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ANCORA SUL «SOCIALISMO» CUBANO
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Ancora sul «socialismo» cubano
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Ancora sul «socialismo» cubano
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La pubblicazione, presso Feltrinelli, di un fascicolo di C. Wright Mills sulla «Rivoluzione Cubana» ci permette di ribadire alcuni punti già da noi trattati precedentemente.

Primo: il carattere non socialista della rivoluzione. Lasciamo stare il discorso (da noi esaurito) sulla struttura economica, ed affidiamoci, per quanto hanno di probante, alle dichiarazioni «castriste» sull'indirizzo ideologico della rivoluzione. Castro stesso dice che la «sua» rivoluzione è di «tipo nuovo», in quanto scioglierebbe il nodo posto dinanzi al mondo incerto e dubitoso tra il
«
capitalismo che affama la gente ed il comunismo che risolve i problemi economici, ma sopprime la libertà tanto cara all'uomo» col suo «concetto totalitario»;
e scopre, in fondo, un termine nuovo per staccare (se mai possibile) la rivoluzione cubana dall'una e dall'altra determinazione: «rivoluzione umanistica» è la sua, e solo cubana. Che cosa tutto questo abbia a spartire con il marxismo lo lasciamo dire al PCI e soci, indaffarati - nonostante tutto - ad esaltare il «carattere socialista» dello stato cubano.

Secondo punto: il ruolo del locale Partito comunista è stato del tutto secondario, se non addirittura di freno. Ci tocca ribadire anche questo dato di fatto, dal momento che un certo prof. dott. Calò, in un suo giro di conferenze per il PCI, ha esaltato il «ruolo» svolto dal PSP nello volgimento della rivoluzione. Ma lo squallido stalinismo cubano, coi suoi 17 mila membri (dati del 59) ha fatto ben poco, e lo conferma ancora una volta la voce «ufficiale» di Cuba:
«
Non ha avuto affatto parte nell'affermazione della rivoluzione... I comunisti, se non ci ignoravano, furono rivali politici del nostro movimento. Non ci aiutarono. Se ora fanno parte del governo, è perché il nostro governo lo ha concesso loro».
Ecco tante chiacchiere messe K.O., e proprio dal «socialista» Castro. Ma c'è di più: quel che vale per il Partito Comunista cubano, vale per tutta la gamma dei partitelli comunisti dell'America Latina.

L'opportunismo dirigente moscovita non può produrre che simili risultati. Ascoltiamo la non sospetta voce di Cuba, e ne sentiremo delle belle:
«
Questo è generalmente il caso dei partiti comunisti locali dell'America Latina... i comunisti locali sono alla destra della rivoluzione. I partiti comunisti dell'America Latina mirano generalmente ai «fronti popolari» o alle «coalizioni nazional-democratiche» e così via [Non pare di sentir aria di casa nostra?]. Non hanno abbastanza appoggio per fare una rivoluzione e così sacrificano l'immediata azione rivoluzionaria, e anche il pensiero, per i «movimenti nazionali di liberazione». [Cioè: non possono e non vogliono la rivoluzione]... Somigliano troppo ad una società di «Amici dell'Unione Sovietica» e non entrano nemmeno nella «questione cinese», se la sollevate; e i «cinesi» [cioè i «rivoluzionari»] dell'America Latina non si perdono affatto coi partiti comunisti di qui, ma si dirigono direttamente all'elemento di sinistra... Sono i tipi più superati di «radicali» che tendono ad unirsi al partito comunista...».

Non occorre altro: i «comunisti» sud-americani a scuola di «sinistrismo» rivoluzionario dal radical-borghese Castro! A mendicare la «concessione» di una poltrona nel governo «rivoluzionario» in qualità di sensali negli scambi con la URSS, di cui sono gli squallidi ambasciatori! E a tramare nel resto dell'America Latina, CLN locali in attesa che un radicale meno «superato» di loro sciolga con la forza il dilemma creando un nuovo governo di «coalizione democratica» in cui poter entrare! Non è del resto questa la «tattica» di tutti i PC affiliati a Mosca? Non pare di sentire rifischiare le nostrane togliattesche «vie nazionali» all'antisocialismo, col concorso di tutti i partiti «sinceramente democratici»?

Niente di nuovo sotto il cielo dell'opportunismo.

Source: «Il Programma Comunista» - 4 agosto 1962 - N. 15

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