Lotta per la riduzione della giornata di lavoro
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LOTTA PER LA RIDUZIONE DELLA GIORNATA DI LAVORO
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Lotta per la riduzione della giornata di lavoro
I limiti economici delle lotte sindacali
Il primo caso
Il secondo caso
Terzo caso
Conclusione
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Lotta per la riduzione della giornata di lavoro
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La lotta per la riduzione della giornata lavorativa non in una singola azienda, dove questa riduzione non è in genere mai frutto di una lotta ma di una concessione per motivi che saranno chiariti più oltre, bensì alla scala nazionale, e se possibile, internazionale, la lotta quindi per la riduzione generale della giornata lavorativa rappresenta nelle mani della classe operaia l'unica arma con cui combattere, entro il quadro del regime capitalista, la oppressione crescente generata dall'aumento della produttività e dell'intensità del lavoro. D'altra parte ciò non significa che le lotte operaie per obiettivi più limitati non rappresentino anch'esse una forma dì lotta operaia contro il capitale, e che i comunisti debbano disinteressarsene. I comunisti al contrario devono partecipare attivamente a queste lotte particolari per elevarle e unificarle sulla piattaforma della riduzione della giornata di lavoro, l'unica via attraverso la quale i comunisti riusciranno a propagandare, impostare, e dirigere nel futuro la lotta nazionale e internazionale per la riduzione generale della giornata lavorativa.

L'apparente contraddizione fra lotte particolari e lotta generalizzata è così chiarita da Marx:
«
Se nelle associazioni si trattasse realmente solo di quello dì cui sembra si tratti, cioè della fissazione del salario, ese il rapporto fra lavoro e capitale fosse eterno, queste coalizioni si urterebbero senza successo alla necessità delle cose. Ma esse sono il mezzo della unione della classe operaia, della preparazione all'abbattimento di tutta la vecchia società con i suoi contrasti di classe. E da questo punto di vista hanno ragione gli operai di ridere dei saggi maestri di scuola borghesi, che fanno loro il conto preventivo di quanto costa questa guerra civile, in morti, in feriti e in sacrifici dì denaro. Chi vuole battere il nemico, non discute con lui i costi della guerra». (Marx - «Lavoro salariato e capitale»).

Il paradosso dialettico consiste proprio in questo - i borghesi e i loro servitori riformisti sono i più

zelanti nell'esaltare la funzione delle lotte sindacali e nello stesso tempo nel sabotarle - i comunisti dimostrano che le lotte sindacali non hanno mai un esito risolutivo, ma ne sono gli unici difensori. La contraddizione e spiegata dal fatto che, per borghesi e riformisti, il rapporto fra lavoro e capitale è eterno; per i comunisti, il rapporto fra lavoro e capitale è destinato ad essere distrutto, e le lotte sindacali, in particolare la lotta per la riduzione della giornata lavorativa, sono un mezzo necessario a questa distruzione.

La tesi dei capitalisti e dei riformisti, l'eternità del capitale, non spiega l'antitesi, la lotta rivendicativa della classe operaia, e la riconduce alla tesi: l'eternità del capitale. Perciò i riformisti sabotano la lotta sindacale. La tesi dei comunisti, la distruzione del capitale, spiega ed illumina l'antitesi, la lotta sindacale operaia, e la conduce attraverso l'azione del partito alla sua sintesi luminosa: il comunismo. Così i comunisti difendono, potenziano e generalizzano le lotte rivendicative della classe operaia. Il programma comunista, la società comunista, sono il fine inconsapevole che muove gli operai nelle loro lotte, immediate, sono l'anima nascosta ma potente di queste lotte. I comunisti non possono staccarsi dal loro fine e dalla loro anima - partecipando anche alla più umile delle vertenze rivendicative, essi non soltanto si ricongiungono al fine e all'anima che in queste lotte si manifestano, ma li rappresentano, li incarnano e li esprimono agli occhi degli operai, esprimono agli occhi degli operai il comunismo.

I limiti economici delle lotte sindacali
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Abbiamo affermato paradossalmente che la lotta sindacale è in un certo senso disperata. Si è visto che questa affermazione è di Marx, e che Marx aggiunge: se il rapporto fra lavoro salariato e capitale fosse eterno. Vediamo allora quali sono per Marx i limiti capitalistici della lotta sindacale.
«
I costi che i sindacati procurano agli operai sono nella maggior parte dei casi più grandi dell'aumento di guadagni che essi vogliono ottenere... Se riuscisse alle coalizioni di tenere così alto in un paese il prezzo del lavoro, che il profitto cadesse sensibilmente in confronto con il profitto medio in altri paesi, oppure che il capitale venisse trattenuto nel suo sviluppo, la conseguenza dì ciò sarebbe la stagnazione e il regresso della industria, e gli operai sarebbero rovinati insieme ai loro padroni, perché questa è la situazione dell'operaio - la sua situazione peggiora a sbalzi, quando il capitale produttivo cresce, ed egli è senz'altro rovinato quando esso diminuisce o rimane stazionario». (Marx «Lavoro salariato e capitale»).

Tutto quindi nella società capitalistica spinge l'operaio alla distruzione di questa società, all'instaurazione del comunismo. Il comunismo è impossibile, è assurdo, ripetono oggi i luridi servitori del capitale. Essi non si accorgono che il primo e più grande degli assurdi è... la loro semplice esistenza di leccapiedi e sfruttatori. Ma i comunisti devono saper riconoscere i caratteri assurdi, le assurde contraddizioni del capitalismo, per farne scaturire la necessità semplice e ragionevole dei comunismo.

Ora, per quanto riguarda la questione sindacale, uno di questi assurdi, finché si rimane nell'ambito del capitalismo, è proprio l'esistenza dei sindacati. Solo il comunismo può spiegare l'esistenza dei sindacati oggi. Solo la speranza, oggi sotterranea ed inconsapevole, domani aperta e travolgente, che il capitalismo un giorno scomparirà, che gli succederà una organizzazione sociale in cui tutte le loro pene e le loro sofferenze scompariranno, può spingere gli operai a sopportare i costi in passivo che, finché dura il capitalismo, rappresentano per essi i sindacati.

Si è visto che il primo dei limiti capitalistici alla lotta sindacale sono i sindacati stessi. Si tratta ora di esaminare la situazione in cui il capitale produttivo cresce, cioè la situazione attuale - la situazione che è succeduta alla II guerra mondiale e si protrae tuttora. Quando il capitale produttivo cresce, la situazione dell'operaio peggiora a sbalzi, dice Marx. Bisogna quindi spiegare perché questi sbalzi nella situazione odierna degli operai debbano essere utilizzati dai comunisti in modo che si arrivi alla lotta per la riduzione della giornata lavorativa. Dal punto di vista dell'abbattimento del capitalismo, la spiegazione è semplice: se attraverso le lotte attuali si arrivasse da parte degli operai alla rivendicazione della riduzione della giornata lavorativa, e questa lotta coincidesse con la prossima crisi economica, cioè con il periodo in cui il capitale produttivo diminuisce o rimane stazionario e l'operaio è senz'altro rovinato, allora il capitalismo sarebbe colpito al cuore. Gli operai passerebbero dalla lotta economica più generalizzata, cioè per la riduzione della giornata lavorativa, alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere, proprio nel momento in cui il capitalismo è più debole.

Ma prima di questo è necessario dare la dimostrazione economica della necessità della lotta per la riduzione della giornata lavorativa. A questo scopo sarà riassunto il capitolo quindicesimo dei primo libro del Capitale, il quale si intitola: «Variazioni di grandezza nei prezzi della forza-lavoro e del plusvalore».

Il valore della forza-lavoro, scrive Marx all'inizio di questo capitolo del Capitale, è determinato dal valore dei mezzi di sussistenza che per consuetudine sono necessari all'operaio medio. In una certa epoca di una certa società, la massa di questi mezzi è data, benché la sua forma possa variare, cioè la quantità è costante, la qualità (forma) è variabile. Ad esempio l'operaio russo di oggi può coi suoi kopeki comperare tutto pane o tutta vodka, in ciò consiste la sua libertà; ed hanno perfettamente ragione gli opportunisti del Cremlino quando si presentano come i cavalieri della libertà . Ma al capitale non interessa l'uso che l'operaio liberamente fa del salario. Essendo data la massa dei mezzi di sussistenza necessari alla forza-lavoro in un'epoca determinata, ciò che può variare, e che il capitale ha interesse a far diminuire è il valore di questa massa. Infatti in questo modo diminuisce non il valore assoluto della forza-lavoro, ma il suo valore relativo; cioè il rapporto fra salario e plusvalore si sposta a tutto svantaggio del primo e a tutto vantaggio del secondo anche se il valore reale della forza-lavoro, cioè il salario reale, rimane lo stesso o addirittura aumenta. Come può il capitale raggiungere questo risultato? Marx esamina vari casi. Vediamo il primo.

Il primo caso
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Il primo caso esaminato da Marx nel cap. XV del I Libro del Capitale per spiegare come il capitalista ottenga di modificare il rapporto fra salario e plusvalore a tutto vantaggio del secondo è questo:

Supponiamo una giornata di lavoro di 12 ore, un lavoro necessario di 6 ore corrispondente a un salario di 3 scellini e alla produzione di 1 e 1/2 balla di cotone filato, un pluslavoro di 6 ore corrispondente a un plusvalore di 3 scellini e a un plusprodotto di 1 e 1/2 balla di cotone filato. Ammettendo che la forza produttiva del lavoro si raddoppi restando costante la durata della giornata lavorativa e la intensità del lavoro, supponiamo che il raddoppiamento della forza produttiva sia generale e non limitato a poche aziende, tralasciando i caratteri anarchici e gli squilibrii concorrenziali attraverso cui nel capitalismo avviene l'aumento della forza produttiva. A questo punto l'operaio in 2 ore fila 1 balla di cotone invece di 1/2 balla di cotone. Ora 1 balla di cotone ha il valore di 1 scellino perché continua a contenere 2 ore di lavoro. Prima avevamo questa equivalenza. 1/2 balla di cotone = 2 ore di lavoro = 1 scellino. Ora, essendo raddoppiata la forza produttiva, abbiamo l'equivalenza: 1 balla di cotone = 2 ore di lavoro = 1 scellino.

Se la ripartizione della giornata lavorativa fra lavoro necessario e pluslavoro fra salario e plusvalore, rimane immutata, abbiamo questa equivalenza: salario 3 scellini = 3 balle di cotone = 6 ore di lavoro. Se invece il raddoppiamento della forza produttiva va a esclusivo vantaggio del capitale, cioè del plusvalore, abbiamo l'equivalenza: salario 1 1/2 scellini = 1 1/2 balla di cotone = 3 ore di lavoro.

Fra gli estremi di queste due ultime equivalenze può oscillare il prezzo della forza-lavoro. Ecco come Marx caratterizza il fenomeno:
«
Se il prezzo della forza-lavoro scendesse, ma non sino al limite di 1 1/2 scellino che è dato dal suo valore, bensì a 2 scellini e 10 pence, 2 scellini e 6 pence, ecc., questo prezzo in diminuzione rappresenterebbe ancor sempre una massa crescente di mezzi di sussistenza. Così, a forza produttiva in aumento, il prezzo della forza-lavoro potrebbe essere in caduta costante, mentre la massa dei mezzi di sussistenza dell'operaio potrebbe contemporaneamente e costantemente aumentare, però relativamente; cioè, a paragone del plusvalore, il valore della forza-lavoro scenderebbe costantemente e così si allargherebbe l'abisso fra le condizioni di vita dell'operaio e quelle del capitalista».

Ecco come la miseria cresce insieme al vostro benessere, signori del capitale! Da che cosa, dunque, dipende il grado di diminuzione del salario, quando aumenta la forza produttiva?

Marx risponde:
«
Il grado della diminuzione, il cui limite minimo è costituito da 1 1/2 scellino, dipende dal peso relativo che la pressione del capitale da un lato e la resistenza degli operai dall' altro gettano sulla bilancia».
Nessuna richiesta di aumento dei salari è quindi troppo alta. In questo gli operai non sbagliano, in questo hanno sempre ragione! Non esistono «giusti » salari, salari «equi», come bestemmiano gli opportuni-sti che dirigono la CGIL. Il salario è sempre ingiusto, non solo per il fatto che l'esistenza del salario presuppone l'esistenza del plusvalore, quindi dello sfruttamento capitalistico, ma anche per il fatto che si tratta di un'ingiustizia crescente, di un'ingiustizia che aumenta con l'aumento della produttività del lavoro.

Siamo quindi arrivati al primo obiettivo della lotta rivendicativa: aumento del salario. Si tratta ora di arrivare alla riduzione della giornata lavorativa.

Il secondo caso
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Marx scrive:
«
Intensità crescente del lavoro presuppone aumento del dispendio del lavoro entro uno stesso periodo di tempo. La giornata di lavoro più intensa s'incarna quindi in più prodotti della giornata meno intensa d'eguale numero di ore. É vero che, a forza produttiva aumentata, anche la medesima giornata lavorativa fornisce più prodotti. Ma in quest'ultimo caso il valore del prodotto singolo diminuisce perché il prodotto costa meno di prima. Nel primo caso rimane invariato perché il prodotto costa sia prima che dopo la stessa quantità di lavoro».

Tutti gli elementi considerati nel caso di aumento della forza produttiva rimangono invariati. Supponiamo che aumenti l'intensità del lavoro, e che in 12 ore gli operai non filino 3 balle ma 4 balle di cotone. Abbiamo visto che il valore del prodotto in questo caso rimane invariato. Otteniamo allora queste equivalenze: 1/2 balla di cotone = 2 ore di lavoro = 1 scellino; quindi: 4 balle di cotone = 16 ore di lavoro = 8 scellini.

In questo modo l'operaio non ha lavorato 12 ore, come sembra, e come il borghese tenta di fargli credere, ma ha lavorato 16 ore. Facciamo ora un paragone fra il caso in cui aumenta la forza produttiva e il caso ora esaminato in cui aumenta la intensità del lavoro, ed esaminiamo la situazione peggiore per l'operaio nel primo caso e la situazione migliore nel secondo. Supponiamo cioè che nel primo caso l'operaio sia tanto debole di fronte al capitale che quest'ultimo incameri tutto il vantaggio dell'aumentata produttività. Avremo l'equivalenza già riportata: salario 1 1/2 scellini = 1 1/2 balle di cotone = 3 ore lavoro necessario.

Anche nel caso peggiore, quindi, se è aumentato il plusvalore relativo, cioè se il rapporto fra il salario e il plusvalore si è spostato a favore dì quest'ultimo, il valore della forza-lavoro è rimasto costante. Supponiamo ora nel secondò caso, in cui cioè aumenta l'intensità del lavoro, la situazione più favorevole per l'operaio, che cioè l'operaio riceva dei 2 scellini di valore aggiunto 1 scellino, cioè la metà. Apparentemente il salario dell'operaio è aumentato, ma ciò è falso, perché abbiamo l'equivalenza: salario 4 scellini = 2 balle di cotone = 8 ore di lavoro.

L'operaio in realtà non fornisce una giornata lavorativa di 12 ore ma di 16 ore. Si può al massimo sostenere che il valore della forzalavoro è costante. Ma per sapere se il valore della forza-lavoro è rimasto costante o è diminuito bisogna rispondere a questa domanda:
«
I mezzi di sussistenza che l'operaio può comperare in più con il quarto scellino che si è aggiunto ai 3 precedenti, sono sufficienti a compensare lo sperpero delle 4 ore di lavoro che sì sono aggiunte alle primitive 12?».
Ecco come Marx pone il problema:
«
In questo caso l'aumento del prezzo della forza-lavoro non implica necessariamente l'aumento del suo prezzo al di sopra del suo valore. Quest'aumento può essere, viceversa, accompagnato da una diminuzione del valore della forza-lavoro. Ciò accade sempre nei casi in cui l'aumento del prezzo della forza-lavoro non com-pensa il suo più rapido consumo».
Ora queste considerazioni valgono sia per l'aumento dell'intensità del lavoro sia per l'aumento della giornata lavorativa, Quando questo avviene, Marx scrive:
«
Il prezzo della forza-lavoro e il grado del suo sfruttamento cessano di essere grandezze commensurabili fra di loro».
Oggi il capitalismo, proprio nei suoi centri più sviluppati e più «popolari», combina insieme l'aumento dell'intensità del lavoro e della giornata lavorativa sotto forma di lavoro straordinario, non elargendo in cambio nemmeno un aumento di salario, ma i premi di produzione. A che punto è ridotto l'operaio della FIAT che lavora con gli straordinari in media 10 ore al giorno? Con l'enorme aumento dell'intensità di lavoro le sue 10 ore corrispondono alle 16 ore di Marx, e a questo punto nessun frigorifero e nessuna utilitaria può compensare il rapido consumo della sua forza-lavoro. L'unica risposta anche immediata che gli operai in questa situazione possono dare al capitale, è la riduzione della giornata lavorativa. Si tratta tuttavia di vedere come è possibile impostare questa lotta.

A questo proposito Marx ha notato che uno degli effetti dell'aumento dell'intensità del lavoro è appunto la differenziazione dei salari, su scala internazionale e su scala nazionale. La espressione più lurida, oggi, di questa differenziazione sono appunto i famosi premi di produzione. Una prima parola d'ordine potrebbe essere quella di incorporare il premio di produzione nel salario: quindi si potrebbe passare alla lotta per una giornata lavorativa normale a salario invariato o aumentato. In seguito si potrebbe arrivare a una lotta generale per la riduzione dell'orario di lavoro. Ma gli opportunisti della CGIL non avvertono tutte queste difficoltà, et pour cause! Per essi tutto va bene, la classe operaia è diventata nazionale, ed il suo obiettivo immediato non è la riduzione almeno del tragico sfruttamento in cui si trova, attraverso una lotta generalizzata per l'aumento dei salari e la riduzione della giornata di lavoro, ma sono i consigli di gestione i quali rappresenterebbero addirittura il socialismo!!! Ora, a parte il fatto che i consigli di gestione non sono il socialismo, questo controllo o cogestione operaia quando non fossero una utopia, non rappresenterebbero altro che una ulteriore differenziazione della classe operaia e quindi una sua maggiore impossibilità a lottare anche per rivendicazioni minime.

Infatti, a proposito dell'aumento dell'intensità del lavoro, noi abbiamo considerata la condizione più favorevole per l'operaio. Ma perché questa condizione si verifichi, è necessaria una grande resistenza degli operai come classe di fronte al capitale. Come è possibile questa resistenza di classe, dal momento che l'accresciuta intensità del lavoro presuppone una classe operaia divisa e asservita? Un proletariato così forte da imporre al capitale la cessione della metà del vantaggio derivato dall'aumento dell'intensità del lavoro, avrebbe sicuramente la forza e la coscienza di opporsi al fatto stesso di questo aumento: imposterebbe la sua lotta nel senso di ottenere di lavorare di meno e guadagnare di più, e non cederebbe alle lusinghe che il capitale non cessa di propinargli: lavora di più e guadagna di più.

Terzo caso
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Supponiamo che la giornata lavorativa diminuisca di 2 ore, da 12 ore a 10 ore, eguali rimanendo la forza produttiva e l'intensità del lavoro. In questo caso, mentre il valore della forza-lavoro e il lavoro necessario rimangono invariati, diminuisce la grandezza assoluta e relativa del pluslavoro e del plusvalore. Secondo quanto detto prima, il plusvalore passerebbe da 3 a 2 scellini, il pluslavoro da 6 a 4 ore, il plusprodotto da 1 1/2 a 1 balla di cotone filato. É evi-dente che l'unica alternativa che in questo caso rimane al capitale è abbassare il prezzo della forza-lavoro al di sotto del suo valore. Ma una classe operaia così cosciente e così forte da imporre una riduzione della giornata lavorativa non compensata da un aumento della forza produttiva e dell'intensità del lavoro, può sopportare una riduzione del salario al di sotto del valore della forza-lavoro, cioè al di sotto del minimo vitale? Questo è il punto. Ed è chiaro che si tratta di una lotta per la vita o per la morte da una parte e dall'altra, da parte della classe operaia e da parte della classe capitalista.

Ne risulta che il colpo più duro che la classe operaia possa sferrare al capitale, prima della conquista del potere politico, della distruzione totale dello Stato borghese e della imposizione della dittatura esercitata dallo Stato e dal Partite di classe, è la riduzione della giornata lavorativa senza riduzione del salario reale, eguali rimanendo la forza produttiva e l'intensità del lavoro. Ciò è meravigliosamente dimostrato da Marx, oltre che nel capitolo XV del Primo Libro del Capitale, sopratutto nella Sezione Terza del Primo Libro «La produzione del plusvalore assoluto» in cui viene esaminata la lunga lotta della classe operaia inglese per la riduzione della giornata lavorativa e si ravvisa in essa il punto più alto, l'espressione più completa della lotta di classe.

Tutto questo spiega molto bene la rabbiosa resistenza del capitale e dei suoi manutengoli accademici politici e sindacali, di fronte a questa fondamentale rivendicazione. A volte, e in casi rarissimi la giornata lavorativa viene ridotta. Ecco come Marx spiega il segreto di questa strana condiscendenza:
« Tutte le frasi correnti contro l'abbreviamento della giornata lavorativa presuppongono che il fenomeno avvenga nelle circostanze qui presupposte, mentre viceversa la variazione nella forza produttiva e nell'intensità del lavoro o precede l'abbreviamento della giornata lavorativa o lo segue immediatamente».

Qual' è, a questo proposito, la politica da rinnegati che conducono la CGIL e i partiti opportunisti? O si grida che la classe operaia non ha la forza per porre rivendicazioni così impegnative, o, quando la produttività e l'intensità del lavoro sono cresciute in modo così infernale che la stessa spontanea e minacciosa ribellione degli operai consiglia lo Stato borghese a prendere in esame la riduzione della giornata lavorativa, ci si accoda alle iniziative del capitale e della borghesia.

Conclusione
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La riduzione della giornata lavorativa non la si pone mai troppo presto. Essa si verifica anzi sempre troppo tardi per la classe operaia schiacciata dal vertiginoso aumento della produttività e dell'intensità del lavoro che, accrescendo l'estorsione di plusvalore, aumenta l'oppressione di classe del capitale e l'ampiezza delle crisi economiche. Non è seguendo l'illusione della conquista di uno stabile benessere da parte della classe operaia in coesistenza con un capitale addomesticato, che i comunisti da oltre cent'anni, seguendo l'insegnamento di Marx, insistono sull'importanza della riduzione della giornata lavorativa. Sappiamo infatti che il contrasto di classe fra capitale e lavoro salariato non può concludersi, una volta ingaggiata una così ampia e terribile battaglia, che nella riduzione in schiavitù dell'una classe o dell'altra, della borghesia o del proletariato E che la lotta per la riduzione della giornata lavorativa sostenuta a tempo e realizzata in un momento favorevole, cioè prima di un ulteriore aumento della forza produttiva e dell'intensità del lavoro, suscita una così feroce resistenza nel capitale, e richiede una così grande forza e unità da parte della classe operaia internazionale, che questa può intravedere durante la battaglia lo scopo finale della sua lotta. Se in una situazione simile il capitale fa l'unica cosa possibile, cioè tenta di abbassare il prezzo della forza-lavoro al di sotto del suo valore, e se la congiuntura politica nazionale e internazionale è favorevole, il Partito Comunista, temprato in tutto il corso storico della lotta proletaria, può lanciare le masse salariate alla distruzione dello Stato borghese

Source: «Il Programma Comunista», N.1, 4 gennaio 1962 e N.2, 18 gennaio 1962.

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