
PROPRIETÀ E CAPITALE (1-6)
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Proprietà e capitale (1-6)
1. Tecnica produttiva e forme giuridiche della produzione
2. L'avvento del capitalismo e i rapporti di proprietà
3. I termini della rivendicazione socialista
4. Lo rivoluzione borghese e la proprietà sui beni immobili
Nota al cap.4: Il preteso feudalismo nell'Italia Meridionale
5. L'economia capitalistica nel quadro giuridico del diritto romano
Nota al cap. 5: Il miraggio della riforma agraria in Italia
Tesi
6. Il capitalismo e le proprietà urbana
Source
1. Tecnica produttiva e forme giuridiche della produzione
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Con una formula semplice e giustificata dalle esigenze della propaganda si è sempre definito il socialismo come abolizione della proprietà privata, aggiungendo la precisazione: dei mezzi di produzione, e poi l'altra: e dei mezzi di scambio.
Anche se tale formula non è completa e del tutto adeguata, essa non va ripudiata. Ma le vecchie e recenti sostanziali questioni sulla proprietà personale, collettiva, nazionale e sociale rendono necessario delucidare il problema della proprietà di fronte all'antitesi teorica storica e di lotta tra capitalismo e socialismo.
Ogni rapporto economico e sociale si proietta in formulazioni giuridiche, e partendo da tale posizione il «Manifesto» dice che i comunisti pongono avanti in ogni stadio del movimento la «quistione della proprietà», poiché essi pongono avanti la quistione della produzione, più generalmente quella della produzione distribuzione e consumo, quella dell'economia.
In un'epoca in cui la grande antitesi storica tra feudalesimo e regime borghese era apparsa prima come un conflitto ideologico e di diritti che come rapporto economico e mutamento delle forme della produzione, non si poteva non porre nel massimo rilievo, anche nelle enunciazioni elementari, la forma giuridica delle rivendicazioni economiche e sociali proletarie. Nel passo fondamentale della prefazione alla «Critica dell'economia politica» Marx enuncia là dottrina del contrasto delle forze produttive con le forme della produzione e subito aggiunge:
«oppure - il che è soltanto un'espressione giuridica - con i rapporti di proprietà».
La giusta accezione della formulazione giuridica non può dunque fondarsi che sulla giusta presentazione del rapporto produttivo ed economico, che il socialismo postula di infrangere.
Adoperando quindi in quanto utile il linguaggio della scienza corrente del diritto si tratta di ricordare i caratteri discriminanti del tipo capitalistico di produzione - che vanno definiti in rapporto ai tipi di produzione che lo precedettero - e ulteriormente discriminare tra tali caratteri quelli che il socialismo conserva e quelli che invece dovrà superare e sopprimere nel processo rivoluzionario. Tale distinzione va ovviamente istituita sul terreno dell'analisi economica.
Capitalismo e proprietà non coincidono. Varie forme economico-sociali che hanno preceduto il capitalismo avevano determinati istituti della proprietà. Vedremo subito che è convenuto al nuovo sistema di produzione adagiare la sua impalcatura giuridica su formule e canoni derivati direttamente da precedenti regimi, malgrado che in essi i rapporti di appropriazione fossero diversissimi. Ed è non meno elementare la tesi che nella visione socialista il capitalismo figura come l'ultima delle economie fondate sulla forma giuridica della proprietà, sicché il socialismo nell'abolire il capitalismo abolirà anche la proprietà. Ma quella prima abolizione, e, meglio detto, successione violenta e rivoluzionaria, è un rapporto chiaramente dialettico e la si enuncia con più fedeltà al linguaggio marxista nostro proprio, che non la abolizione della proprietà di sapore un poco metafisico e apocalittico.
Rifacciamoci tuttavia all'inizio dei nostri noti concetti. Proprietà è un rapporto tra l'uomo, la persona umana, e le cose. I giuristi la chiamano la facoltà di disporre della cosa nel modo più esteso ed assoluto, e classicamente di usare e di abusare. Si sa che a noi marxisti queste definizioni eterne non piacciono, e potremmo meglio dare una definizione dialettica e scientifica del diritto della proprietà dicendo che è la facoltà di «impedire» ad una persona umana di usare di una cosa, da parte di un'altra persona o di un gruppo.
La variabilità storica del rapporto emerge ad esempio dal fatto che per secoli e millenni tra le cose suscettibili di formare oggetto di proprietà era la stessa persona umana (schiavismo). Che d'altra parte l'istituto della proprietà non possa pretendere alla prerogativa apologetica di essere naturale ed eterno lo abbiamo provato mille volte col riferimento alla primitiva società comunista in cui la proprietà non esisteva, in quanto tutto era acquisito e usato in comune dai primi gruppi di uomini.
Nella relativa primordiale economia o se si vuole pre-economia il rapporto tra uomo e cosa era il più semplice possibile. Per il limitato numero di uomini e la limitata gamma di bisogni, appena superiori a quelli animali della alimentazione, le cose atte al soddisfacimento dei bisogni stessi, che poi il diritto chiamò beni, sono dalla natura poste a disposizione illimitata e il solo atto produttivo consiste nel prenderle quando occorrono. Esse si riducono ai frutti della vegetazione spontanea e in seguito della caccia e della pesca e così via. Vi erano oggetti di uso in quantità esuberante, non vi erano ancora «prodotti» usciti da un sia pure embrionale intervento fisico, tecnico, lavorativo, dell'uomo sulla materia quale la offre la natura ambiente.
Con il lavoro, la tecnica produttiva, l'aumento delle popolazioni, la limitazione di terre vergini libere su cui espandersi, sorgono i problemi di distribuzione e diviene difficile fronteggiare tutte le necessità, le richieste di uso e di consumo di prodotti. Nasce il contrasto tra individuo e individuo, tribù e tribù, popolo e popolo. Non occorre ricordare queste tappe dell'origine della proprietà, ossia della appropriazione, per il consumo, per la formazione di riserve, per l'iniziato scambio a soddisfazione di altre sempre più vaste esigenze, di quanto ha prodotto il lavoro di uomini e di comunità.
Appare in processi svariati il commercio, le cose che erano solo oggetti di uso divengono mercanzie, appare la moneta e al valore di uso si sovrappone il valore di scambio.
Nei vani popoli e nelle varie epoche dobbiamo intendere quale fosse l'avanzamento della tecnica produttiva quanto a capacità di intervento dell'opera dell'uomo sulle cose o materie prime, quale il meccanismo della produzione e della distribuzione degli atti e sforzi produttivi tra i membri della società, quale il gioco della circolazione dei prodotti da mano a mano da casa a casa da paese a paese verso il consumo. Da tali dati possiamo passare ad intendere le forme giuridiche corrispondenti, e che tendevano a coordinare le regole di tali processi, attribuendo a date organizzazioni la disciplina di esse e la possibilità di costrizioni e di sanzioni verso i trasgressori.
Come non risale alla primitiva umanità la proprietà delle cose o beni di consumo e la proprietà dello schiavo, tanto meno vi risale la proprietà del SUOLO ossia della terra e di quanto di stabile l'uomo vi aggiunge e costruisce, i beni immobili del diritto. Tale proprietà nella sua forma personale viene in ritardo rispetto a quella delle cose mobili e degli stessi schiavi, in quanto all'inizio tutto se non è comune è per lo meno attribuito al capo dell'aggruppamento familiare di tribù o di città e regione.
Ma anche volendosi contestare che tutti i popoli siano partiti da questa prima forma comunistica e volendo ironizzare su una tale età dell'oro, l'analisi che ci interessa sulla derivazione dell'istituto giuridico dagli stadii della tecnica non ne resta inficiata, e basta rimandare alla grande importanza che Engels e Marx dettero all'avvio di questi studi sulla preistoria, premendoci di venire molto più oltre.
Riducendoci alle linee scheletriche e alle cose a tutti note, bastano i rapporti sulla proprietà dell'oggetto mobile consumabile e comunque adoperabile, dell'uomo schiavo o servo, e della terra, a definire le linee fondamentali dei successivi tipi storici di società di classe.
La proprietà, dice il giurista, nasce dall'occupazione. Lo dice pensando al bene immobile, ma la formula va bene anche per la proprietà sullo schiavo e sull'oggetto merce. Infatti «le cose mobili si appartengono al possessore». Non meno ovvio è il trapasso da possesso a proprietà. Se io ho una cosa qualunque tra le mani, in generale anche un altro uomo o un pezzo di terra (nel qual caso non lo tengo colle mani - e nemmeno l'uomo e la merce tengo costantemente colle mani) senza che un altro riesca a sostituirmi, io sono il possessore. Possesso materiale, fin qui. Ma il possesso diviene legittimo e giuridico, e si eleva a diritto di proprietà, quando ho la possibilità contro un eventuale pretendente o disturbatore di conseguire l'appoggio della legge e della autorità, ossia della forza materiale sistemata nello Stato, che verrà a tutelarmi. Per la cosa mobile o merce il semplice possesso dimostra la proprietà giuridica finché qualcuno non prova che io gli abbia sottratta la cosa con forza o frode. Per lo schiavo negli stati bene ordinati vi era una anagrafe familiare che li registrava ai padrone. Per gli immobili anche modernamente la macchina legale è assai più complessa, dipende da titoli in date forme e da pubbliche registrazioni, e così più complesso è il controllo legale dei trapassi di proprietà. Comunque il possesso materiale è sempre una grande risorsa per il suo effetto sbrigativo, e la legge lo difende in un primo stadio salvo in secondo tempo la difficile indagine piena sul diritto di proprietà. Si dice come paradosso giuridico che anche il ladro può chiedere alla legge la tutela possessoria, se estromesso (magari dallo stesso proprietario, per teorico assurdo) e i più avveduti patrocinatori legali dicono che tutti i codici si possono ridurre al solo «articolo quinto, chi tiene in mano ha vinto».
Alla base quindi di ogni regime della proprietà vi è un fatto di appropriazione dei beni in generale. I figli dello schiavo restavano al padrone, se fuggivano poteva farli inseguire dalla legge che glieli riconduceva.
Nel regime medioevale del feudalesimo appare in generale abolita la tecnica della produzione con manodopera di schiavi e la relativa impalcatura legale che disciplina la proprietà sulle persone umane. La disposizione della terra agraria assume una forma più complessa di quella classica del diritto romano in quanto su di essa si adagia una gerarchia di signori che culmina nel sovrano politico, che distribuisce ai dipendenti vassalli le terre con un regime giuridico assai complesso. La base economica è il lavoro agricolo a mezzo non più di schiavi, ma di servi della gleba, che non sono oggetto di vera proprietà ed alienazione da padrone a padrone, ma non possono in generale lasciare il feudo su cui lavorano con la loro famiglia. I prodotti del lavoro da chi sono appropriati? In una certa parte dal lavoratore servo, e in generale dandogli un piccolo appezzamento i cui frutti gli devono bastare per alimentarsi coi suoi, mentre egli è tenuto a lavorare solo o con gli altri nelle più vaste terre del signore, e tali maggiori prodotti sono a questi consegnati. Tale lavoro è la cosiddetta comandata. Nelle forme più recenti il servo si avvicina al colono in quanto tutta la terra del feudatario è smistata in piccole aziende familiari, ma dal prodotto di ognuna una forte quota viene consegnata al padrone.
In questo regime il lavoratore ha un parziale diritto ad appropriarsi dei prodotti del suo lavoro per consumarli a suo beneplacito. Parziale in quanto vi incidono i tributi, in tempo di lavoro o in derrate che siano, al padrone feudale, al clero e così via.
La produzione non agricola ha scarso sviluppo, per la tecnica ancora arretrata, la scarsa urbanizzazione e la primitività generale della vita e dei bisogni delle popolazioni. Ma i lavoratori di oggetti manufatti sono uomini liberi, ossia non legati al luogo di nascita e di lavoro. Sono gli artigiani, chiusi nelle pastoie di organismi e regole corporative, ma tuttavia economicamente del tutto autonomi. Nella produzione artigiana, della piccola e minima azienda e bottega, abbiamo la proprietà del lavoratore su vari ordini di beni: gli strumenti non complicati del suo lavoro, le materie prime che acquista per trasformarle, i prodotti manufatti che vende. A parte gli oneri delle corporazioni e dei comuni e dati diritti feudali sui borghi, l'artigiano lavora solo per sé e gode il frutto di tutto il tempo e di tutto il risultato del suo lavoro.
La rete di circolazione di questo sistema sociale è poco intricata. La grande massa dei lavoratori agricoli consuma sul luogo quanto produce e poco vende per acquistare i limitati oggetti di vestiario o altro che usa. Gli artigiani e mercanti scambiano coi contadini e tra loro per lo più in cerchi ristretti di città, villaggi e campagne, una piccola minoranza di signori privilegiati attinge da larghi raggi gli oggetti del suo godimento e fino a pochi secoli fa ignorava essa stessa le forchette, il sapone o quasi, per non dire di cento altre cose oggi usate da tutti.
Man mano però si pongono le premesse della nuova era capitalistica, con i ritrovati tecnici e scientifici che arricchiscono in mille guise i processi di manipolazione dei prodotti, con le scoperte geografiche e le invenzioni di nuovi mezzi di trasporto di persone e di merci che allargano continuamente l'ambito delle zone di circolazione e le distanze tra il luogo di fabbricazione e quello di uso dei prodotti.
Il procedere di queste trasformazioni è svariatissimo e conosce strane lentezze e travolgenti espansioni. Mentre dall'inizio dell'evo moderno già milioni di consumatori imparavano a conoscere e adoperare spezie e merci ignorate ed esotiche sorgendo nuovi bisogni (caffè, tabacco, ecc. ecc.) era ancora possibile al tempo della prima guerra mondiale sentire che una signora calabrese, grande proprietaria, aveva in un anno speso «un soldo» in tutto per gli aghi, essendole tutto il resto fornito dalla sua proprietà.
Arrivati a questo solito punto colla rammemorazione di questi pochi cenni, semplificata volutamente ma tentando di mettere le parole giuste al loro posto, domandiamoci quali sono le reali caratteristiche differenziali della nuova produzione ed economia capitalistica e del regime borghese a cui questa fornisce la base. E vediamo subito in che veramente consiste il mutamento che i nuovi sistemi tecnici, le nuove forze di produzione poste a disposizione dell'uomo, inducono dopo una lunga e dura lotta nei rapporti di produzione, ossia nelle possibilità e facoltà di appropriazione dei varii beni, in contrapposto a quanto avveniva nella società precedente, feudale ed artigiana.
Incominceremo così a stabilire in modo chiaro le basi della nostra ulteriore indagine sulle effettive relazioni tra il sistema capitalistico e la forma della appropriazione dei varii beni: merci pronte al consumo, strumenti di lavoro, terra, case e impianti vari fissati al suolo, per estenderla al processo di sviluppo dell'era capitalistica ed a quello della sua fine.
2. L'avvento del capitalismo e i rapporti di proprietà
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Il sorgere dell'economia capitalistica nei suoi effetti sui rapporti di proprietà si presenta non come una instaurazione, ma come una larghissima abolizione di diritti di proprietà privata. La tesi così formulata non solo non deve apparire strana ma nemmeno nuova, essendo del tutto conforme sostanzialmente e formalmente alla esposizione di Marx.
Nei riguardi dei signori terrieri feudali la rivoluzione borghese consistette in una radicale abolizione di privilegi ma non in una soppressione del diritto di proprietà sulla terra. Non si deve qui pensare alla rivoluzione nel senso di breve periodo di lotta, alle misure contro ribelli ed emigrati, e nemmeno alle posteriori misure di soppressione di privilegi sulle terre di enti di culto, ma riferirsi al contenuto economico sociale della grande trasformazione, che nel suo svolgimento comincia assai prima e finisce molto dopo le classiche date di insurrezioni, proclamazioni, e promulgazioni di nuovi statuti.
L'avvento del capitalismo ha il carattere di una distruzione di diritti di proprietà nei riguardi della numerosa classe dei piccoli produttori artigiani ed in largo campo e soprattutto in date nazioni anche a carico dei contadini proprietari lavoratori.?
La storia della nascita del capitalismo e della accumulazione primitiva coincide colla storia della feroce, disumana espropriazione dei produttori ed è consegnata nelle pagine più scultoree del «Capitale».
Il capitolo conclusivo del primo libro, come altre fondamentali scritture del marxismo, presenta il futuro abbattimento del capitalismo come la espropriazione degli espropriatori di allora, e perfino - ma di ciò diremo nella parte ulteriore di questo scritto - come una rivendicazione di quella distrutta e calpestata «proprietà».
Perché tutto questo sia chiaramente inteso occorre appunto seguire l'indagine nella corretta applicazione del nostro metodo, e non perdere mai di vista le relazioni che corrono tra le formulazioni del linguaggio o del diritto corrente, e quelle specifiche di noi socialisti marxisti.
La spiegazione dell'instaurarsi del capitalismo nel campo della tecnica produttiva si ricollega ai molteplici perfezionamenti della applicazione dell'opera umana alle materie lavorate, si inizia colle prime innovazioni tecnologiche nate sul banco del paziente e geniale artigiano isolato, percorre un formidabile ciclo col sorgere dei primi opifici, manifatturieri all'inizio, poi basati sulle macchine operatrici che sostituiscono la mano dell'operaio, poi ancora sull'impiego delle grandi forze meccaniche motrici.
Modernamente il capitalismo ci si presenta come il formidabile complesso di impianti, costruzioni, opere, macchinari, di cui la tecnica ha ricoperto il suolo dei paesi più avanzati, e perciò riesce ovvio definire il sistema capitalistico come quello dalla proprietà e del monopolio di questi colossali moderni mezzi di produzione, il che è esatto solo in parte.
Le condizioni tecniche della nuova economia consistono in nuovi procedimenti basati sulla differenziazione degli atti lavorativi e sulla divisione del lavoro, ma storicamente ancora prima di questo fenomeno abbiamo quello più semplice dell'avvicinamento e riunione in un luogo comune di lavoro di molti lavoratori, che seguitino ad operare con la stessa tecnica e usando gli stessi strumenti semplici che usavano quando erano isolati ed autonomi.
Il carattere veramente distintivo della innovazione non sta dunque nel fatto che sia apparso un possessore o conquistatore di nuovi mezzi o grandi meccanismi, i quali, producendo i manufatti più facilmente, soppiantino la produzione artigiana tradizionale. Questi grandi impianti vengono dopo, poiché per la semplice cooperazione, come dice Marx, ossia raggruppamento di molti lavoratori, basta un locale anche primitivo che può essere facilmente tolto a nolo dal «padrone» - ed anzi nello sweating system (lavoro a domicilio) i lavoratori rimangono nelle loro case. Il carattere distintivo è dunque altrove, esso è un carattere negativo, e pertanto distruttivo e rivoluzionario. Ai lavoratori è stata tolta la possibilità di possedere per loro conto le materie prime, gli arnesi di lavoro, e quindi di restare possessori di quanto avranno prodotto con l'opera loro, liberi di consumarlo o venderlo comunque. Per riconoscere dunque una prima economia capitalistica in funzione, basta dunque a noi constatare che vi sono masse di produttori artigiani che hanno perduta la possibilità di procurarsi materie e strumenti e, come condizione complementare, che nelle mani di nuovi elementi economici, i capitalisti, si sono raccolti mezzi di acquisto in volumi notevoli, che mettono questi in grado da un lato di accaparrare le materie e gli arnesi di lavoro e dall'altro di acquistare la forza lavoro degli artigiani divenuti salariati, restando assoluti possessori e proprietari di tutto il prodotto del lavoro.
A questa seconda condizione corrisponde il fatto della primitiva accumulazione del capitale, di cui l'origine è studiata in altri contributi alla conoscenza del marxismo, e che risale a molteplici fattori storici ed economici.
Che il solo avvicinamento degli operai basti a rendere superiore il nuovo sistema e lo conduca a soppiantare il vecchio, è spiegato dal diminuito onere dei trasporti e rifornimenti e dalla migliore utilizzazione del tempo che i produttori dedicano alle fasi, tuttora tecnologicamente assai semplici, della lavorazione. Abbiamo un primo superamento in rendimento dell'artigianato a botteghe ed officine isolate. Ma questo viene definitivamente battuto cogli ulteriori sviluppi dovuti alla divisione del lavoro. Non è più il singolo artefice, aiutato da uno o due garzoni, che allestisce il prodotto manifatturato, ma questo sorge da interventi successivi di lavoratori di diverso mestiere, ognuno dei quali da solo non saprebbe né potrebbe farlo. Più avanti ancora molte delle più difficili operazioni prima fatte a mano dopo un lungo tirocinio vengono effettuate da una macchina, e lo stesso risultato produttivo è ottenuto da molto minori sforzi di lavoro, nel senso fisico e mentale, dell'operatore.
Seguendo questo processo vediamo ingigantire la massa di impianti della fabbrica, che naturalmente non appartengono giuridicamente al lavoratore, come già non gli appartenevano più in generale nemmeno i semplici utensili manuali nello stadio iniziale. Ma la appartenenza giuridica di questi grossi impianti al capitalista e datore di lavoro non è una condizione necessaria; lo abbiamo provato ricordando che già prima che essi fossero apparsi avevamo nella prima manifattura un capitalismo economico e sociale vero e proprio, e ci restano da esaminare molti casi in cui nella economia moderna gli impianti produttivi non sono di proprietà giuridica del proprietario dell'azienda. Basti per ora ricordare affitti, concessioni, appalti e così via, nell'industria, e nell'agricoltura la grande affittanza capitalistica.
La vera circostanza che ci fa constatare l'avvento del capitalismo sta dunque oltre che nella accumulazione primitiva nella «violenta separazione del produttore dagli strumenti e dai prodotti del suo lavoro».
Il capitalismo, economicamente e socialmente, appare come una distruzione della facoltà di appropriazione dei prodotti da parte dei lavoratori, ed una appropriazione di essi da parte dei capitalisti.
Con la perdita di ogni diritto sui beni prodotti, ovviamente il lavoratore perse tutti i diritti sugli attrezzi, sulle materie prime, sul luogo di lavoro. Tali diritti erano un rapporto di proprietà individuale che il capitalismo ha distrutto, per sostituirvi un nuovo diritto di appropriazione, di proprietà, che necessariamente è un diritto sui prodotti del lavoro, ma non è altrettanto necessariamente un diritto sui mezzi di produzione. La titolarità giuridica di questi può anche mutare senza che cessi il carattere capitalistico dell'azienda. Di più il nuovo tipo di appropriazione non è necessariamente, ossia perché si abbia diritto in lingua marxista di parlare di capitalismo, un diritto a tipo individuale e personale, come lo era invece nella economia artigiana, che sorpassava di rado i limiti familiari.
Il capitalismo, in Marx - poiché non facciamo che esporre la dottrina quale sempre è stata professata - non solo si instaura con una espropriazione ma fonda una economia e quindi un tipo di proprietà sociale. Potevamo parlare classicamente di proprietà personale quando era dato riunire nella titolarità di uno solo tutti gli atti produttivi ed economici, ma quando il lavoro diviene funzione collettiva cd associata di molti produttori - carattere questo fondamentale e indispensabile del capitalismo - la proprietà su tutta la nuova azienda è un fatto di portata e di ordine sociale, anche se la intestazione giuridica menziona una sola persona.
Questo concetto, essenziale nel marxismo, si svolge direttamente in quello di lotta di classe e di antagonismo di classe insito nel sistema capitalistico. L'appropriazione dei prodotti da parte del datore di lavoro, che ha di fronte a sé non più schiavi e servi ma lavoratori salariati «liberi», è un rapporto spostato sul piano sociale che non interessa più solo l'unico padrone e i cento operai, ma tutta la classe lavoratrice contrapposta al nuovo sistema di dominatori, e alla forza politica che esso ha fondata col nuovo tipo di Stato. Questa funzione sociale si rende chiara nella legge marxista della accumulazione e della riproduzione progressiva del capitale. Il padrone di schiavi e il feudale signore di terre traevano dal sopralavoro fornito dai loro dipendenti il loro reddito personale, ma potevano benissimo consumarlo tutto senza che il sistema economico cessasse di funzionare alla scala sociale. La parte dei prodotti del loro lavoro lasciata agli schiavi e ai servi bastava a farli sopravvivere e perpetuare il sistema. Perciò il diritto di proprietà del padrone di schiavi e di servi della gleba è un vero diritto individuale. Non meno individuale è quello del contadino libero e dell'artigiano, che non rendono sopralavoro a nessuno (non è qui ancora quistione del fisco - e in quei regimi lo Stato era «a buon mercato») e possono consumare tutto il frutto del loro lavoro, che coincide con quello del loro ristretto possesso su poca terra e sulla piccola bottega (intesa come azienda e non come locale). Il capitalista trae bensì un profitto dal sopralavoro non pagato ai suoi operai, cui corrisponde solo quanto basta per vivere, ma il tratto fondamentale della nuova economia non è che egli, in teoria e secondo la legge scritta, può consumare tutto il profitto personalmente; è invece il fatto generale e sociale che i capitalisti devono riservare una parte sempre più grande del profitto ai nuovi investimenti, alla riproduzione del capitale. Questo fatto nuovo e fondamentale ha più importanza di quello del profitto consumato da chi non lavora. Se questo rapporto è più suggestivo e si è sempre prestato di più alla propaganda di ritorsione sul terreno giuridico o morale contro gli apologisti del regime borghese, la legge fondamentale del capitalismo è per noi l'altra, ossia la destinazione di una gran parte del profitto alla accumulazione del capitale.
Caratteristiche distintive della comparsa dell'economia capitalista sono quindi l'accumulazione, in alcune mani di singoli, di masse di mezzi di acquisto con cui si possono avere sul mercato materie da lavorare e strumenti, e la soppressione per larghi strati di produttori autonomi della possibilità di possedere materie, strumenti e prodotti del lavoro.
Nel nostro linguaggio marxista ciò vale a spiegare la genesi del capitalista industriale da un lato, e dall'altro delle masse di lavoratori salariati nullatenenti.
E ciò, siamo soliti a dire, è stato il risultato di una rivoluzione economica sociale e politica.
Non pretendiamo tuttavia che i borghesi e i neo-capitalisti abbiano realizzato il processo conquistando il potere nella guerra civile, e poi promulgando una legge che diceva: è vietato a chi non appartiene alla vincitrice classe capitalistica di comprare materie prime e arnesi e macchine e di vendere prodotti manufatti. La cosa è andata ben altrimenti. Oggi ancora non è vietato dalla legge fare l'artigiano, non solo, ma oggi, mentre l'accumulazione capitalistica accelera sotto i nostri occhi il suo ritmo veramente infernale, vediamo fare a gara nell'apologia della economia artigiana fascisti, socialisti nazionali e socialcristiani, a coro con un vecchio béguin di mazziniani. E altrettanto va detto per il produttore agricolo autonomo proprietario del suo lotto di terra.
Il vero processo dell'accumulazione primitiva è stato altro, e lo si può presentare col linguaggio della filosofia e dell'etica corrente, con quello del diritto positivo, con quello del marxismo ben altrimenti calzante.
La proprietà come diritto a disporre del prodotto dell'opera propria, ai primi albori del capitalismo era ancora difesa da ideologi conservatori e da teologi, satireggiati da Marx nel loro imbarazzo dinanzi al passaggio della proprietà nelle mani di chi non aveva fatto nulla. Comunque tutte le loro teorie sulla giustificazione del profitto capitalistico da risparmio, astinenza, lavoro personale precedente, non riuscirono a moralizzare il fatto che il fabbricatore di spilli non può intascarne uno nell'uscire dall'officina senza rendersi reo di furto qualificato.
Nel sistema giuridico contingente il rapporto di proprietà su una bottega, una fabbrica, uno stock di materie da lavorare e di prodotti, da parte di una persona singola, non era escluso né dai vecchi codici del regime feudale né da quelli che elaborò la rivoluzione borghese.
Il rapporto economico sociale è messo però in chiaro alla luce del marxismo dalla considerazione del valore del prodotto in rapporto alla quantità di forza-lavoro necessaria a realizzarlo. Se nella manifattura quel prodotto si ottiene in quattro ore mentre l'artigiano lo ottiene in otto, l'artigiano rivestito del suo pieno diritto di proprietà potrà portarlo al mercato, ma ne ritirerà un prezzo ridotto alla metà, col quale non potrà acquistare le sussistenze per la sua giornata. Non potendo fisicamente lavorare sedici ore al giorno, per pareggiare il suo bilancio sarà costretto ad accettare le condizioni del capitalista, ossia lavorare, poniamo, dodici ore per lui e lasciargli i prodotti, ricevendo in salario l'equivalente di sei ore di lavoro, con le quali, sia pure più miseramente, potrà campare.
Questo trapasso brutale e feroce contiene in sé la condizione necessaria per il progresso della tecnica produttiva: solo sottraendo all'artigiano asservito al capitale quel margine di valore di sua forza di lavoro, si possono creare le basi sociali della accumulazione del capitale, fatto economico che accompagna quello tecnico del diffondersi di impianti e mezzi produttivi caratteristici della nuova epoca scientifica e meccanica.
Perché adunque la affermazione del nuovo sistema di produzione e di appropriazione dei frutti del lavoro dovè, per trionfare, spezzare determinati ostacoli nelle forme della produzione, ossia nei rapporti di proprietà del vecchio regime? Perché esistevano una serie di sanzioni e di norme limitative contraddittorie alle nuove esigenze, ossia alla libertà di movimento dei capitalisti, ed alla disponibilità di una massa di offerenti di lavoro salariato. Da un lato il monopolio del potere statale da parte degli ordini dei nobili e degli ecclesiastici poneva i primi accumulatori di capitale, mercanti usurai o banchieri, al rischio di vessazioni continue e talvolta di spoliazioni, dall'altro le leggi e i regolamenti corporativi lasciavano agli organismi dei maestri artigiani delle città dei privilegi di monopolio sulla produzione di dati articoli manufatti e quindi sul loro smercio in dati territori. E le massa di lavoratori dell'industria non si sarebbero potute formare se non svincolando dalla gleba i servi e dalle botteghe i garzoni e i rovinati padroni artigiani.
La rivoluzione non condusse dunque ad un nuovo codice positivo della proprietà, ma fu indispensabile per abolire le vecchie leggi feudali che inquadravano i rapporti di produzione e di commercio nelle campagne e nelle città.
Considerando il sistema capitalistico come contrapposto al regime feudale sulle cui rovine esso sorse, non dobbiamo vedere come sua linea caratteristica la fondazione di un diritto di proprietà nuovo sulla macchina, la fabbrica, la ferrovia, la canalizzazione o altro, attribuito alla persona fisica o giuridica.
Dobbiamo vedere invece chiaramente quali sono le linee discriminanti, i veri connotati della economia capitalistica, perché altrimenti non potremo seguire sicuramente il processo della sua evoluzione e giudicare i caratteri del suo superamento.
Rispetto all'evolversi dei rapporti di proprietà, e restando per ora nel campo del diritto di proprietà sulle cose mobili, in quanto diremo subito dopo della proprietà del suolo e degli impianti stabili, le caratteristiche essenziali e necessarie del capitalismo sono le seguenti:
Primo: la esistenza di una economia di mercato, per cui i lavoratori devono fare acquisto di tutti i mezzi di sussistenza, nel senso generale.
Secondo: la impossibilità per i lavoratori di appropriarsi e di recare direttamente sul mercato le cose mobili costituite dai prodotti del loro lavoro, ossia il divieto della proprietà personale del lavoratore sul prodotto.
Terzo: la corresponsione ai lavoratori di mezzi di acquisto e più in generale di beni e servizi in una misura inferiore al valore aggiunto da essi ai prodotti e l'investimento di una gran parte di tale margine in nuovi impianti (accumulazione)
Sulla scorta di questi criteri di base occorre cercare se la titolarità personale della proprietà sulla fabbrica e sugli impianti produttivi sia indispensabile per la esistenza del capitalismo, e se non possa esservi non solo una economia puramente capitalistica senza una tale proprietà, ma perfino se in date fasi non convenga al capitalismo dissimularla sotto altre forme.
Ad una tale indagine andrà premessa qualche notevole considerazione sulla importanza economica e la evoluzione giuridica del diritto di proprietà sul suolo, il sottosuolo e il soprasuolo da parte di persone e ditte private nell'epoca contemporanea.
3. I termini della rivendicazione socialista
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Prima di addentrarci nel tema di questa ricerca, che riguarda gli istituti giuridici della proprietà che accompagnano l'economia capitalistica nel suo corso storico, è tuttavia necessario ricordare ancora quali sono sempre stati i veri termini della grande rivendicazione socialista.
Questa consiste storicamente, lasciando da parte gli accenni letterari e filosofici di comunismo sui beni che si ebbero in regimi preborghesi fin dalla antichità e che anche si riconnettevano a speciali riflessi dei rivolgimenti di classe, nel movimento che investe fin dal suo sorgere i cardini sociali del regime e del sistema capitalistico. Movimento di critica e di combattimento la cui forma completa non è separabile dall'effettivo intervento nelle lotte sociali della classe operaia salariata e dalla sua organizzazione in partito di classe internazionale facente propria la dottrina del «Manifesto dei comunisti» e di Marx.
La rivendicazione socialista, milioni di volte enunciata nelle pagine di volumi di teoria o nelle modeste parole di discorsi e giornaletti di propaganda, non può essere viva e reale se non si applica il metodo dialettico del marxismo, al tempo stesso nella sua semplice immediatezza e nella possente sua profondità.
Non basta il grido di protesta contro le assurdità, le ingiustizie, le disuguaglianze, le infamie di cui il regime capitalistico borghese è materiato, a costruire la rivendicazione socialista proletaria. E in tal senso insufficienti furono le innumeri posizioni pseudo-socialiste o semi-socialiste di filantropi umanitari di utopisti di libertari di apostoli più o meno eccitati da nuove etiche e mistiche sociali.
Il grido del proletariato e del marxismo al regime borghese non è un «Vade retro Satana!» È al tempo stesso un benvenuto ed in data epoca storica una offerta di alleanza, ed una dichiarazione di guerra ed un annunzio di distruzione. Posizione incomprensibile a tutti quelli che fondano la spiegazione della storia e delle sue lotte su credenze religiose e su sistemi morali, come in genere su metodi non scientifici ed anche inconsciamente metafisici, cercando in ogni vicenda e in ogni stadio della storia della società umana il gioco di criteri fissi debitamente maiuscolati come il Bene il Male la Giustizia la Violenza la Libertà l'Autorità...
Delle caratteristiche di organizzazione sociale che il capitalismo ha col suo avvento attuate, alcune sono acquisizioni che il socialismo proletario accetta non solo, ma senza delle quali non potrebbe esistere, altre sono forme e strutture che, dopo il loro espandersi, si prefigge di annientare.
Le sue rivendicazioni vanno quindi definite in rapporto ai vari punti nei quali abbiamo riordinato gli elementi tipici, i caratteri distintivi del capitalismo al momento della sua vittoria. Questa è una rivoluzione, ed è una prima premessa storica generale all'avvento del regime per cui i socialisti lotteranno. La quasi immediata presa di posizione anticapitalista, per quanto radicale e cruda, non ha il carattere di una restaurazione, apologetica di condizioni e forme precapitalistiche generali. Occorre oggi ristabilire chiaramente tutto questo; sebbene sia più di un secolo che i reiterati sforzi della nostra scuola tendano allo stesso fine, in quanto ad ogni passo della storia della lotta di classe pericolose deviazioni hanno dato luogo a movimenti e a dottrine che falsificavano importantissime posizioni del socialismo rivoluzionario.
Nel capitolo precedente abbiamo dapprima richiamate le note caratteristiche tecnico-organizzative della produzione capitalistica contrapposta a quella artigiana e feudale. Nel loro complesso tali caratteristiche sono conservate e integralmente rivendicate dal movimento socialista. La collaborazione di numerosi operai nella produzione di uno stesso tipo di oggetto, la successiva divisione del lavoro, ossia lo smistamento dei lavoratori tra diverse e successive fasi della manipolazione che conduce a rendere finito uno stesso prodotto, l'introduzione nella tecnica produttiva di tutte le risorse della scienza applicata con le macchine motrici ed operatrici, sono apporti dell'epoca capitalistica ai quali non si propone certo di rinunziare e che saranno anzi la base della nuova organizzazione socialista. Non meno importante e irrevocabile acquisizione è lo svincolo dei processi tecnici dal mistero, dal segreto e dalle esclusività corporative, base sicura, nella visione determinista, del difficile sviluppo della scienza dalle pastoie antiche di stregonerie, religioni, filosofismi. Resta sempre fondamentale la dimostrazione che la borghesia ha attuato questi apporti con metodi sopraffattori e barbari e precipitando le masse produttrici nella miseria e nella schiavitù del salariato. Ma non si propone certo con questo il ritorno alla mera produzione dell'artigiano autonomo.
Nel momento in cui questo, ed anche il piccolo contadino, veniva spogliato di ogni possesso e ridotto a operaio salariato, si aveva il suo immiserimento e si superavano le sue resistenze con la violenza. Ma i nuovi criteri di organizzazione dello sforzo produttivo permettevano di esaltarne il risultato e il rendimento nel senso sociale. Malgrado i prelievi del padrone industriale, alla scala generale le masse venivano messe in grado di soddisfare collo stesso tempo di lavoro nuovi e più svariati bisogni (1). Prima ancora di considerare gli enormi vantaggi nella resa produttiva a cui condussero la divisione del lavoro e il macchinismo, noi riteniamo un vantaggio definitivo e da cui non si postula di recedere la semplice economia di trasporti di operazioni commerciali e di gestione a cui conduce la manifattura rispetto alle semplici botteghe. Ogni artigiano era il contabile il cassiere il piazzista il commesso di sé medesimo con enorme sciupio di tempo di lavoro, mentre nel grande opificio un solo impiegato fa questo stesso servizio ogni cento operai. Ogni proposta di nuovo sminuzzamento delle forze produttive concentrate dal capitale è per i socialisti reazionaria. E parliamo di forze produttive non solo a proposito degli uomini addetti al lavoro di cui ora si è discorso, ma naturalmente delle masse di materie da lavorare e lavorate, degli strumenti del lavoro, e di tutti i complessi impianti moderni utili alla produzione in massa ed in serie.
Non sembri un digressione il rilevare che l'accettazione nella rivendicazione socialista del progressivo concentrarsi degli impianti e delle sedi di lavoro come contrapposto alla economia a piccole aziende, non significa affatto accettazione di quella conseguenza del sistema capitalistico che consiste nella accelerata industrializzazione tecnica di date zone lasciandone altre in condizioni retrograde, e ciò tanto come rapporto di paese a paese che come rapporto di città a campagna. Tale rapporto sussiste storicamente finché il regime borghese non ha esaurita la sua fase di spoliazione e di riduzione a salariati nullatenenti dei vecchi ceti produttivi. La rivendicazione socialista dialetticamente non può non far leva sulla funzione rivoluzionaria dirigente degli operai che il capitalismo ha urbanizzato in masse imponenti, ma tende alla diffusione in tutti i territori delle moderne risorse tecniche e della moderna vita più ricca di manifestazioni, come enunciato fin dal «Manifesto», punto 9 del programma immediato:
«misure per togliere gradatamente le differenze tra città e campagna»
senza contrasto con tutte le altre misure di carattere nettamente accentratore nel senso organizzativo. Lo stesso criterio guida la presa di posizione socialista a proposito dei rapporti tra metropoli e colonie, che si vogliono sottrarre allo sfruttamento delle prime, senza dimenticare che solo il capitalismo e i suoi sviluppi potevano accelerare di secoli e secoli questo risultato, pur avendo in questo campo superato tutti i limiti nell'impiego dei metodi spietati di conquista.
Ereditato dunque dalla rivoluzione capitalista l'enorme sviluppo delle forze della produzione, i socialisti si propongono di sconvolgere il corrispondente apparato di forme, di rapporti di produzione, che si riflette negli istituti giuridici, e ciò dopo aver accettato che i proletari, il quarto stato, combattessero in alleanza della borghesia quando questa infranse le forme e gli istituti del regime precedente, per fondare e consolidare i suoi propri, e per estenderli nel mondo progredito ed arretrato. Ma in quale preciso senso la nostra rivendicazione storica comporta l'abbattimento e il superamento di quelle forme?
La rivoluzione produttiva capitalistica ha separato violentemente i lavoratori dal loro prodotto dal loro arnese di lavoro da tutti i mezzi della produzione, nel senso che ha soppresso il loro diritto di disporne direttamente, individualmente. Il socialismo condanna questa spoliazione, ma non postula certo di restituire ad ogni artefice il suo arnese e l'oggetto di consumo che con questo ha manipolato, perché vada sul mercato a scambiarlo con le sue sussistenze. In un certo senso la separazione brutalmente attuata dal capitalismo è storicamente definitiva. Ma nella nostra prospettiva dialettica tale separazione sarà superata su un piano più lontano e più ampio. L'arnese e il prodotto stavano a disposizione individuale dell'artefice libero e autonomo; sono passati a disposizione del padrone capitalista. Dovranno tornare a disposizione della classe dei produttori. Sarà una disposizione sociale, non individuale, e nemmeno corporativa. Non sarà più una forma di proprietà, ma di organizzazione tecnica generale, e se volessimo fin da ora affinare la formula anticipando sul procedimento dovremmo parlare di disposizione da parte della società e non di una classe, poiché tale organizzazione tende ad un tipo di società senza classi.
Comunque, senza per ora parlare di disposizione e di «proprietà» da parte dell'individuo sull'oggetto che sta per consumare, non possiamo includere nella rivendicazione socialista l'arbitrio personale del lavoratore sull'oggetto che ha manipolato.
Se l'operaio di una fabbrica di scarpe in regime borghese porta via una scarpa, non eviterà la galera dimostrando che corrispondeva bene alla misura del suo piede, e tanto peggio se intendeva invece venderla per averne poniamo del pane. Il socialismo non consisterà nel consentire che il lavoratore esca con un paio di scarpe a tracolla, ma ciò non perché siano state rubate al padrone, bensì perché costituirebbe un sistema ridicolmente lento e pesante di distribuzione delle scarpe a tutti. E prima di vedere in questo un problema di diritto o di morale vi si veda un problema concretamente tecnico per cui basterà pensare agli addetti a una fabbrica di ruote ferroviarie, o, per venire con esempi ovvi ancora più avanti nel sottolineare le rivoluzioni a cui conduce l'innovarsi della tecnica e della vita, a chi lavori in una centrale elettrica o in una stazione radiotrasmittente, e non ha motivo, come in cento altri casi, di essere perquisito all'uscita.
Ora la quistione del diritto di proprietà sul prodotto completo o anche semilavorato è in realtà quella cruciale, ed è molto più importante della proprietà dello strumento di produzione, sulla fabbrica, officina o impianto che sia.
La vera caratteristica del capitalismo è l'attribuzione ad un padrone privato dei prodotti e della conseguente facoltà di venderli sul mercato. In generale all'inizio dell'epoca borghese questa attribuzione deriva da quella dell'opificio, della fabbrica, dello stabilimento ad un titolare privato, il capitalista industriale, in una forma trattata giuridicamente come quella che attribuisce la proprietà del suolo agrario o delle case.
Ma tale proprietà privata individuale è un fatto statico, formale, è la maschera del vero rapporto che ci interessa, che è dinamico e dialettico, e consiste nei caratteri del movimento produttivo, nell'innestarsi degli incessanti cicli economici.
Quindi la rivendicazione socialista, mentre doveva accettare la sostituzione del lavoro associato a quello individuale, propose di sopprimere la attribuzione in possesso privato dei prodotti del lavoro collettivo ad un proprietario unico, capo dell'azienda, libero di smerciarli a suo beneplacito. Logicamente espresse tale postulato relativo a tutta la dinamica economica come abolizione del libero diritto privato dell'industriale sull'impianto produttivo.
Tale formulazione è però incompleta, anche sul piano a cui in questo paragrafo ci atteniamo, ossia del contenuto negativo e distruttivo della posizione economica socialista, non trattandosi ancora del tipo di organizzazione produttiva e distributiva del regime socialistico, e della via da percorrere per arrivarvi, nel campo delle misure economiche e della lotta politica.
La formulazione è incompleta in quanto non dice che cosa si chiede che avvenga delle altre forme proprie dell'economia capitalistica, dopo aver chiarito che si vuole superare quella della attribuzione di tutti i prodotti manipolati in una azienda complessa ad un padrone solo di quelli e di questa.
Infatti l'economia capitalistica si rese possibile in quanto la separazione dei lavoratori dai mezzi e dai prodotti trovò una macchina distributiva mercantile già in atto, sicché il capitalista poté recare i prodotti al mercato e creare il sistema del salario, dando agli operai una parte del ricavato perché si procurassero su quello stesso mercato le sussistenze. L'artigiano adiva il mercato come venditore e compratore, il salariato lo può adire solo come compratore, e con mezzi limitati dalla legge della plusvalenza.
La rivendicazione socialista consiste classicamente nell'abolire il salariato. Solo l'abolizione del salariato comporta l'abolizione del capitalismo. Ma non potendo abolire il salariato nel senso di ridare al lavoratore l'assurda retrograda figura di venditore del suo prodotto al mercato, il socialismo rivendica fin dai primi tempi la abolizione della economia di mercato.
L'inquadratura mercantile della distribuzione ha preceduto come già abbiamo ricordato il capitalismo ed ha compreso tutte le precedenti economie differenziate, risalendo fino a quella in cui vi era mercato di persone umane (schiavismo).
Economia mercantile moderna vuol dire economia monetaria. Quindi la rivendicazione anti-mercantile del socialismo comporta parimenti la abolizione della moneta come mezzo di scambio oltre che come mezzo di formazione pratica dei capitali.
In ambiente di distribuzione mercantile e monetaria il capitalismo tende inevitabilmente a risorgere. Se questo non fosse vero converrebbe stracciare tutte le pagine del «Capitale» di Marx.
La enunciazione anti-mercantilistica sta in tutti i testi del marxismo e specialmente nelle polemiche di Marx contro Proudhon e tutte le forme di socialismo piccolo-borghese. È merito del programma comunista redatto, sia pure in testo assai prolisso, da Bucharin di aver rimesso in piena luce questo vitalissimo punto.
Ma alla fine ad precedente paragrafo abbiamo allineato un terzo punto distintivo del capitalismo rispetto ai regimi che vinse: la decurtazione del prodotto dello sforzo di lavoro degli operai di una forte quota volta al profitto padronale, e soprattutto la destinazione di una parte importante di questa quota alla accumulazione di nuovo capitale.
È ovvio che la rivendicazione socialista, se voleva togliere al padrone borghese il diritto di disporre del prodotto e di recarlo al mercato, gli toglieva il diritto sulla proprietà della fabbrica, e gli toglieva al tempo stesso anche la disponibilità della plusvalenza e del profitto. Proclamò oltre un secolo fa che si poteva abolire il salariato, e questo volle dire superare il tipo di economia di mercato finora conosciuto. Distruggendo il mercato dei prodotti su cui arrivava timido il piccolo artigiano medioevale con pochi articoli manufatti, e sul quale i prodotti del lavoro associato moderno arrivano col carattere capitalistico di merci, è non meno chiaro che si distrugge anche il mercato degli strumenti di produzione e il mercato dei capitali, quindi la accumulazione del capitale.
Ma tutto questo non basta ancora.
Abbiamo già detto che nel processo della accumulazione vi è un lato sociale. Abbiamo ricordato che nella propaganda sentimentale - e chi di noi socialisti non ne ha abusato?... - ponevamo avanti la nequizia, di fronte ad una astratta giustizia distributiva, del prelievo di plusvalenza che andava a consumo del capitalista o della sua famiglia, per vivere di ben altro tenore di vita che quello dei lavoratori. Abolizione del profitto, gridammo quindi, ed era giustissimo. Tanto giusto quanto poco. Gli economisti borghesi da cento anni ci rifanno il conto che, tutto il reddito nazionale di un paese diviso per il numero dei cittadini dà di che vivere appena appena più su dell'umile operaio. Il conto è esatto ma la confutazione è vecchia quanto il sistema socialista, anche se non si troverà mai un Pareto o un Einaudi capace di capirla.
I vari accantonamenti che il capitalista compie prima di prelevare il suo ultimo utile con cui si spassa sono per una parte razionali e a fini sociali. Anche in una economia collettiva si dovranno accantonare prodotti e strumenti in quote, atte a conservare e far progredire l'organizzazione generale. In un certo senso si avrà una accumulazione sociale.
Diremo dunque noi socialisti che vogliamo sostituire la accumulazione sociale a quella personale privata? Non ci saremmo ancora. Se il consumo da parte del capitalista di una quota di plusvalenza è un fatto privato, che chiediamo sia abolito, ma è tuttavia di poco peso quantitativo, la accumulazione anche capitalistica è già un fatto sociale, ed un fattore tendenzialmente utile a tutti sul piano sociale.
Vecchie economie che tesaurizzavano soltanto sono rimaste immobili per millenni interi, la economia capitalistica che accumula ha in pochi decenni centuplicato le forze produttive, lavorando per la nostra rivoluzione.
Ma l'anarchia che Marx imputa al regime capitalistico risiede nel fatto che il capitalista accumula per aziende, per intraprese, le quali si muovono e vivono in un ambiente mercantile.
Questo sistema, e vedremo meglio questa non facile ma centrale tesi tecnico-economico in qualche esempio dal seguito, questo sistema non si sforza che di ordinarsi in funzione del massimo profitto della azienda, che molte volte si attua sottraendo profitti ad altre aziende. In partenza, e qui gli economisti classici della scuola borghese avevano ragione, la superiorità della grande azienda organizzata sulla superanarchia della piccola produzione conduceva ad un tanto maggiore rendimento che, oltre al profitto del capitalista singolo e ad un ottimo accantonamento per nuovi impianti e nuovi progressi, l'operaio della industria evoluta poneva sul suo desco piatti ignoti al piccolo artigiano.
Ma correndo ogni azienda, chiusa in sé e con la sua contabilità di versamenti e ricevimenti dal mercato, al massimo del suo profitto, nel corso dello sviluppo i problemi di rendimento generale del lavoro umano sono risolti male e addirittura al rovescio.
Il sistema capitalistico impedisce di porre il problema di rendere massimo non il profitto ma il prodotto a parità di sforzo e di tempo di lavoro, in modo che prelevate le quote di accumulazione sociale, si possa esaltare il consumo e deprimere il lavoro, lo sforzo di lavoro, l'obbligo di lavoro. Preoccupato solo di realizzare la vendibilità del prodotto aziendale ad alto prezzo e pagare poco i prodotti delle altre aziende, il sistema capitalistico non può giungere verso l'adeguamento generale della produzione al consumo e precipita nelle successive crisi.
Quindi la rivendicazione socialista si propone di abbattere non solo il diritto e la economia della proprietà privata ma al tempo stesso la economia di mercato e la economia di intrapresa.
Solo quando si andrà nel senso che conduce a superare tutte e tre queste forme della economia presente: proprietà privata sui prodotti, mercato monetario, e organizzazione della produzione per aziende, si potrà dire di andare verso la organizzazione socialista.
Si tratta nel seguito di vedere come sopprimendone un solo termine la rivendicazione socialista decade. Il criterio dell'economia privata individuale e personale può essere largamente superato anche in pieno capitalismo. Noi combattiamo il capitalismo come classe e non solo i capitalisti come singoli. Vi è capitalismo sempre che i prodotti sono recati al mercato o comunque «contabilizzati» all'attivo della azienda, intesa come isola economica distinta, sia pure molto grande, mentre sono portate al passivo le retribuzioni del lavoro.
L'economia borghese è economia in partita doppia. L'individuo borghese non è un uomo, è una ditta. Vogliamo distruggere ogni ditta. Vogliamo sopprimere l'economia in partita doppia, fondare l'economia in partita semplice, che la storia conosce già da quando il troglodita usci per cogliere tante noci di cocco quanti erano i suoi compagni nella caverna, e uscì recando le sole sue mani.
Tutto questo lo sapevamo già nel 1848, il che non ci impedisce di seguitarlo dire con giovanile ardore.
Vedremo che per cento anni sono successe molte cose nel gioco dei rapporti che abbiamo considerati, tutte cose che ci hanno resi ancora più duri nel sostenere le stesse tesi.
Dopo avere avvertito il lettore che anche il pronome generale diviene nel sistema socialista un pronome sociale.
4. Lo rivoluzione borghese e la proprietà sui beni immobili
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Sono beni immobili, nella accezione corrente, la terra e le costruzioni ed trapianti attuati dall'uomo su di essa e non trasportabili di luogo in luogo. All'epoca dell'avvento del regime capitalistico la proprietà immobiliare poteva avere per proprio oggetto principalmente i terreni agrari, i fabbricati di abitazione, i fabbricati per opifici; e solo successivamente col diffondersi di macchinismi fissi o trasportabili, e poi ancora di reti di comunicazione di trasporto e di trasmissione e distribuzione di energie diverse si ebbero casi sempre più complessi in cui la distinzione tecnica sociale e giuridica tra beni immobili e mobili dà luogo a maggiori sottigliezze.
Ci soffermeremo per chiarezza dapprima sulla proprietà del suolo. La distribuzione di questa negli ultimi tempi del regime feudale era piuttosto complessa, avendosi zone di demanio collettivo appartenenti ai comuni o allo Stato, grandi feudi assegnati dai poteri politici centrali alle famiglie della nobiltà, ed anche piccoli possessi indipendenti di contadini agricoltori. La prima forma era una derivazione di antichissime gestioni comuniste della terra soggetta a continui attacchi e dei signori, e dei contadini, e della nascente borghesia; essa traeva le sue origini soprattutto dai popoli e dai sistemi di diritto germanico, presso i quali all'epoca delle migrazioni ed invasioni nel sud si svolse nel feudalesimo militare e dinastico.
La terza forma del piccolo possesso autonomo derivava dall'impero e dal diritto romano, in quanto l'ordinamento di Roma nella madre patria e nei paesi conquistati si fondava sulla spartizione del suolo agrario ai cittadini liberi, soldati in tempo di guerra, mentre sussistevano poi altri molto più grandi lotti di suolo in possesso del patriziato, che li sfruttava col lavoro delle masse di schiavi, privi questi del diritto politico ma anche esenti dall'obbligo del servizio militare. Nel sistema romano, mancando sia la gestione in comune della terra sia l'istituto di un diritto sovrano che potesse spostarla ad arbitrio da un signore all'altro, salvo il controllo dello Stato nella suddivisione dei nuovi territori occupati, si era pervenuti ad una precisa delimitazione e parcellazione dei lotti fondiari, classicamente disciplinata dal diritto civile vigente in tutto l'impero e storicamente ordinata anche in quello d'Oriente. Accennato così alle due forme collaterali alla proprietà feudale, osserviamo ora quali siano le caratteristiche di questa. È il condottiero vincitore, l'eletto di un gruppo di capi e principi alleati, poi il monarca assoluto ed anche la gerarchia ecclesiastica, che compie assegnazioni e spartizioni di autorità tra i vari signori e vassalli distribuiti in successivi ordini di gerarchia, fissando o mutando anche frequentemente e ad arbitrio i limiti delle circoscrizioni. Entro queste forme più o meno intricate tutta l'impalcatura di signori di guerrieri e di sacerdoti vive del lavoro della massa contadina vincolata a non abbandonare il feudo cui appartiene.
Come più volte osserva Marx, prevale in questo sistema sociale più che il rapporto giuridico fra il proprietario e la terra, quello tra il titolare del feudo, e del titolo nobiliare che lo accompagna, e la massa delle famiglie dei suoi servi. Non interessa al signore avere molta terra quanto molti servi, essendo a sua disposizione una certa parte del prodotto del lavoro di tutti costoro. Un altro cardine dell'ordinamento feudale è quello che il signore, comunque vada la sua gestione economica, non può perdere il suo feudo; esso non è alienabile, non è espropriabile, ed il sistema del maggiorasco ne evita anche la suddivisione ereditaria, istituto così importante invece nel sistema romano. Per conseguenza, ed almeno quanto alle enormi estensioni di terra oggetto di investitura feudale, non vi è mercato dei suoli, la terra non può essere scambiata con la moneta.
Questa valutazione del regime preborghese da cui partiremo nel valutare la posizione del capitale trionfante rispetto alla proprietà fondiaria è fondamentale nell'analisi marxista. È detto nel capitolo 24° del «Capitale» con riferimento all'epoca della servitù della gleba:
«In tutti i paesi d'Europa la produzione feudale è caratterizzata dalla ripartizione del suolo fra il più gran numero possibile di vassalli. La potenza del signore feudale, come quella di qualsiasi altro sovrano, non poggiava sull'ammontare dei livelli percepiti, bensì sul numero dei suoi sudditi, e quest'ultimo dipendeva dal numero dei contadini stabiliti sui suoi domini».
Poiché non vorremmo che sembrassero nuovi od originali gli svolgimenti che trarremo da queste premesse, richiamiamo anche, circa il rapporto tra il suolo e la moneta, un passo fondamentale del capitolo 2°:
«Gli uomini hanno spesso fatto dell'uomo stesso, nella figura dello schiavo, il materiale primitivo della moneta; ciò non è mai avvenuto per il suolo. Una tale idea non poteva nascere che in una società borghese già sviluppata. Essa data dall'ultimo terzo del secolo decimo settimo, e la sua applicazione non venne tentata su grande scala, da tutta una nazione, se non un secolo più tardi, durante la rivoluzione del 1789, in Francia».
Il capitale moderno non è dunque la stessa cosa della proprietà in generale, e non basta abolire questa, in teoria e nel diritto, per averlo debellato. Il capitale è una forza sociale la cui dinamica ha aspetti ben più complessi di un platonico diritto di proprietà. Esso si presenta come contrapposto alla proprietà fondiaria tradizionale, ed uno dei principali elementi dell'antitesi è che la seconda è veramente personale, il primo esce dai limiti della facoltà del privato: «Quando si studia storicamente il capitale nelle sue origini, lo si vede ovunque star di fronte alla proprietà fondiaria nella sua forma di moneta come patrimonio monetario o come capitale usurario», dice Marx al capitolo IV, per stabilire che la circolazione mercantile ha per prodotto finale il denaro e che questo è la prima forma sotto cui appare il capitale (che incontreremo poi come opificio, come macchinario, come provvista di materie prime, come massa di salari). In una delle suggestive note al testo è poi detto:
«La opposizione che esiste tra la potenza della proprietà fondiaria (feudale) basata sopra rapporti personali di dominio e la potenza impersonale del denaro, si trova chiaramente espressa nei due motti francesi: «non c'è terra senza padrone il denaro non ha padrone».
Il senso poi della economia moderna che succede alla distruzione dei rapporti feudali è racchiuso in un'altra citazione che trarremo dal capitolo ventiduesimo:
«Noi arriviamo perciò a questo risultato generale, che il capitale, incorporandosi la forza lavorativa e la terra, queste due fonti primigenie della ricchezza, acquista una potenza di espansione che gli permette di aumentare i suoi elementi di accumulazione oltre ai limiti apparentemente fissati dalla sua grandezza, vale a dire dal valore e dalla massa dei mezzi di produzione già prodotti nei quali esso consiste».
Quando poi Marx tratta diffusamente dell'interregno di benessere che si pone nella storia inglese tra la soppressione della medioevale servitù della gleba e l'avvio brutale della grande accumulazione capitalistica, che fonda la ricchezza borghese sul dilagare di una spietata miseria delle masse, un'altra nota ricorda che la società giapponese del tempo, con una organizzazione feudale della proprietà fondiaria fiancheggiata da una piccola proprietà rurale assai diffusa, offriva una immagine più fedele del medio evo europeo che i libri di storia imbevuti di pregiudizi borghesi.
Sul corneo volto dei contemporanei opportunisti che inorridiscono ogni qualvolta pretendono (nella loro incommensurabile asinità) che stiano per ritornare gli ordinamenti medioevali ponendo in pericolo le civili conquiste dell'era capitalistica, che non sanno più in quale altro modo impastare le bastarde combinazioni tra gli ideali della borghesia e le rivendicazioni socialiste, si applichi come un ceffone la battuta finale di questa nota di Marx:
«È davvero troppa comoda essere liberali a spese del Medioevo». (vedi la «Nota: Il preteso feudalismo nell'Italia meridionale»)
Negli ultimi tempi dell'antico regime, quando la potenza della borghesia nel campo economico è già rilevante, il capitale liquido radunato nelle mani di mercanti e banchieri esercita una violenta pressione per sopprimere gli ostacoli che gli impediscono di impossessarsi delle proprietà immobiliari. Indubbiamente il fatto centrale dell'accumulazione capitalistica consiste nell'approvvigionare col danaro ammucchiato materie prima da sottoporre al lavoro degli operai salariati e sussistenze da corrispondere a questi. Ma occorre pure per la formazione dei primi opifici disporre di luoghi di lavoro ed acquistare fabbricati da ridurre a stabilimenti manifatturieri e suoli per poterveli costruire. Inoltre, la nuova classe padrona di ricchezze è spinta a gareggiare con gli antichi signori feudali che aspira a superare e spossessare anche nel disporre delle case dei palazzi e della terra agraria, mentre i fittavoli arricchiti tendono a togliersi da una posizione di dipendenza acquistando la proprietà del locatore ed esercitando da assoluti padroni l'impresa agricola, che, come Marx nota più volte, è una vera e propria industria.
Tutta la storia e la stessa letteratura degli ultimi periodi antecedenti alla rivoluzione borghese è piena delle manifestazioni di questa lotta che i borghesi, gli arricchiti, i parvenus conducono per gareggiare anche in prestigio con i nobili. Questi anche quando sono a corto di danaro e devono ricorrere ad affaristi ed usurai per mantenere il proprio lustro di vita non solo disprezzano ed umiliano colui che vive di mercatura e di traffici, ma lo stesso diritto vigente li aiuta nel difendersi da loro, nel negare la restituzione dei prestiti, ed è tradizionale la scena del creditore molesto cui i servi del signore spianano le spalle a legnate.
Da questo stato di soggezione e di inferiorità il terzo stato non potrà liberarsi completamente che con la conquista rivoluzionaria del potere politico, e fino ad allora invano gareggerà stupidamente, profondendo i frutti delle sue speculazioni, con la grandezza dei suoi rivali di classe.
Nella commedia di Moliére «Il borghese gentiluomo» vediamo ferocemente satireggiato il mercante che vuole atteggiarsi a nobile. L'autore lo fa vedere beffato in una finta cerimonia di investitura cavalleresca da una troupe di comici che gli cantano in quella specie di italiano proprio della commedia dell'arte:
«Ti star nobile, non star fabbola, pigghiar schiabbola».
Il borghese, quasi a dimostrare con molto anticipo la tesi marxista che non è il lavoro che permette di accumulare capitale, vorrebbe far dimenticare di aver maneggiato il martello del fabbro, e cingere la spada del cavaliere.
Ma ben presto la classe dei capitalisti si rifece delle umiliazioni delle nerbate e delle derisioni sconfiggendo nella rivoluzione sociale le classi dei nobili e dei preti, instaurò il proprio dominio e non trovò freni alla espansione delle sue forze economiche. Cadde allora il sistema della proprietà feudale e dilagò l'acquisto di beni immobili da parte dei portatori di capitale monetario che fino ad allora assai difficilmente avevano potuto soddisfare questa particolare esigenza. Tale fu uno dei caratteri più importanti della rivoluzione capitalistica, ed essa, sempre nelle lapidarie frasi di Carlo Marx, pervenne a «fare della terra un articolo di commercio» e, come poté vantarsi di avere liberato i lavoratori della campagna dalla servitù feudale e i lavoratori della città dai vincoli corporativi, per poterne fare i suoi dipendenti e i suoi sfruttati, poté egualmente menare il vanto di avere «incorporato il suolo al capitale».
Potremmo indicare questo primo periodo di consolidamento del capitalismo vincitore come periodo di immobilizzazione del capitale mobile, intendendo per immobilizzazione l'investimento su larga scala nell'acquisto di proprietà e fondi agrari e di edifizi urbani, necessario complemento economico del possesso dei grandi mezzi industriali di produzione. E questa necessità economica diveniva al tempo stesso una necessità di ordine politico, poiché per debellare completamente gli antichi signori e le pretese di restaurazione dell'ordine feudale conveniva mortificarli anche nelle posizioni di prestigio da loro assunte nelle grandi metropoli che erano sorte per effetto del prorompere delle forme capitalistiche e nelle quali tuttavia re, cortigiani, militari ed ecclesiastici occupavano le dimore più imponenti, mentre era altra pretesa di dominio e di prestigio di tali classi il conservare larghissime estensioni di terreno coltivabili della provincia per le varie finalità di lusso, di svago, di caccia, di soggiorno, di comunità religiose e così via, laddove urgeva alla economia borghese mettere il tutto a reddito sia per ulteriori investimenti affaristici di capitale che per l'intensificata produzione di sussistenze necessarie all'esercito dei lavoratori industriali.
Abbiamo voluto ricordare questo primo periodo di conquista della proprietà immobiliare da parte del capitale perché spingendoci innanzi vedremo che ad esso si contrappone un periodo modernissimo nel quale il capitale intraprenditore tende invece sempre più a svincolarsi dalla titolarità dei possessi immobiliari, poiché ben può esplicare con intensità massima le sue funzioni e realizzare il prodursi di profitti vertiginosi senza bisogno di detenere il possesso locale degli immobili, e senza d'altra parte avere più alcun motivo storico di preoccuparsi che questi ricadano nelle mani delle classi aristocratiche terriere ormai scomparse.
Nel periodo intermedio di un capitalismo stabile, che ci conviene esaminare un poco prima di venire all'analisi di questo terzo periodo modernissimo a cui per chiarezza dell'esposizione abbiamo accennato, i rapporti tra proprietà ed intrapresa si pongono in modi svariati. Quando però si esaminino attentamente le varie forme economiche e le corrispondenti forze sociali, riesce sempre ben chiaro che il carattere distintivo dell'epoca capitalistica deve rinvenirsi nell'intrapresa e non nella proprietà.
Il borghese del primo periodo, il romantico Padrone delle Ferriere non lo potremmo concepire se non come una specie di unico patrono nelle cui mani si concentrano tutti gli elementi e i fattori della produzione. La terra, su cui sorge la fabbrica, gli appartiene, così pure la miniera che gli dà il minerale, lo stabilimento in cui lo si lavora, le macchine e gli utensili. Egli acquista tutte le materie prime e tutte quelle accessorie che entrano nella lavorazione ed acquista la forza di lavoro assoldando i suoi operai. Egli è padrone esclusivo di tutto il prodotto e lo colloca ove crede o gli torna più utile sul mercato. Egli stesso è un tecnico del ramo di produzione in cui lavora, tuttavia stipendia egualmente come suoi impiegati dei tecnici e dei contabili. In un primo periodo le cosiddette spese generali sono limitate, poiché l'officina deve tutto prodursi da sé, luce, calore, forza motrice; le stesse tasse che si pagano allo Stato sono assai ridotte perché nei primi regimi liberali la borghesia applica in pieno la politica economica di lasciar fare, lasciar passare, e sopprime tutti i limiti e i balzelli che possono essere di ostacolo alle iniziative di produzione e di commercio. La registrazione contabile riesce quindi semplice e unitaria e tutto l'utile risultante dall'eccesso delle entrate sulle spese fluisce nelle tasche del capitalista che non deve prelevarne affitti e canoni per gli spazi, gli impianti, gli edifizi di cui fa uso. In questo caso classico, iniziale, il capitalista dispone anche di abbastanza abbondante liquido per poter fare il banchiere di se stesso e quindi non si addebita interessi del capitale numerario che gli occorre per i suoi acquisti di merci e le anticipazioni di salario.
Se volessimo considerare nell'agricoltura il parallelo di questa azienda modello, lo troveremmo in un caso in cui il gestore è nello stesso tempo proprietario fondiario del suolo e di tutte le scorte morte e vive, ossia macchine, attrezzi, provviste di sementi e di concimi, mandre di bestiame ecc. ed inoltre dispone di sufficiente capitale contante per anticipare i salari dei lavoratori giornalieri o ingaggiati ad anno. In tutti questi casi l'unica differenza attiva, che il padrone realizza come premio tra il ricavato della vendita dei prodotti e la somma di tutte le anticipazioni, comprende in sé la rendita fondiaria propria della terra, l'interesse del capitale finanziario, e l'utile dell'intrapresa, elementi economici che possono considerarsi distinti tra loro.
L'economista borghese li considera distinti perché pretende che sorgano da pretese fonti bastevoli ciascuna a generare ricchezza: la terra generatrice di rendita fondiaria, il danaro generatore di un frutto d'interesse, l'intrapresa generatrice di un profitto che viene a compensare l'attività capacità e accortezza di colui che ha saputo mettere insieme razionalmente i vari elementi della produzione.
Per l'economia marxista, tutti questi margini sono prodotti dal lavoro umano e rappresentano la differenza attiva tra il valore che questo ha prodotto e la minor somma che i salariati hanno ricevuto in cambio della loro forza lavoro.
La distinzione tra i vari elementi del guadagno padronale è tuttavia una distinzione storica, corrispondendo ad una spartizione della plusvalenza estorta alla classe lavoratrice tra proprietario fondiario, capitalista prestatore di danaro, ed intraprenditore. La distinzione è di natura storica perché anche prima che sorgesse la vera e propria industria capitalistica che occupa salariati, la terra era suscettibile di dare una resa utile al proprietario fondiario, come il danaro bruto poteva dare un frutto a chi ne disponeva, banchiere o strozzino.
Trattasi ora di vedere quale sia la vera caratteristica della produzione capitalistica rispetto a questi vari elementi quando essi anziché trovarsi riuniti nelle mani di un unico titolare si trovano separati, quando cioè il proprietario giuridico del suolo o della fabbrica, il banchiere anticipatore del numerario, e l'intraprenditore, che dopo aver soddisfatto i due primi e tutti gli altri svariati enti di natura pubblica e semipubblica che vanno accavallandosi nell'economia moderna resta arbitro di incassare a proprio compenso e benefizio il prezzo commerciale dei prodotti rovesciati sul mercato, sono persone diverse.
In tutti questi casi il proprietario del terreno, dell'area, del fabbricato e perfino, in dati casi, del macchinario viene compensato con adeguati canoni di locazione, il banchiere anticipatore riceve un adeguato interesse per le somme prestate, allo Stato o ad altri enti eventualmente concessionari si corrispondono tasse e diritti diversi, e tutto quanto rimane costituisce un utile della intrapresa pura che la contabilità capitalistica tende a mettere falsamente in evidenza come qualche cosa che sorge dopo aver già remunerato i vari capitali, immobili e mobili.
Il marxismo venne a stabilire che questa terza forma, orpellata nelle apologie di classe come esponente di pregresso, di scienza, di civiltà, è più delle altre due velenosa e virulenta, esaltatrice di sfruttamento di estorsione e di miseria. Il socialismo è tutto nella negazione rivoluzionaria dell'impresa capitalistica, non nella conquista di essa al lavoratore aziendale.
Questi vari elementi ed i loro rapporti si smistano nelle forme capitalistiche moderne in modi diversissimi, ma è già un rapporto economico tutt'altro che nuovo quello in cui rinveniamo aziende capitalistiche cui non corrisponde più nessuna forma di proprietà immobiliare, ed in taluni casi nemmeno una sede fissa ed un apprezzabile macchinario e utensilaggio, mentre tuttavia la dinamica del processo capitalistico sussiste in pieno e nella sua forma più squisita. Si avvia così una specie di divorzio tra proprietà e capitale per cui il secondo si smobilizza sempre più e la prima si diluisce, si dissimula, o viene anche presentata come una proprietà di enti collettivi nelle statizzazioni, socializzazioni e nazionalizzazioni che pretendono di essere considerate forme di gestione non più capitalistiche.
Nota: Il preteso feudalismo nell'Italia Meridionale
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Un formidabile repugnante «chiodo» del peggiore opportunismo che regna nel movimento socialista e comunista italiano è quello della deprecata esistenza e sopravvivenza del feudalismo nel sud d'Italia e nelle isole, specie a proposito dell'abusata questione del latifondo agrario meridionale, vero cavallo di battaglia dell'istrionismo retorico e del ruffianesimo politico italiano, il dedurre da quest'immaginaria e inventata constatazione una tattica politica bloccarda e di collaborazione coi partiti borghesi radicali anche dell'Italia del nord (cui sì e no si concede da questi signori la patente di paese capitalistico) sul piano e nel quadro del limaccioso Stato unitario di Roma, bastava e basterebbe a qualificarli di rinnegati della dottrina e dell'azione rivoluzionaria. Ma essi, i socialcomunisti nostrani, campioni della collaborazione demoborghese, mostrano ogni disprezzo per il rispetto ai principii, rivendicando l'impegno dell'arma generale del compromesso e tutto fanno derivare dalla contingente valutazione delle situazioni. È quindi il caso di mettere in tutto rilievo che quel loro giudizio sulla situazione semifeudale del meridione calpesta qualunque seria conoscenza della reale situazione dell'economia e dell'agricoltura meridionali, di quelle che sono le caratteristiche distintive della gestione feudale della terra, ed infine dei grandi tratti delle vicende storiche delle Due Sicilie.
Quella che banalmente si considera come arretratezza dello sviluppo sociale del Mezzogiorno, analogamente alla pretesa scarsa e deficiente evoluzione sociale dell'Italia in generale, non ha nulla a che fare con un ritardo storico nell'eliminazione di istituti feudali, ed anche dove presenta le famose zone depresse è invece un diretto prodotto dei peggiori aspetti ed effetti del divenire capitalistico, nell'Europa specie mediterranea, nell'epoca postfeudale. In pochi paesi come nel reame delle Due Sicilie, se guardiamo alla storia delle lotte politiche, il feudalesimo come influenza dell'aristocrazia fondiaria fu combattuto, fronteggiato e debellato dai poteri dell'amministrazione centrale dello Stato, sia sotto il regno dei Borboni e la dominazione spagnuola, che sotto le precedenti monarchie, e si possono prendere le mosse fin da Federico di Svevia. La lotta fu a molte riprese appoggiata da moti delle masse contadine ed urbane, e ben presto arbitri della situazione del regno furono gli intendenti e i governatori dei solidi ed accentrati poteri di Palermo e di Napoli. I risultati della lotta si tradussero in una legislazione anticipata di molto rispetto a quella degli altri staterelli italiani, compreso l'arretratissimo Piemonte, e lo stesso può dirsi nei riguardi del controllo a cui si sottoponevano le comunità religiose e la chiesa secolare da parte dell'autorità politica; né occorre colorire questa ovvia rievocazione con le lotte in Napoli degli eletti del popolo e la impassibilità di stabilire in quella città il tribunale dell'inquisizione, il processo storico e giuridico, dopo la rivoluzione repubblicana del 1799 condotta da una borghesia audace e cosciente, si perfezionò sotto il robusto potere di Murat, e i restaurati Borboni ben si guardarono dall'intaccare la compatta e avveduta legislazione lasciata da quel regime nel diritto pubblico e privato. È quindi un errore triviale confondere la storia sociale del Mezzogiorno d'Italia con quella dei boiardi e degli Junkers dell'Europa nord-orientale, che seguitarono a governare in feudi autonomi i loro servi, a taglieggiarli e giudicarli ad arbitrio, quando da secoli gli abitanti dell'Italia mediterranea erano cittadini di un sistema giuridico statale moderno, per quanto assolutistico.
Quanto alla struttura economica agraria, il quadro di un paese feudale ci presenta il rovescio di quello a cui si collegano le deficienze delle zone latifondistiche del Mezzogiorno italiano. Quel quadro presenta una agricoltura sia pure non decisamente intensiva ma omogenea e diffusa in piccoli esercizi con la popolazione lavoratrice allogata con uniformità sulla superficie coltivata, in abitazioni sparse e in piccoli casali. Il villaggio, che il nostro mezzogiorno purtroppo ignora, è la cellula di base della ricchezza agraria dei tanti paesi di Europa che i signori feudali sfruttavano per le loro grandezze e su cui si precipitò lo strozzinaggio del borghesi, facendo talvolta il deserto e la brughiera, come descrive Marx a proposito dell'Inghilterra, lasciando altra volta vivere tale ricco cespite e limitandosi a smungerlo, come nella campagna francese.
I latifondi del sud e delle isole sono grandi zone semi-incolte su cui l'uomo non può soggiornare, e non vi si incontrano case coloniche e villaggi, in quanto la popolazione è stata ammassata da un urbanesimo preindustriale e tuttavia dottamente antifeudale in grossi centri di diecine e diecine di migliaia di abitanti come in Puglia e in Sicilia. La popolazione. sovrabbonda, ma la terra non può essere occupata per difetto di organizzazione e di un investimento di lavoro e di tecnica che da secoli nessun regime statale riesce a realizzare, o trova conforme alle esigenze della classe dominante, sia tale regime nazionale o meno. Non vi è casa, non vi è acqua, non vi è strada, la montagna è stata denudata, la pianura ha le acque naturali sregolate e vi domina la malaria. L'origine di questo decadimento della tecnica agricola è molto lontana, più lontana del feudalesimo che, ove fosse stato forte, l'avrebbe contrastato (come il bonificamento tecnico ed economico avrebbe meglio consentito nei secoli di mezzo un vero regime di signoria feudale decentrata ed autonoma). Se si pensa che tali plaghe all'epoca della Magna Grecia erano le più floride e civili del mondo conosciuto, che restarono sotto Roma fertilissime, si deve considerare che le cause del loro scadimento si trovano sia nella posizione marginale rispetto al dilagare del germanesimo feudale con la caduta dell'impero romano (che le espose alle alternative di invasioni e distruzioni dei popoli del nord e del sud) sia alla depressione dell'economia mediterranea con le scoperte geografiche oceaniche, sia appunto al prorompere del moderno regime capitalistico industriale e coloniale, che fu condotto a localizzare altrove, giusta la ubicazione delle materie prime di base dell'industrialismo, i suoi centri di produzione e le sue grandi vie di traffico, sia infine alla costituzione dello Stato unitario italiano la cui analisi ci condurrebbe malto lungi e che istituì un rapporto tipicamente moderno, capitalistico e imperialistico, perfino precursore dei tempi più recenti.
Tuttavia, prima e dopo tale unificazione, il gioco delle forze e dei rapporti economici fu più che conforme ai caratteri dell'epoca borghese, costituendo un settore essenziale dell'accumulazione capitalistica in Italia, la cui limitatezza è in quantità e non in qualità.
Infatti, prima e dopo il 1860, malgrado lo scarso sviluppo industriale (su cui non va dimenticato che l'influenza dell'unità nazionale fu gravemente negativa, determinando il decadimento e la chiusura d'importanti opifici), l'ambiente economico è stato di natura completamente borghese. Si può dire del Mezzogiorno d'Italia e del suo preteso feudalesimo ciò che disse Marx per la Germania del 1849 parlando al processo di Colonia - si ?noti bene - proprio per mettere in rilievo che la rivoluzione politica borghese e liberale doveva ancora trionfare:
«L'antico grande possesso fondiario era realmente la base della società feudale medioevale. La moderna società borghese (corsivi del testo), la società nostra, quella in cui viviamo, poggia invece sull'industria e sul commercio. Anzi la proprietà fondiaria ha perduto tutte le caratteristiche d'esistenza di una volta, e dipende dal commercio e dall'industria. Oggi giorno l'agricoltura è gestita industrialmente e gli antichi signori feudali si sono abbassati a divenire produttori di bestiame, lana, grano, barbabietole, acquavite e così via, gente cioè che fa commercio di questi prodotti come ogni altro mercante Per quanto ancora possano essere attaccati ai loro vecchi pregiudizi di classe, praticamente essi si trasformano in borghesi, che cercano di produrre il più possibile ai più bassi costi possibili, che comprano dove i prezzi sono più bassi e vendono dove sono più alti. Il modo di vivere, produrre ed acquistare di questi signori mostra già la menzogna delle loro affettate e tradizionali fantasticherie. La proprietà fondiaria, come elemento sociale dominante, presuppone il modo di produzione e di scambio del medioevo».
Se la disposizione soprattutto del carbone e del ferro minerale ha fatto sì che dopo quel tempo (e dopo anche la stesura del «Capitale», che a modello di una società pienamente capitalistica dovette prendere l'Inghilterra) la Germania è divenuta un grande paese di industria estrattiva e meccanica, oltre che di agricoltura condotta al modo economico e più moderno, riesce tuttavia evidente come quel giudizio di ambiente e di situazione sociale si applichi ancora più radicalmente al mezzogiorno d'Italia dopo un secolo, e dopo ben 90 anni di regime politico del tutto borghese liberale e democratico, regime che, dopo le sconfitte del '48, la Germania attese fino al 1871, e, secondo i soliti sgonfioni chiacchieroni sul feudalesimo teutonico, fino a molto più tardi.
Nel sud d'Italia vige un attivissimo mercato del suolo, con frequenza di trapassi certamente molto più alta che in provincie di alto industrialismo; ed è questa il criterio discriminante cruciale tra economia feudale ed economia moderna. Vi si accompagna un non meno attivo mercato del grande e piccolo affitto e naturalmente dei prodotti del suolo. Proprio dove la coltura è latifondistica ed estensiva, essa si fa per grandi unità economiche con impiego esclusivamente di lavoratori giornalieri salariati e braccianti, e da molti decenni primeggia, economicamente, su quella del proprietario fondiario spesso in gravi difficoltà di cassa e oberato di ipoteche, la figura del grande affittuario capitalista, largo possessore di contanti e di scorte. Sia laddove il prodotto si riduce al grano, sia dove prevale l'allevamento zootecnico di tipo arretrato e perfino brado, non solo il capitale mobile è nelle mani dei grandi fittavoli e non dei proprietari fondiari, ma molti dei primi incettano e sfruttano a fondo, talvolta determinandone non la bonificazione ma il deperimento, le proprietà appartenenti a titolari diversi.
A considerazioni analoghe conduce l'esame della gestione della proprietà urbana. Anche a prescindere dalla attività industriale diffusa nelle zone più evolute, attorno alle città principali ed ai porti, tutto questo movimento di mercati ormai a giro e ciclo moderno determina da decenni e decenni un'accumulazione di capitali che è servita largamente di base alle industrie libere, semiprotette e protette del Nord (l'Italia, molto prima di Mussolini, era un paese protezionista di avanguardia), Non solo i depositi in banca di borghesi meridionali, proprietari, intraprenditori e speculatori, hanno alimentata sempre con forti correnti la finanza privata nazionale, ma alle risorse del sud ha largamente attinto il fisco, che raggiunge assai più facilmente la ricchezza immobiliare ed ogni movimento economico legato alla terra che non i profitti e sovraprofitti industriali commerciali «affaristici. L'economia capitalistica italiana sta dunque a cavallo di questi rapporti di carattere del tutto moderno, e che è semplicemente risibile voler paragonare ad una situazione feudale, e presentare, anziché come una solida alleanza, sotto la maschera di un conflitto inesistente tra una borghesia evoluta e cosciente, avida tuttora di perfezionate e rinnovate rivoluzioni liberali o meridionali, e i leggendari «ceti retrivi» e «strati reazionari» della sporca demagogia alla moda.
In rapporto a questa chiara inquadratura di legami economici sta la spregevole funzione della classe dirigente del sud, i resti della storica aristocrazia depauperata vivacchiano in qualche palazzo semicrollante delle città maggiori; in tutta la regione spadroneggiano non signori feudali ma borghesi arricchiti, proprietari, mercanti, banchieri, affaristi, di taglio più cafonesco che signorile. Al margine del movimento della costoro ricchezza, la così detta «intelligenza» è discesa al rango d'intermediaria e mezzana del potere centrale dello Stato borghese di Roma, cui offre il meglio del suo pletorico personale, succhione delle forze produttive di tutte le provincie, dal commissario di pubblica sicurezza al giudice togato, dal deputato sostenuto da tutti i prefetti e che vota per tutti i governi, all'uomo di stato pronto a servire monarchie e repubbliche capitalistiche.
La lotta sociale nel Mezzogiorno, non meno che quella nel quadro dello Stato italiano in generale, ha posto per i veri marxisti all'ordine del giorno, prima durante e dopo l'abusatissimo ventennio, il superamento delle ultime e più recenti forme storiche dell'ordine capitalistico e mai più l'aggiornamento a modelli oltremontani di rapporti e istituti rimasti «indietro».
Questa tesi della sopravvivenza feudalistica meridionale merita di essere appaiata con l'altra che interpretava il movimento fascista quale una riscossa delle classi agrarie contro la borghesia industriale. L'indirizzo del gruppo che tolse ai marxisti rivoluzionari il controllo del partito comunista d'Italia (il cosiddetto gruppo dell'Ordine Nuovo) poggia fino dai primi anni su queste due cantonate, su queste due piattonate basilari. Esse bastavano in partenza a costruire tutta una prassi e una politica di alleanza tra capitalisti industriali e rappresentanti traditori del proletariato, come si è poi vista in atto in Italia. Non era indispensabile la iniezione degenerante di virus disfattista da parte della centrale internazionale staliniana, nel suo indirizzo mondiale di patteggiamento e collaborazione tra i poteri del capitalismo e quello dello Stato falsamente definito socialista e proletario.
Capitoli già pubblicati: «Prometeo» N. 10: «1. Tecnica produttiva e forme giuridiche della proprietà».
Al fine di vagliare esattamente la tradizionale formula che definisce il socialismo come abolizione della proprietà privata, si richiamano i concetti marxisti sul succedersi delle rivoluzioni di classe quale conseguenza del contrasto tra le nuove forze ed esigenze della produzione e i vecchi rapporti di proprietà. Dei varii regimi di classe, fondati su istituti di proprietà individuale esercitata in oggetti diversi a seconda delle diverse caratteristiche della organizzazione produttiva e della tecnica del lavoro, il più recente è il regime capitalistico.
«Prometeo» N. 11: «2. L'avvento del capitalismo e i rapporti di proprietà».
Il capitalismo trionfa in una rivoluzione che rompe una serie di rapporti. Tra questi il diritto del feudatario sui contadini servi, ed il diritto delle corporazioni sugli artigiani, sono rapporti tra persone, non rapporti di proprietà su cose.
Il capitalismo sopprime inoltre la proprietà dei lavoratori artigiani sui loro prodotti e sui loro strumenti, e in larga misura quella dei piccoli contadini sulla terra, per trasformarli, come gli ex-servi della gleba, nelle masse di nullatenenti salariati.
«Prometeo» N. 11: «3. I termini della rivendicazione socialista».
La lotta della classe dei salariati contro la borghesia capitalista ha per obiettivo, conservando la divisione tecnica del lavoro e la concentrazione di forze produttive arrecate dal capitalismo, di abolire insieme all'appropriazione padronale dei prodotti ed alla proprietà privata sui mezzi di produzione e di scambio, il sistema di produzione per intraprese e quello di distribuzione mercantile e monetaria, poiché solo sopprimendo tali forme può cessare il sistema di sfruttamento e di oppressione costituito dal salariato.
«Prometeo» N. 12: «4. La rivoluzione borghese e la proprietà sui beni immobili».
Nell'epoca pre-capitalistica il possesso della terra è diviso tra la forma comune, quella feudale, e quella privata libera, il capitale mobile conquistando il diritto di acquisto degli immobili raggruppa nelle mani della borghesia dominante le tre forme di sfruttamento; rendita fondiaria, interesse del danaro anticipato, profitto dell'intrapresa.
«Prometeo» N. 12: Nota al cap. 4: «Il preteso feudalesimo nell'Italia meridionale».
La tesi centrale degli opportunisti che in Italia vi siano avanzi di rapporti feudali, predominanti del tutto nel Mezzogiorno, non rispecchia soltanto una tattica politica di compromesso e di rinnegamento del socialismo classista, ma si fonda su di una triplice serie di madornali errori di fatto, circa la natura dell'economia e delle relazioni sociali feudali, la storia politica del sud d'Italia, e la situazione dell'agricoltura meridionale.
5. L'economia capitalistica nel quadro giuridico del diritto romano
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La rivoluzione borghese sistemò il possesso della terra ripristinando il concetto giuridico di libertà della terra che era la base del diritto civile di Roma. «Nel basso medioevo quasi tutta l'Europa, occupata dai conquistatori germanici, aveva veduto ridursi a minime proporzioni il concetto della libertà della terra, che aveva fatto la prosperità economica dell'impero romano. Vi si era poi sovrapposto il feudalesimo, dettato dalla necessità di difesa dei deboli dalle invasioni di Normanni, di Ungari e di saraceni onde quelli si accomandavano ad un potente, riconoscendo da lui il possesso proprio con l'obbligo di canone e anche di servigi personali, purché egli li difendesse da guai maggiori; da che era venuta di buon'ora la massima: Nulle terre sans seigneur. Invece il diritto romano riconosceva unica origine del possesso il titolo, ossia il contratto liberamente stipulato fra gli aventi diritto al medesimo».
Al detto francese, che abbiamo già trovato citato da Marx in contrapposto al motto della economia mobiliare «il danaro non ha padrone», si oppone, nei paesi ove il feudalesimo non dilaga, il motto romano: «nessuna proprietà senza titolo». Non sarà male notare che il paese dove la secolare parentesi dei diritti personali propri del feudalesimo è stata meno profonda è proprio l'Italia.
«La nostra lingua non ha mai avuto infatti una parola che corrispondesse al vocabolo francese Suzeraineté, significante il dominio del signore feudale sulla terra. In Italia non tutte le forme del diritto romano perirono, anzi, in alcune parti del mezzogiorno dovettero permanere senza interruzione, perché non occupate dai barbari e rimaste all'impero bizantino, custode della tradizione romana, o ritornatevi dopo lo smembrarsi del ducato beneventano».
«Il godimento della terra in libertà assoluta da parte dei suoi possessori non data altrove da tempo tanto antico. In Francia per esempio esso ebbe completa applicazione soltanto dalla abolizione delle prestazioni feudali nella famosa notte del 4 agosto 1789. Allora e con leggi successive, l'Assemblea Nazionale aboliva semplicemente le servitù personali (corvées) ma rendeva i diritti reali (Cens, champarts, lods, ventes, rentes foncières ecc.,) riscattabili di diritto. Sennonché le insurrezioni dei contadini e gli incendi di diversi castelli signorili costrinsero ad abolirli senza compenso, sebbene molti non avessero origine feudale; le piccole e medie proprietà già esistenti vennero così liberate da una infinità di vincoli e cointeressenze inceppatrici».
Lasciando ora l'autore fin qui citato, un economista agrario di indirizzo non socialista, citeremo ora le parole con cui questa rivoluzione agraria francese è ricordata da Marx nelle «Lotte di classe in Francia»:
«La popolazione della campagna, cioè due buoni terzi dell'intera popolazione francese, è composta in massima parte di proprietari fondiari così detti liberi. La prima generazione, sollevata gratuitamente dai pesi feudali nella rivoluzione del 1789, non aveva pagato prezzo alcuno per la terra. Ma le generazioni successive pagarono sotto forma di prezzo del terreno ciò che i loro antenati semi-servi avevano pagato sotto forma di rendita, di decime, di prestazioni personali ecc. Quanto più da una parte cresceva la popolazione, quanto più dall'altra parte si moltiplicava la divisione della terra tanto più rincarò il prezzo dell'appezzamento, che col diventar più piccolo fu più ricercato.»
Questo passo di Marx continua (pagg. 84-85, ed. «Avanti!», 1902) con un serrato esame del depauperamento del contadino nel sistema parcellare, che deprime la tecnica agraria ed il prodotto lordo, esalta il costo della terra e tutte le passività per ipoteche, interessi bancari ed usurari, imposte ecc. e riduce l'apparente proprietario a perdere a beneficio dei capitalisti perfino una parte del salario che competerebbe al suo lavoro ove egli fosse un nullatenente giuridico, e conclude:
«Non v'era che la rovina del capitale, che possa far rialzare il contadino; non v'è che un governo anticapitalista proletario, che possa spezzarne la miseria economica, la degenerazione sociale. La repubblica costituzionale non è che la dittatura dei suoi sfruttatori riuniti; la repubblica sociale, la repubblica rossa, questa è la dittatura dei suoi alleati.»
Questa posizione politica è quella che Marx, scrivendo nel 1850, attribuisce ai socialisti rivoluzionari francesi del 1848. Ed è in questo passo la classica frase:
«le rivoluzioni sono le locomotive della storia».
A riprova del fatto che la corretta valutazione marxista considera la estrema parcellazione della proprietà contadina come uno dei tanti veicoli della espropriatrice accumulazione capitalistica e non come un avviamento a postulati di pretesa giustizia sociale, sta anche questo passo, relativo all'Inghilterra, tratto da uno scritto di Engels del 1850:
«La tendenza di ogni rivoluzione borghese a spezzare il grande possesso fondiario poteva far ritenere per un certo tempo dagli operai inglesi questa suddivisione per qualche cosa di rivoluzionario, con tutto che essa era regolarmente accompagnata dalla immancabile tendenza al concentrarsi e disperdersi dei piccoli possessi di fronte alla grande agricoltura. Il partito cartista oppone a questa richiesta della suddivisione quella della confisca dei beni, e chiede che essi non vengano suddivisi, ma restino beni nazionali.»
Invece la rivoluzione borghese in Francia aveva rovesciato sul mercato immensi beni nazionali provenienti da confische e da incameramenti di proprietà ecclesiastiche.
Sul diverso processo che in Inghilterra, nettamente dopo la sconfitta del feudalesimo e la oppressione della servitù, condusse alla formazione della grande proprietà agraria borghese degli odierni landlords, vedasi Marx nel «Capitale», Cap, XXIV, e nella esposizione, che questa rivista va pubblicando, sugli elementi di economia marxista.
Al posto delle apologie democratiche delle Grandi Rivoluzioni, il linguaggio marxista, sulla base della dialettica accettazione delle nuove condizioni che esse produssero, denuda le infamie del sorgere del regime capitalistico, sia dove esso allignò sulla parcellazione fondiaria, sia dove fondò invece il grande possesso borghese, «liberi» l'una e l'altro.
«La spoliazione dei beni della chiesa, l'alienazione fraudolenta dei domini dello Stato, il saccheggio dei terreni comunali, la trasformazione usurpatrice e terroristica della proprietà moderna e privata, lo sterminio delle casette dei contadini, ecco i metodi idilliaci dell'accumulazione capitalistica».
La citazione è fondamentale e tante volte ripetuta, ma il socialistame odierno, sia detto alla Scelba, vede reazione usurpazione e terrore, e suona le campane alla salvezza della libertà capitalistica, solo quando sotto l'azione delle droghe stupefacenti della demagogia elettorale, sogna un freudiano ritorno del feudalesimo su da una storia infrauterina della nostra società moderna, tanto di quello più oscena.
La vantata conquista borghese della libertà della terra e della liberazione dei servi della gleba, equivalente in concreto alla conquista da parte del capitale pecuniario della illimitata possibilità d'acquisto dei cespiti immobiliari, trovò la sua sistemazione nel diritto civile col ritorno al classico meccanismo romano, in quel codice napoleonico che, decantato come monumento di sapienza, servì di modello per la legislazione di tutti gli stati moderni. Tutto il sistema gira intorno al principio della proprietà derivante da titolo ed accessibile ad ogni cittadino, al famoso «chiunque» con cui si iniziano tutti gli articoli dei codici borghesi. Non è più necessario che il signore della terra appartenga ad una casta o ad un ordine privilegiato ed oligarchico. Per munirsi del titolo è sufficiente a «chiunque» apportare una adeguata soma di danaro liquido. Allorché la locomotiva della rivoluzione borghese si mise rombando in moto bastò tuttavia come titolo di partenza la materiale occupazione del lembo di terra da parte di chi per anni e per generazioni l'aveva duramente lavorata. Ma non appena la rivoluzione consolidò la propria vittoria in un nuovo sistema a regole stabili, fu necessario, per l'acquisto della proprietà e del suo titolo, o la derivazione ereditaria, ovvero il pagamento di un prezzo di mercato. La terra fu dunque libera poiché chiunque poteva comprarla, s'intende chiunque possedesse il denaro sufficiente.
Questo ritorno all'impalcatura giuridica propria del diritto romano, seguito all'abolizione dei sistemi di diritto feudale e germanico, non significò affatto, come è ovvio, un ritorno ai rapporti di produzione e alla economia sociale dell'evo antico. Basta ricordare che in Grecia, a Roma, e nei paesi dominati da esse, a lato della democrazia che rendeva eguali dinanzi al diritto i cittadini liberi, vigeva lo schiavismo, esistendo quindi tutta una classe obbligata al lavoro della terra, i cui componenti non solo non potevano aspirare a possederne, ma erano essi stessi considerati una proprietà altrui, permutabile contro denaro e trasmessa con l'eredità familiare dei padroni. Pur esistendo, tra i cittadini liberi dinanzi alla legge, le diverse classi dei grandi proprietari patrizi, dei contadini proprietari di piccoli lotti, per lo più senza schiavi e quindi lavoratori diretti, degli artigiani e anche dei mercanti e dei primi capitalisti padroni di numerario, è chiaro ché la presenza di una classe sfruttata al basso della scala sociale creava ben altri rapporti; conducendo fino ai grandi tentativi rivoluzionari degli schiavi.
Per conseguenza il classico diritto scritto disciplinante la proprietà titolare della terra ed in genere degli immobili, e la trasmissione per eredità, per compravendita, ecc., con tutti gli altri complessi rapporti prediali, deve leggersi con la riserva che il soggetto cui si riferisce il solito pronome chiunque non è, neppure virtualmente, un qualunque membro del complesso sociale, ma deve appartenere alla limitata e privilegiata classe superiore dei cittadini liberi, dei non-schiavi.
Ciò vuole dire che il diritto reale, espressione teorica di un rapporto fisico tra uomo e cosa, e nel nostro caso tra uomo e suolo, solo in astratto sembra cedere il passo ad un preminente sistema di diritti personali propri dell'evo medio e feudale, diritti che sono l'espressione di un rapporto di forza tra uomo e uomo (come il vietare l'abbandono del fondo lavorato o il mutamento di mestiere). In effetti nel mondo romano il diritto personale domina il largo campo sociale costituito dalla produzione schiavistica, estendendo il rapporto da padrone a schiavo fino alla facoltà di privazione della vita. Tuttavia il padrone ha diretto interesse alla vita, alla forza, alla salute dello schiavo, ed è suggestivo il rilievo di Marx che nell'antica Roma il villicus, come massaio a capo degli schiavi agricoli riceveva una razione minore di quella che ricevevano questi, in quanto il suo lavoro era meno pesante (citazione da Teodoro Mommsen).
La rivoluzione che si pose tra le due ere sociali, nell'aspetto economico del cessato rendimento del lavoro degli schiavi rispetto al loro costo, in quello politico delle grandiose rivolte, tra cui classica quella di Spartaco caduto dopo due anni di guerra civile nella battaglia presso il Vesuvio allorché seimila dei suoi seguaci vennero trucidati, in quello ideologico della eguaglianza morale degli uomini predicata dai cristiani, eliminò invero in larga misura il gioco dei diritti personali, vietando che la persona dell'uomo potesse essere trattata come una merce.
La ripresa quindi del diritto romano teoretico, fatta dalla rivoluzione borghese per la disciplina dei rapporti tra l'uomo e gli immobili, presentò questa sostanziale innovazione, che il nuovo diritto reale riguarda tutti i cittadini componenti della società e non soltanto una parte privilegiata come nell'antichità. Questo diritto moderno fa vanto di aver integrato la conquista della libertà dalla schiavitù con quella della libertà dalla servitù deva gleba e dai ceppi corporativi, fa vanto di aver reso tutti i membri della società uguali e liberi da vincoli personali di fronte alla legge. Nel campo che tuttora ci occupa della proprietà del suolo e degli immobili, i nuovi codici dettati dai giuristi napoleonici, o copiati secondo la dialettica legge della storia dai giuristi dei poteri avversari che Napoleone (manca una riga a pag. 579) dinanzi alla terra libera.
Ma in realtà le forme giuridiche garantite dal potere statale e dalle sue forze materiali sanciscono e proteggono sempre rapporti di forza e di dipendenza tra uomo e uomo, e il diritto reale dell'uomo sulla cosa rimane una forma astratta. Il cittadino Tizio ha potuto divenire proprietario del fondo Tulliano poiché ha disposto della somma di denaro sufficiente a conseguire il titolo, pagandola al cittadino Sempronio, in quanto vigendo la libertà della terra il fondo Tulliano poteva essere alienato ad arbitrio del precedente padrone. Che significa il titolo di diritto reale di Tizio, libero cittadino in libera repubblica borghese, sul libero fondo che ha comprato? Significa che egli può chiuderlo e, perfino senza sostenere la spesa di una recinzione materiale, può tenere tutti i liberi cittadini, Sempronio compreso, fiori dal confine, e se trasgredissero, il titolo gli consente di chiamare le forze dello Stato è, sotto certe condizioni, anche di ammazzarli. La libertà di Tizio e il suo libero diritto di proprietà portati fuori dalla filosofia o dal diritto teorico si esprimono nel rapporto personale di limitare, anche con mezzi violenti, le iniziative altrui.
Il nuovo regime di libertà borghese è un regime di proprietà riconsacrato nelle tavole del diritto, sia pure proprietà non più preclusa a caste di schiavi, dì servi o di borghigiani. Esso è quindi sempre un regime di rapporti di forza tra pomo e uomo, e socialmente parlando, tutti i «chiunque» del codice si dividono in due classi, quella dei possessori di suolo e quella dei non possessori di suolo, forniti di titolo giuridico e sforniti dei mezzi economici necessari a procurarselo.
Il cristianesimo abolì le caste, la rivoluzione liberale abolì gli ordini, rimangono non nel diritto scritto ma nella realtà economica, le classi. Marx scoprì non la loro esistenza e la loro lotta, nota e constatata prima di lui ma il fatto che, più e pe