L'A.B.C. del Comunismo
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L'A.B.C. DEL COMUNISMO
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L'A.B.C. del Comunismo
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Capitolo II:
Lo sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista
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14. La lotta fra la piccola e la grande azienda. - 15. La soggezione del proletariato, l'esercito di riserva, il lavoro delle donne e dei fanciulli. - 16. Anarchia della produzione, concorrenza, crisi. - 17. Lo sviluppo del capitalismo e la divisione in classi. L'accentuazione degli antagonismi di classe. - 18. Concentrazione e centralizzazione del capitale come premesse del comunismo.

14. La lotta fra la piccola e grande azienda (fra la proprietà di colui che lavora personalmente e la proprietà capitalistica senza lavoro)
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a) La lotta fra la piccola e la grande azienda nell'industria. Le grandi fabbriche di oggi, che occupano spesso più di diecimila operai, attrezzate con enormi macchinari, non sono esistite in tutti i campi. Esse si svilupparono lentamente e sorsero dalle rovine dell'artigianato e della piccola industria, ora quasi completamente tramontati. Per comprendere questo sviluppo, bisogna innanzi tutto tener conto del fatto, che nell'economia mercantile e nel regime della proprietà privata la lotta per il compratore, la concorrenza, è inevitabile. Chi è il vincitore in questa lotta? Colui che è capace di cattivarsi il compratore allontanandolo dal concorrente. Ma un cliente si guadagna innanzi tutto vendendo la merce a miglior prezzo di concorrenza (6). Ma chi può vendere ad un prezzo molto più basso? Bisogna appunto risolvere innanzi tutto questo problema. È evidente che il grande industriale può vendere ad un prezzo molto inferiore a quello del piccolo industriale od artigiano, poiché la merce gli viene a costare molto meno. La grande azienda presenta in questo campo una infinità di vantaggi. Prima di tutto quello per cui l'imprenditore capitalista è in grado di installare migliori impianti, macchine ed attrezzi. L'artigiano, che campa la vita a stento, lavora di solito a mano, con mezzi più o meno primitivi e, per mancanza di mezzi, non può nemmeno pensare all'acquisto di grandi macchine moderne. Pure il piccolo capitalista non è in grado di introdurre nella sua azienda le macchine più perfezionate e redditizie. Quindi quanto maggiore è l'impresa, tanto più perfezionato è l'attrezzamento tecnico, tanto più redditizio il lavoro, tanto meno viene a costare all'imprenditore ogni pezzo di merce.

Nelle grandi fabbriche dell'America e della Germania vi sono laboratori scientifici speciali, nei quali si inventano sempre nuovi perfezionamenti, unendo così la scienza alla produzione; tali invenzioni sono il segreto delle relative imprese e vanno a loro esclusivo profitto; nella piccola azienda, dove si lavora in parte o totalmente a mano, il prodotto viene fabbricato dal medesimo operaio dal principio alla fine; nella produzione a macchina un operaio fa una parte, un secondo un'altra, e così via. Con questo sistema, chiamato divisione del lavoro, il lavoro procede molto più spedito. Quali vantaggi ne risultino si può vedere da una statistica americana, fatta già nel 1908. Eccone i dati: Produzione di 10 aratri: lavoro a mano: 2 operai che compivano 11 lavori differenti, lavoravano complessivamente 1180 ore, guadagnando 54 dollari. Lo stesso lavoro con procedimento industriale: 52 operai, 97 differenti lavori (col numero degli operai cresce anche il numero dei vari lavori), ore di lavoro impiegate 37 e 28 minuti, salario pagato 7,9 dollari (quindi si è impiegato infinitamente minor tempo ed il lavoro è venuto a costare molto meno). Produzione di 100 fabbriche di rotelle per orologi. Lavoro a mano: 14 operai, 453 processi lavorativi, 341.866 ore, 80.822 dollari. Processo industriale: 10 operai, 1088 processi lavorativi, 8343 ore, 1799 dollari. Produzione di 500 yards di stoffa a quadri: lavorazione a mano: 3 operai, 19 operazioni (processi lavorativi), 7534 ore, 135,6 dollari. Processo industriale: 252 operai, 43 operazioni, 84 ore, 6,81 dollari. Si potrebbe addurre ancora un'infinità di questi esempi. Oltre ciò alle piccole aziende ed agli artigiani sono affatto inaccessibili una serie di rami d'industria, nei quali è indispensabile l'impiego di grandi mezzi tecnici, come la costruzione di ferrovie, di piroscafi, le miniere, ecc.

La grande azienda risparmia dappertutto; nelle costruzioni, nelle macchine e materie prime, nell'illuminazione e nel riscaldamento, nell'impiego della mano d'opera, nello sfruttamento dei residui, ecc. Immaginiamoci mille piccoli laboratori ed una grande fabbrica che produca quanto producono i mille piccoli laboratori; è molto più facile costruire un edificio che mille piccoli, le mille piccole aziende consumano più materie prime (che vanno in parte disperse, vengono sciupate, si guastano ecc.); è più facile illuminare una grande fabbrica che mille piccole capanne; anche la manutenzione, la sorveglianza, le riparazioni sono semplificate. Insomma in una grande azienda si fanno maggiori risparmi, si raggiunge una maggiore economia. Anche nell'acquisto di materie prime e di altri approvvigionamenti la grande azienda si trova avvantaggiata. La merce comperata all'ingrosso costa di meno ed è di migliore qualità; di più il grande industriale conosce meglio il mercato, e sa quindi dove e come si possa comperare a migliori condizioni. Anche nella vendita dei prodotti la grande azienda è privilegiata. Non soltanto il grande industriale sa meglio dove si possano vendere le merci a maggior prezzo (a tale scopo egli mantiene agenti e viaggiatori, sta in stretto contatto colla borsa, dove affluiscono tutte le notizie sulla richiesta delle merci, ed ha relazioni con tutto il mondo); ma un altro suo vantaggio consiste in ciò che egli può attendere. Quando per esempio i prezzi per le sue merci sono troppo bassi, egli può imboscarle nei suoi depositi, nell'attesa che i prezzi aumentino. Il piccolo proprietario non può fare lo stesso. Egli vive della vendita della sua merce, e non possiede scorte di denaro. Perciò egli deve vendere a qualunque prezzo se non vuole morire di fame. È chiaro che in tali condizioni egli si trova in condizioni d'inferiorità.

Finalmente la grande azienda presenta un altro vantaggio in ciò che riguarda il credito. Quando il grande imprenditore ha bisogno di denaro, egli trova sempre qualcuno che glielo impresta. Ad una «ditta solvibile» farà credito qualunque banca verso interessi relativamente bassi. Al piccolo proprietario invece non farà credito quasi nessuno.

Ma se qualcuno gli fa credito, è certo che egli dovrà pagare interessi usurari. In questo modo il piccolo imprenditore va facilmente a finire nelle mani di strozzini.

Tutti questi vantaggi della grande azienda ci spiegano perché la piccola azienda deve inevitabilmente sparire nella società capitalistica. Il grande capitale la mette alle strette, la rovina e ne trasforma il proprietario in un proletario e vagabondo. Il piccolo proprietario lotterà naturalmente fino all'estremo, impiegherà tutte le sue risorse, obbligherà i suoi lavoranti ed i suoi familiari a lavorare oltre le loro forze, ma in fine egli dovrà cedere il posto al grande capitale. Spesso crediamo di essere in presenza di un proprietario indipendente, ma in realtà egli dipende completamente dal grande capitalista per il quale egli lavora e senza il quale non gli è consentito di fare nemmeno un passo. Il piccolo imprenditore è spesso dipendente dall'usuraio; in tal caso la sua libertà è soltanto apparente; in realtà egli lavora per questo succhione; egli dipende anche dal cliente che compera la sua merce, o dal negozio per il quale lavora; egli è soltanto in apparenza indipendente, in realtà si è trasformato in un operaio salariato dal proprietario capitalista. In certi casi il capitalista fornisce all'artigiano le materie prime e gli attrezzi (ciò avvenne spesso coi nostri lavoratori a domicilio), nel quale caso il lavoratore a domicilio diventa una semplice appendice del capitale. Vi sono anche altri generi di asservimento al capitale: nelle vicinanze delle grandi aziende si stabiliscono spesso piccole officine di riparazioni, le quali non sono altro che piccoli ingranaggi nel congegno della grande azienda. Anche qui l'indipendenza è soltanto apparente. Talvolta avviene che artigiani, piccoli proprietari, lavoratori a domicilio, negozianti, scacciati da un ramo d'industria e di commercio, passano ad un altro dove il capitale non è ancora tanto potente. Molto spesso questi artigiani rovinati si danno al piccolo commercio ecc. Così il grande capitale soppianta passo per passo in tutti i campi la piccola produzione. Nascono gigantesche imprese, che occupano migliaia, spesso centinaia di migliaia di operai. Il grande capitale diventa il dominatore del mondo. La proprietà di chi lavora personalmente scompare e le si sostituisce la grande proprietà capitalistica.

Come esempio del tramonto della piccola industria in Russia possono servire i lavoratori a domicilio. Una parte di essi lavorava per proprio conto, con proprie materie prime, vendendo i prodotti a chicchessia (pellicciai, cestinai, ecc.). Poi essi cominciarono a lavorare per un dato capitalista (uno solo). (I cappellai di Mosca, spazzolai e lavoranti in giocattoli). Poi l'operaio riceve le materie prime dal datore di lavoro e cade in una completa servitù (i fabbri di Pavlovsk e di Burmakino). Infine l'ordinatore lo paga per pezzo (per esempio, o chiodai di Tver, i calzolai di Kimry, i coltellinai di Pavlosk, i lavoranti in copertoni di Makarjef). In un simile servaggio caddero anche i tessitori a mano. In Inghilterra la piccola industria morente ricevette il nome «Sweatingsystem» (sistema del sudore), tanto gravi erano le sue condizioni. In Germania il numero delle piccole aziende diminuì dal 1882 al 1895 del 8,6 per cento, quello delle medie aziende aumentò del 64,1 per cento e quello delle grandi aziende del 90 per cento. Da quell'epoca in poi rimase soppiantata anche una buona parte delle aziende medie. Anche in Russia la grande industria soppiantò abbastanza rapidamente i lavoranti a domicilio. Una delle industrie più importanti in Russia è quella tessile. Dal seguente specchietto, che ci mostra le proporzioni degli operai industriali e di quelli lavoranti a domicilio nell'industria cotoniera, si può rilevare con quale rapidità la fabbrica soppianta i lavoratori a domicilio:

ANNI NUMERO DEGLI OPERAI OCCUPATI NELLE FABBRICHE NUMERO DEGLI OPERAI A DOMICILIO
1866 94.569 66.178
1879 162.691 50.152
1894-95 242.151 20.475


Nell'anno 1886 c'erano, su ogni cento operai tessili occupati nelle fabbriche, 70 operai lavoranti a domicilio, negli anni 1894-95 soltanto 8. La grande industria si sviluppò in Russia più presto perché il capitale straniero fondò subito grandi aziende. Già nel 1902 le grandi aziende occupavano quasi la metà (il 40 per cento) degli operai industriali.

Nel 1903 le fabbriche che occupavano più di 100 operai costituivano il 17 per cento di tutte le fabbriche ed occupavano il 76,6 per cento degli operai industriali.

La vittoria della grande industria in tutti i paesi è accompagnata dalla rovina dei piccoli produttori. Talvolta interi distretti ed intere categorie (come i tessitori della Slesia e nelle Indie, ecc.) sono condannati a morte.

b) La lotta fra la piccola e la grande azienda nell'agricoltura. - La stessa lotta che si combatte fra piccola e grande azienda nell'industria, si verifica sotto il capitalismo anche nell'agricoltura. Il latifondista che conduce la sua azienda come l'industriale la sua fabbrica, il grande contadino, il medio contadino, il contadino povero, che deve spesso andare a lavorare dal grande proprietario perché il suo pezzo di terra non gli consente di vivere, corrispondono nell'industria al grande capitalista, al medio proprietario di officina, all'artigiano, al lavoratore a domicilio ed all'operaio salariato. Nella campagna come nella città la grande proprietà si trova in condizioni più favorevoli in confronto alla piccola.

Il grande proprietario è in grado di acquistare impianti tecnici moderni. Le macchine agricole (aratri elettrici ed a vapore, mietitrici, seminatrici, trebbiatrici) restano quasi inaccessibili al piccolo proprietario. Come sarebbe assurdo installare nel laboratorio di un piccolo artigiano una grande macchina (gli mancherebbe del resto anche il denaro per comperarla), così anche il piccolo contadino non può impiegare un aratro a vapore; perché una macchina di questo genere sia conveniente, è necessaria una estensione di terreno di gran lunga superiore al pezzo di terra che possiede il piccolo proprietario.

L'utilizzazione delle macchine e degli attrezzi dipende dall'estensione del terreno. Un aratro a traino animale viene sfruttato integralmente su un terreno di 30 ettari; una seminatrice, una mietitrice e trebbiatrice su 70 ettari; una trebbiatrice a vapore su 250 ettari; un aratro a vapore su 1000 ettari. Recentemente si vanno impiegando per la coltivazione della terra macchine elettriche; ma esse non possono venir utilmente impiegate che nelle grandi aziende.

L'irrigazione, il prosciugamento di paludi, il drenaggio, la costruzione di ferrovie agricole possono trovare applicazione soltanto nella grande azienda agraria. Questa, come la grande industria, risparmia sulle materie prime, sulla mano d'opera, sulla illuminazione, sul riscaldamento, ecc.

Nella grande azienda si hanno anche per ogni ettaro meno siepi, steccati, ecc. e si perdono meno sementi.

Oltre a ciò i grandi proprietari possono impiegare agronomi specializzati e condurre la loro economia secondo sistemi scientifici.

Nel campo del commercio e del credito avviene la stessa cosa che nell'industria: il grande imprenditore conosce meglio il mercato, può attendere, acquista a migliori prezzi tutto il necessario e vende a prezzi superiori. Al piccolo proprietario non resta altro che lottare tendendo tutte le sue forze; egli non può campare la vita che compiendo sopralavoro e limitando i propri bisogni. Soltanto in questo modo egli può mantenersi nel regime capitalista; e il suo immiserimento viene accelerato dalle alte imposte. Lo Stato capitalistico aggrava la piccola proprietà terriera di un'enorme fardello; basta ricordare che cosa significassero le imposte zariste per i contadini: «vendi tutto, ma paga le imposte».

In generale si può dire che la piccola produzione nell'agricoltura è molto più resistente che nell'industria. Mentre nelle città i piccoli imprenditori ed artigiani vanno in rovina relativamente presto, la piccola proprietà agricola si mantiene in tutti i paesi su basi più solide. Ma anche qui l'impoverimento progredisce, benché non sia tanto evidente. Spesso un'azienda che per estensione di terreno non è grande, è in realtà ricca di capitali ed occupa un grande numero di operai (per esempio i giardini ed orti nei dintorni delle grandi città). Spesso crediamo di trovarci in presenza di tanti piccoli proprietari del tutto indipendenti, ma in realtà si tratta quasi sempre di operai salariati che vanno a lavorare nelle grandi tenute come lavoratori stagionali od anche in città. Fra la classe dei contadini si verifica lo stesso fenomeno che abbiamo osservato nell'artigianato. Pochi di essi si trasformano in strozzini che arrotondano la loro proprietà, mentre la maggioranza vive di stenti e va completamente in rovina; questi ultimi vendono prima la vacca ed il cavallo poi il loro pezzo di terra e vanno a cercare lavoro in città o come servi su qualche tenuta. Il contadino più povero, rimasto senza cavallo, diventa così operaio salariato; la sanguisuga usuraria, che può tenere operai salariati, diventa latifondista o capitalista.

Così anche nell'agricoltura una gran parte della terra, degli attrezzi, delle macchine, del bestiame si trova nelle mani di un piccolo nucleo di grandi proprietari capitalisti, al servizio dei quali lavorano milioni di contadini.

In America, dove il capitale ha raggiunto il più alto grado di sviluppo, vi sono delle grandi aziende agricole sulle quali si lavora come in una fabbrica. Come nella fabbrica anche qui viene prodotta una sola specialità. Vi sono delle tenute coltivate soltanto a frutta; altre per l'allevamento di volatili; la coltivazione del grano impiega dappertutto macchine agricole. Molte branche della produzione agraria sono concentrate in poche mani. Così per esempio esiste un «re del pollame», un «re delle uova», ecc.

15. La dipendenza del proletariato, la riserva industriale, il lavoro delle donne e dei fanciulli
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Sempre maggiori masse popolari si trasformano sotto il regime capitalista in operai salariati. Tutti gli artigiani, piccoli proprietari, contadini, commercianti falliti, insomma tutti coloro che sono stati rovinati dal capitale, finiscono nelle file del proletariato. A misura che le ricchezze si concentrano nelle mani di pochi capitalisti, le masse popolari si trasformano sempre più in schiere di schiavi salariati.

Dato il continuo decrescere delle classi medie, il numero degli operai esorbita i bisogni del capitale, ed incatena l'operaio al capitale. Egli è costretto a lavorare per il capitalista: in caso contrario il capitalista troverebbe cento altri al suo posto.

Questa dipendenza dal capitale viene consolidata anche in altro modo, che non sia la rovina di sempre nuovi strati sociali. Il capitale rinsalda il suo dominio sulla classe operaia mettendo sul lastrico gli operai superflui e creandosi in questo modo una riserva di mano d'opera. Come avviene questo fenomeno? Nel modo seguente: noi abbiamo visto più sopra che ogni industriale tende a ridurre il prezzo di costo dei suoi prodotti. Per tale ragione egli introduce sempre nuove macchine. Ma la macchina sostituisce generalmente l'operaio, rende superflua una parte degli operai. L'introduzione di ogni nuova macchina significa il licenziamento di una parte degli operai. Gli operai, che prima erano occupati nella fabbrica, diventano disoccupati. Ma dato che l'introduzione di nuove macchine, ora in questo ora in quel ramo d'industria, è continuo, è senz'altro chiaro che anche la disoccupazione dovrà sempre esistere nel regime capitalista. Il capitalista non si cura già di procurare a tutti del lavoro e di fornire tutti del necessario, ma si preoccupa soltanto di spremere dalla classe operaia il maggior profitto possibile. Quindi è naturale che egli getti sulla strada quegli operai che non gli danno più il profitto di una volta.

Ed infatti noi vediamo in tutti i paesi capitalistici che nelle grandi città vi è sempre un grande numero di disoccupati. Vi troviamo operai cinesi e giapponesi provenienti da classi contadine andate in rovina, giovani contadini venuti dalla campagna, artigiani e piccoli negozianti rovinati; vi troviamo però anche operai metallurgici, tipografi e tessitori che hanno lavorato per molti anni nelle fabbriche e ne sono stati licenziati per fare posto a nuove macchine. Tutti insieme formano una riserva di mano d'opera per il capitale, o, come la chiamò Carlo Marx, la riserva industriale. L'esistenza di questa riserva industriale e la continua disoccupazione permettono ai capitalisti di accentuare la dipendenza e l'oppressione della classe operaia. Mentre da una parte degli operai il capitale spreme coll'ausilio della macchina un maggiore profitto, l'altra parte si trova sul lastrico. Ma anche i disoccupati servono al capitale come sferza che incita i ritardatari.

La riserva industriale ci presenta aspetti di abbrutimento, di miseria, di fame, di mortalità eccezionale, e perfino di delinquenza. Coloro che non trovano lavoro per anni si danno all'alcoolismo, al vagabondaggio, alla questua, ecc. Nelle grandi città, come Londra, New York, Berlino, Parigi, vi sono intieri quartieri popolati di disoccupati. Un esempio di questo genere è il mercato di Chitrof a Mosca. Invece del proletariato sorge qui una nuova classe che ha già dimenticato di lavorare. Questo prodotto della società capitalista si chiama «Lumpenproletariat» (proletariato straccione).

L'introduzione della macchina portò con sé anche il lavoro delle donne e dei fanciulli, che è più economico e perciò più conveniente per il capitalista. Prima dell'introduzione della macchina ogni mestiere richiedeva una lunga preparazione ed una speciale abilità. Le macchine invece possono venir spesso manovrate da un bambino; e questa è la ragione per cui dopo la invenzione della macchina il lavoro delle donne e dei fanciulli ha trovato una così larga applicazione. Oltre a ciò le donne e i fanciulli non possono opporre al capitalista una resistenza così forte come gli operai. Quelli sono più timidi, più mansueti, hanno per lo più una fede superstiziosa nell'autorità e nei preti. Perciò il fabbricante sostituisce spesso gli uomini con delle donne e costringe i fanciulli ad esaurire le loro giovani energie per il suo profitto.

Il numero delle lavoratrici ed impiegate nel 1913 era il seguente: in Francia 6.800.000; in Germania 9.400.000; nell'Austria-Ungheria 8.200.000; in Italia 5.700.000; nel Belgio 930.000; negli Stati Uniti 8.000.000; nell'Inghilterra 6.000.000. In Russia il numero delle operaie crebbe sempre più. Nel 1900 il numero delle operaie costituiva il 25 per cento (cioè un quarto) di tutti gli operai ed operaie industriali, nel 1908 il 31 per cento, cioè quasi un terzo, nel 1912 il 45 per cento; in alcune industrie le donne formano la maggioranza. Nell'industria tessile p. e. nel 1912 fra 870.000 occupati vi erano 453.000 donne, cioè più della metà (il 52 per cento). Durante la guerra il numero delle operaie crebbe a dismisura. Il lavoro dei fanciulli è in voga in molte località, malgrado tutti i divieti. Nel paese capitalisticamente più progredito, l'America, il lavoro dei fanciulli è largamente diffuso.

Queste condizioni portano con sé il dissolvimento della famiglia operaia. Dove va a finire la vita di famiglia se la madre e spesso anche il fanciullo debbono andare all'officina?

La donna che va a lavorare in fabbrica, che diventa un'operaia, è come l'uomo esposta a tutte le miserie della disoccupazione. Anche essa viene messa dal capitalista sul lastrico, anche essa entra nelle file della riserva industriale, anche essa può, come l'uomo, moralmente degenerare. Un fenomeno che sta in intima relazione con la disoccupazione dell'operaia è la prostituzione. Senza lavoro, affamata, cacciata dappertutto, essa è costretta a vendere il suo corpo; ed anche quando trova lavoro, il salario è generalmente così magro che essa deve guadagnarsi il necessario per la vita con la vendita del proprio corpo. Ed il nuovo mestiere diventa col tempo abitudine. Così si forma la categoria delle prostitute professionali.

Nelle grandi città le prostitute sono in numero considerevole. Città come Amburgo e Londra contano diecine di migliaia di queste disgraziate. Anche esse formano una sorgente di profitto e di arricchimento per il capitale, che istituisce grandi postriboli organizzati su base capitalistica. La tratta delle bianche è diffusa in tutti i paesi. I centri di questo commercio erano le città dell'Argentina (nell'America del Sud). Particolarmente ripugnante è la prostituzione dei fanciulli che fiorisce nelle capitali europee ed americane.

A mano a mano che nella società capitalistica vengono inventate nuove macchine più perfezionate, a mano a mano che sorgono fabbriche sempre più grandi e cresce la quantità dei prodotti, il giogo del capitale diventa sempre più pesante, la miseria della riserva e la dipendenza della classe operaia dai suoi sfruttatori sempre più grande.

Se non esistesse la proprietà privata, ma tutto fosse proprietà di tutti, il mondo avrebbe un ben diverso aspetto. Gli uomini ridurrebbero semplicemente l'orario di lavoro, risparmierebbero le loro forze e si accorderebbero maggiore libertà. Ma il capitalista che introduce una nuova macchina pensa soltanto al profitto: egli non riduce l'orario di lavoro poiché in tal caso ridurrebbe anche il suo profitto. Nel regime capitalista la macchina non libera l'uomo ma lo asserve.

Con lo sviluppo del capitalismo una parte sempre maggiore del capitale viene impiegata nell'acquisto di macchine, apparecchi, edifici, alti forni ecc., mentre per la remunerazione degli operai viene spesa una sempre più piccola parte del capitale. In altri tempi, quando si lavorava ancora a mano, la spesa per l'attrezzatura era minima, e quasi l'intero capitale veniva impiegato nella paga degli operai. Ora avviene il contrario: la maggior parte del capitale è destinata ai mezzi di produzione. Ciò significa che la richiesta di mano d'opera non aumenta nella misura in cui cresce il numero dei proletari. Quanto maggiore è lo sviluppo della tecnica nel regime capitalista, tanto più opprimente diventa il giogo del capitale per l'operaio, al quale riesce sempre più difficile trovare lavoro.

16. Anarchia della produzione, concorrenza, crisi
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La miseria della classe operaia aumenta sempre più con lo svilupparsi della tecnica, la quale, invece di essere utile a tutta la società, sotto il capitalismo è apportatrice di maggiore guadagno ai capitalisti e di disoccupazione e rovina a molti operai. Ma questa miseria aumenta anche per altre ragioni.

Noi abbiamo visto sopra che la società capitalistica è assai male costruita. Vi domina la proprietà privata, senza alcun piano generale. Ogni intraprenditore conduce la sua azienda indipendentemente dall'altro. Egli lotta contro gli altri, sta in rapporto di «concorrenza» con essi.

Ora si presenta il quesito se questa lotta vada o no attenuandosi. Il numero dei capitalisti diventa infatti sempre più piccolo; i grandi capitalisti divorano i piccoli; prima, quando lottavano tra loro diecine di migliaia di capitalisti, la concorrenza era accanita, quindi ora che non vi sono più tanti concorrenti la lotta dovrebbe essere meno aspra. Ma la realtà è diversa, anzi contraria. Il numero dei concorrenti è infatti minore, ma ognuno di essi è diventato molto più grande e più forte di quanto fossero i suoi concorrenti di un tempo. E la loro lotta è diventata non minore ma maggiore, non più umana ma più aspra. Se nel mondo vi fossero soltanto due Stati lotterebbero l'uno contro l'altro. In ultima analisi siamo infatti arrivati a questo punto. La lotta fra i grandi gruppi capitalistici si manifesta nell'antagonismo fra i vari gruppi di Stati capitalistici, antagonismo che conduce dalla guerra commerciale alla guerra armata. La concorrenza diminuisce quindi con lo svilupparsi del capitalismo soltanto se si considera il numero dei concorrenti, ma si accentua avuto riguardo al suo accanimento e alle sue disastrose conseguenze (7).

Bisogna in ultimo rilevare ancora un fenomeno: le cosiddette crisi. Che cosa sono le crisi? Ecco come va la cosa. Un bel giorno risulta che alcune merci sono state prodotte in quantità troppo grandi. I prezzi diminuiscono, e tuttavia le merci non possono trovare compratori. Tutti i magazzini sono ricolmi. Molti operai sono ridotti in misere condizioni e non possono più comperare nemmeno quel poco che essi acquistavano in altri tempi. Allora comincia la miseria. Cominciano in un ramo d'industria i fallimenti; prima delle piccole e medie aziende, poi di quelle grandi. Ma una industria è dipendente dall'altra per l'acquisto delle merci: per esempio le sartorie comprano le stoffe dalle fabbriche di tessuti; queste comprano la lana da altri produttori e così via. Se le sartorie fanno fallimento, le fabbriche di tessuti non troveranno compratori per i loro prodotti ed andranno in rovina, e lo stesso avverrà per i produttori di lana. Dappertutto si chiudono le fabbriche e le officine, la disoccupazione aumenta all'estremo, le condizioni degli operai peggiorano. E con tutto ciò vi è abbondanza di merci; tutti i magazzini sono ricolmi. Questo fenomeno si verificò ripetutamente prima della guerra: l'industria fiorisce, gli affari degli industriali vanno benissimo, tutto ad un tratto fallimenti, disoccupazione, miseria; poi l'industria si riprende di nuovo e rifiorisce, per andare incontro ad una nuova crisi, e così di seguito.

Come si spiega questo paradossale fenomeno per cui gli uomini diventano mendicanti in mezzo all'abbondanza ed alle ricchezze?

La risposta a questa domanda non è tanto facile. Noi abbiamo visto già più sopra che nella società capitalista regna il caos, l'anarchia della produzione. Ogni imprenditore produce merci indipendentemente dagli altri, a proprio rischio e sotto la propria responsabilità. Con questo sistema di produzione si arriva al punto che la produzione esorbita la richiesta. Quando si producevano beni e non merci, cioè quando la produzione non era destinata per il mercato, la sovrapproduzione non poteva riuscire pericolosa. Nella produzione delle merci invece le cose sono diverse. Ogni industriale deve vendere le merci già prodotte, prima di poter acquistare altre merci per l'ulteriore produzione. Ma quando la macchina si arresta in un punto, la stasi si ripercuote subito su un'altra industria, e cos' via: scoppia una crisi generale.

Le conseguenze di queste crisi sono disastrose. Grandi quantità di merci vanno perdute. I residui della piccola industria vengono spazzati via. Anche grandi aziende non possono mantenersi in piedi e fanno fallimento.

Alcune fabbriche cessano la produzione completamente, altre riducono la produzione e gli orari, altre sospendono temporaneamente i lavori. Il numero dei disoccupati aumenta di giorno in giorno. La riserva industriale s'accresce. E nello stesso tempo aumenta la miseria e l'oppressione della classe operaia. Durante le crisi peggiorano ancora di più le già cattive condizioni della classe operaia.

Qui vogliamo citare alcuni dati sulla crisi che nel 1907-1910 si verificò in tutta Europa ed America, cioè in tutto il mondo capitalistico. Negli Stati Uniti il numero dei disoccupati fra gli operai organizzati crebbe nella seguente misura: nel giugno 1907 l'8,1 per cento; nell'ottobre il 18,5 per cento; nel novembre il 22 per cento; nel dicembre il 32,7 per cento (nell'industria edile il 42 per cento, nell'industria dell'abbigliamento il 43,6 per cento, nell'industria del tabacco il 55 per cento); s'intende che la disoccupazione generale, compresi i non organizzati, era molto maggiore. In Inghilterra i disoccupati raggiunsero nell'estate 1907 il 3,4 per cento; nel novembre il 5 per cento; nel dicembre il 6,1 per cento; nel luglio 1908 l'8,2 per cento; in Germania la percentuale dei disoccupati nel gennaio 1908 era raddoppiata in confronto agli anni precedenti. Lo stesso fenomeno si poteva osservare anche negli altri paesi.

Per quanto riguarda la diminuzione della produzione, vogliamo soltanto accennare che la produzione della ghisa discese da 26 milioni di tonnellate nel 1907 a 16 milioni nel 1908.

Durante le crisi diminuiscono i prezzi delle merci. Per non perdere il loro profitto i signori capitalisti sono anche pronti a rovinare la produzione. In America per esempio essi lasciarono spegnere gli alti forni. I proprietari delle grandi piantagioni di caffè del Brasile fecero gettare in mare i sacchi di caffè per mantenere alti i prezzi. Attualmente tutto il mondo soffre della mancanza di prodotti in seguito alla guerra capitalistica. La fame e la carestia sono il frutto del capitalismo che provocò questa guerra distruttrice. Nei tempi di pace il capitalismo affogava nell'abbondanza di prodotti, che non andavano però a beneficio degli operai, i quali non potevano acquistarli per mancanza di denaro. Di questa abbondanza l'operaio sentì una sola conseguenza: la disoccupazione con tutte le sue miserie.

17. Lo sviluppo del capitalismo e la divisione in classi
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L'inasprimento dei conflitti di classe. Abbiamo visto che la società capitalistica soffre di due mali fondamentali: in primo luogo essa è «anarchica» (manca di organizzazione); in secondo luogo essa consta di due società (classi) avversarie. Abbiamo visto come con lo svilupparsi del capitalismo l'anarchia della produzione, che si manifesta nella concorrenza, si accentui continuamente e conduca al disgregamento ed alla distruzione. Il processo di dissoluzione della società non diminuisce ma aumenta. Nello stesso modo si approfondisce l'abisso che divide la società in due classi. Da una parte, presso i capitalisti, si accumulano tutte le ricchezze del mondo, dall'altra parte, presso le classi oppresse, la miseria, la fame, la disperazione. La riserva industriale rappresenta la classe degli affamati, demoralizzati, abbrutiti. Ma anche quelli che lavorano restano sempre più distanziati nel loro tenore di vita dai capitalisti. La differenza fra proletariato e borghesia diventa sempre maggiore. In altri tempi esistevano numerosi piccoli e medi capitalisti, molti dei quali stavano in stretta relazione con gli operai e non vivevano molto meglio di loro. I grandi signori conducono ora una vita che in altri tempi non si sognava neppure. È vero che anche le condizioni degli operai si sono migliorate con lo sviluppo del capitalismo, e che fino al principio del secolo XX la media dei salari salì. Ma nello stesso tempo aumentò ancora più rapidamente il profitto del capitalista. Attualmente la classe operaia è lontana dal capitalista come il cielo dalla terra. E quanto più si sviluppa il capitalismo, tanto più si arricchiscono i grandi capitalisti, tanto più profondo diventa l'abisso fra questa piccola schiera di re incoronati e la grande massa di proletari asserviti.

Abbiamo detto che i salari salgono bensì, ma che il profitto aumenta molto più rapidamente e che per questa ragione l'abisso fra le due classi si approfondisce sempre più. Ma dal principio del secolo XX i salari non aumentano più, anzi diminuiscono. E nello stesso tempo i profitti hanno avuto aumenti enormi, sicché la disuguaglianza sociale è diventata negli ultimi anni particolarmente evidente.

È naturale che la crescente disuguaglianza dovrà condurre tosto o tardi al cozzo tra capitalisti ed operai. Se la disuguaglianza scomparisse e le condizioni economiche degli operai si avvicinassero a quelle dei capitalisti, potrebbe naturalmente regnare pace e fratellanza sulla terra. Ma dato il modo come stanno le cose nella società capitalistica, gli operai non possono avvicinarsi ai capitalisti ma si staccano sempre più da essi. Il che non significa altro se non che la lotta di classe fra proletariato e borghesia deve inevitabilmente accentuarsi.

Contro questa concezione gli scienziati borghesi hanno elevato molte obiezioni. Essi hanno voluto dimostrare che l'operaio nella società capitalistica vivrà sempre meglio. Questa concezione è stata subito accolta dai socialisti di destra. Gli uni e gli altri sostengono che gli operai diverranno sempre più ricchi e potranno diventare anche piccoli capitalisti. Ma gli avvenimenti non tardarono a dimostrare la falsità di questa opinione. Infatti le condizioni degli operai peggiorarono sempre in confronto a quelle dei capitalisti. A conferma di questa nostra asserzione vogliamo addurre un esempio tratto dal paese capitalisticamente più sviluppato, gli Stati Uniti. Se noi prendiamo per base della capacità di acquisto del salario (cioè la quantità di prodotti di prima necessità che l'operaio può comperare) in rapporto al loro prezzo negli anni 1890-1899 la cifra 100, tale capacità d'acquisto si presenta come segue: nel 1890-1899, 98,6; nel 1895, 100,6; nel 1900, 103,0; nel 1905, 101,4; nel 1907, 101,5. Noi vediamo che il tenore di vita degli operai è rimasto quasi immutato. Nel 1907 l'operaio americano non ha potuto acquistare più viveri, vestiario, ecc. che nel 1890; la capacità d'acquisto del suo salario è salita soltanto di poco, del 3 per cento. I miliardari americani invece hanno ingoiato enormi profitti ed il plusvalore da essi intascato crebbe smisuratamente. Con ciò salì naturalmente anche il loro tenore di vita.

La lotta di classe si basa sugli antagonismi di interesse fra la borghesia ed il proletariato. Questi antagonismi sono altrettanto inconciliabili come quelli fra le pecore ed i lupi.

Ognuno comprenderà che al capitalista conviene di far lavorare l'operaio più che è possibile e di pagarlo il meno possibile; l'operaio invece ha l'interesse di lavorare il meno possibile e di ricevere il salario più alto possibile. È quindi chiaro che già col sorgere della classe operaia doveva iniziarsi la lotta per l'aumento del salario e la riduzione delle ore di lavoro.

Questa lotta non è stata mai interrotta né mai completamente sospesa. Ma essa non si limitò alla lotta per l'aumento di pochi centesimi. In tutti i paesi dove l'ordinamento capitalista si sviluppava, le masse operaie si persuasero della necessità di farla finita col capitalismo stesso. Gli operai cominciarono a pensare al modo come questo ordinamento odioso potesse venire sostituito con un ordinamento di lavoro giusto e fraterno. Così nacque il movimento comunista della classe operaia.

La lotta della classe operaia fu spesso accompagnata da sconfitte. Ma la società capitalista racchiude in se stessa la vittoria finale del proletariato. Per quali ragioni? Semplicemente perché lo sviluppo del capitalismo porta con sé la trasformazione delle larghe masse popolari in proletariato. La vittoria del grande capitale implica la rovina dell'artigiano, del piccolo commerciante, del contadino. Ma ogni passo dello sviluppo capitalistico aumenta il numero dei proletari. Quando la borghesia soffoca movimenti operai, essa consolida l'ordinamento sociale capitalista. Ma lo sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista porta alla rovina milioni di piccoli proprietari e contadini, asservendoli al capitale. Ma appunto per tale via cresce il numero dei proletari, dei nemici della società capitalista. La classe operaia non diventa però soltanto numericamente più forte ma diventa anche sempre più compatta. Per quali ragioni? Appunto perché con lo svilupparsi del capitalismo cresce anche il numero delle grandi fabbriche. Ogni grande fabbrica raccoglie entro le sue mura migliaia, spesso diecine di migliaia di operai. Questi operai lavorano in stretto contatto fra di loro. Essi vedono come l'imprenditore capitalista li sfrutta. Essi vedono come ogni operaio è l'amico ed il compagno dell'altro. Uniti nel lavoro, essi imparano ad agire uniti. Essi hanno anche la possibilità di intendersi più presto. Con lo sviluppo del capitalismo cresce perciò non soltanto il numero, ma anche la compattezza della classe operaia.

Nella stessa proporzione in cui aumentano le grandi fabbriche, in cui si sviluppa il capitalismo, periscono gli artigiani e contadini, crescono rapidamente i grandi centri industriali. Infine si raccolgono sopra uno spazio relativamente piccolo, nei grandi centri, enormi masse popolari, delle quali il proletariato industriale forma la grande maggioranza. Esso vive nei sudici e malsani quartieri popolari, mentre la piccola schiera dei padroni onnipossenti abita in sfarzosi villini. Gli operai diventano sempre più numerosi e si stringono sempre più insieme.

In tali condizioni la lotta, che va sempre più inasprendosi, deve inevitabilmente finire con la vittoria della classe operaia. Tosto o tardi accade il cozzo supremo fra borghesia e proletariato; la borghesia viene spodestata, il proletariato distrugge lo Stato brigantesco ed instaura un nuovo ordinamento sociale comunista. Il capitalismo quindi nel corso del suo sviluppo conduce inevitabilmente alla rivoluzione comunista del proletariato.

La lotta di classe del proletariato contro la borghesia assume varie forme. In questa lotta si sono sviluppate tre forme principali dell'organizzazione operaia: i sindacati che uniscono gli operai secondo mestieri; le cooperative, generalmente di consumo, che si propongono il compito di liberare il proletariato dallo sfruttamento intermediario; ed infine i partiti politici della classe operaia (partiti socialisti, socialdemocratici, comunisti) i quali hanno scritto sulla loro bandiera la lotta per il dominio politico della classe operaia. Via via che la lotta di classe veniva accentuandosi, tutte le forme del movimento operaio dovevano convergere verso un'unica meta: l'abbattimento del dominio borghese. Quei dirigenti del movimento, che ebbero una più chiara visione dell'andare delle cose, insistevano sopra una stretta unione e collaborazione di tutte le organizzazioni operaie. Essi sostennero per esempio, la necessità di un'unità d'azione fra sindacati e partito politico, e che perciò i sindacati non dovessero essere «neutrali» (cioè politicamente indifferenti) ma dovessero collegare la loro azione con quella del partito della classe operaia.

Negli ultimi tempi sono stati creati nel movimento operaio nuovi organismi di lotta; i più importanti fra questi sono i consigli di operai, dei quali parleremo più tardi.

Dall'esame dello sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista possiamo quindi trarre le seguenti conclusioni: il numero dei capitalisti diminuisce, ma essi diventano sempre più ricchi e potenti; il numero degli operai aumenta sempre più ed aumenta anche la loro compattezza, sebbene non nella stessa misura; la differenza fra il tenore di vita dei capitalisti e degli operai diventa sempre più stridente. Lo sviluppo del capitalismo conduce perciò inevitabilmente all'urto fra queste due classi, cioè alla rivoluzione comunista.

18. La concentrazione e la centralizzazione del capitale come condizione della realizzazione dell'ordinamento sociale comunista
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Come abbiamo visto, il capitalismo stesso si scava la propria fossa dando origine ai suoi propri becchini, i proletari, e in proporzioni del suo sviluppo aumenta il numero e la forza dei suoi nemici mortali. Ma il capitalismo non alleva soltanto i suoi nemici, bensì prepara anche il terreno per la nuova economia comunista. In quale modo? A ciò risponderemo subito. Noi abbiamo visto precedentemente (§.11: «Il capitale») che il capitale si accresce sempre più, dato che il capitalista aggiunge al suo capitale una parte del plusvalore, creato dal lavoro. E l'aumento del capitale permette un allargamento della produzione. Questo aumento del capitale, questo suo accrescersi in una sola mano si chiama accumulazione e concentrazione del capitale.

Noi abbiamo pure visto (vedi 14: «La lotta fra piccola e grande azienda») che con lo svilupparsi del capitalismo rimane distrutta la piccola e media produzione. I piccoli e medi produttori vanno in rovina, senza parlare degli artigiani. La proprietà dei piccoli e medi capitalisti va per diverse vie a finire nelle tasche dei grandi briganti. Il capitale che prima era diviso tra parecchi proprietari si concentra ora nella mano, nel pugno che ha vinto nella lotta. Questo ammassamento del capitale, che era prima sparso, si chiama centralizzazione del capitale.

La concentrazione e la centralizzazione del capitale, cioè la sua accumulazione in poche mani, non è ancora concentrazione e centralizzazione della produzione. Ammettiamo che il capitalista abbia acquistato col plusvalore accumulato la piccola fabbrica del suo vicino e continui in essa la produzione come prima. Di solito avviene però che il capitalista trasforma, allarga anche la produzione, ed ingrandisce le fabbriche stesse. In tal caso non si verifica soltanto un ingrandimento del capitale, ma anche della produzione stessa. Si introduce un maggior numero di macchine, si assumono nuovi operai. Talvolta avviene che alcune dozzine di grandi fabbriche coprano il fabbisogno di merci di un intero paese. In sostanza gli operai lavorano qui per l'intera società, il lavoro è, come si suol dire, socializzato. Ma l'amministrazione ed il profitto appartengono al capitalista.

Una siffatta centralizzazione e concentrazione della produzione dà luogo ad una produzione veramente sociale soltanto dopo la rivoluzione proletaria. Se questa centralizzazione della produzione non esistesse, ed il proletariato si impadronisse del potere in un momento in cui la produzione fosse ancora sparpagliata in centinaia di migliaia di piccoli laboratori con due-tre operai, sarebbe impossibile organizzare la produzione su base sociale. Più il capitalismo si sviluppa, più la produzione si centralizza, tanto più facilmente il proletariato potrà gestirla dopo la sua vittoria finale.

Il capitalismo non soltanto produce i suoi propri nemici e conduce alla rivoluzione comunista, ma crea anche la base economica per la realizzazione del regime comunista.

Letteratura: gli stessi libri indicati al cap. I. Inoltre
A. BOGDANOV, Corso di economia politica, vol.II disp. 2 (Età del capitalismo industriale);
MARX ed ENGELS, «Manifesto comunista»;
JACK LONDON, Sotto il giogo dell'imperialismo.
- Circa la questione agraria vedi:
C. KAUTSKY, La questione agraria;
N. LENIN, La questione agraria e i «critici» di Marx;.
ILJIN (LENIN), Nuovi dati sullo sviluppo del capitalismo nell'agricoltura (degli Stati Uniti);
V. ILJIN (LENIN), Sviluppo del capitalismo in Russia;
L.KRZIVITZKY, La questione agraria; PARVUS, Il mercato mondiale e la crisi dell'agricoltura.

Notes:
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  1. Qui si tratta naturalmente dell'anteguerra. Nel dopoguerra non il venditore corre dietro al compratore, ma viceversa. [back]
  2. Tratteremo più diffusamente questo argomento nel capitolo sulla guerra imperialista. [back]

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Source: «Edizioni Prometeo», Milano 1948, Digitalizzazione: «Quaderni Internazionalisti»

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