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CUBA, UN VASO DI COCCIO TRA LURIDI VASI D'ACCIAIO
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Cuba, un vaso di coccio tra luridi vasi d'acciaio
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Cuba, un vaso di coccio tra luridi vasi d'acciaio
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Potranno, gli ultimi sviluppi della crisi cubana, aprire gli occhi dei proletari che ingenuamente si erano riversati nelle strade e nelle piazze a dimostrare per la salvezza di «Cuba socialista», sul fatto che ben altro è il pomo della discordia fra America e Russia e che quest'ultima, nella affannosa ricerca di mercanteggiamento al vertice è arcipronta a buttare a mare qualunque Castro e suoi barbudos in cambio di un accordo su zone di influenza imperialistica e scambi commerciali?

Lo stesso Krusciov che aveva istrionescamente proclamato di usare le superbombe nel caso che si fosse anche solo minacciata la libertà e indipendenza dell'isola conquistati a quello che egli e i suoi accoliti chiamano «socialismo», non solo si è affrettato a far invertire la rotta alle sue navi, ma è corso ad offrire al collega di Washington un mercantile baratto fra le rampe cubane e quelle turche, e poco dopo si è spinto più innanzi, ordinando addirittura di smontare le basi russe a Cuba, sotto controllo dell'ONU, e dì rispedirle in patria.

Era già significativo che lo stesso Nikita il quale agitava falsamente lo stendardo della vittoria finale del socialismo non avesse argomenti più decisivi per convincere John che nessuno minaccia l'America, all'infuori dell'assicurazione: Le rampe sono nelle mani di «ufficiali sovietici», state dunque tranquilli che non le useranno; se dipendessero da quegli scalmanati di barbudos tutto sarebbe possibile, ma ci siamo noi, rappresentanti del «6° del mondo socialista»; quindi voi, rappresentanti del mondo capitalista, non avete nulla da temere! Ma il colmo è che, calando precipitosamente le brache, egli abbia accettato la tesi americana dell'immediato smantellamento delle basi missilistiche a difesa dell'isola contro la semplice assicurazione statunitense che questa non sarà invasa, e abbia condito tale capitolazione coi più sperticati e ruffianeschi omaggi al presidente!

Poveri illusi - siate voi proletari mobilitati nelle piazze per esaltare le vittorie del «socialismo» nel mondo, o siate piccole e giovani nazioni faticosamente e spesso sanguinosamente uscite dalla servitù coloniale - poveri illusi che vi attendevate da questa o da quell'ala dello schieramento di Stati «liberatori» dell'ultima guerra la mano che vi aiutasse a spezzare per sempre le ultime pesanti catene! Tutto il senso della storia di questo secolo non è dunque - ne avete oggi l'ennesima prova schiacciante - che i grossi, calcano il piede sulle faccia dei piccoli, e la più gran fregatura per questi ultimi è proprio quando i big, intervengono a «difendere la loro libertà minacciata»? Non è lì, bianco su nero, la dimostrazione clamorosa che nulla gli oppressi possono e debbono attendersi dai falsi profeti di una libertà che, dall'una parte e dall'altra, ha nomi diversi ma un solo contenuto - la libertà per il forte di scuoiare il debole e banchettarci sopra? Dopo la guerra vinta «per la libertà», sole le mazzate dei carcerieri mondiali hanno un senso e controllano il mondo, - questo delizioso mondo governato da bande dì briganti e di buffoni!

Noi abbiamo potuto dire, a tempo, che la «rivoluzione» di Castro era solo una parodia di rivoluzione; sarebbe ingenuo ripeterlo oggi che anche questa parodia, migliore in ogni caso della gigantesca farsa di una «libertà» sotto il tallone degli zuccherieri yankee, viene sacrificata - e gettata in un ridicolo che i barbudos nella loro ingenuità non si aspettavano certo - al fraterno abbraccio fra i due K. Nel «do ut des» che seguirà, il pacifismo internazionale darà fiato alle trombe; Russell e Giovanni XXIII saliranno da vivi agli altari; l'ONU si sprofonderà in inchini di fronte ai due Big della pirateria mercantile mondiale, mettendo lo spolverino a quello che essi hanno già deciso e i piccoli andranno lì a farsi benedire. Forse, nella loro ingenuità, batteranno ancora le mani.

Ma ci sarà pure un pugno di proletari che tireranno la grande lezione dal gigantesco imbroglio. Essi avranno sentito, nel giro di pochi giorni, susseguirsi dalle due bande l'intera gamma delle ipocrite giustificazioni di ogni manovra militare e imperialistica: l'America, grande vestale della cosiddetta libertà, intervenire «per ragioni di difesa» contro i preparativi che la parte avversa dichiarava di andar facendo per analoghe «ragioni di difesa»; l'una e l'altra proclamare offensive le armi altrui e innocuamente difensive le proprie, entrambe erigersi a campioni dell'indipendenza dei popoli, entrambe barattarle per i loro interessi di dominazione del mondo: tutt'e due, infine, gettar fumo negli occhi dei gonzi presentandosi come irriducibili nemiche e subito dopo correre all'abbraccio in nome del dio-merce, del dio-business, del dio-bastone con annessa carota.

E quei proletari, forse, guarderanno ancor più in là; se, da un lato, spezzeranno i legami che li tengono vilmente uniti ai falsi profeti di altisonanti ideologie buone soltanto per il gregge degli ingenui, dall'altro troveranno nella crisetta di questi giorni una spinta a ritrovare la strada opposta, quella della lotta proletaria internazionale contro la dittatura mondiale borghese. Non c'è stata - e noi prevedemmo subito che non ci sarebbe stata - guerra; ma la crisi cubana è il sintomo di qualcosa che, nel regno conclamato del benessere e della prosperità universale non funziona più; è la valvola di sfogo di un marasma che, soprattutto in America, ma anche in Europa, attanaglia da mesi la macchina produttiva. Bisogna dare una frustata al giro degli affari; bisognava spendere quattrini pubblici per rianimare il mondo languente dell'industria e del commercio privati, tonificare la borsa, e - che è la stessa cosa - lo spirito. Il servizio che Mosca ha reso a Washington è quindi doppio: mano libera nella politica panamericana, ossigeno all'economia interna. Per conto suo, Kennedy può mietere anche pingui allori elettorali in patria, e rinnovato prestigio nell'Europa protetta dal suo «scudo» cattolico, apostolico e romano.

La crisi può aver trovato la sua piccola e momentanea valvola di scappamento: è un'altra prova delle virtù conservatrici borghesi del pacifismo. Ma la crisi tornerà, e sarà più vasta e profonda, tanto più profonda quanto più, nel mondo impazzito di paura, tornerà la pace dei mercanti e dei ruffiani.

Non è ancora troppo tardi perché alla risposta capitalistica della guerra non più finta, ma vera, e del dominio dittatoriale dei grossi mercanti, il proletariato si prepari a contrapporre la risposta della rivoluzione proletaria e della dittatura mondiale comunista.

Source: «Il Programma Comunista» - 2 novembre 1962 - N. 20

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