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LEZIONCINA SUDAMERICANA SU DEMOCRAZIA E RIFORME
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Lezioncina sudamericana su democrazia e riforme
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Lezioncina sudamericana su democrazia e riforme
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L'incruento colpo di scena brasiliano - l'autosiluramento di Quadros, la levata di scudi delle Camere e dell'esercito, la successione di Goulart - può forse trovare una spiegazione attendibile se, pur non escludendo affatto che ci sia di mezzo lo zampino di alcuni circoli della grossa borghesia statunitense, non ci affidiamo alla troppo comoda «chiave» giornalistica dello sgambetto dato da Washington, in quanto governo ufficiale yankee, a un capo di Stato colpevole di aver insignito di un'alta onorificenza il ministro delle finanze cubano, e sospetto, per queste ed altre ragioni... serie di «neutralismo» e addirittura di simpatie per Krusciov.

La tesi non regge: con Guevara, ha tenuto ben più sostanziali abboccamenti un ministro in stelle e strisce; il «neutralista» Quadros non aveva esitato a contrarre prestiti per 200 milioni di dollari prevalentemente in America, né a «rendere più agevoli e tentatrici (per usare il linguaggio immaginifico dell'«Economist») le condizioni d'investimento privato in Brasile»; infine, nel regime di Quadros, il «sinistro», tanto per intenderci il filo-cubano (o addirittura filo-cinese) era proprio quel Goulart che adesso i «ribelli» hanno fatto presidente.

Si è piuttosto tentati di giudicare gli eventi brasiliani come un ennesimo fiasco della politica, giust'appunto, statunitense, e in particolare degli sforzi di Washington di rifarsi una verginità di fronte all'America del Sud e alle aree sottosviluppate del mondo, presentandosi come l'angelo tutelare di un'«alleanza per il progresso» com'è stata chiamata - e quindi anche per una serie di graduali, moderate, «savie» riforme. Non molto tempo prima del «fattaccio» brasiliano, venti paesi dell'America Latina si erano riuniti a Punta del Este per redigere quella che fu detta la nuova Magna Carta della libertà e della prosperità comune - libertà, prima di tutto, dalla paura della concorrenza sovietica: la Magna Carta in cui sarebbero state condensate le clausole eterne dell'«Alleanza per il Progresso» di Mr. Kennedy.

Si trattava, nel pensiero (o nell'assenza di pensiero) dei dirigenti statunitensi, di mettere in marcia una «rivoluzione controllata» tale da battere al traguardo l'offensiva castrista e toglierle una parte almeno del suo fascino; di offrire una specie di nuovo Piano Marshall per l'America Latina, consistente in prestiti e donativi dell'ammontare di venti miliardi di dollari in dieci anni, offerti ai suddetti Paesi per aiutarli ad accrescere il ritmo di incremento economico e produttivo in modo da far fronte alla loro «esplosione demografica» e ad un tenore di vita notoriamente molto basso, anche se, in una piccola minoranza di padroni del vapore, elevatissimo. L'angelo benefattore accettava di mettere dell'acqua nel vino delle tradizionali prevenzioni per le aziende a gestione pubblica, ed era anche pronto a lavorare alla stabilizzazione dei prezzi mondiali delle materie prime, in particolare del caffè, o all'apertura di nuovi mercati di sbocco alle medesime; ma soprattutto metteva a disposizione consiglieri, esperti, tecnici, capitali, perché si iniziasse una serie di riforme anch'esse «controllate», cioè guardinghe, non precipitose, da non incutere paura ai pesci grossi dell'affarismo locale ed estero - sviluppo dell'istruzione, apertura di scuole, riforme fiscali nel senso di una tassazione progressiva, riforme agrarie nel senso della creazione di piccole aziende contadine tagliate nei panni del grande latifondo e della diversificazione dell'agricoltura, riforme amministrative nel senso di un colpo di scopa (oh, con mille riguardi!) alla flora e fauna burocratica. E l'angelo benefattore andò più in là. Disse: «Niente riforme, niente aiuti».

Belle parole: ma come attuarle? Fu proposta da Washington la creazione di un Comitato misto che decidesse sull'assegnazione o meno di crediti ed aiuti in base alla serietà dei piani di riforma sottopostigli dai rispettivi governi. La proposta, abilmente sfruttata da Guevara, cadde come un fulmine a ciel sereno: essa viola la sovranità nazionale, dissero gli Stati più grossi; protestate perché i soldi li volete tutti voi, risposero i più piccoli. E, sudando quattro camice (o forse venti quanti erano i convenuti), l'angelo protettore ripiegò sulla formula di un comitato di controllo puramente consultivo, che avrebbe lasciato le cose come stavano. Era una prima sconfitta.

D'altra parte, mentre a Washington il Congresso cominciava a mugugnare sui nuovi impegni finanziari che il governo stava per assumere, nell'America Latina la sola idea di qualche timida riforma (battezzata per giunta «rivoluzione», sia pure «controllata»), gettava il panico nelle classi dirigenti, nell'esilissimo strato di grossissimi pesci monopolizzanti - d'accordo con compari esteri - le ricchezze e sfruttanti le inenarrabili povertà dell'amatissima patria loro. Essi avevano, sul terreno della polemica, buon gioco: gli americani che vengono ad insegnarci le riforme fiscali, fondiarie e amministrative, guardino prima in casa loro; prima di occuparsi delle nostre, scopino le loro stalle. Ma avevano un'altra corda al loro arco, e formidabile: gli americani cantano di democrazia; ebbene, applichiamola punto per punto, e vedrete che nemmeno le timide e controllate riforme andranno in porto. Nei vergini paesi del capitalismo in fiore, ma in ritardo di più di un secolo sulle rivoluzioni industriali classiche, le «riforme» si fanno mediante un governo accentratore e, se possibile, dittatoriale, o non si fanno per nulla. O state al gioco, americani-angeli custodi, o vi freghiamo noi.

Quadros, prima che gli venisse il là dalla repubblica stellata, aveva già scelto la strada della sua «rivoluzione (poveri noi!) controllata», potando l'albero della macchina burocratica, frenando le speculazioni sul contrabbando, facendo ventilare un pizzico di riforma terriera almeno in zone vergini ed incolte, migliorando i sistemi di sicurezza sociale. E aveva capito, più o meno chiaramente, che per far ciò occorreva rafforzare il potere esecutivo: di qui le accuse al suo «presidenzialismo». Ma come liquidare - si chiesero i padroni del vapore - il presidente delle «riforme» (per misere che fossero), se queste vanno proprio nel senso voluto dalla kennedyana «alleanza per il progresso»? La risposta fu tanto unanime quanto astuta: con l'arma americana, l'arma della democrazia. Quadros è stato democraticamente livragato: il suo successore avrà limitati i suoi poteri; il parlamento lo controllerà - il responso dell'urna è ineccepibile, la democrazia è salva!

Oggi Washington, probabilmente, è occupata a risolvere il dilemma: o imporre alle classi dirigenti miopi e retrive quel pizzico infinitesimo di riforme che solo può ridarle una verginità agli occhi delle nazioni povere, fregandosene della democrazia di cui il Campidoglio è il baluardo mondiale; o volere la democrazia, e rinunziare alle riforme. E, per quanto si guardi pensosamente l'ombelico, il dilemma è lì, insoluto. Noi siamo anti-riformisti e la questione non ci tocca: ma quelli che predicano insieme la democrazia e le riforme di struttura siano almeno coerenti, mettano l'orbace. Controrivoluzionaria nei Paesi ad alto sviluppo capitalistico dove la rivoluzione minaccia, la democrazia è fin anche anti-riformista nei Paesi aspiranti a imborghesirsi del tutto! Il riformismo borghese è, oggi, fascista, o non è nulla.

Source: «Il Programma Comunista» - 19 settembre 1961 - N. 17

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