LISC - Libreria Internazionale della Sinistra Comunista
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POLITICA E «COSTRUZIONE»
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Content:

Politica e «costruzione»
I dischi volanti
Le auto americane
Carlsen, l'eroe del mare
Le grandi inondazioni
I grandi canali nell'Asia
Il grattacielo dell'ONU
Il criminale cemento armato
Notes
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Politica e «costruzione»
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Secondo le apparenze più accettate, godiamo la singolare ventura di vivere nel secolo, nel mondo della «tecnica».

Il nostro antenato appena di tre secoli fa, nei casi gravi faceva ricerca del confessore; noi per porre i quesiti che ci premono andiamo in traccia del tecnico, dello specialista, dell'esperto.

Tutto ciò che ci circonda si ammetteva allora amministrato da Dio, e questi aveva creata una rete di suoi ministri per poterli consultare. Oggi, giusta una certa retorica, ci amministriamo e conduciamo da noi stessi, grazie agli istituti rappresentativi; secondo un'altra siamo nelle mani di alcuni «grandi», i cui nomi personali sono sulle bocche di tutti. Ma, consessi collettivi o Uomini sommi che siano, se si mostrano pronti a pontificare sulle più ardue questioni generali, e a dettare i princìpi massimi della vita, ogni tanto si fermano e con sussiego dichiarano: qui ci vuole il tecnico; e ne chiedono la illuminata consulenza.

L'esperto consigliere viene allora sulla scena, sia esso un impianto fisso e macchinoso di uffici dagli interminabili corridoi, ove si tratta di trovare la sezione y e la camera x, per apprendere tutto sul sollevato problema; o sia un personaggio, spesso anonimo ma sempre pieno di sussiego, che fornito di vasta borsa in cuoio segue, silenzioso e fatale, in veste di esperto, il personaggio più noto che ha saputo sfondare sul palcoscenico della storia, ed è leggermente asino.

Gli Eroi semoventi nel presente, al fuoco delle macchine da presa, con una coorte di taccuini aperti e una flottiglia di microfoni nel raggio delle labbra illustri, non sentono di avere dato all'attesa universa un degno intervento, se non provano, previa debita preparazione, di essere stati costruttivi; una volta con mezzi più semplici, e forse facendo assegnamento maggiore su fisica prestanza, o almeno rai fulminei, e voce di tuono uscente da polmoni di acciaio, bastava, senza abbassarsi a dettagli o imbottire i detti di cifre, levarsi nei cieli della lirica e scatenare col fuoco delle anime la mozione degli affetti.

Sulle moltitudini, di norma osannanti, se allora pioveva la poesia, oggi sgronda ragioneria ed ingegneria.

Dovremmo dunque noi, materialisti accaniti, cantare vittoria? Ne siamo immensamente lontani.

Quando ancora incombevano le diffamate tenebre del Medioevo e della scolastica, e dominava il principio di autorità, così sul piano della cultura che su quello dell'amministrazione sociale, si dettava agli uomini (nella chiesa, nella scuola o nella piazza) che ogni direttiva andava chiesta ai testi sacri e fondamentali, e per lettori di essi si assumevano i maestri, sacerdoti, o uffiziali, incardinati nella gerarchia delle investiture qualificate. Miliardi di parole scritte e dette si sono sforzate di persuaderci, già da varie generazioni, che quel sistema millenario costituiva il vivaio migliore delle scempiaggini, delle frottole e delle truffe, e che ad esso andava di un gran colpo dato di frego.

Dal tempo di Tommaso e di Alighieri quel sistema si era eretto sui bene ordinati contributi di lunghe e battagliate epoche di lavoro e di ricerca delle comunità umane, innestando tra loro i dati trasmessi dall'epoca greco-romana, da quella orientale-semitica e dalla stessa civiltà araba; formandovi scienza, arte, filosofia e teologia una costellazione complessa e potente.

Tuttavia con lo sviluppo di nuove forze nella vita e nella produzione, nell'arte e nella scienza applicate al lavoro, le ossature per quanto vaste presero a scricchiolare, e non ebbe difficile gioco la nascente classe borghese a ridere di applicazione divenute ormai rancide e balorde.

Nelle grandi calamità sociali, come la peste del Seicento, e nei loro effetti su popolazioni oramai cresciute di numero, fitte e legate da comunicazioni frequenti ignote all'antichità, i riflessi del vecchio metodo cominciarono sempre più a denunziare il fallimento. Il consultato pretonzolo (o arcivescovo) parlò di peccati e di punizione divina; il basso popolo credette di leggieri alla stregoneria e al malefizio e perseguì l'untore che diffondeva il morbo, diavolo o criminale che gli paresse; il dotto (che Lisander satireggia in don Ferrante) fece ricorso al testo scolastico e ne applicò le formule oramai divenute impotenti; crepando di peste, dopo aver dimostrato che il contagio non poteva esistere, non essendo né sostanza, né accidente, laddove ogni cosa doveva rientrare in una delle due categorie.

Lo scettico sorriso dei nuovi sapienti, che si sentono ferratissimi nel dar di piglio alla matita rossa e blu segnando gli strafalcioni sulle pagine della Fisica aristotelica, o della Summa tomistica, o della Comedia dantesca, non esprime una nuova luce che finalmente abbia squarciato le tenebre e reso l'uomo signore della verità fino ad allora bloccata da cerchie di iniziati e di ingannatori: esprime, oggi è ben chiaro, una esigenza di nuove forze sociali, che nella mercatura, nella manifattura e nell'industria hanno bisogno di applicare, senza ingombri, canoni non chiesti al prete, al nobile o al monarca. Questa rivoluzione di classe si presentò agli occhi dei popoli, che non sapevano se come la strega e l'untore non convenisse bruciare il telaio il battello a vapore e la locomotiva, quale pomposo passaggio dall'Autorità alla Ragione.

Le nazioni non ebbero più bisogno di preti, o di signori dal sangue selezionato (criterio questo non privo di scientifico fondamento, ove non demagogicamente studiato...), o di parrucconi sfogliatori di ingialliti in octavo, bensì di pensatori, di sapienti, di filosofi. Questi nuovi condottieri non dissero più di venire dal segreto del tempio, o dall'antro della sibilla, o dalla meditazione in penitenza, ma si proclamarono figli del dubbio e della critica, e annunziatori al popolo della Verità senza più alcun velo.

Nei primi parlamenti i grandi oratori ad ogni passo invocano come guida alla vita collettiva i nuovi ideali, che pretendono non rivelati dalla divinità ad una cerchia di mistici agenti, ma scoperti nei valori generali comuni agli uomini tutti. Così ogni quesito, ogni problema, come oggi si dice, ogni misura da prendere ed applicare nei rapporti di governo e di amministrazione, non si confronterà col volere di Dio, coi versetti della Bibbia, o coi teoremi del filosofo tradizionale, bensì col «trionfo» della Giustizia, della Libertà. Il singolo chiedeva dapprima al confessore come comportarsi, e quello gli assicurava di aver compulsato la teologia moralis prima di vietare o permettere; e ai singoli creder facevasi che il capitano il nobile e il re parimenti stabilissero il comportamento proprio. Gridano invece i nuovi profeti che, come ogni privato ha in sé la sua Coscienza per agire secondo Morale, così nella vita collettiva e generale basta consultare e servire la coscienza morale e «civile». Dal penitente al cittadino, dalla Chiesa allo Stato.

L'estrema espressione di questo continuo invocare, nei rapporti politici, il metro etico, sta nell'aspetto oratorio e letterario in Robespierre (uomo in realtà dal potente pensiero storico), nell'Incorruptible. Nulla toglie al nostro radicale superamento del suo orizzonte, che egli abbia, incorrotto, asceso il palco dell'ultimo supplizio.

A questo primo trapasso storico dalla Autorità e dalla Fede alla Ragione e alla Coscienza, nelle soprastrutture che servivano a presentare la pubblica guida, ne seguirà presto un altro. È il passaggio dalla Ideologia e dalla filosofia politica alla Economia.

La sottostruttura, inesorabile, si rivela. Gladstone, liberale puro e classico, non voleva sentir parlare di questione sociale. Ma fu forse l'ultimo in tale attitudine, l'ultimo o tra gli ultimi che sostenessero dovere il cittadino perfetto, ogni volta consultato a delegare la sua molecola di pubblico potere, decidere secondo una generale visione di tutto lo Stato, riflessa nella sua interiore coscienza, e giammai secondo la suggestione di un suo interesse materiale, di un bisogno che con altri in analoga condizione egli condividesse.

Ma lo stesso Gladstone non si sottrasse a dover parlare dalla tribuna dei Comuni non più di principi, ma di cifre di ricchezza, e invano si inferocì allorché Marx nell'Indirizzo della Prima Internazionale tradusse le sue parole nel linguaggio di classe, svelandovi l'inno, non al benessere popolare, ma alla feroce strapotenza inflazionante del capitalismo britannico.

Da allora in poi, per quanto esaltabili ed esaltati dalla loro stessa non ancora avvizzita primavera romantica, gli oratori della borghesia dovettero fare i conti non solo col pensiero e con la coscienza, ma anche coi bisogni e con la fame dei cittadini, e soprattutto delle classi non abbienti e sfruttate dal sistema industriale e dalla onnipotenza del nuovo Stato. Il vecchio era - a loro dire - dispotico, ma i suoi tentacoli arrivavano poco entro la crosta sociale, e larghi strati lo conoscevano meno del dio, di cui lor predicava il curato; il nuovo e liberale arriva dovunque, tutti classifica e censisce, per coscriverli quando gli occorra nell'esercito del lavoro o in quello della guerra nazionale e borghese: ante omnia nella lista puzzolente degli elettori.

Le Camere da cui la classe borghese finge di dirigere la società (mentre tiene in pugno ben altri e potenti apparati, ignoti al mondo di ancien régime, o in lui introdotti nella misura in cui le istanze borghesi lo premevano), sempre meno si occuparono di costituzioni, di codici e di bei proclami o tornei di oratoria letteraria, sempre più di bilanci, imposte, prestiti, stanziamenti; e finalmente della colluvie irresistibile delle mille e mille «leggi speciali».

L'uomo politico, concepito all'inizio come un canoro trombone, che sapesse echeggiare quanto era nello «spirito» dei cittadini e nelle loro «passioni», andò sempre più svolgendosi nella figura di quello che doveva saper fare i conti nelle loro saccocce. Ma non ci conduce questo alla visione ingenua e pedestre dei socialisti fine Ottocento, per cui davvero la statistica elettorale poteva riflettere una statistica di interessati, secondo il loro numero, e quindi dare ai molti poveri una via per affermarsi contro i pochi ricchi: bensì furono i grossi e concentrati interessi, che sempre avevano tutto mosso, a venire sul primo piano della discussione; e in modo ovvio tutte le misure di Stato che al capitale premevano, figurarono come misure per il bene del popolo e il generale interesse: un generale ben famoso, perché ha perduto sempre tutte le sue battaglie.

Comunque, dopo il trapasso dalla Autorità alla Razionalità, abbiamo quello dalla Idealità alla Economicità.

Il terzo passaggio, da questa alla Tecnicità, dei signori Uomini Pubblici, derivò dal complicarsi tremendo degli interventi dello Stato nelle faccende della produzione e del mercato, e di tutto il resto. Tutto è regolato da una apposita misura statale, e non potrebbe essere altrimenti, con la grandinata di nuove invenzioni ed applicazioni innumeri, in cui la vita degli uomini si ingroviglia facendo diventare servizio pubblico ogni antica naturale funzione come il bere, lo scaldarsi o l'essere illuminati, o il rivolgersi la parola, o il darsi una mano quando scappava un piede o la casa andava a fuoco; di più creando mille nuovi servizi per bisogni prima sconosciuti, dal cinema alla radio, dall'aviazione alla televisione, eccetera, eccetera; per tacere (si capisce) delle grandiose nuove organizzazioni al fine di farsi la pelle, al che si provvedeva in origine con mezzi tanto incivili, quanto rudimentali.

Ed allora, se è chiaro che tutto questo devesi amministrare e governare, e se del tutto improponibile (se non da qualche matto) risulta la tesi che a tanti novamenti meglio sarebbe rinunziare, dandosi a sforzi per smeccanizzare, diselettrificare e «rinaturare» la società, se tutto il nuovo ingranaggio è un chiaro portato di condizioni fisiche, ci stupiremo che la materia tecnica venga in primo piano quando si tratta, per i padri coscritti, di dettare le norme in tutti questi difficili e complessi campi? Evidentemente, no; non ce ne stupiremo affatto.

Oltre tutto vediamo, per la classe al comando, un grande vantaggio che il discorso, dopo averlo condotto dai temi dello spirito e delle sue dignità a quello degli interessi economici, si sposti dalle valutazioni troppo strettamente economiche a quelle tecniche, che assurgono a nuove «santità» superiori e ineccepibili. In materia di economia occorre ben scrivere cifre di entrata e di uscita, e per abile che sia divenuto il linguaggio dei bilanci e degli articoli di legge (il latinorum di don Abbondio a Renzo era, al paragone, limpido come acqua di fonte) si finisce col non poter dissimulare il movimento dei benefizi, l'indirizzo di casa di chi guadagna e di chi perde. Sono belle entità e nozioni della moderna scienza delle finanze il patrimonio nazionale ed il reddito medio del cittadino, ma dove stanno mai di casa? Quel tale Marx, omaccio impossibile, non si mise forse a calcolare con le cifre ufficiali che più il paese è ricco, più le classi non abbienti di esso sono fregate? E con tanto dissertare su investimenti ed impieghi di capitale e di lavoro, su inflazioni e deflazioni, su disavanzi ed avanzi, il cittadino completamente enfoncé non seppe configurare che un solo soggetto economico generale, e lo chiamò Pantalone, quello che versa sempre dove c'è da rimettere, e quando c'è da spartire contempla, stordito, quelli che ci sanno fare.

Con la tecnica è un'altra cosa; e queste storie di cattivo gusto di vedere chi ha fatto l'affare e chi è stato fregato sono messe da parte. La tecnica, che credete? è scienza! La scienza, è scienza; quattro e quattro fanno otto, e non c'è altro da dire; sicché quando una faccenda sta in regola con la tecnica, e specialmente poi con quella aggiornata ai più recenti ritrovati, il vantaggio è per tutti, e honny soit qui mal y pense!

Non era difficile alla grazia ed allo spirito santo aleggiare in egual misura sui grandi e sui piccini; e lo stesso riuscì abbastanza bene alla grandezza e alla libertà delle Patrie e alla dignità civile delle moderne Istituzioni. Ma l'Economia e la Finanza, la Moneta e il Capitale, il Credito pubblico e la Ricchezza Nazionale, trovano non pochi fastidi quando devon provare che, come la Morte in Orazio, aequo pulsant pede divitum aedes pauperumque tabernas; bussano con egual colpo alla villa del ricco e alla stamberga del misero...

La Tecnica invece pretende di essere un valore assoluto, al di fuori di ogni «partita doppia»; fate una strada, una ferrovia, un porto, un elettrodotto, e così via, giusta i dettami della scienza tecnica; e la coscienza dei reggitori è in regola: indiscutibilmente, tutti e ciascuno, singoli e popolo, al di fuori del vieto concetto di classe, hanno realizzata una conquista.

Al di sopra, o signori, di ogni divisione di partito e di classe, abbiamo attuato opere civili e costruito novelli impianti; lasciate da parte le divergenze pur rispettabili di opinioni e di ideali, i contrasti di particolari interessi, tutti gli onesti plaudono entusiasti e commossi! Questo discorso si sente o si legge cento volte al giorno da tutti i lati dell'orizzonte e da governi e gerenti di tutti i colori e sapori. E noi? Stiamo coi disonesti.

Ebbene, mai il ciarlatanismo, il corbellamento del proprio simile, il gabellamento più sfrontato delle menzogne, hanno attinto così alto livello, come in questa epoca in cui siamo «scientificamente» governati giusta i canoni della «tecnica».

Non hanno al loro attivo tante balle, tante truffe, gli stregoni delle prime tribù, i sacerdoti delle innumeri divinità e chiese che la storia registra, i filosofi, gli illuminati o gli esaltati della romanticheria liberale, gli sgonfioni ottocenteschi di tutti i comizi elettorali e di tutte le sedute parlamentari che riempivano la testa degli ascoltatori di pistolotti infiammati e di tirate sentimentali, gli amministratori prebellici riformisti, che vantarono di avere saputo scendere nel vivo delle questioni sociali e dei problemi concreti, studiando dettagli di ripartizione di vantaggi economici, perseguendo miglioramenti di remunerazioni e assistenze di ogni genere; quanto gli attualissimi maneggioni della pubblica cosa, che giustificano ad ogni passo il loro operato proclamando di aver fatto debitamente vagliare, al lume imparziale ed obiettivo della tecnica, le loro decisioni.

Non vi è potente fregnaccia, che la tecnica moderna non sia lì pronta ad avallare, e rivestire di plastiche verginali, quando ciò risponde alla pressione irresistibile del capitale e ai suoi sinistri appetiti.

Il divario tra «ideologi» e «tecnici» dalle file della borghesia si rifletteva in quelle dello stato maggiore degli organismi operai. In Italia la borghese «intelligenza» compiva coi vari «quaderni» e riviste la grande accostata dai problemi una volta prediletti nella sfera letteraria, filosofica, artistica, e storica al vecchio modo, verso gli studi economici, statistici, e la messa a fuoco delle questioni concrete. Cominciava la indigestione di questo aggettivo, vero parvenu nella retorica. Agricoltura, industria, commercio venivano studiati con aria professionale, e gli intellettualoidi scoprivano con degnazione che il bipede uomo mangia, beve, lavora e produce, e gettavano sguardi tra i complicati dispositivi e attrezzaggi che a tali basse cose provvedono, per assodarne i difetti e proporne le riforme: urgenti, impellenti, inderogabili tutte; di cui non tardava a formarsi una elencativa di rito, buona succedanea alla serie di «communes loci», ossia di squarci tutti fatti, che ogni oratore di professione sapeva a memoria e sciorinava al momento buono, al tempo dei lunghi baffi e dell'abito a due code.

Ed i socialisti del tempo pretendevano essere in prima fila: per battere la borghesia e i suoi partiti, dicevano, dobbiamo mostrare che noi siamo i veri realizzatori, che nelle nostre file, tanto più che molti di noi vengono dalla gavetta del campo o dell'officina, vi sono i «preparati» alle soluzioni tecniche concrete. Un'altra cosa per somma ingenuità mostravano, ossia che alla supremazia tecnica ne seguiva una morale, in quanto gli uomini del partito proletario, in comuni, mutue, cooperative, banche operaie persino, e in mille altri enti, non solo davano saggio di ottima amministrazione, ma anche di assoluto disinteresse e moralità, appagandosi di bassi stipendi e vietando qualunque irregolarità, favore e preferenza. Supremazia che l'affarismo delle classi dominanti lasciava loro con viva soddisfazione, sviluppando il suo movimento tra i poderosi carrozzoni e i protezionismi smisurati, di cui il sistema sociale italiano dette, non appena chiuso il romanzo della libertà, esempi storici da primato.

Per tal via si sarebbe ottenuta la fiducia e la solidarietà delle masse, non dei soli lavoratori ma di tutti i «liberi e sani italiani» e la classe capitalista sarebbe stata battuta nelle...elezioni.

Gli esponenti di tale movimento, i cui nomi ancora ricorrono come quelli di amministratori «modello» - i Caldara, i Filippetti, gli Zanardi, i Greppi, ecc. - che tenevano buone rosse città come Milano, Bologna, Verona, Novara e via, contestavano all'ala sinistra del partito, che del riformismo si dichiarava nemica, di pascersi di vuota ideologia e di dottrina sterile, e la deridevano come già superata e passatista.

Queste «due anime» del socialismo tra loro lungamente lottarono, e la rottura esplose quando la guerra mondiale venne a portare un vento di tempesta sulle acque chete del bonario, sorridente, inerme riformismo. Affondate in breve ora le sue flotte di barchette di carta, quasi tutti i suoi seguaci passarono sui sinistri e blindati vascelli del combattimento borghese e nazionalista.

Qui non si tratta di raccontare una volta ancora l'aspra vicenda, ma di trascorrere alla attuale, successiva a due guerre universali, ripresa del concretismo e del tecnicismo, nei partiti proletari.

La classica posizione della sinistra radicale marxista non ha più praticamente una rappresentanza organizzata. Noi non abbiamo il compito di costruire, ma quello di distruggere, di abbattere determinati ostacoli! Non solo il capitalismo ha da tempo costruito quanto a noi basta ed avanza come base «tecnica», ossia come dotazione di forze produttive, sicché il grande problema storico non è - nell'area bianca - di crescere il potenziale lavorativo, ma di spezzare le forme sociali di ingombro alla buona distribuzione ed organizzazione delle forze ed energie utili, vietandone lo sfruttamento e il dilapidamento; ma lo stesso capitalismo ha troppo costruito e vive nella antitesi storica: distruggere, o saltare.

Ma mentre la nostra «distruzione» spazzerà via non forze di lavoro massive, bensì strutture, anzitutto armate e politiche, di privilegio e di sfruttamento, l'autodistruzione bestiale necessaria alla longevità capitalista taglia dalla radice forze utili e feconde, prima quella della specie umana; sebbene questa trionfalmente risponda cantando, traverso il bavaglio e i ceppi della oppressione di classe, l'inno irresistibile alla vita e alla rivoluzione, con settantacinquemila animaletti in più che ogni giorno allignano sulla crosta dello sferoide terrestre. Col loro miagolio incosciente faranno i conti, alla fine, i «valori dello spirito» e le «risorse della modernissima tecnica».

Vediamo invece i partiti di sinistra ostentare di scendere nel concreto, impegnarsi alla collaborazione, proclamarsi costruttivi e paladini del benessere collettivo e della ricchezza del paese, nonché della emulazione nel mondo, accodarsi alla «ricostruzione», la più oscena delle commedie, in cui gli attori della troupe tecnica sono stati condotti sul palcoscenico, non appena ne erano usciti quelli monturati e tinnanti del cretinismo militare.

Ma in questa ondata verso la tecnica i caratteri sono mutati radicalmente rispetto a quelli del riformismo antebellico. Opportunisti e controrivoluzionari erano quelli di allora, e sono questi di oggi, ma mentre quelli pagavano il diritto di trattare gli estremisti da sognatori e magari da sgonfioni (taluni ve ne erano), con uno sforzo di preparazione alle gestioni di dettaglio e di quotidiana onesta sgobbata negli uffici di segretari, commissari, assessori o altro; gli odierni se ne strafregano di tutto questo. Storcono sì il muso alle superate «questioni di principio» e si vantano praticoni e tornacontisti, ma hanno deposto ogni ulteriore scrupolo e non valgono come tecnici tre soldi falsi, mentre riterrebbero ingenuo e comodo al gioco degli avversari anche il rinunziare a far soldi quando si sono messe le grinfie sulle pantaloniche casse, o il tenere larghezza di onorari e lusso di sedi e di privata vita al di sotto di quanto si verifica nel campo borghese.

Le forze della conservazione possono facilmente deridere «i quadri» della classe nemica. Una volta davano ad essi le due anime in perpetuo conflitto: una era quella dell'ignorante fanfarone, l'altra quella dello sgobbone diligente e corretto. Ormai, sempre più, lo sgonfionismo demagogico, l'asinità e la ladreria concorrono a formare un'anima sola.

Qualcuno della esigua ma insopprimibile corrente marxista integrale scriverà la trattazione di questa nostra chiara tesi: siamo in un periodo storico non di avanzata, ma di piatta decadenza e rinvilimento della scienza e della tecnica ufficiale, di basso ciarlatanismo nella dottrina e nella applicazione; e con elenco di fatti inoppugnabili dedotti da tutti i gangli della moderna organizzazione e dai loro effettivi legami e ingranaggi smentirà la facilona, corrente opinione che le solite cifre diffondono, con i ben noti mezzi pubblicistici di imbonimento dei crani, sul preteso vertiginoso crescere in quantità e qualità delle «attuazioni» in tutti i campi.

È un simile processo di decadenza degenerativa in contrasto col pauroso aumento di materiali energie a disposizione dei gruppi dominanti, ed è esso un processo storicamente nuovo? Per nulla affatto; è anzi un processo ovvio e inevitabile, ogni volta che una grande forma storica e sociale è cresciuta a dismisura, e ne urge la distruzione rivoluzionaria, la catastrofe terminale.

Alle opere gigantesche, ciclopiche, grandiose, di semplicità che supera nella sua potenza i millenni e millenni, seguono a grande distanza nelle capitali degli imperi orientali ed egizi assurti a dominio e ricchezza incommensurabile, dimore di re e di signori straricchi in cui, tra il debordare dello sfarzo, il gusto si è depravato e corrotto in lascivie e in dettagli che la storia stessa dimenticherà. La potenza dei primi monumenti greco-romani parla ancora da ruderi imponenti, mentre sono crollate le case degli Alcibiadi e i palagi degli ultimi Cesari, le «domus aureae», in cui la immensità delle risorse aveva seminato ori, porpore, gioielli, impianti depravati di lenocinio dell'arte e dei costumi. E nel corso della civiltà medioevale, mentre al principio altissime svettano le cattedrali gotiche, capolavori che anche in linea tecnica oggi darebbero da pensare all'imitatore, si van cancellando le ultime leziosità seicentesche del ricchissimo barocco, cui re e papi recenti dedicarono ben altre risorse economiche di quelle delle prime modeste comunanze cittadine, dei primi quasi poveri cavalieri della feudalità.

La superricchezza e la superpotenza del capitalismo possono oggi stupire nel facile culto del kolossal, o nella imbecille ammirazione per l'americanata, ma all'indagatore che sappia e saprà giungere al fondo dei fatti, sono evidenti le manifestazioni diffuse ovunque di corruzione, di vuotaggine, di cafonismo, di leggerezza ignorante e ciarlatana, di inconsistenza asinesca che circola con tutti i marchi dei diplomi universitari e delle più conosciute ditte specialiste.

Occorre per questo uno studio della moderna tecnica, fatto con vastità di visione, senza nulla chiedere al singolo chiericozzo cui è affidato un banco nello spaccio della bestia trionfante, per il determinato settore in cui gli altri, legati da uno stesso patto più ferreo di quello delle antiche chiesuole e cappelle, sono impegnati a non entrare e a non indagare, contro eguale vantaggio per la propria piccola sacrestia.

Sarà il caso di limitarsi a qualche minimo spunto, col quale si può permettersi di gettare uno sguardo nel retroscena di taluno dei grandi e piccoli concilii, sinodi e sillabi del superscientifico, del progreditissimo mezzo Novecento.

I dischi volanti
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Con tutta la dovizia di istituti di ricerca e di reti di segnalazione e di informazione, che vengono a raccontare con particolari infiniti ogni più scema cosa, dalle incursioni per i reggiseni e gli assorbenti al conflitto tra fautori del pigiama e della camicia da notte, non è possibile a questo mondo di sapienti assodare, non solo che cosa sono, ma se ci sono. Facevano più presto al tempo della scolastica ad assodare il quid e il quod sul padreterno in persona. Una sfera che volasse, come le prime mongolfiere, si vede da qualunque direzione come un perfetto cerchio: invece le attuali macchine per volare, dirigibili o aeroplani di ogni tipo, hanno forme di limitata simmetria, e sotto diversi angoli e durante un percorso fatto in tempo brevissimo si mostrano in prospettive assai diverse, e quindi ogni fedel minchione ormai li ravvisa. Ma un disco, o piatto, o scodella, o saliera (ci sei, cerebralissima età) si può solo in una speciale direzione vedere tutto tondo, in un'altra quasi retto, e in tutte le altre apparirebbe come una lente convessa. La forma quindi è proprio quella per cui, senza tante differenziazioni, è a tutti facile raccontare di averla vista, o... immaginarsi di averla vista.

I dettagli poi possono esserci: sono più o meno lucenti e raggianti, lasciano o meno una scia di fumo o di luce, salgono, scendono, e poi schizzano via.

Meccanicamente tale macchina, dopo la attuazione del razzo a lancio di gas o reattore, può essere pensata senza essere Leonardo. Se lungo l'orlo della salsiera (pardon, non saliera; saucer è la scodellina per la salsetta, e non vorremmo passare da ciucci in ogni centro intellettuale americano da ottomila abitanti) disponiamo tanti tubi da razzo inclinati un poco in basso, e di inclinazione anche mutevole sull'orlo, potremo avere una rotazione di un anello che circoscrive il veicolo, una spinta dal basso in alto per vincere la gravità, e a comando una spinta di traslazione.

Ed allora, signora tecnica moderna, fateci in fabbrica un piatto volante e mostratelo anche al fesso qualunque. Sapremo allora come illuminarci. Nel tempo della tenebra e dell'ignoranza non fecero molto attendere a dare una stessa versione per tutti sulla unità e trinità, sulla consubstanziazione, o sull'anima nel corpo femminile. Vorremmo dunque ufficialmente sapere, dato che tra l'altro vi è una sezione culturale dell'ONU (ci sfugge il nome; si chiama forse salsiera non volante?), se i dischi sono veicoli venuti da Marte - ovvero V-2 tedeschi utilizzati da sovietici - ovvero armi che esperimentano gli USA - ovvero scariche elettriche che si verificano nell'atmosfera, del tipo dei fuochi di S. Elmo - ovvero serpenti dell'aria, parenti dell'ottocentesco serpente di mare.

Noi intanto arrischiamo questo generale teorema: la forma sociale capitalistica è molto più adatta a darla da bere, che le forme sociali incivili che la precedettero, non in possesso del moderno pensiero critico.

Le auto americane
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Quelli che sanno tutto traverso Digests e Selezioni ci dicono che ve ne è una ogni tre persone, che vi sono più cimiteri di macchine che di salme umane, che si fanno sul nastro e se ne produce una ogni tanti minuti e tante altre belle cose. Sebbene talune fabbriche siano state destinate a fare carri armati (vicenda parallela a quella delle fabbriche russe a doppio uso: trattori per l'agricoltura, o autoblinde innaffiatrici della morte) tutti considerano assodato che l'auto americana batte il primato non solo tra quelle del mondo intiero, ma tra tutte le realizzazioni della moderna industria meccanica.

La verità invece è che (sebbene un primato indiscusso ci sia, quello della pubblicità commerciale americana nell'appioppare ai compratori le cose più scadenti, inutili, e insopportabili a chi le avesse in regalo) gli americani, che pure formano il fertile terreno di quella seminagione reclamistica, sono schifatissimi delle automobili che presso di loro si fabbricano.

Le lagnanze dei Club automobilistici pervengono regolarmente alla Società degli Ingegneri automobilistici di New York. Anzitutto ogni anno si fa un nuovo modello, fregando il possessore di quello dell'anno prima, il cui valore sul mercato viene fatto piombare giù: il cafonetto provinciale dell'interno non vuole fare la figura che il cugino rinnova e lui no. Salasso. Poi, per vendere le macchine, si arredano dei più strani accessori col pretesto di renderle comode: i casi di guasto e di arresto si moltiplicano all'infinito: i pezzi di ricambio si vendono solo in date stazioni, e ogni anno ad arte si mutano. Fregata.

I tipi delle varie fabbriche non piacciono perché sono sempre più grossi e consumano troppo; nello stesso tempo la struttura è fragile, e una Ford del primo dopoguerra durava dieci volte di più marciando senza dar noie, perché allora non vi erano i supertecnici per lesinare sull'ultimo chilo di acciaio. Taluni accessori tradizionali, come le manette del gas e dell'anticipo presso il volante, utilissimi in dati casi di viaggi lunghi in zona gelida, non si fanno più; ben vero, chi li vuole paga un extra di 5000 lire; di 20.000 chi volesse il parasole, scomparso per la mania di abbassare il tutto, riducendo la visibilità in altezza del guidatore, che, dice un tecnico, se si trova su una via a montagne russe farà meglio a scendere e andare a piedi. Sarà un raro tecnico dai calli sensibili.

Carlsen, l'eroe del mare
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Non fu possibile sapere quale prezioso carico sia andato a fondo con la Flying Enterprise, su cui il capitano e il nostromo rimasero dopo il sinistro e l'abbandono: armi segrete trovate in Germania, opere d'arte trafugate, nuovi apparati atomici: si è detto di tutto. Il capitano dichiarava: «Ci vengono affidati navi e carichi per milioni di dollari; non è una responsabilità che si possa abbandonare a cuor leggero». Altro mistero è stato quello del non aver voluto tagliare verso l'approdo francese di Brest più vicino, infilandosi col convoglio che rimorchiava il relitto nell'area del «mare bollente» all'imbocco della Manica, per raggiungere il porto inglese di Falmouth. Vi era il diritto del salvataggio sancito dal codice marittimo; è certo che Carlsen più che salvare la nave (impossibilia nemo tenetur) doveva rispondere di un altro risultato, e per esso ha rischiato la pelle: che non fosse salvata da soccorritori sgraditi.

Tra la ridda delle notizie una ne è venuta fuori: la nuovissima e lussuosa nave che Carlsen faceva tenere forbita come uno specchio, e doveva fare una traversata arcisicura, era a chiglia piatta. Una novità della tecnica, che nelle sue trovate inesauribili deride il passatismo e si burla delle tradizioni dei primi navigatori. Non sappiamo se i polinesiani hanno realizzato la loro migrazione dall'America del sud o dall'Asia: le loro flotte marciavano su una lunga linea di fronte a portata di voce e trasferivano in sedi ignote una razza che dicono simile alla nostra. Ma di sicuro si sa che la temeraria impresa fu possibile perché quei primitivi impararono a tagliare col fuoco la sagoma della piroga in tronchi di alberi giganti e di pesante legno, e adottarono la chiglia a spigolo vivo e tagliente, profonda nell'acqua, che conferisce stabilità e sicurezza. Perché mai il modernissimo cantiere della Flying ha adottato la chiglia piatta, propria del battello lacustre? Un giornale lo diceva in tutte le lettere: per ridurre il costo unitario di produzione. Il misterioso tesoro, che i navigatori antichissimi avrebbero trasferito da un continente all'altro in salvo col solo sussidio del comando «alla voce», malgrado le risorse meravigliose del radar, del telegrafo senza fili, di tutta la rete internazionale di soccorso oceanico, non ha evitato di essere inghiottito dall'abisso.

Abbiamo qui la chiave di tutta la moderna scienza applicata. I suoi studi, le sue ricerche, i suoi calcoli, le sue innovazioni, mirano a questo: ridurre i costi, alzare i noli. Sfarzo quindi di saloni specchi ed orpelli per attirare i clienti ad alto prezzo, lesina pidocchiosa nelle strutture spinte all'estremo del cimento meccanico e della esiguità di dimensioni e di peso. Questa tendenza caratterizza tutta la moderna ingegneria, dall'edilizia alla meccanica, ossia presentare con ricchezza, per «épater le bourgeois», i complementi e le finiture che qualunque fesso sta all'altezza di ammirare (avendo anzi una apposita cultura da paccottiglia formata nei cinema e sugli illustrati in rotocalco) e scarseggiare in modo indecente nella solidità della struttura portante, invisibile e incomprensibile al profano.

Col finire del capitalismo, questo criterio della tecnica costruttiva che si presenta oggi nelle scuole e nei cantieri come eterna verità, finirà senza onore: il criterio che dice: far sopportare i massimi pesi e i massimi sforzi alle strutture del minimo peso e soprattutto del minimo costo possibile.

Un'altra formula ipocrita integra le due prime: della minima durata possibile dati gli incessanti progressi! Fermatevi coi progressi, statevene alla sezione della piroga tracciata senza sapere la teoria dei vettori, e cominciamo da questo progresso generale: non tirare a fregare!

Le grandi inondazioni
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Recenti sono le notizie di immani rotte fluviali in Italia, in Francia, negli Stati Uniti e dovunque. Qui, come venne in altra occasione mostrato, si è avuto un clamoroso fallimento della moderna tecnica. La tendenza economica capitalistica impone: alleggerite! Ma l'argine e la diga sono costruzioni che funzionano a gravità, devono essere pesanti il più possibile, e la relativa teoria, rispetto a quella di cui disponevano Leonardo da Vinci o i Mori in Spagna, si è svolta nel senso di determinare più alto il valore della spinta rovesciante di fronte e di sotto, a cui si ovvia (vedi grandi disastri storici come quello del Gleno) (1) solo con l'aumento del peso bruto. Qui poco quindi si è guadagnato con l'uso delle opere metalliche e cementizie; innegabile è tuttavia il vantaggio dei moderni nei controlli meteorologici e pluviometrici, nella rapidità di comunicazione e trasporto, quindi nel prevedere i momenti critici, e nel provvedervi. I risultati sono invece negativi, ed essi si legano alla riluttanza dei macchinosi enti burocratici, specie dopo le disorganizzazioni dovute alle guerre, a compiere diligenti vigilanze e manutenzioni, in un campo in cui non ci sono attivi di speculazione palesi nel senso capitalistico.

Quello che avvenne lo scorso autunno sul Po doveva prevedersi dopo quanto era avvenuto sul Reno: ma si è in regime di ciarlatanismo, e alla insipienza tecnica confluiscono i metodi dei governi e delle opposizioni: dal momento che queste proclamano di voler collaborare e amministrare, la responsabilità della vergognosa disamministrazione è comune; e idiota risulta ogni polemica che voglia sfruttare i disastri politicamente, a meno che non giunga alla radice del fenomeno che sta nel sistema sociale e non nel fatto che al potere sia questo o quello dei capipartito.

Un ministro si è divertito a parlare alla radio dall'alto di un argine sistemato dai suoi funzionari (e meglio è dire dalle imprese, che scelgono, decidono e progettano in funzione del loro profitto e non d'altro, e poi posano le cartelle sui tavoli degli uffici, il che fa piacere, anche se sotto la prima copertina non vi è bustarella, all'insonnolito burocrate) e dopo una semplice occhiata disse che tutto era fatto bene, l'argine era più alto, e in ogni modo aveva ordinato di alzarlo di un altro metro. Napoleonici! Per avventura non sanno che i dati per stabilire la quota degli argini si deducono da rilevamenti fatti nel raggio di migliaia di chilometri (che oggi si chiedono al cartame e non al terreno) sicché essi sanno tanto poco quanto noi in questo momento se il tracimare e la rotta non avverrà in un tratto diverso, quando lì ove avevano portato il microfono l'acqua sia ancora un metro e mezzo sotto cresta; e quindi l'ordine dovrebbe essere di alzare in tutt'altra zona.

Perché sceglie l'impresa si capisce di leggeri: quando sceglie il ministro si salvi chi può.

Se noi non abbiamo saputo tenere in briglia il vecchio Eridano, gli americani superattrezzati hanno fatto la stessa figura col Mississippi-Missouri: il bacino fluviale maggiore forse del mondo. Vantano di tenere in riga a colpi di telefono il bacino idroelettrico artificiale del Tennessee, aprendo e chiudendo dighe a monte e a valle e costringendo la massa d'acqua a non rovinare investimenti di capitale, e allo stesso tempo a regalare a milioni i kilowatt utili. Ma il Tennessee è una catinella, ed era facile progettarlo «de toutes pièces» in modo da non incappare in fesserie troppo grandi.

Col Mississippi la faccenda è un'altra, poiché si tratta di scoprire l'andamento del regime idraulico di forze naturali per la maggior parte non disciplinate; la variabilità degli elementi di precipitazione meteorica, di permeabilità dei terreni, di percorso e ampiezza degli alvei naturali, di estensione dei bacini secondari e principali, crea un problema teoricamente indecifrabile anche ai cervelli elettronici (sfuggiamo a quest'altra tentazione!) E quand'anche i sistemi di equazione fossero risoluti, e si trovassero le velocità, portate e quote di piena massima, in tutti i punti nevralgici, le opere necessarie risulterebbero tanto grandi che lo stesso dollaro dovrebbe forse indietreggiare.

Si è allora ricorso, prima, al tentativo di disciplinare spostare e dilazionare, o anticipare al caso, lo sciogliersi dei grandi nembi piovaschi segnalati, con mezzi elettrici o atomici: ma in un bacino estesissimo ciò è illusione. Poi la ingegneria americana ha cercato di provvedere con un procedimento sperimentale. È stato fatto un immenso modello del bacino geografico dei due grandi fiumi. Esso occupa un milione di metri quadrati (sì! un milione, ossia un chilometro quadrato, essendo ridotto duemila volte più piccolo per le lunghezze, e quindi quattro milioni di volte in superficie rispetto al «vero»). Le segnalazioni di 1500 stazioni serviranno di base per, «riprodurre» con acqua artificialmente versata, in piccolo, il movimento reale di tutti gli affluenti, laghi naturali, serbatoi di raccolta e di guardia, compresi nell'immensa area.

Queste notizie sono date da fonte seria, dal Castelfranchi, e riferiscono che sono in corso i lavori per il modello: è chiaro che si deve fare un movimento di terra enorme per riprodurre nella sua conformazione esterna e nella sua naturale qualità geologica, a scala ridotta, tutto il paese: oltre un terzo degli Stati!

Non trovando indicato il costo del modello di Vicksburg ci azzardiamo a presumerlo: supera i dieci miliardi di lire italiane.

Saremo abbastanza sfacciati e malevoli per affermare che si deve trattare di una enorme ciarlatanata, per far spendere ad imprese, non diciamo i dieci miliardetti del modello, ma i miliardi e miliardi di dollari che verranno fuori per arginature, dighe e collettori calcolati con quel sistema.

Sebbene vi siano dei precedenti, a quanto sembra, del modellismo in tale campo, il nostro rilievo si fonda su questo. Ammesso che si sappiano riprodurre distanze, quantità di acqua, e anche grado di porosità e scabrosità dei terreni e dei letti di alvei, con corrispondenza buona la scala delle altezze ha dovuto però essere forzata, altrimenti sarebbe venuta fuori una zona piatta, in pratica. Portandola all'l:100, ossia venti volte maggiore, si avranno dislivelli apprezzabili nel modello, e le più alte montagne vi figureranno di qualche diecina di metri. Ma allora le «pendenze» del terreno risultano tutte forzate di venti volte, sia nei campi di sgrondo delle piogge, sia nelle figure di sezione dei letti ed alvei. Allora, le velocità e le portate che si rileveranno sperimentalmente dal modello, saranno a nostro avviso ancora meno attendibili di quelle invano chieste alla troppo complessa analisi matematica teorica. Infatti, e non possiamo qui tecnicizzare oltre, le velocità e le portate non variano già «in proporzione» delle pendenze di deflusso, ma in modo assai complicato, e nelle formule di idraulica si tiene conto dell'area e perimetro della sezione bagnata, le cui relazioni sono deformate in un modello non omotetico.

Sarà un discutere alla cieca, ma si può porre la mano sul fuoco che anche qui si tratta di una boiata gigante.

I grandi canali nell'Asia
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Altro argomento che meritò attenzione furono le notizie sulle colossali opere idrauliche che l'Unione Sovietica ha progettato nei bacini del Volga, del Don, del Dnieper, e soprattutto dell'Amu Daria. Le prime sarebbero già prossime ai loro risultati nel campo idroelettrico, agrario, e della navigazione interna, e sebbene vastissime non danno tanto da pensare quanto l'ultima accennata che, se anche intrapresa, richiederà lunghissimi anni. Si osservava che l'Aral, come il Caspio, è un mare interno; tra i due vi è un dislivello di una ottantina di metri, ma nella comunicazione correrebbero acque ad alto grado di salsedine inadatte all'agricoltura e forse al macchinario per l'energia coi metalli finora impiegati. Ed allora si trattava di fermare lo sbocco del gran fiume Amu Daria prima dell'entrata nell'Aral, mandando nel gran canale d'Asia centrale le sue acque dolci. Veniva fatto di chiedere se anche una tale soluzione, dottrinariamente suggestiva, non avrebbe causato variazioni del livello dei due mari interni, e se se ne potevano calcolare le conseguenze (non crediamo con un modello anche lì) anche sul clima e l'abitabilità, oggi già difficile, di quelle plaghe semidesertiche.

Una successiva notizia ancora più grandiosa veniva a dare forse una risposta, non certo al nostro povero dubbio. Con altro immenso taglio si sarebbero condotte fino all'Aral le acque nientemeno che del siberiano fiume Jenissei (ancora più lontano dell'Obi), che ora vanno verso il mare glaciale, e invece affluirebbero al centro dell'Asia liberandolo dalla aridità di milioni di anni. Di un simile taglio si vedeva facilmente la lunghezza in migliaia di chilometri, e si affermava che la massima altezza sullo spartiacque col bacino del mar glaciale non superava alcune centinaia di metri: gli scavi sarebbero immensi, inauditi.

Noi non sappiamo se gli ingegneri sovietici abbiano battute le quote vere sul profilo di quel taglio ciclopico futuro, ove tra fiumi foreste e aree inesplorate potrebbe forse sorgere perfino dinanzi a loro qualche montagna ignota.

Siamo colpiti da una coincidenza con un procedere «classico» della progettazione in clima capitalistico. Quando sorge una difficoltà non contemplata che rende un primo progetto, se non inattuabile, almeno enormemente più costoso, la ricetta non è rinunziare al progetto o lasciare a mezzo il lavoro: questo avviene caso mai sotto l'effetto di altre cause economiche; che gli stanziamenti siano stati tutti divorati, e gli esecutori non abbiano più gloria e oro da tirarne fuori. La ricetta è semplicissima: si fa un progetto più vasto, assai più vasto, che chiude il primo nel suo nuovo e più ampio cerchio, e calcola e prevede le opere assai maggiori, in cui sarà la risposta alla constatata impossibilità materiale del primo schema.

È forse possibile che i disegnatori di quei piani immensi, resisi conto che il canale Amu Daria-Caspio, teoricamente ammissibile, poteva portare non immensa fertilità ma siccità carestia o epidemia intorno all'Aral, sconvolgimento della umidità e temperatura, abbiano calcolato che può esservi un rimedio adducendo all'Aral acque di sostituzione e andandole a prendere - nientemeno - nei bacini sterminati dei fiumi siberiani.

Un prestito, una anticipazione sulla generazione futura. Il singolo possessore privato di capitali esordisce, alla scala molecolare, col prestito «a babbo morto». Nel macrocosmo spettacoloso dell'alto capitalismo contemporaneo, tecnici, economisti, condottieri politici, chiudono a tutti noi la bocca col sempre più grandioso, e spiccano tratte poderose sulla umanità dell'avvenire.

Ma un liquidatore si avanza. Il suo nome è: rivoluzione.

Il grattacielo dell'ONU
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Se gli Ebrei, popolo eletto a sfottere gli altri, hanno inventato la storiella della Torre di Babele, l'hanno ben trovata. Essa si è riprodotta ai tempi nostri quando si è trattato di erigere sull'East River, a New York, l'ultrapalazzo sede degli uffici delle Nazioni Unite. Ha 5.400 finestre, e solo per pulire i vetri il superstato mondiale spende all'anno 63.000 dollari ossia 50 milioni italiani.

Furono convocati venti architetti di quindici diverse nazioni, e altro che confusione delle lingue! Il verticalista nazionalista (?) Le Corbusier la vinse sul prossimo a morte naturista Wright, che scrisse: coltivate erba dove volete fare il grattacielo... Disegnato il velario di 97 metri di base per 165 di altezza su 40 piani, spesso pochi metri tra le due testate chiuse, e con le due grandi facciate tutte vetrate, Le Corbusier trionfò; ma dovette accapigliarsi con lo Svedese, l'Inglese e il Russo che gli dimostrarono che un simile parallelepipedo sarebbe stato un forno di estate e una ghiaccera d'inverno, a meno di non spendere in un impianto di aria artificiale una cifra annua di milioni di dollari. Allora il Le Corbusier avrebbe proposto di «avvolgere» tutta la costruzione in una doppia parete esterna di vetro e acciaio, tenendo le finestre «effettive» chiuse in sempiterno, e facendo circolare nella intercapedine una corrente di aria fredda o calda. La pianta uomo in serra. Ma questa fodera non è stata eretta, e si va avanti con il condizionamento, una delle più eleganti prese in giro contemporanee, che ha eliminato una vecchia illusione: qualcosa che non si paghi esiste, ed è l'aria che si respira.

Non dobbiamo essere soli ad essere un po' tocchi, se un certo Lewis Mumford, critico tecnico del non rivoluzionario «New Yorker» ha saputo scrivere:
«
la costruzione di Corbusier e colleghi è un fragilissimo risultato estetico, simbolo non dell'età moderna, ma di un'epoca di traballanti finanze e di speculazioni su larga scala».
Ma appunto! precisiamo noi, l'autentica età moderna.

Il fatto è che, sebbene i suoli delle grandi città, per riflesso dell'assurdo economico che sta alla base del concentramento capitalista, e della demenza urbanizzatrice, abbiano raggiunto valori folli, al punto che (in un'area come quella) forse in un locale vi è venti volte più spesa di suolo che spesa di costruzione di primissimo rango, in materiali e lavoro, e quindi «conviene» a questo regime di classe il verticalismo bestiale; la pratica ha provato che tutti gli innumeri «impianti tecnologici» che arredano un moderno fabbricato: acqua, gas, luce, energia, riscaldamento, condizionamento, ascensore, telefoni, ecc. ecc. non funzionano bene oltre dieci o dodici piani, e per un maggiore campo di azione si bloccano troppo spesso, lasciando tutti senza i servizi, sicché è convenuto avere per tutti questi rami una centrale autonoma per ogni gruppo di piani. Ed allora il palazzo dell'ONU non è una unità, non è un edifizio, non merita il nome di «opera» nel senso classico: sono quattro edifizi banalmente poggiati l'uno sull'altro, con la sola conseguenza che le fondamenta e le ossature del primo lavorano stupidamente a sopportare un peso quattro volte maggiore. Se da tutti gli angoli della terra i fessi, noi fessi, abbiamo pagato per questo, ci sarà lieve pensare che la società di domani apporrà sul mostro luccicante al sole una scritta: qui è il simbolo di una umanità cogliona.

Il criminale cemento armato
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Nel dire corna del contemporaneo svolto della tecnica non abbiamo affatto voluto implicitamente concedere che uno scorno equivalente non tocchi, in questa alta era capitalista, alla letteratura, all'arte in tutte le sue manifestazioni. La moderna intelligenza, anche in tutto questo, paurosamente, decade. Di tutte le arti la più prossima al nostro tema è l'architettura, e se ne sentono ad ogni passo dire corna per la sua freddezza, nudità, sterilità; per la scatoleria cassettiforme e la linearità scheletrita. Di tutto questo, volendo forse fare un carico alla inesorabilità del determinismo, si incolpa un solo imputato, un criminale della tecnica, il cemento armato.

Volete un titoletto tra i tanti? Non macchiare il volto del paesaggio italiano. Bellezza e natura condannate da Sua Maestà il cemento armato.

Tutt'al più il determinismo potrebbe essere trovato vago parente con quella scuola che in edilizia si chiama della funzionalità: il concetto del resto ricorre in tutti campi della tecnologia. Ci si preoccupa solo della utilità, della rispondenza del complesso da costruire alle sue funzioni effettive, se ne fanno i calcoli, le piante, le sezioni, e si adottano le dimensioni trovate senza preoccuparsi dell'effetto estetico finale. Questa teoria sostiene che quanto è utile è anche bello, come i muscoli e gli arti del cavallo da corsa danno, in moto e in riposo, la massima eleganza ed armonia di linea al corpo dell'animale.

Un architetto strettamente funzionale allora, come del resto i primi costruttori di portici e di archi dalle cui commessure di travate e di massi lapidei sorsero i «moduli» degli stili classici, non disegna prospetti né forma plastici; dimensiona, foggia e mette insieme le materie che gli servono, e ad opera compiuta soltanto arretra e contempla l'effetto.

Se si applicasse con tale criterio la teoria statica del cemento armato, o di altre strutture, ma soprattutto del primo in quanto i suoi elementi non vengono dall'industria fissi, in misure «standard», ma si plasmano a volontà nella forma ideata pel getto, si vedrebbero scaturire strutture e membrature movimentate, curve, slanciate, a sezioni mutevoli, in una fecondità senza limiti. Gli aggetti, gli sbalzi, che realizzati con la antica muratura a pietra da taglio nei monumenti insigni destano la meraviglia nelle descrizioni, come quella di Hugo per Notre Dame de Paris, fiorirebbero facili e nuovissimi dai fianchi delle costruzioni, archi audaci e sottili diverrebbero possibili, nuove sagome come per incanto sorgerebbero...

La rigorosa verticalità deriva dall'uso del materiale tradizionale, dal cumulo di pietre che lavorano solo resistendo bene alla pressione normale, tanto che già fu audacia andare dalla piramide a base immensa all'edifizio prismatico. Se col ferro la Torre Eiffel si poggiò sulle sue quattro sguaiate gambe ottocentesche, col cemento armato sarebbe facile farla sbocciare da una base larga quanto la sua punta. Il conglomerato innervato dai tondi di acciaio, potendo resistere a sforzi di ogni direzione, svincola le costruzioni dalla schiavitù dell'estetica prismatica, ogni volta che ciò sia necessario ed utile.

Il colpevole non è dunque il nuovo materiale, o le regole della sua meccanica matematica da cui si traggono volta per volta le prescritte misure esecutive. Colpevole è il tornacontismo speculativo, il conto economico in termini mercantili, che vuole ridurre la spesa di esercizio per esaltare il profitto, ridurre quella di impianto per alleggerire l'anticipazione e l'interesse passivo.

Il calcolatore del cemento armato non è dunque il deus ex machina del moderno mondo delle costruzioni. Egli è un povero ruffiano che deve vendersi nelle più diverse direzioni, e la dittatura è in due mani. Un poco in quella dell'architetto e decoratore che deve attirare l'acquirente borghese e parvenu nelle sue sensibilità sempre più distorte e deformate, mostrargli effetti di bassa scenografia fino alle massime poesie del locale ove depone gli escrementi, e per ottenere tanto con economia del conteso spazio dei quartieri alla moda stringe le stanze e abbassa i piani, e comprime le membrature di cemento armato - proprio quelle che permettevano di fare come gioco da bambini locali immensi cui le antiche foreste non potevano trovare travi e le murature consentire volte di grande corda e di ridotta saetta - in incredibili angustie e passaggi obbligati. L'altra dittatura, la decisiva, appartiene all'imprenditore capitalistico che vuole, siamo lì ancora, abbassare il costo. Allorché costui fabbrica per vendere direttamente vuole fare lo stesso edifizio con poco ferro e poco cemento, e le sezioni vanno resecate all'osso.

Quando l'impresario lavora a misura, perché il pubblico paga, allora avanti tutto impone alla «scienza» di provare che bisogna appesantire e ingrossare pilastri o travi o altro, perché la massa della commessa aumenti, e poi perché nelle forme massive il costo della unità di misura è minore, e maggiore il margine di guadagno. Infine impone per economia delle forme e dei magisteri la uniformità, la standardizzazione dei tipi, e se venti membrature sono in venti condizioni meccaniche diverse, se le fa calcolare tutte compagne. Così il triviale cubo è nato e trionfa.

• • •

Una serie di esempi, isolati e incompleti, sono bastati a provare che cosa è oggi la scienza applicata alla tecnica: venale, elastica, capace di tutte le risposte e di tutti i mutamenti di bandiera.

Se il confessore rispondeva diversamente al povero bifolco che avesse sottratto un pane, o al signore che avesse violentato ed ucciso, dimostrando che la morale religiosa si lasciava trarre elasticamente da tutte le parti, non dobbiamo pensare minimamente che il sistema contemporaneo, nato dal trionfo della ragione e dell'esperienza, abbia nel nuovo sacerdote, che chiamiamo specialista, esperto, tecnico o scienziato, creato un arnese migliore.

Gli àuguri antichi sorridevano quando si incontravano per la strada. I moderni hanno una opposta consegna, che per loro è questione di pagnotta: sanno reciprocamente quanto sono bestie e bugiardi, ma ostentano di prendersi sul serio tra di loro.

L'età capitalista è più carica di superstizioni di tutte quelle che l'hanno preceduta.

La storia rivoluzionaria non la definirà età del razionale, ma età della magagna.

Di tutti gli idoli che ha conosciuto l'uomo, sarà quello del progresso moderno della tecnica che cadrà dagli altari col più tremendo fragore.

Notes:
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  1. La diga del Gleno cedette improvvisamente il I dicembre 1923, causando oltre 500 vittime. [back]

Source: «Prometeo», serie II, n. 3-4 del luglio-settembre 1952

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