellare, per esempio nei totem. Gli uomini si definivano in rapporto al totem secondo una partecipazione ad esso (la moira degli antichi greci); la loro esistenza individuale non aveva realtà se non in rapporto al totem; l'individuo non era separato dalla specie. Stabilitasi la società di classe, la frattura fra i due termini si manifesta, e raggiunge il massimo dell'esistenza nel proletariato. È questa miseria che Marx esprime in tutta la sua universalità:
«
Come il disperato isolamento da essa [la natura umana, l'essere umano] è infinitamente più universale, insopportabile, pauroso, contraddittorio dell'isolamento dall'ordine politico esistente, così la soppressione di questo isolamento [programma comunista] e perfino una sua parziale riduzione, una rivolta contro questo isolamento [i proletari possono acquisire una coscienza di classe solo lottando e organizzandosi in partito] ha un'ampiezza infinita, così l'uomo è egli stesso infinitamente più che il cittadino detto Stato, e la vita umana infinitamente più che la vita politica».

Un filisteo qualunque, cioè il democratico volgare secondo cui la riflessione è un semplice prodotto dell'attività della sua corteccia cerebrale, penserà che Marx abbia tratto tutto ciò unicamente dal suo cervello poderoso (per lui, la conoscenza dev'essere prodotta da una parte dell'uomo, concezione sciocca quant'altra mai). Invece no, il proletariato è la manifestazione vivente dei pensiero di Marx, dell'enunciazione dell'universalità della miseria e dunque dell'universalità della sua liberazione.

«Una rivolta industriale può essere parziale fin che si vuole; non perciò meno racchiude un'anima universale; la rivolta politica può essere universale fin che si vuole; non perciò meno essa cela sotto il suo aspetto più colossale uno spirito angusto».
(Se in questo si può forse leggere una critica del blanchismo, in ogni caso è uno schiaffo bruciante a Proudhon, le cui meschine cogitazioni scoprirono un giorno che la classe operaia non aveva capacità politica e quindi non poteva governarsi, e al suo rifiuto (come del resto a quello di tutti gli altri anarchici) di giudicare correttamente la lotta «economica» e, più tardi, la lotta sindacale. E Marx prosegue:)
«
Lo si è visto. Anche se si verifica in un solo distretto industriale, una rivoluzione sociale si colloca su un piano di totalità perché è una protesta dell'uomo contro la vita disumanizzata, perché parte dal punto di vista di ogni individuo reale, perché la Gemeinwesen [comunità, collettività] da cui esso si sforza di non essere più isolato, è la vera comunità dell'uomo, l'essere umano».

Il proletariato tende a contrapporre la sua Gemeinwesen, cioè l'essere umano, a quella del capitalista (Stato oppressore). Per giungere a realizzare tale opposizione reale, bisogna ch'egli si appropri questo essere, e non può farlo se non si organizza in partito, - partito che è appunto la rappresentazione di questo essere, la prefigurazione la cui vita è movimento per l'appropriazione di questo essere. Qui si trova espressa in modo preciso la coscienza della missione del proletariato: l'appropriazione della natura, dell'essere, umano.

La rivoluzione e gli Stati
[prev.] [content] [next]

La scoperta del movimento della società umana come movimento verso la società comunista, è concomitante a quella della riscoperta dell'uomo; è quindi la manifestazione simultanea della necessità dell'appropriazione della sua natura. Ciò definisce il programma comunista.

Per precisare il programma, Marx caratterizza poi la rivoluzione borghese:
«
L'anima politica di una rivoluzione consiste al contrario nella tendenza delle classi politicamente prive di influenza a eliminare il proprio isolamento dallo Stato e dal potere».
I borghesi possedevano, nella società feudale, dei mezzi di produzione, il che dava loro un potere che non era loro riconosciuto nello Stato. Di qui la necessità di non essere più separati dalla Gemeinwesen. Perciò la borghesia chiese lo scioglimento dei diversi «stati» (classi, ordini) perché l'esistenza di questi era l'espressione giuridica del suo allontanamento di fatto (in seguito si parlerà solo di popolo), e proclamò che tutti gli strati sociali potevano partecipare allo Stato. Ma a questo poterono partecipare soltanto coloro che possedevano (cfr. le diverse costituzioni e la loro analisi ad opera di Marx: volontà della borghesia di dare una proprietà privata a tutti - qui il suo carattere utopistico - ciò che permetteva di assicurare l'eguaglianza fra individui, ma dava anche ad ogni individuo la «coscienza di sé»).

La borghesia non ha quindi fatto che una rivoluzione essenzialmente politica.

Noi proletari non possiamo accontentarci di questa specie di rivoluzione, perché il punto di vista di questa
«
è quello stesso dello Stato esistente, dell'insieme astratto dello Stato, che esiste solo grazie alla sua separazione dalla vita reale, e che è impensabile senza l'antagonismo organizzato fra l'idea generale e l'esistenza individuale dell'uomo».
Il proletariato deve conquistare il potere, ma per farlo non deve porsi sul piano dello Stato; non deve lottare per una forma di questo, che si pretenda più progressiva, contro un'altra, come quando lotta per una frazione della borghesia contro un'altra (per la democrazia contro il fascismo, ecc.). La sua azione deve essere esterna. Per fare la rivoluzione, il proletariato deve abolire l'opposizione fra individuo e specie, che è la contraddizione sulla quale lo Stato esistente poggia (finché vi sono individui, esiste il problema della loro organizzazione nella società, e quello del rapporto fra questa organizzazione e i veri bisogni della specie). Il proletariato non deve fare una rivoluzione dall'anima politica, perché questa
«
organizza... una parte dominante delta società a spese detta società».
E, prima di passare alla caratterizzazione della rivoluzione proletaria:
«
Ogni rivoluzione dissolve la vecchia società; in questo senso è sociale. Ogni rivoluzione rovescia il vecchio potere; in questo senso è politica».

La rivoluzione borghese è una rivoluzione sociale quando dissolve l'antica società; quando rovescia il vecchio potere è politica, ma afferma il suo: rivoluzione essenzialmente politica.

Infatti, per erigere la sua organizzazione sociale, la borghesia doveva utilizzare un'organizzazione politica che doveva essere inseparabile da questa; perché? Perché i borghesi hanno fatto la rivoluzione per realizzare il tipo umano astratto: l'individuo isolato dalla natura e dalla specie; perché volevano liberare gli uomini dagli antichi vincoli feudali (dipendenza fra uomo e natura). Il problema era di definire quali sarebbero stati i legami fra gli uomini nuovi; perciò essi formularono i diritti dell'uomo, che furono realizzati solo quando la rivoluzione sfociò sul suo terreno pratico borghese, cioè quando perse la speranza di liberare effettivamente l'umanità (dopo di aver schiacciato i moti dei sanculotti; cfr. la «Sacra Famiglia»). Invece, per il marxismo l'uomo è la specie umana, l'uomo sociale che ha un legame umano con la specie e un legame umano con la natura (dominazione su questa). È evidente che lo stato del proletariato non sarà un organismo speciale retto da regole ben definite, da un diritto qualunque, ma sarà l'Essere umano.
«
Il socialismo non si può realizzare senza rivoluzione. Esso ha bisogno di questo atto politico nella misura in cui ha bisogno di distruggere e dissolvere. Ma esso si scrolla di dosso il suo involucro politico non appena ha inizio la sua attività organizzativa, non appena persegue il suo proprio fine, non appena si rivela la sua anima».
È già qui espressa tutta la teoria dei deperimento dello Stato. La rivoluzione compie un atto politico per finirla col vecchio mondo, ma, a partire da questo momento, si orienta verso l'instaurazione del regno dell'umanità sulla natura, dell'uomo sul pianeta; non ha più bisogno di una forma politica, poiché il suo problema non è di governare degli uomini; è la Specie, allora, che governa, domina, possiede. Distrutta l'antica società, la rivoluzione comunista tenderà ad affermare l'Essere umano che è la vera Gemeinwesen dell'uomo.

I Partiti del proletariato
[prev.] [content] [next]

Il lavoro ulteriore di Marx consisterà nello studiato come ciò sia realizzabile. Passerà quindi a un'analisi precisa della società e fornirà le grandi linea della trasformazione socialista: proprietà della specie, distruzione del mercantilismo, ecc. Tutto ciò sarà precisato nel «Manifesto», poi nello scritto della Comune e nell'Indirizzo. Inaugurale dell'Internazionale (questione della distruzione dello Stato borghese e delle misure per limitare il «carrierismo»).

Il partito rappresenta dunque la società futura. Non lo si può definire con regole burocratiche, ma col suo essere; e il suo essere è il suo programma: prefigurazione della società comunista della specie umana liberata e cosciente.

Corollario: la rivoluzione non è un problema di forme di organizzazione. Essa dipende dal programma. Sennonché è stato provato che la forma partito è la più atta a rappresentare il programma, a difenderlo. E qui le regole di organizzazione non sono prese a prestito dalla società borghese, ma derivano dalla visione della società futura (come dimostreremo).

L'originalità del partito, Marx l'ha tratta dalla lotta del proletariato. Questo si manifesta fin dall'inizio come una nuova Gemeinwesen; fin dall'inizio rileva il fine verso il quale tende: una società in cui non esisterà più proprietà privata, ma proprietà della Specie:
«
Il proletariato proclama subito in modo chiaro il suo antagonismo con la società della proprietà privata. La rivolta slesiana comincia proprio là dove terminano le rivolte dei lavoratori francesi e inglesi, cioè con la coscienza d'essere il proletariato. L'azione stessa reca l'impronta di questa superiorità. Non vengono soltanto distrutte le macchine, queste rivali dell'operaio, ma anche i libri commerciali, i titoli di proprietà; e mentre tutti gli altri movimenti si volgevano essenzialmente contro il padrone di fabbrica, il nemico visibile, questo movimento si volge contemporaneamente contro il banchiere, il nemico nascosto. Infine, nessun'altra rivolta di operai inglesi venne condotta con tanto coraggio, riflessione e durata. Paragonando questi stivati da gigante del proletario-fanciullo con le logore scarpe da nano della politica della borghesia tedesca, non si possono non predire per la cenerentola tedesca delle forme atletiche [ciò che si è largamente verificato; ancor oggi noi dobbiamo fondare la nostra strategia rivoluzionaria sull'azione del proletariato in questo settore del mondo: invarianza del marxismo!]. Si deve riconoscere che il proletariato tedesco è il teorico del proletariato europeo, così come il proletariato inglese ne è l'economista e il proletariato francese il politico».

In ognuno di questi tre casi, la lotta dei proletari fu una critica dei diversi aspetti dell'attività umana. La conoscenza non ci viene direttamente dai borghesi, come vorrebbero certuni: ci viene dalla lotta della nostra classe, non è una sfera particolare della nostra attività che assorbiamo passivamente dalla classe avversa; no, è qualcosa di vibrante e passionale, che il proletariato ha strappato al suo nemico di classe.

Il giovane Marx aveva infinitamente ragione di dire che le idee del comunismo,
«
che vincono la nostra intelligenza, che conquistano la nostra mentalità, alle quali la ragione ha legato la coscienza, sono delle catene delle quali non ci si può disfare, che non si possono strappare di dosso senza strappare il vostro stesso cuore; sono dei demoni che l'uomo non può vincere che sottomettendovisi». (Nell'articolo: «Il comunismo e l'Augsburger Allgemeine Zeitung» nella «Rheinische Zeitung» del 16-10-1842).

Marx ha dunque integrato i tre dati e li ha ritrasmessi al proletariato sotto forma di tesi che formano il programma comunista. Questo è nato dalla lotta, ed è una forza impersonale al disopra delle generazioni. Marx ed Engels furono il substrato di questa prima coscienza universale, e ce l'hanno trasmessa. Fin dall'inizio Marx mostra che il programma comunista non è il prodotto dell'individuo:
«
la rivoluzione - diciamo noi - sarà anonima, o non sarà affatto».

Ma questo fine, questa liberazione, è appunto ciò cui tende l'umanità intera; quindi la liberazione del proletariato è la liberazione dell' umanità (affermazione costante del marxismo).

Il programma, nato dalla lotta, non potrà essere affermato che mediante la lotta. Ecco posto il problema delle condizioni della lotta contro il capitale, il problema del legame fra i proletari e il programma, quello dell'individuazione dei periodi di rivoluzione e controrivoluzione. I proletari rivendicano la loro missione solo quando sono veramente dei senza-riserve (integrazione nella dinamica della società, nella lotta delle classi: il capitalismo può mai assicurare una riserva, una sicurezza, al proletario? Cfr. «Sacra Famiglia», Questo problema si ricollega al problema delle crisi; il commento è reso esplicito nelle «Tesi di Roma»).

Ne deriva una caratteristica importante del partito. Essendo la prefigurazione dell'Uomo e della società comunista, esso è la base mediatrice di ogni conoscenza per il proletario, cioè per l'uomo che rifiuta l'ordine borghese e accetta quello del proletariato, lotta per imporlo e, quindi, per imporre l'Essere umano. La conoscenza del partito integra quella di tutti i secoli passati (religione, arte, filosofia, scienza). Il marxismo non è dunque una pura e semplice teoria scientifica (fra le tante!): ma ingloba la scienza e si serve delle sue armi rivoluzionarie di previsione e di trasformazione per raggiungere il fine: la rivoluzione.

Il partito è un organo di previsione; se non è questo si discredita Marx ed Engels, lettera del 18-2-1865:
«
Come il partito borghese si è screditato e si è messo da sé nella pietosa situazione di oggi credendo fermamente che con l'«era nuova» il governo gli fosse piovuto dal cielo per grazia del principe reggente, così il partito operaio si screditerà ancor di più immaginandosi che, grazie all'era bismarkiana o ad una qualsiasi era prussiana, per grazia del re, le allodole gli cadano in bocca bell'e arrosto. È assolutamente fuori dubbio che la fatate illusione di Lassalle di credere in un intervento socialista del governo prussiano [cfr. la precedente critica a Ruge sull'utilizzazione dello Stato] sarà seguita da una delusione. La logica delle cose parlerà. Ma l'onore del partito operaio esige che esso respinga questi fantasmi prima che l'esperienza ne abbia mostrato l'inanità» [le sottolineatura è nostra: cfr. la nostra critica del concetto di «esperienze»].

Perché? Ed ecco la caratteristica essenziale del proletariato:
«
la classe operaia è rivoluzionaria, o non è nulla».

Partito e rivoluzione
[prev.] [content] [next]

Precisati i legami fra programma e classe, cioè fra Stato e classe, bisogna precisare come avverrà la liberazione. Risposta; mediante l'assalto rivoluzionario.

E quale carattere avrà la rivoluzione? Sarà violenta.

Scrive Engels, già nel 1842, come inviato a Londra, alla «Rheinische Zeitung», 10-12-1842, sotto il titolo «Le crisi interne»:

«L'industria, certo, arricchisce un paese, ma crea pure una classe di non-possidenti, di poveri assoluti senza alcuna riserva, che si accresce in modo tumultuoso; una classe che non può essere abolita in seguito, perché non potrà mai acquisire una proprietà stabile. Circa la metà degli inglesi appartiene a questa classe. Il minimo intoppo nel commercio toglie il pane ad una gran parte di questa classe; una grande crisi commerciale lo toglie a tutta la classe. Che cosa resterà a costoro, se non di ribellarsi, quando tali avvenimènti si producono? Per la sua massa, questa classe è ora la più potente in Inghilterra; e guai ai ricchi inglesi il giorno che ne avrà preso coscienza!
Certo, questa coscienza, per ora, essa non l'ha. Il proletariato inglese comincia soltanto ora ad avere un'idea della sua forza; è questo il frutto dell'insurrezione dell'estate scorsa. Il carattere di questa è stato completamente misconosciuto in Europa: si credeva che avrebbe assunto un carattere serio. Ma chi era sul posto sapeva che le cose non stavano così. Tutta la faccenda si basava su un'illusione. Perché alcuni industriali volevano diminuire i salari, tutti i lavoratori dell'industria del cotone, del carbone e del ferro credettero minacciata la loro situazione, come non era il caso. Gli operai che interruppero il lavoro non avevano né un obiettivo, né alcuna unità circa il modo di procedere. Di qui l'indecisione di fronte alla minima resistenza da parte delle autorità, e l'incapacità di superare il proprio rispetto della legge. Quando i cartisti si impadronirono della direzione del movimento e fecero proclamare la «Carta del Popolo» davanti alle folle popolari radunate, era troppo tardi. La sola idea direttiva che vagamente animava i lavoratori (e anche i cartisti vi si richiamavano) era quella di una rivoluzione per via legale - una contraddizione in termini, un'impossibilità pratica; e, volendo eseguirla, fallirono. Già la prima misura presa, l'arresto delle fabbriche, era violenta e illegale. L'inconsistenza di tutta la faccenda avrebbe potuto produrre fin dall'inizio lo schiacciamento della rivolta, se il governo non fosse stato anch'esso preso alla sprovvista, indeciso e senza mezzi per agire. In realtà, bastò una forza militare e poliziesca minima per tenere a bada le masse. A Manchester si sono visti migliaia di operai bloccati nelle piazze da quattro o cinque dragoni che ne impedivano l'accesso. La «rivoluzione pacifica» aveva tutto paralizzato. Così, tutto finì in breve. Il vantaggio che tuttavia ne deriva per i non-possidenti rimane acquisito: la coscienza che una rivoluzione per via pacifica è impossibile e che solo una rivoluzione violenta delle odierne condizioni innaturali, un abbattimento radicale dell'aristocrazia nobile e industriale, può migliorare la situazione dei proletari. Il rispetto della legge proprio degli inglesi li trattiene ancora dal compiere una rivoluzione violenta; ma, data la situazione suddescritta, non dovrebbe passare molto tempo prima che il proletariato tutt'intero si trovi privato del suo pane; la paura della morte per inedia sarà allora più forte del timore della legge. Questa rivoluzione è inevitabile per l'Inghilterra; come tutto ciò che avviene in Inghilterra essa non comincerà e non si compirà per i principii, ma per gli interessi; solo da questi interessi potranno svilupparsi i principii; cioè la rivoluzione non sarà politica, ma sociale
».

Bisogna dunque educare le masse, per organizzare la rivoluzione? Ed ecco la risposta di Engels ne «La Sacra Famiglia», cap. IV; II (nota marginale critica), nel 1844-45:
«
È vero che nel suo movimento economico la proprietà privata si avvia verso la sua dissoluzione, ma non lo fa che attraverso un'evoluzione indipendente da lei, inconscia, realizzantesi contro la sua volontà, prodotta dalla natura delle cose, unicamente perché essa genera il proletariato in quanto proletariato, la miseria consapevole della propria miseria intellettuale e fisica, la disumanizzazione che è cosciente della propria disumanizzazione e quindi si autosopprime. Il proletariato esegue la sentenza che la proprietà privata pronuncia contro se stessa generando il proletariato, così come esegue la sentenza che il lavoro salariato pronuncia contro se stesso generando la ricchezza altrui e la miseria propria.
Quando il proletariato vincerà, non diventerà per questo la parte assoluta della società, perché vincerà solo in quanto sopprimerà se stesso e il suo contrario, e allora tanto il proletariato quanto il suo contrario che la condiziona, la proprietà privata, saranno spariti. «Se gli autori socialisti attribuiscono al proletariato questo ruolo storico mondiale, non è, come pretende di credere la Critica Critica, perché considerino i proletari degli dei. È piuttosto il contrario. Proprio perché nel proletariato pienamente sviluppato è praticamente compiuta l'astrazione di ogni umanità, perfino dell'apparenza della umanità; proprio perché nelle condizioni di vita del proletariato si condensano nella forma più inumana tutte le condizioni di vita della società attuale; proprio perché in lui l'uomo si è perduto ma, nello stesso tempo, non solo ha acquisito la coscienza teorica di questa perdita, ma è anche direttamente costretto a ribellarsi contro queste inumanità dal bisogno ormai ineluttabile, insofferente di ogni palliativo, assolutamente imperioso - espressione pratica della necessità -; proprio perciò il proletariato può e deve liberarsi. Ma non può liberarsi senza sopprimere le sue stesse condizioni di esistenza. Non può sopprimere le sue condizioni di esistenza senza sopprimere tutte le inumane condizioni di esistenza della società attuale, che si condensano nella sua situazione. Non invano il proletariato passa per la dura ma tonificante scuola del lavoro. Non si tratta di ciò che questo o quel proletario, o perfino l'intero proletariato, s'immagina di volta in volta come il suo fine, ma tratta di ciò che esso è, e di ciò che sarà storicamente costretto a fare in conformità a questo essere. Il suo fine e la sua azione storica gli sono irrevocabilmente prefissati nelle sue condizioni di vita, come nell'intera organizzazione della presente società borghese. Non occorre qui dimostrare che una gran parte del proletariato inglese e francese è già cosciente della sua missione storica e lavora costantemente a sviluppare questa coscienza fino ad una chiarezza completa
».

Ne risulta che il proletariato non esiste se non quando è rivoluzionario, quando ha la sua anima, il suo programma, e oppone il suo Stato, cioè l'Essere umano, alla società borghese. Altrimenti si avvilisce e la sua anima è borghese, una cosa della società borghese; allora non ha più vita, perché la sua vita è la rivoluzione.

Perciò nel «Manifesto» è detto:
«
Il potere politico in senso proprio è il potere organizzato di una classe per l'oppressione di un'altra. Se il proletariato, nella lotta contro la borghesia, si costituisce necessariamente in classe; se mediante una rivoluzione si rende classe dominante e, come classe dominante, sopprime con la violenza gli antichi rapporti di produzione, esso sopprime, insieme con questi rapporti di produzione, anche le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe; sopprime le stesse classi, e quindi il proprio dominio come classe».

Classe, programma, partito e rivoluzione, tutto ciò è precisato. La classe non agisce e quindi non esiste se non quando si costituisce in partito, che a sua volta si caratterizza mediante il programma (e questo ne è l'anima): il partito può realizzare la sua missione storica solo attraverso una involuzione.

Marx ed Engels non si sono accontentati di un «intuizione»; hanno dimostrato la realtà del programma. Ogni volta che là questione della lotta rivoluzionaria non era la questione fondamentale della loro attività, essi si rivolsero ai loro «studi teorici», cioè al compito di precisare il programma. Essi hanno scoperto la legge generale; hanno poi precisato le leggi particolari. Questi studi non erano un arricchimento, ma un rafforzamento del potenziale del partito, ed essi li condussero in contatto con la lotta proletaria (questione dello Stato e Comune di Parigi), precisando in tal modo la descrizione della società comunista e quindi anche i metodi per arrivarvi, così come - per una estrapolazione nel passato - precisavano l'evoluzione della società umana pervenendo alle brillanti indicazioni su una società in cui non esistevano lotte di classe.

(comunismo primitivo), - estrapolazione che si rivelò giusta, e quindi perse il suo carattere di estrapolazione, quando uscirono i lavori di Morgan utilizzati in modo magistrale da Engels. È in quest'ottica che si deve pure vedere il lavoro di Marx sul «Capitale» (sviluppo dei tre momenti e della descrizione della società comunista nelle pagine del «Capitale» durante le riunioni in Italia).

Aspro ciclo del partito mondiale
[prev.] [content] [next]

Prodotto della storia, il programma poteva nascere solo dalia lotta del proletariato. Marx ed Engels dovevano proporlo alla classe e all'umanità nel 1848: «Manifesto del Partito Comunista». Dovevano esprimerlo chiaramente e nettamente negli Statuti dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori. Si tratta ora di sapere come esso si è imposto, perché in determinati periodi il proletariato lo abbandona, e quali sono le condizioni perché lo ritrovi: il problema, dunque, della formazione del partito e della sua ricostruzione (legame con le riunioni di Napoli e Roma 1951).

La prima fase è la fase settaria. Si legge in «Le pretese scissioni del 1872»:
«
La prima fase nella lotta del proletariato contro la borghesia è contrassegnata dal movimento settario. Esso ha la sua ragion d'essere in un'epoca in cui il proletariato non è ancora abbastanza sviluppato per agire come classe. Pensatori individuali criticano gli antagonismi sociali e ne danno soluzioni fantastiche che la massa degli operai avrebbe solo da accettare, diffondere, mettere in pratica. Per loro stessa natura, le sette formate da questi iniziatori sono astensioniste, estranee ad ogni azione reale, alla politica, agli scioperi, alle coalizioni, insomma ad ogni movimento d'insieme. La massa del proletariato resta sempre indifferente o perfino ostile alla loro propaganda. Gli operai di Parigi e Lione non volevano i saint-simoniani, i fourieristi, gli icariani, più che i cartisti e tradunionisti inglesi volessero gli owenisti. Queste sette, lievito del movimento all'origine, gli sono di ostacolo non appena esso le supera; allora diventano reazionarie, come provano le sette in Francia e in Inghilterra e recentemente i lassaliani in Germania, che, dopo di aver intralciato per anni l'organizzazione del proletariato, hanno finito per divenire semplici strumenti della polizia. Insomma sono l'infanzia del movimento operaio, come l'astrologia e l'alchimia sono l'infanzia della scienza. Perché fosse possibile la fondazione dell'Internazionale, occorreva che il proletariato avesse superato questa fase.
Di fronte alle organizzazioni fantasiose e antagoniche delle sette, l'Internazionale è l'organizzazione reale e militante della classe proletaria in tutti i paesi, legati gli tini agli altri nella lotta comune contro il capitalismo, i proprietari fondiari e il loro potere di classe organizzato nello Stato
».

Questo stadio, a sfondo putchista, era legato al periodo controrivoluzionario seguito al 1833, in cui le società segrete si svilupparono. Perciò il «Manifesto» dice che
«
i comunisti disdegnano di nascondere le loro opinioni e i loro propositi».
(Torneremo su questo punto a proposito del blanquismo e del legame fra il partito - quindi, una minoranza - e la massa). Perché il programma potesse essere difeso da un'organizzazione, il movimento doveva aver superato lo stadio suddetto. Poi si trattò d'imporlo. Ecco perché Marx ed Engels lottarono accanitamente per far trionfare il programma in seno all'Internazionale (lettera a Bolte, 29-XI-71:
«
La storia dell'Internazionale è quella di una lotta continua del Consiglio Generale contro le sezioni nazionali».
La risoluzione della conferenza dell'Internazionale a Londra nel 1871 ribadisce.
«
Visti i consideranda degli Statuti originari, dove si dice: «L'emancipazione economica dei lavoratori e il grande fine al quale ogni movimento politico dev'essere subordinato come mezzo»; visto l'Indirizzo Inaugurale dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori (1864), che dice: «la conquista del potere politico è dunque divenuto il primi dovere della classe operaia»; vista la Risoluzione del Congresso di Losanna (1867) ove si legge: «L'emancipazione sociale dei lavoratori è inseparabile dalla loro emancipazione politica (...); considerando inoltre;
Che, contro questo potere collettivo delle classi possidenti, il proletariato non può agire come classe che costituendosi in partito politico distinto, opposto a tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti;

Che questa costituzione del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e del suo fine supremo: l'abolizione delle classi;
Che la coalizione delle forze operaie, già ottenuta mediante le lotte economiche, deve anche servire di leva in mano a questa classe nella sua lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori;
La Conferenza ricorda ai membri dell'Internazionale:
Che nello stato militante della classe operaia, il suo movimento economico e la sua azione politica sono indissolubilmente uniti
».

Inoltre, la creazione della I e della II Internazionale, prodotto della lotta del proletariato, fu anche il tentativo d'impedire al movimento di cadere sotto il controllo degli anarchici e dei riformisti. La III Internazionale si creerà a sua volta nel fuoco della lotta rivoluzionaria.

Occorre a questo proposito considerare due punti:
1) Il legame fra organizzazione-partito e programma-partito,
2) Quali sono le situazioni, quali i momenti favorevoli alla fondazione del partito.

I) Nella sua «lettera a Freiligrath» 23-2-1860, Marx ha precisato questi elementi:
«
Osservo anzitutto: dopo che, su mia richiesta, la «Lega» fu disciolta nel novembre 1852, io non ho appartenuto, né appartengo, ad alcuna organizzazione segreta o pubblica: dunque il Partito, nel senso del tutto effimero del termine, ha cessato di esistere per me da otto anni (sottolineato da noi)»,
si tratta qui del Partito come raggruppamento di uomini, come organizzazione. E qui si colloca il punto 2 con la domanda: perché si scioglie questa organizzazione?

Marx risponde con la spiegazione che si tratta di un periodo di rinculo, di una fase controrivoluzionaria. (Nelle nostre riunioni di Roma e di Napoli 1951 sul marxismo teoria della controrivoluzione, e a proposito della Russia, si è ricordato che il nostro movimento ha già conosciuto altri periodi controrivoluzionari: perciò la questione russa non va poster al centro della nostra attività, cosa che presto o tardi potrebbe sboccare in una visione contingentista). In questi periodi il partito si riduce ai soli compagni i quali hanno rifiutato in un modo o nell'altro la vittoria della classe avversa, che molti militanti teorizzano volendo fare ad ogni costo qualcosa per «uscire dalla situazione». Per Marx ed Engels, la storia non è che una continua trasformazione della natura umana; i periodi di rinculo non possono quindi dare dei buoni militanti; e quelli che restano sul terreno giusto bisogna proteggerli dalla corruzione dell'ambiente esterno, cosa tutt'altro che facile:
«
Si può, in mezzo ai rapporti e al commercio borghese, restare al dl sopra della spazzatura? È solo in questo ambiente ch'essa è naturalmente al suo posto... L'onesta infamia o l'infame onestà della morale solvibile... non vale per me un soldo più dell'irresponsabile infamia della quale né le prime comunità cristiane, né il club dei Giacobini, né la stessa nostra vecchia Lega, non si sono potuti liberare completamente.

Ma, in mezzo ai traffici borghesi, ci si abitua a perdere il senso della rispettabile infamia o dell'infame rispettabilità». Nessuna utopia sull'uomo e, quindi, nessun attivismo a vuoto; ma «cordone sanitario intorno al partito». E nella stessa lettera Marx ricorda di aver risposto solo dopo un anno ai dirigenti dèlla associazione comunista di New York che lo sollecitavano a riorganizzare la vecchia Lega, e di avere infine scritto loro «che dal 1852 non era più in rapporto con nessuna associazione, ed ero fermamente convinto che i miei lavori teorici servivano la classe lavoratrice più della mia entrata in associazioni che hanno fatto il loro tempo. Nella «Neue Zeit» - aggiunge - sono stato ripetutamente attaccato a causa di questa 'inattività'».

È questo ritiro dall'azione (che è volontà deliberata di rifiutare l'azione sul terreno borghese quando quella autonoma del proletariato non è possibile) che attirò su Marx le accuse di «inattività» di cui sopra, così come la Sinistra è stata ieri ed è oggi accusata di «inattività» perché si rifiutava e si rifiuta di lasciarsi attirare - in nome di un attivismo ad ogni costo -, nel turbine della corruzione borghese.

Perché il Partito non scompare mai
[prev.] [content] [next]

Ciò posto, Marx precisa che cos'è la vita del Partito:
«
La Lega, come la Società delle Stagioni di Parigi e cento altre società, non è stato se non un episodio nella storia del Partito, che nasce spontaneamente dal suolo della società moderna».
In altre parole, la formazione dell'organizzazione è un prodotto storico degli antagonismi di questa società: se la classe è stata battuta, se quindi la sua organizzazione ha perso il suo carattere rivoluzionario rigettando il suo programma, o se è stata distrutta nella lotta, l'organizzazione riapparirà spontaneamente; il partito ricompare quando i contrasti sociali sboccano nella sua esplosione sulla scena della storia. Il partito non è una nozione differenziale, una organizzazione la cui vita dipende dagli alti e bassi della lotta di classe. Ecco la sua nozione integrale: «Ho cercato di eliminare - conclude Marx a Freiligrath - il malinteso che mi farebbe intendere per «partito» una Lega morta da anni o una redazione di giornale sciolta da dodici anni.

«Io intendo il termine «Partito» nella sua larga accezione storica»,
cioè come prefigurazione della società futura, dell'Uomo futuro, dell'Essere umano che è il vero Gemeinwesen dell'uomo. È l'attaccamento a questo Essere, che nei periodi di controrivoluzione sembra negato dalla storia (come oggi la rivoluzione sembra alla generalità un'utopia), è questo attaccamento che permette di resistere. La lotta per restare su questa posizione è la nostra «azione».

Alla seduta del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti del 15 sett. 1852 Marx aveva detto:
«
Schapper ha capito male la mia preposta [di scissione]. Appena questa sarà adottata, noi ci separeremo, le due frazioni si lasceranno e le persone cesseranno ogni rapporto tra loro. Ma esse sono nella stessa lega e sotto la stessa autorità.
Voi potete anche conservare la grande massa dei membri della Lega. Quanto a sacrifici personali, io ne ho fatti quanti chiunque, ma per la classe, non per le persone; quanto all'entusiasmo, non ne occorre affatto per appartenere ad un Partito che si crede che arriverà al governo. Mi son sempre infischiato dell'opinione momentanea del proletariato. Noi ci votiamo ad un Partito che, proprio nel suo interesse, non deve ancora arrivare al potere.
Louis Blanc ci fornisce il miglior esempio di ciò che si combina quando si arriva troppo presto al potere
».

Il problema si integra a quello di sapere in quali condizioni è possibile l'azione, il legame fra questa e la coscienza. Ma, prima di precisarlo, sottolineiamo che l'inutile spreco di energie nei periodi di rinculo ipoteca l'incontro storico fra l'organizzazione del proletariato e il suo programma integrale, Engels scrive a J. P. Becker il 10 febbr. 1882:
«
Sono in corso di maturazione in Russia avvenimenti in cui l'avanguardia della rivoluzione darà la sua battaglia. A nostro avviso è questo, e la sua inevitabile ripercussione in Germania, che ci si deve attendere; verrà allora il tempo di una dimostrazione grandiosa e dell'instaurazione di una Internazionale ufficiale [Engels dice qui in altri termini ciò che Marx ha spiegato a Freiligrath], che non potrà più essere una semplice società di propaganda, ma solo una società in vista dell'azione. Riteniamo quindi fermamente che non si debba indebolire [sottolineato da noi] un così eccellente mezzo di lotta, sprecandolo e consumandolo in un momento in cui le acque sono ancora relativamente tranquille e noi non siamo che alla vigilia della rivoluzione».

Su questo punto tutti i marxisti si ritrovano; basti ricordare le lotte di Lenin e Trotzkij e di tutto il partito bolscevico, e il lavoro della Sinistra per chiarire che, per noi, l'insurrezione è una arte. Ciò che si manifesta, nei periodi di rivoluzione come di rinculo, è la continuità del nostro Essere, l'affermazione del nostra Programma: il Partito «nella sua larga accezione storica».

Rifiuto dell'anarchismo per salvare il programma
[prev.] [content] [next]

Marx ed Engels lottarono in seno all'Internazionale per far trionfare il programma (non la loro ideologia personale; interpretazione angusta degli anarchici e di tutti i nostri avversari). Il punto di contrasto non verteva sulla visione finale: tutti vogliono il comunismo, anche i borghesi (cfr. Lenin a questo proposito), ma è sul modo di arrivarci, sullo strumento di liberazione - cioè la dittatura del proletariato, - che sorge il dissenso (ricordare la lettera di Marx a Weydemeyer).

È la rivendicazione di questa dittatura che caratterizza il marxismo. La classe agisce come tale solo quando dà vita ad un partito che rappresenta i suoi interessi e quindi - per le caratteristiche della classe - quelli dell'umanità intera; il partito conquista il potere, distrugge lo stato borghese, si erige in classe dominante e quindi in Stato la cui funzione non è più una funzione politica ma sociale, che opera affinché l'Essere umano divenga «il vero Gemeinwesen dell'uomo». Ciò non si può realizzare dalla sera alla mattina: di qui la necessità della dittatura del proletariato, del partito. È essa che permetterà la distruzione delle classi: qui il punto di partenza della lotta contro Bakunin.

«Essa (l'Alleanza) vuole prima di tutto l'egualizzazione politica ed economica delle classi, si legge nell'art. 2.
L'egualizzazione delle classi, nel suo significato letterale, tende a quella armonia fra capitale e lavoro che i socialisti borghesi hanno predicato con tanta insistenza. Il grande fine dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori non è l'egualizzazione delle classi, logicamente insensata e irrealizzabile, ma al contrario l'abolizione delle classi, questo vero segreto del movimento proletario
» («Le pretese scissioni nell'Internazionale», Ginevra 1872, p. 8-9).

Questo segreto è detenuto dal Partito; in esso è la soluzione di tutti gli enigmi; dunque, di tutti gli antagonismi generati dalla società di classe.

«Gli Alleanzisti «pretendono che, in virtù degli Statuti e delle decisioni del Congresso di fondazione, l'Internazionale non sia che una libera federazione di sezioni autonome», avente come scopo l'emancipazione ad opera dei lavoratori «fuori da ogni autorità dirigente, anche se creata mediante libero riconoscimento». Perciò il Consiglio Generale non sarà che «un semplice ufficio di statistica e corrispondenza»... Secondo loro, il Consiglio Generale disporrebbe di una forza pericolosa; la libera unione delle sezioni autonome sarebbe stata trasformata in un'organizzazione gerarchica e autoritaria di «sezioni disciplinate», cosicché «le sezioni sarebbero interamente nelle mani del Consiglio Generale, che può rifiutarne di proprio arbitrio le ammissioni o sospenderne le attività»...

«I nostri lettori tedeschi, che conoscono fin troppo bene il valore di un'organizzazione capace di difendersi, non possono non trovare perlomeno stupefacenti tutte queste argomentazioni... Ma la lotta per l'emancipazione della classe lavoratrice, per Bakunin e consorti, è solo un pretesto; lo scopo vero è tutt'altro. La società futura, essi dicono, non dev'essere altro che la generalizzazione dell'organizzazione che l'Internazionale si sarà data.
Dobbiamo quindi tendere a che questa organizzazione si avvicini il più possibile al nostro ideale...
L'Internazionale, il germe della società umana futura
[Armonia fra le classi e fra Lavoro e Capitale ricordiamolo. N.d.R.], è tenuta fin da ora ad essere una copia fedele dei nostri principii della libertà e del federalismo e deve respingere dal suo seno ogni principio che tenda all'autorità e alla dittatura».

«Noi altri tedeschi siamo messi alla gogna per il nostro misticismo, ma da un misticismo di questo genere siamo ben lontani. L'Internazionale, una immagine anticipatrice della società futura non comprendente né fucilate dei Versagliesi, né tribunali militari, né eserciti permanenti, né intercettazioni postali, né corti penali di Brunswick! Proprio ora che dobbiamo difendere la pelle con le mani e coi piedi, il proletariato dovrebbe organizzarsi non in funzione della lotta che gli è imposta ad ogni ora del giorno, ma secondo le idee che certi spiriti si fanno di una vaga società futura! Immaginiamoci che cosa ne sarebbe della nostra organizzazione tedesca, se si organizzasse in base a questo modello...
Quando gli Stieber e tutte le sue comparse, quando tutto il gabinetto nero, quando tutti gli ufficiali prussiani entrano d'ordine superiore nella organizzazione socialdemocratica, il Comitato o meglio l'ufficio di corrispondenza e statistica non dovrebbe affatto difendersi, perché ciò significherebbe introdurre una organizzazione gerarchica e autoritaria! E, soprattutto, niente sezioni disciplinate! E niente disciplina di partito, niente centralizzazione, niente armi di lotta; se no, dove andrebbe a finire l'immagine anticipatrice della società futura?
Insomma, dove ci avvieremmo con un'organizzazione simile? Verso la organizzazione elastica e brancolante dei primi Cristiani, questi schiavi che accettavano con grazia ogni pedata e solo dopo tre secoli diedero alla loro rivoluzione la vittoria - un metodo di rivoluzione che il proletariato si guarderà bene dall'imitare
» (Engels, «Il Congresso di Sonvilliers e l'Internazionale», nel «Volksstaat», 10-1-1872).

Le fasi alterne nella vita di Partito
[prev.] [content] [next]

Possiamo ora precisare la vita del Partito:
1) Fase delle sette;
2) Il Partito si sviluppa nel periodo 1840-48.
3) Nel 1850, in fase di rinculo, è preferibile sciogliersi per le ragioni dette più sopra e perché il momento non è favorevole alla presa del potere. La classe è stata battuta, e Marx ed Engels allora scrivono:
«
Dunque, siamo stati sconfitti; non ci resta che ricominciare daccapo. Il respiro, probabilmente breve, che ci è stato concesso fra il primo e l'inizio del secondo atto del movimento ci lascia il tempo di deciderci ad una parte veramente necessaria del nostro compito: lo studio delle cause che hanno determinato l'ultima esplosione e, insieme, ne hanno prodotto l'insuccesso.
Queste cause non vanno cercate in semplici elementi accidentali: sforzi, capacità, errori, deficienze, tradimenti di singoli capi; ma nella situazione generale e nelle condizioni di esistenza di ogni popolo interessato all'agitazione rivoluzionaria
».
[La stessa cosa nel 1926. Di qui l'errore di Trotzkij di credere di poter ricostruire un'Internazionale. L'involuzione del movimento ci ha mostrato tutti gli errori svelati da Marx. Invece di una analisi sana, di un bilancio suscettibile di preparare la ripresa rivoluzionaria, si è andati a cercare le cause della disfatta nel tradimento dei capi, nei delitti di Stalin, nella passività delle masse, nella cattiva applicazione di parole d'ordine (critica di Trotzkij a proposito del movimento tedesco)].

4) Abbiamo poi la ricostruzione del movimento. In questo periodo, Marx ed Engels studiano a fondo perché vi è stata sconfitta. Il loro ritiro dalla Lega non significa accettazione della disfatta: al contrario, essi si preoccupano di sapere se la rivoluzione non potrà scatenarsi altrove, in India, in Cina, ecc. e radicalizzare per contraccolpo la lotta del proletariato in Occidente. La posizione di Lenin sarà la stessa, la nostra pure.

1864. Fondazione della I Internazionale in una fase di marea montante del movimento proletario. Le condizioni non erano del tutto favorevoli, ma il proletariato aveva superato la fase delle sette, reclamava un'organizzazione internazionale e, d'altra parte, rischiava di cadere sotto la influenza anarchica, che avrebbe ridotto il movimento a una forma di lotta inferiore. Ecco perché Marx ed Engels ritengono necessaria la fondazione dell'Internazionale. 1871. Il proletariato parigino prende il potere. (Le caratteristiche della Comune saranno incorporate a cura degli internazionalisti francesi in un lavoro sul movimento operaio in Francia). Ma anche qui la classe è battuta - e sul piano internazionale. L'azione ridiviene, dunque, lo studio teorico. Marx scrive il 28-2-1872 a De Paepe:
«
Attendo con impazienza il prossimo congresso: sarà la fine della mia schiavitù. Poi ridiventerò uomo libero; non accetterò più funzioni amministrative né per il consiglio generale, né per il consiglio federale inglese»; mentre il 24-2-1871 dichiarava: «Vi ho già detto a Londra che spesso mi chiedevo se non era divenuto il momento di ritirarmi dal Consiglio Generale. Più la società si sviluppa, più il mio tempo si perde e, dopo tutto, bisogna finire il «Capitale»».
È vero, bisognava dare ai lavoratori il loro strumento di battaglia.

5) Nel 1871, Marx fa un nuovo bilancio e precisa le condizioni della lotta; precisa il legame fra la volontà degli uomini e la loro azione; precisa che il Partito-programma è nato in un certo momento della lotta del proletariato e quindi della lotta della umanità; che l'organizzazione proletaria può solo svilupparsi con un certo grado di sviluppo della lotta di classe e il suo incontro col programma. Insomma, il partito non si forma per la volontà diretta degli uomini: si ricrea in determinati periodi; e si tratterà di sapere come i rivoluzionari possano preparare le condizioni migliori per il suo ritorno sulla scena della storia.
Tutto ciò è precisato nel discorso di Marx del 25-9-1871 (in «The World», 15-10-1871):
«
Il grande successo che finora ha coronato i nostri sforzi è dovuto a circostanze che esulano dai potere dei suoi membri. La stessa fondazione dell'Internazionale è stata il risultato di queste circostanze, e per nulla il merito degli uomini che si consacrarono a tale compito. Essa non è stata l'opera di un pugno di uomini politici abili; tutti i politici di questo mondo presi assieme non avrebbero potuto creare le condizioni e le circostanze che furono necessarie al successo dell'Internazionale. L'Internazionale non è salita sulla scena pubblica con un credo particolare. Il suo compito è stato di organizzare la forza dei lavoratori, collegare fra loro i diversi movimenti operai e unificarli. Le condizioni che le hanno dato un impulso così gigantesco sono le stesse per effetto delle quali i lavoratori sono sempre più soggiogati nel mondo; ed è qui il segreto del successo... Prima che una simile trasformazione [socialismo] sia possibile, è necessaria la dittatura del proletariato, e il primo presupposto di questa è un esercito proletario. Le classi lavoratrici devono conquistare con la lotta sul campo di battaglia il diritto all'emancipazione. È dovere dell' Internazionale organizzare e unificare le forze dei lavoratori in vista della futura battaglia».

6) 1871-1889. Periodo di ricostruzione del movimento, che sbocca nella fondazione della II Internazionale. Essa fu un po' forzata a causa della posizione di un certo numero di possibilisti e riformisti: ma Engels ne accettò la creazione appunto per evitare che il movimento mondiale cadesse sotto il loro controllo (vedi la Corrispondenza Engels-Lafargue).
Ma nel 1889 il programma ha subito la prova della pratica e ne è uscito rafforzato. La Comune del 1871 ha permesso di precisare la teoria dello Stato. Il ciclo del movimento proletario è concluso: nessun fenomeno sociale può più «mettere in causa» il marxismo. Resta solo l'ipotesi della rivoluzione pacifica: la guerra del 1914 dimostrerà il contrario, provando quindi la visione «catastrofica» di Marx.
La concezione riformista poté imporsi unicamente a causa dello sviluppo dell'imperialismo, e portò alla disfatta del proletariato nel 1914. Solo i gruppi che erano rimasti sul terreno del Programma integrale assicurarono la continuità dell'Essere-umano = partito-programma.

L'ultima bufera controrivoluzionaria
[prev.] [content] [next]

Gli errori di tattica impedirono la riorganizzazione del proletariato in partito comunista mondiale. Furono gli errori del Fronte unico - tattica che in un certo senso riconosceva la disfatta del proletariato occidentale e la teorizzava - che impedirono al proletariato russo di ricevere l'aiuto di quello dell'Occidente. Su questi errori s'innesta la teoria della controrivoluzione. Abbiamo qui lo stadio più difficile, più lungo e doloroso del movimento proletario. La controrivoluzione trionfa sotto la maschera della rivoluzione. Per poterla vincere non bisogna mettersi sul terreno dei «dirigenti russi» (errore di Trotzkij), né considerare la questione russa come una questione centrale. La validità del marxismo non dipendeva in alcun modo dalla riuscita o meno della Rivoluzione russa: esso era già stato dimostrato giusto in ognuna delle sue parti.

Dalla vittoria della rivoluzione russa non poteva dipendere che la vittoria mondiale del proletariato: ora, come è stato ripetutamente dimostrato, la vittoria del socialismo in Russia dipendeva dalla presa del potere da parte del proletariato in Occidente. Se una verifica del marxismo era necessaria, bisognava dunque cercarla nella nostra area!

Ma la continuità non è stata distrutta. La sinistra ha difeso il programma. Su tutti i piani, teorico, pratico o tattico, essa ha riaffermato in tutta la loro purezza i dati del programma: meglio ancora, ne ha fatto una nuova somma ordinando tutti gli elementi sparsi nel marxismo, che la lotta aveva impedito di coordinare in modo organico, in un insieme di tesi che non pretendono di scoprire nulla di nuovo, ma di sistemare i dati permanenti del programma in vista di una lotta più efficace: «Tesi di Roma», «Tesi di Lione», lavori del Partito.

Nei periodi di disfatta, il proletariato abbandona il suo programma: solo una debole minoranza lo difende. Solo il Partito-programma esce sempre rafforzato dalla lotta. La lotta condotta nel periodo dal 1926 ai nostri giorni lo prova ampiamente. Questa lotta consiste nella messa in evidenza critica del crescente smascheramento che, nella pratica, i russi sono spinti ad operare, nella dimostrazione di come essi siano portati a creare nuove «categorie» per far quadrare la realtà con le loro posizioni generali. Noi sappiamo che le basi per la fondazione del partito comunista mondiale esisteranno solo quando lo smascheramento critico e pratico sarà giunto al punto estremo, alla «confessione». Ma sappiamo anche che, questa confessione, il proletariato la strapperà nella lotta. Allora esso ritroverà il suo programma, oggi snaturato e prostituito. Il nostro compito può essere tratto dal seguente confronto: Cristo scacciò a colpi di frusta i mercanti che si trovavano nel Tempio. Il Partito è il tempio dal quale noi dobbiamo cacciare tutti coloro che vi vendono la loro merce teorica ribattezzandola in marxismo.

Quindi, ancora una volta, invarianza, cioè continuità col nostro Essere-umano = Partito-programma. Solo intendendo in questo modo il Partito si può capire l'apparente opposizione tra il fatto di proclamare possibile la rivoluzione comunista nel 1848 e l'affermazione del 1859 («Critica della Economia politica»; ma affermazione già contenuta in altra forma nell'«Ideologia tedesca») che ogni forma di società sparisce solo quando ha esaurito tutte le sue possibilità intrinseche.

Mediante la rivoluzione comunista si può abbreviare la fase capitalista, che è una fase transitoria, a partire dal momento in cui lo sviluppo delle forze produttive è tale da poter generare una classe capace di riappropriarsi dell'Essere umano. Da allora il Comunismo è possibile.

Enunciare questo punto non significa farsi delle illusioni sulle capacità di resistenza della classe avversa, che può ancora compiere «realizzazioni» suscettibili di ritardare il movimento, generando nel proletariato l'opportunismo. È appunto perché conoscevano tutto ciò, che Marx ed Engels poterono preparare le truppe alla ritirata dopo la sconfitta. Tutti gli altri movimenti gettarono o gettano nella battaglia le intere loro forze, e ne uscirono o ne escono completamente distrutti. È da questa visione dialettica che nasce la nostra continuità storica (per questo problema, che si potrebbe intitolare: anti-fatalismo e anti-attivismo, cfr. le «Tesi di Lione»).

In ogni caso, oggi siamo arrivati al punto indicato da Marx in cui la forma sociale ha esaurito tutte le sue possibilità (almeno per una grandissima parte del mondo). Noi salutiamo con gioia il grande movimento di espropriazione che si sviluppa nel mondo, perché più questo fenomeno progredisce, più la riappropriazione della Natura umana è possibile, più il Comunismo è attuale.

Funzione della forma Partito
[prev.] [content] [next]

La funzione del Partito deriva dalla lotta nella società attuale e dalla descrizione del comunismo.

1) Organizzazione degli operai, organizzazione della forza, direzione della violenza.

«...Il movimento politico della classe operaia» - scrive Marx a Bolte, il 29-11-1871 - «ha naturalmente per scopo finale la conquista per la classe operaia stessa del potere politico. A questo fine è naturalmente necessaria un'organizzazione preventiva sufficientemente sviluppata della classe operaia, che sorge dalle sue stesse lotte economiche.
D'altra parte, ogni movimento in cui la classe operaia si oppone come classe alle classi dominanti e cerca di far forza su di esse con una pressione dall'esterno è un movimento politico. Per es. il tentativo, in una sola fabbrica o anche in un solo ramo industriale, di strappare al singolo capitalista, per mezzo di scioperi, ecc., una riduzione della giornata di lavoro è un movimento puramente economico; invece il movimento per strappare la conquista di una legge delle otto ore, ecc. è un movimento politico.
È così che dai singoli movimenti economici isolati degli operai sorge e si sviluppa dovunque un movimento politico, cioè un movimento della classe per far valere i suoi interessi in una forma generale, in una forma che possiede una forza generale, obbligatoria per l'intera società. Se è vero che questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preventiva, essi sono da parte loro altrettanti mezzi per lo sviluppo di questa organizzazione.
Là dove la classe proletaria non si è ancora sufficientemente organizzata per intraprendere una campagna decisiva contro il potere collettivo, cioè il potere politico, della classe dominante, essa deve essere preparata a questo fine mediante un'agitazione incessante contro l'atteggiamento ostile delle classi dominanti. Altrimenti, il proletariato rimane un balocco nelle mani di queste classi
» (Riprodotta in «Il Partito e l'Internazionale», Ed. Rinascita, 209 sgg.: qui rivista sul testo tedesco).

Il partito permette dunque l'organizzazione della classe; in seguito sarà il soggetto della:
2) Dittatura del proletariato:
«
Art. 1. - Il fine dell'associazione è di abbattere tutte le classi privilegiate, di sottometterle alla dittatura dei proletari mantenendo la rivoluzione in permanenza fino alla realizzazione del comunismo che deve essere l'ultima forma di costituzione della famiglia umana.
Art. 2. - Per contribuire al raggiungimento di questo fine l'associazione creerà legami di solidarietà fra tutte le frazioni del partito comunista rivoluzionario facendo scomparire, conformemente al principio della fratellanza repubblicana, le divisioni di nazionalità
» (1850: «Lega Universale dei comunisti rivoluzionari»).

La dittatura permette di distruggere lo Stato borghese e quindi di dare impulso alla trasformazione sociale (cfr. l'«Antidühring» di Engels). Essa è storicamente necessaria, quindi «libera». Qui importa sottolineare che noi non siamo per qualunque dittatura, e che questa per noi è un mezzo: ci interessa sapere contro chi deve essere diretta, contro che cosa, in nome di chi, in nome di che cosa.

Sotto questo aspetto si può dire che solo le dittature reazionarie miranti al mantenimento di una oppressione di classe sono autoritarie, perché rifiutate dall'Uomo (al cui sviluppo non sano necessarie e accaparrano la «Gemeinwesen» per sfruttarlo) mentre la dittatura rivoluzionaria è accettata dall'Uomo come una liberazione, perché la nuova Gemeinwesen avrà sempre più la tendenza a identificarsi con l'Essere umano e quindi a sparire come fenomeno esterno all'Uomo (Lenin: La dittatura del proletariato è quella dell'immensa maggioranza sulla minoranza, in opposizione a quella della società borghese).

Ciò è tanto più vero in quanto, come Marx ha dimostrato nel «Capitale», la dittatura borghese diventa sempre più quella del capitale, e quindi essa stessa esterna alla classe. Nel periodo rivoluzionario, il potere dittatoriale della borghesia aveva consentito una fioritura della produzione distruggendo gli ostacoli creati dalla società feudale, ma senza mai controllarne i meccanismi specifici. (In un testo del 1844, Engels indica già il carattere anarchico della produzione capitalistica). Allo stesso modo, in origine il capitale e il suo capitalista sono identici e la libertà dell'uno si riflette nell'altro. In seguito, con la concentrazione capitalistica legata ai meccanismi derivanti dalla caduta tendenziale del tasso del profitto, il capitalista tende a separarsi dalla sua proprietà e, lui che era l'essere del capitale, ne diventa l'avere. Il capitalista in quanto personaggio sparisce; la libertà scompare; essa non è più che libertà del Capitale, e questo diventa una forza impersonale servita da una burocrazia (patologia delle classi) che è l'organizzazione tipica dello Stato moderno; in altri termini, lo stato diviene lo Stato-Capitale con la sua organizzazione burocratica:
«
Il carattere sociale delle forze produttive costringe gli stessi capitalisti ad abbandonare i grandi organismi di produzione e comunicazione a società per azioni prima, a trust poi, infine allo Stato. La borghesia diventa una classe superflua: tutte le sue funzioni sono ora espletate da funzionari stipendiati» (Engels, «Antidühring»).

Tutti gli individui di questa classe partecipano al capitale; devono quindi ricevere un profitto proporzionale alla somma che vi hanno messa. Lo Stato moderno deve far rispettare questa operazione, questo conguaglio. Di qui la contraddizione stridente della nostra epoca: uno Stato sempre più oppressivo, e la richiesta degli individui che sia sempre più forte (ennesima illustrazione, l'ultima crisi francese legata alla guerra d'Algeria). La dittatura borghese è divenuta quella di una forza mostruosa estranea all'uomo, che impedisce il divenire di una società che, nella sua totalità, tende al comunismo. In effetti, lo stesso capitalismo tende a sparire (vedi il «Capitale» nel passo più volte citato).

È contro questa dittatura che il proletariato deve lottare. La sua distruzione è la soppressione della mallatìa dell'uomo; l'instaurazione della dittatura del proletariato è la sua rigenerazione mediante l'appropriazione della natura umana.

Sono così risolte le antitesi: Individuo-Stato; Individuo-Specie; Libertà-Autorità-Necessità.

La dittatura del proletariato fu suggerita a Marx dagli eventi della rivoluzione borghese, da Babeuf, dalla lotta del proletariato francese con la sua specifica forma del blanquismo (contributo di socialisti come Flora Tristan) e dalle lotte degli operai inglesi e tedeschi. Gli operai esprimevano sul piano pratico l'esigenza teorica formulata da Marx nella sua critica ad Hegel.

Marx ritrovava in tutta la sua costruzione l'esigenza della lotta: chi ha la forza ha ragione (Gli operai hanno svolto una critica nei fatti: hanno respinto tutti i metodi di lotta e aspirano ad una forma di potere che permetta il parto di una società senza classi; va notato che Marx si appoggia sempre alla realtà per stabilire la sua teoria: cfr. lo stesso procedimento a proposito della questione dello Stato e gli insegnamenti della Comune).

Ne deriva:
a) Il partito è una minoranza della classe (cfr. Partito e Classe; Tesi di Lione; Partito e Azione di classe; articoli anti-Socialisme et Barbarie; Riunione di Pentecoste su: «I fondamenti del comunismo rivoluzionario»).
b) Unificazione del Proletariato su scala internazionale per giungere alla presa del potere; carattere internazionale della rivoluzione proletaria e quindi del comunismo;
«
L'importanza del comunismo non risiede nel fatto che sia una questione del nostro tempo e di un'importanza estrema per la Francia e l'Inghilterra. Il comunismo ha un'importanza europea» (Marx: «Il Comunismo e l'Augsburger Allgemeine Zeitung», 1842).
Cfr. la fine del «Manifesto del Partito Comunista»:
«Proletari di tutti i Paesi unitevi!». Cfr. i tre schemi della rivoluzione come indicati nel «Marxismo di fronte alla Russia». Il partito deve unificare la lotta e farle perdere il suo carattere limitato (lettera di Marx a Bolte).

c) La lotta di classe è una guerra: occorre dunque un esercito. Problema di avere degli alleati, problema di neutralizzare certi strati sociali, problema di assicurarsi una base di ripiegamento in caso di sconfitta. Tattica: «Circolare alla Lega dei Comunisti 1850», «Tesi di Roma». Noi abbiamo, come Marx l'ha sottolineato più volte, una passione ardente per l'uomo e per la sua liberazione: non per questo ci buttiamo a corpo perduto nella battaglia. Dobbiamo sempre cercar di dominare la strategia, il terreno della lotta. In caso contrario, il nostro nemico assicura, presto o tardi, il mantenimento dell'ordine (cfr. gli anarchici e la loro precipitazione).

Per noi l'insurrezione è un'arte.

Le basi del Partito di domani
[prev.] [content] [next]

Dalla funzione del Partito di domani discendono le sue caratteristiche:
Essendo la prefigurazione della società comunista, esso non può accettare un meccanismo, un principio di vita e di organizzazione, che sia legato alla società borghese; deve realizzare la distruzione di questa società.

1) Rifiuto del meccanismo democratico
(Marx a Engels, 18 maggio 1859: «
Il nostro mandato di rappresentanti del partito proletario noi non l'abbiamo che da noi stessi. Ma esso è controfirmato dall'odio esclusivo e generale che tutte le frazioni del vecchio mondo e dei suoi partiti ci riservano»).
Nostra posizione: il centralismo organico.

2) Anti-individualismo: il partito realizza l'anticipazione dei cervello sociale. Ogni conoscenza è mediata dal partito; ogni azione anche. Il militante non ha bisogno di «cercare la verità»; essa gli è data dal partito (la verità nel campo sociale: in tutti gli altri campi non vi si potrà pervenire se non dopo la rivoluzione). Tendenza alla realizzazione dell'Uomo sociale.

3) Rifiuto di ogni mercantilismo, di ogni carrierismo sotto qualunque forma. Il legame fra i compagni, la manifestazione di questo legame nei loro rapporti, devono ispirarsi al commento di Marx al libro di James Mill: Ogni attività, ogni manifestazione deve essere quella dell'affermazione della gioia umana attraverso la comunicazione con gli altri, e quindi con la società futura.

4) Abolizione degli antagonismi sociali legati alle classi. Nel partito non si conoscono se non militanti comunisti. Sul piano pratico, ciò corrisponde alla necessità di basare il partito sulla unità territoriale, anziché su quella di lavoro (cfr. «Programma del Partito Comunista d'Italia»; «Riunione di Pentecoste», ecc. «Posizioni assunte nel IV e V Congresso dell'I.C.»; «Tesi di Lione»).

5) Il partito deve essere la soluzione di tutti gli enigmi, e deve saperlo essere. Deve presentarsi come il rifugio del proletario, il luogo in cui la sua natura umana si afferma in modo ch'egli possa mobilitare tutte le sue energie nella lotta contro il nemico di classe.

Era necessario precisare questi caratteri che soli permettono di capire la funzione del partito e di averne una visione integrale. Il partito è una forza impersonale al disopra delle generazioni; rappresenta la specie umana, l'essere umano infine ritrovato, la coscienza della specie. Questa non può manifestarsi che in date condizioni (come l'azione del proletariato): in una situazione rivoluzionaria è possibile il rovesciamento della prassi, che è rovesciamento di ogni sviluppo attuale e passato; il Partito decide la presa del potere per la distruzione della società borghese; la preistoria umana è finita: in questo momento tutto converge, esso è il punto culminante della teoria mediante la previsione esatta del momento favorevole, e dell'azione (l'insurrezione è una arte). I due fenomeni si sommano: è allora che la coscienza dell'azione appare, la coscienza che precede l'azione.

Il marxismo è una teoria dell'azione umana e una teoria della produzione della coscienza, ma è per ciò stesso riflessione di questa azione, di questa prassi, è per ciò stesso la sua coscienza, è questa coscienza prodotta; dunque, è la sua verità assoluta (cfr. «Riunione di Milano»). Perciò noi possiamo dire che è una guida per l'azione (il partito, in quanto azione organizzata del proletariato, è il soggetto della storia), una guida dell'azione umana, una guida che conduce verso la liberazione dell'uomo, verso la sua presa di coscienza, verso la società comunista: è la guida alla emancipazione umana.

Notes:
[prev.] [content] [end]

  1. Usiamo sempre il termine tedesco che è più denso di significato dell'italiano «comunità»: ordine politico e sociale, organizzazione statale, essere collettivo. [back]
  2. In una lettera di un compagno italiano a un compagno francese:
    «
    La posizione dei nostri nemici è che la finalità massima del partito non ha sostanza «concreta», dato che le sole realtà storiche concrete sono gli stati e i partiti che agiscono attraverso lo Stato. La giusta risposta è ben data: i due termini dell'antagonismo, Stato di ieri - Partito di domani, si condizionano a vicenda nella loro realtà materiale e «scientifica», senza invocare alcuna specie di mito...». [back]

Source: «Il Programma Comunista», (Rapporto dei gruppi internazionalisti di Francia), 6 luglio 1961, n.13

[top] [content] [last] [home] [mail] [search] [webmaster] [get pdf]


you arrived from:

pagecolour: [to the top]