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IL PROLETARIATO AFRICANO SI DESTA
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Il proletariato africano si desta
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Il proletariato africano si desta
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Se, da alcuni anni, l'attenzione del mondo intero si rivolge, sia pure per scopi diversi, al continente africano e alla sua emancipazione dal giogo coloniale, ciò dipende dal fatto che gli avvenimenti vi si susseguono a ritmo accelerato mostrando chiaramente il loro profondo contenuto rivoluzionario. Ma di interessante vi è pure che alla lotta aperta contro la dominazione straniera, contro il razzismo e le disumane condizioni di sfruttamento in cui versano i popoli del «continente nero» si accompagna con lo stesso ritmo una laboriosa teorizzazione sugli sviluppi del movimento e i mezzi da impiegare per realizzarne gli obiettivi. Come qualunque rivoluzione democratica borghese, quella africana pone come necessità della sua realizzazione la ricerca di un'ideologia che, riallacciandosi alle tradizioni storiche, possa essere abbracciata dall'intero popolo senza distinzione di classe, e in vista di una lotta comune. Tale impegno fu lo scopo del congresso di Accra; ma da allora se ne tennero altri (ultimo quello del Cairo nel marzo scorso) durante i quali tutto ciò che era soltanto abbozzato e confuso è venuto via via chiarendosi, specialmente da quando si è tentato di porre su basi più salde, cioè passando dalla formulazione teorica all'attuazione pratica, il problema della necessità di un'unione panafricana. Il passo più importante compiuto in questo senso, quello che più di ogni altro è passibile di sviluppi notevoli, è costituito dalla realizzazione delle Federazione sindacale panafricana, che comprende tutte le organizzazioni sindacali dell'Africa, e si è riunita in un primo Congresso a Casablanca, durante il quale il colonialismo vecchio e nuovo e le sue organizzazioni hanno subìto sul piano dei principi un duro colpo, che non mancherà di esprimersi in modo ancor più deciso nel campo della lotta aperta.

Il punto centrale della conferenza di Accra riguardava l'unità politica ed economica da contrapporre alla «balcanizzazione» dell'Africa, cioè al processo di smembramento dei nuclei «nazionali» attraverso la creazione di piccoli stati che, per la loro debolezza, possono maggiormente subire la pressione imperialistica. Nel Congresso di Casablanca, al quale hanno partecipato 34 delegazioni, di cui 18 autonome (Guinea, Mali, Ghana, Sud-Africa, quelle clandestine dell'Angola e del Camerun, ecc,) e 16 affiliate alla CISL internazionale (UGT marocchina, UGTA algerina, TUC del Kenia facente capo al giovane Tom M'Boya, ecc.), questo punto è stato però rafforzato portando in primo piano la funzione della classe operaia come elemento insostituibile nella lotta per la liberazione degli Stati nazionali e per la difesa della loro integrità.

Abbiamo più volte accostato la lotta anticolonialista a quelle europee del secolo scorso, attraverso le quali la classe borghese condusse la sua battaglia storica contro la classe feudale che col suo tipo di economia chiusa e localista costituiva un freno all'espansione degli scambi e quindi alla formazione di un vasto e saldo mercato interno.

In tale periodo, la classe operaia si trovò al suo fianco, perché ciò era la premessa della sua successiva rivoluzione non agendo però mai come semplice appendice della borghesia, anzi intervenendo in modo autonomo e decisivo affinché il cammino storico fosse percorso fino in fondo malgrado le esitazioni, le rinunce e le perplessità del temporaneo alleato, incline ad allearsi al nemico di ieri per il terrore della spinta proletaria di oggi e di domani. Quanto accadde allora in Europa sta oggi maturando in Africa. Il processo di balcanizzazione si è compiuto grazie ai tentennamenti della nuova borghesia nazionale: è quindi logico che il proletariato africano si assuma la sua responsabilità e prenda la sua iniziativa storica costituendosi in organizzazioni che superino i limiti imposti dalla tattica imperialistica e dalle connivenze delle borghesie locali. Tuttavia, molte cose sono rimaste nel vago, né poteva essere altrimenti, giacché i problemi che il sindacato panafricano si è posto non possono essere risolti da questo tipo di organizzazione proletaria. Problemi come la riforma agraria, che ha sempre e dovunque costituito il primo passo nel processo di industrializzazione, e soprattutto quelli dell'unità proletaria internazionale e delle possibilità di sviluppo non capitalistico dell'Africa, possono essere affrontati soltanto da una forza politica, dal partito di classe. È perciò che, diversamente dagli stalinisti, non possiamo considerare la costituzione della Federazione sindacale panafricana come un fatto storico conclusivo, perché, pur manifestando un alto spirito di combattività operaia, il Congresso non ha dato né poteva dare l'avvio a quei mutamenti radicali nella struttura della società, ch'è opera esclusiva del partito politico proletario. Ciò non toglie che - come sono costretti ad ammettere anche coloro secondo i quali «nulla si muove in Africa» - esso rappresenti un sensibile passo avanti nel processo che dovrà concludersi con l'accettazione del programma rivoluzionario marxista da parte del proletariato africano.

La realtà del Congresso di Casablanca va dunque ricercata nella contraddizione tra i finì che ci si è posti e i mezzi coi quali ci si prefigge di realizzarli, contraddizione del resto parallela a quelle insite nel movimento proletario metropolitano in quanto legato ad organizzazioni riformiste e rinunciatarie e all'opera disgregatrice dell'unità internazionale ch'esse svolgono.

Per valutare esattamente i risultati conseguiti, bisogna partire dalla considerazione dello sviluppo del capitalismo mondiale e delle posizioni ch'esso prese nelle diverse epoche storiche nei confronti del sindacato operaio. Nel suo ciclo da classe rivoluzionaria a classe riformista e controrivoluzionaria, la borghesia, per esigenze di conservazione, dovette passare dall'iniziale divieto di qualunque organizzazione di difesa operaia alla sua legalizzazione, al riconoscimento del diritto di sciopero, e infine allo inserimento del sindacato nella compagine statale attraverso il suo riconoscimento giuridico. Queste fasi diverse coincisero coi diversi momenti della sua espansione, cosicché, nell'epoca imperialistica, quasi tutte le organizzazioni sindacali metropolitane risultarono imprigionate in un inquadramento che si può ben definire di strati di lavoratori meglio retribuiti, la cosiddetta «aristocrazia operaia». L'imperialismo, nella sua espansione, non poteva non esportare nelle colonie le addomesticate organizzazioni metropolitane, riformiste ed opportuniste, sul tipo delle Trade Unions, e affidar loro il compito di contenere gli eventuali moti insurrezionali mantenendo e, se possibile, promuovendo la discriminazione razziale all'interno del proletariato. La nuova Federazione sindacale panafricana non poteva quindi non combattere il corporativismo, denunziando l'operato della CISL internazionale, le sue manovre scissionistiche, il suo tentativo di subordinare il sindacato agli interessi dell'imperialismo, i suoi intrighi per impedire che il movimento sindacale africano si unificasse su scala continentale. Tottegah, segretario generale dei sindacati del Ghana, ha messo in rilievo con fermezza e convinzione la resistenza ostinata e corruttrice, la connivenza con gli agenti dell'imperialismo, il fondo reazionario, di tale organizzazione.

A questo punto doveva riallacciarsi l'altro della critica dell'«apoliticità» del sindacato, altro prodotto socialdemocratico che estende il raggio della sua influenza soprattutto nell'Africa di lingua inglese è francese, cosicché la formulazione uscita dal Congresso: «il nostro sindacalismo respinge il corporativismo e tutte le forme dell'apoliticità sindacale», pone questa organizzazione all'avanguardia sia nella lotta rivendicativa che in quella di preparazione dell'attacco rivoluzionario alla cittadella borghese. È infatti evidente che il rifiuto dell'apoliticità non vuol essere un passo verso una maggior collaborazione con la borghesia nazionale e quindi col suo partito, ma - almeno tendenzialmente - esprime la volontà di ricerca di una politica autonoma del proletariato. La teoria dell'apoliticità parte dalla convinzione, di cui Seku Turé è il portavoce, che «nei paesi colonizzati la situazione si presenta in modo diverso [dal resto del mondo], perché le contraddizioni tra i diversi strati della popolazione sono minori rispetto alla contraddizione maggiore esistente fra l'interesse dell'insieme del popolo del paese e il sistema coloniale... La lotta di classe nei paesi colonizzati si confonde essenzialmente con la lotta contro il sistema coloniale che, a un livello più elevato, non è che una conseguenza dello sviluppo del capitalismo all'esterno dei paesi dominati da questo regime». Ma la parola d'ordine di Seku Turè: «Tutto per la liberazione dei popoli dell'Africa nera dal giogo coloniale, tutto per l'indipendenza immediata», che si traduce in una stretta collaborazione fra proletariato e borghesia, nella rinuncia ad un programma proletario a favore del programma borghese, non rappresenta più, come appariva nei precedenti congressi, le esigenze del movimento sindacale e operaio africano. La Carta di Casablanca dichiara infatti che la lotta da condurre è quella a fianco dei lavoratori di tutto il mondo contro ogni forma di sfruttamento dell'uomo, e che lo sviluppo dell'Africa non può essere capitalista, perché il «capitale» africano più prezioso è l'uomo, e dalle sue braccia dipende il presente e l'avvenire.

Un altro punto significativo, e che dimostra come per il proletariato sia più facile apprendere in una situazione rivoluzionaria che in lungo periodo di riformismo, è che i rappresentanti del proletariato africano hanno riconosciuto come i più pericolosi nemici l'opportunismo e il riformismo. Ciò è implicito nella loro dichiarazione di essere nello stesso tempo contro le organizzazioni internazionali e metropolitane appunto inficiate di opportunismo - e per l'internazionalismo proletario; dichiarazione apparentemente contraddittoria, ma che in realtà dimostra come il proletariato africano sia sulla via di costituirsi in classe autonoma e quindi anche in partito, ed è caratteristico che gli stalinisti non l'abbiano messa in risalto, perché ciò implicava una analisi critica delle posizioni che i partiti cosiddetti comunisti hanno assunto su scala mondiale.

Le prospettive del proletariato africano sono legate a quelle del proletariato dei paesi capitalistici più evoluti; ma è anche vero che molto ha dato e molto darà alla classe lavoratrice europea la classe lavoratrice africana. Con la formazione di stati nazionali si smembreranno i tradizionali imperi colonialisti e questo sgretolamento non mancherà di coinvolgere le posizioni di privilegio e di «aristocrazia» di cui il proletariato metropolitano aveva finito per «godere» pagandole al caro prezzo della rinuncia al suo programma storico rivoluzionario e alla sua unità internazionale. Bruciato ed umiliato, esso saprà finalmente riconoscere, come hanno istintivamente dimostrato i lavoratori belgi nell'ultimo loro grande sciopero, che il vero nemico è il capitale internazionale e il suo sistema economico, quello stesso contro cui si battono i proletari di pelle nera. I due processi si legano e si condizionano a vicenda. Alla marcia del proletariato africano verso la sua costituzione in classe corrisponderà la ripresa del proletariato dei paesi industrialmente più evoluti: e allora, ma solo allora, saremo testimoni del fatto storico decisivo per cui l'umanità, cristallizzata nel proletariato e nel suo partito, si leverà con una tale potenza da squassare la terra che da millenni assiste muta allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, delle classi dominanti su quelle dominate.

Source: «Il Programma Comunista», 22 luglio 1961, Anno X, N.14

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