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NOVECENTO - LA CONTRORIFORMA CAPITALISTICA
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Content:

Novecento - la controriforma capitalistica
1 - Fin de siècle
2 - Tra un secolo e l'altro: l'ondata revisionista
3 - Alba rossa del nuovo secolo
4 - La «stabilizzazione» capitalistica
5 - Il crollo del 1929
6 - Stalinismo e «antifascismo»
7 - Fascismo e New Deal
8 - La seconda guerra mondiale
9 - La spartizione del mondo fra le superpotenze
10 - Il sistema di Bretton Woods e il «Piano Marshall»
11 - Il marxismo rivoluzionario e i «trenta gloriosi»
12 - Le «onde lunghe» della produzione capitalistica
13 - I movimenti sociali, ovvero la maturazione della società fordista
14 - Decolonizzazione e «antimperialismo»
15 - Il punto di svolta
16 - «L'età dell'incertezza»
17 - Le conseguenze
18 - L'ulteriore crescita del capitalismo
19 - Il crollo del «socialismo reale» e il debito del «terzo mondo»
20 - Elementi per un bilancio
21 - La guerra balcanica
22 - Le conferme del marxismo
23 - Prospettive del nuovo millennio
24 - Novecento, secolo della «controriforma» capitalistica
25 - Dove va la classe operaia?
26 - Errare humanum est, perseverare diabolicum
TAVOLA I - Produzione Industriale USA - 1985=100
TAVOLA II - Capitale fisso per addetto in Francia
TAVOLA III - Evoluzione di salari USA in dollari costanti del 1982
TAVOLA IV - Addetti ai servizi sul totale della populazione attiva giapponese 1960-90
TAVOLA V - Disoccupati OCSE in milioni
TAVOLA VI - Flussi finanziari cross-border USA
TAVOLA VII - Salari medi americani in $ costanti del 1982
TAVOLA VIII - Crescita produzione mondiale in %
TAVOLA IX - Crescita % della produzione - confronto USA-UE-Economie asiatiche avanzate
TAVOLA X - Variazioni % del PIL russo
TAVOLA XI - Variazioni % del PIL 1991-97 in Europa dell'Est
TAVOLA XII - Debito estero in mld $
Notes
Source


Novecento - la controriforma capitalistica

1 - Fin de siècle
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«'Proletari di tutto il mondo, unitevi!' Solo poche voci risposero» - scrisse Engels in occasione del I maggio 1890 - «quando, sono ormai quarantadue anni, noi lanciammo al mondo queste parole, alla vigilia della prima rivoluzione di Parigi che abbia visto il proletariato avanzare rivendicazioni proprie. Ma proletari della maggior parte dei paesi dell'Europa occidentale si riunirono il 28 settembre 1864 nella Associazione Internazionale degli Operai di gloriosa memoria. Certo, l'Internazionale stessa è vissuta solo nove anni. Ma proprio la giornata di oggi è il miglior testimone del fatto che la Lega eterna dei proletari di tutto il mondo fondata dall'Internazionale vive ancora, e vive più forte che mai. Poiché oggi, mentre scrivo queste righe, il proletariato d'Europa e d'America passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito, sotto una sola bandiera, per un solo fine prossimo: la giornata lavorativa normale di otto ore, proclamata già dal congresso di Ginevra dell'Internazionale nel 1866, e di nuovo dal congresso operaio di Parigi nel 1889, da introdursi per legge. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti e ai proprietari terrieri di tutti i paesi sul fatto che oggi i proletari di tutti i paesi si sono effettivamente uniti. Fosse Marx ancora accanto a me, a vederlo coi suoi occhi!» (1).

Fino all'ultimo, il vecchio compagno di Marx credette che la rivoluzione operaia fosse «sicuramente vicina» (2). La socialdemocrazia tedesca, affermerà poco prima di morire, a cinque anni dalla fine del secolo, aumenta
«
in modo spontaneo, costante, irresistibile, e in pari tempo tranquillo, come un processo naturale. (…) Avanzando di questo passo, per la fine del secolo avremo conquistato la maggior parte dei ceti medi della società, dei piccoli borghesi come dei piccoli contadini, e saremo diventati nel paese la forza decisiva, alla quale tutte le altre dovranno inchinarsi, lo vogliano o non lo vogliano» (3).

Engels si rendeva conto, certo, che non si sarebbe trattato di un idillio, che il capitalismo preparava una guerra mondiale nella quale
«
quindici o venti milioni di uomini armati si scannerebbero e devasterebbero l'Europa come mai non fu devastata».
Egli confidava tuttavia che
«
questa guerra produrrebbe il trionfo immediato del socialismo, ovvero sconvolgerebbe talmente l'antico ordine delle cose, e si lascerebbe dietro dappertutto tale un cumulo di rovine, che la vecchia società capitalistica diverrebbe più impossibile che mai» (4).

Questa visione ottimistica delle prospettive della lotta di classe era senza dubbio influenzata dalla «grande depressione» che l'economia capitalistica internazionale, a partire dal 1873, stava attraversando. e che durerà, con fasi alterne, fino alla metà degli anni '90 (5), facendo avanzare al vecchio Engels l'ipotesi che la «forma acuta» delle vecchie crisi capitalistiche col loro «ciclo decennale» potesse aver lasciato il posto ad
«
un alternarsi, a carattere cronico e di più lunga durata, di periodi di ripresa relativamente brevi e poco accentuati e di periodi di depressione relativamente lunghi e senza soluzione»
o, in alternativa, che il capitalismo fosse entrato
«
nella fase preparatoria di una nuova crisi mondiale di inaudita violenza» (6).
Soprattutto, l'ottimismo engelsiano era più che giustificato dall'osservazione degli immensi progressi compiuti dal movimento operaio nel corso dell'ottocento. Quest'ultimo non aveva visto soltanto l'affermazione della borghesia e dell'industrialismo, l'elaborazione della dialettica hegeliana, il succedersi di scoperte come quelle di Ohm, Faraday, Hertz nel campo dell'elettromagnetismo, di Darwin, Mendel, Pasteur, Haeckel, in quello della biologia, di Mendeleev in chimica. L'utilizzo sempre più ampio del vapore - eredità del secolo precedente - e del telaio meccanico, l'epopea delle ferrovie e dei piroscafi transoceanici, assieme al mercato mondiale e al capitalismo, avevano favorito un grandioso sviluppo del movimento operaio.

In Inghilterra, esso aveva mosso i primi passi al limite del XVIII secolo, per affermarsi fin dal 1810, con lo sciopero dei minatori di Durham e con la diffusione del luddismo negli anni immediatamente successivi. Nel 1824, era già così forte da ottenere una prima revoca della legge contro le associazioni industriali dei lavoratori, nel 1830-31 da organizzarsi nazionalmente, nel 1838-39 da superare il livello tradunionista per assurgere, con il cartismo, a movimento politico, ottenendo nel 1847, alla vigilia della rivoluzione europea, le dieci ore.

Intanto - dopo il suo primo drammatico annuncio alla fine del '700 con gli «uguali» di Babeuf - nel 1831 la lotta della classe operaia aveva fatto la sua comparsa nel continente grazie al movimento dei setaioli che, a Lione, insorsero al grido di «vivere lavorando o morire combattendo!». Nel 1848, mentre il cartismo inglese è al suo apogeo, Parigi proletaria insorge sotto le bandiere comuniste di Blanqui, nel primo tentativo storico di imporre la propria dittatura di classe. Con questa ardita anticipazione il proletariato francese sostituiva quello inglese all'avanguardia del movimento operaio europeo.

La grave sconfitta della rivoluzione quarantottesca non impedì, secondo l'espressione di Marx, che i suoi affossatori divenissero i suoi «esecutori testamentari» per quanto riguarda la realizzazione dei postulati borghesi: Stato nazionale in Italia e Germania, mercato, commercio e industria ovunque. Per quanto riguarda la classe operaia, fin dal 1864, come già ci hanno detto le parole di Engels, essa fu in grado di riorganizzarsi, e su di un piano più alto, creando la sua prima «Associazione Internazionale», nei cui statuti campeggiava il concetto che
«
l'emancipazione della classe operaia deve essere opera dei lavoratori stessi».
La realizzazione di questa organizzazione, per molti aspetti erede di quella vecchia e ormai sciolta «Lega dei comunisti» che aveva incaricato Marx ed Engels di scrivere il maggior best-seller di tutti i tempi, stava a quel primo tentativo d'avanguardia come l'albero adulto al tenero virgulto. Non a caso, malgrado il carattere minoritario dei suoi membri nella Comune parigina del 1871, tutto il mondo borghese attribuì all'»Associazione Internazionale dei lavoratori» la responsabilità politica e morale della prima realizzazione storica di un governo operaio autonomo.

Secondo fonti di polizia (sicuramente esagerate) essa arrivò ad organizzare al massimo 800 mila membri (7), i quali, come era previsto dagli Statuti, mantenevano la loro eventuale appartenenza all'organizzazione sindacale, politica o mutualistica cui erano affiliati nei diversi paesi (ciò che faceva dall'AIL una sorta di superpartito internazionale sovrapposto alle forme locali di organizzazione operaia). Il suo «programma», ancorché redatto da Marx, era così generico da lasciare spazio ai tradunionisti inglesi, ai mazziniani, ai phroudoniani e agli anarchici. L'unica condizione richiesta era non contrastare in linea di principio gli Statuti dell'AIL ed in particolare l'idea dell'emancipazione della classe operaia. Nonostante questi limiti, che condurranno ad un susseguirsi di lotte intestine ed infine alla sua dissoluzione, la Prima Internazionale, come dirà Lenin,
«
aveva gettato le fondamenta dell'organizzazione internazionale degli operai per la preparazione del loro assalto rivoluzionario contro il capitale» (8)
e, malgrado la sua crisi negli anni successivi alla guerra civile in Francia, dalle esperienze di questo primo grande partito politico internazionale proletario - che contribuì anche alla diffusione dell'organizzazione sindacale del proletariato in molti paesi - germogliarono i grandi partiti socialisti nazionali, che avrebbero impresso il loro indelebile marchio alla storia europea dell'ultimo quarto di secolo, imponendo nelle principali nazioni moderne il riconoscimento, de iure o de facto, di partiti operai indipendenti e di ampie associazioni economiche per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia.

Nel 1889, in occasione del centenario della rivoluzione francese, a Rue Petrelle il movimento socialista europeo e il proletariato americano manifestarono la volontà di avviare un coordinamento internazionale della lotta per le «otto ore» e dei partiti operai, dando vita così a quella che fu chiamata «Internazionale socialista», o «Seconda internazionale». Diciassette anni erano trascorsi dal Congresso dell'Aja che aveva sancito la dissoluzione dell'AIL. L'intervallo non era passato invano: il 1875 aveva assistito, in Germania, alla riunificazione tra la lassalliana »Associazione generale degli operai tedeschi» e il «Partito operaio socialdemocratico tedesco», di ispirazione marxista. Nel 1879 in Francia era nata, richiamandosi a Marx ed Engels, la «Fédération du Parti des Travailleurs». Il «Parti Ouvrier Belge» fu fondato nel 1885. In Italia occorrerà attendere il 1892. In ogni modo, malgrado l'eterogeneità dei singoli partiti nazionali e la labilità dei legami tra di essi (la II Internazionale era una federazione di organizzazioni autonome), lo sviluppo del movimento continuò a grandi passi, anche se sul piano quantitativo in modo più lineare che non su quello qualitativo. Non mancarono belle pagine di lotta contro il puro tradunionismo, la massoneria, il revisionismo e l'anarchismo soprattutto.

Mentre si diffondeva l'organizzazione politica autonoma del proletariato, anche quella sindacale andava mutando le sue caratteristiche: sorto in Inghilterra come organizzazione di mestiere della forza lavoro skilled, qualificata, per tenere alti i salari e difendere la professionalità dei suoi appartenenti, il sindacato operaio aveva via via palesato i limiti della sua origine, in qualche modo ancorata al passato manifatturiero; non solo essa, come Marx ed Engels più volte sottolinearono, mostrava, nella misura in cui si opponeva all'organizzazione della manovalanza, certi tratti reazionari che ne inficiavano le potenzialità classiste, ma si dimostrava sempre meno in grado di opporsi allo sfruttamento man mano che il macchinismo si impadroniva di settori sempre più ampi dell'industria, svalutando il peso della specializzazione nei processi di produzione; così l'organizzazione operaia per mestieri fu dapprima affiancata, poi via via sostituita (anche se in un processo tutt'altro che lineare e rapido) dal sindacato d'industria, che si affermerà compiutamente solo nella seconda metà del secolo successivo, con l'affermazione della gigantesca fabbrica fordista, come organizzazione di tutti gli operai di una determinata azienda e/o addirittura di una determinata branca industriale, unico modo per contrastare la pressione esercitata da un capitale sempre più centralizzato.

A cavallo tra i due secoli la forza raggiunta dal movimento operaio appariva impressionante, in particolare in Germania, la nuova avanguardia del socialismo internazionale:
«
Il Partito operaio socialdemocratico tedesco conta nel 1914 1.085.905 aderenti. I suoi candidati alle elezioni legislative del 1912 hanno ottenuto più di 4.250.000 voti. I sindacati che esso ha creato e che controlla contano oltre 2 milioni di iscritti e dispongono di un reddito di 88 milioni di marchi. Intorno al partito i militanti hanno saputo tessere una vasta rete di organizzazioni parallele che inquadrano, a vari livelli, la quasi totalità dei salariati, e si estendono a tutti i campi della vita sociale: associazione delle donne socialiste, movimento giovanile, università popolari, biblioteche e centri di lettura, organizzazioni ricreative, case editrici, giornali, riviste. L'edificio poggia sulle solide fondamenta di un apparato amministrativo e tecnico competente ed efficace, esperto nei criteri moderni di gestione e di propaganda. Nei suoi novanta quotidiani il partito impiega 267 giornalisti, 3 mila operai e impiegati, gerenti, direttori commerciali, rappresentanti. La maggioranza dei dirigenti, in particolare i membri della direzione (il «Parteivorstand») e degli uffici centrali, i responsabili nei vari Stati, gran parte dei segretari delle organizzazioni locali, sono funzionari permanenti, professionisti stipendiati che lavorano a tempo pieno per il partito. Lo sono anche gran parte dei suoi rappresentanti, i 110 deputati al Reichstag, i 220 deputati che il partito conta nei diversi Landtag e i 2.886 eletti nei comuni. I dirigenti delle federazioni sindacali, dei sindacati di mestiere e delle unioni locali, anch'essi funzionari da anni, sono nella quasi totalità membri del partito» (9).

Come scrisse più tardi Ruth Fischer:
«
Il Partito socialdemocratico tedesco divenne un modo di vivere. Fu molto di più di una macchina politica: esso diede all'operaio tedesco dignità e rango in un suo proprio mondo. L'operaio come individuo viveva nel suo partito, il partito influenzava le abitudini quotidiane dell'operaio. Le sue idee, le sue reazioni, i suoi atteggiamenti risultavano dall'integrazione della sua persona in questa collettività» (10).

«Il partito socialdemocratico» (tedesco) - ha scritto Rosa Luxemburg - «non è legato alle organizzazioni della classe operaia, esso stesso è il movimento della classe operaia» (11).

2 - Tra un secolo e l'altro: l'ondata revisionista
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Questa forza immensa, questa radicata influenza non spiega solo l'incredulità che si impadronì delle sinistre socialiste allorquando, nell'agosto del 1914, i partiti della II Internazionale cedettero, ognuno per suo conto e salvo poche eccezioni, alle lusinghe della «difesa della patria», rinnegando tutti le risoluzioni e i proclami antimilitaristi e internazionalisti della vigilia; essa spiega anche la paralisi che si impadronì del movimento operaio internazionale e il modo tardivo e caotico in cui esso reagì in modo classista e rivoluzionario a quella guerra generale che Engels aveva lucidamente anticipato senza poterne tuttavia prevedere il tragico effetto sulla socialdemocrazia.

Perché proprio allorquando
«
le condizioni oggettive del socialismo sono giunte a completa maturazione» (12)
la socialdemocrazia internazionale ha fatto vergognosamente bancarotta? Bisogna prima di tutto osservare che le previsioni di Engels relative al prolungarsi o aggravarsi della «grande depressione» non si erano realizzate. A partire dalla metà degli anni '90, il capitalismo, un capitalismo profondamente cambiato e caratterizzato in misura crescente da cartelli, trusts, monopoli, aveva iniziato un nuovo ciclo espansivo: l'investimento estero inglese nel 1913 superava di due volte e mezza il record precedente alla grande depressione, lo stesso era avvenuto per le esportazioni di ferro e acciaio tra il 1895 e il 1910, e, mentre le merci americane invadevano i mercati europei, le esportazioni britanniche di macchine utensili si erano più che triplicate
(13). Non è un caso dunque se proprio nel 1899, cento anni or sono, il pupillo di Engels, Eduard Bernstein, pubblicando «Die Voraussetzungen des Sozialismus» (14), dava inizio al dibattito sul cosiddetto «revisionismo»: le previsioni di Marx sul «crollo» del capitalismo e l'aumento della miseria - si legge in questa opera - si sono rivelate fallaci, la prospettiva rivoluzionaria deve perciò essere abbandonata in favore di un'opera volta ad ottenere riforme strutturali della società presente e miglioramenti immediati della condizione delle classi inferiori; il socialismo «scientifico» si era rivelato errato, e doveva essere sostituito da un socialismo etico, da un ideale da perseguire in una lenta e pacifica opera di trasformazione.

«Le condizioni obiettive della fine del secolo XIX - spiegherà Lenin - hanno particolarmente rafforzato l'opportunismo trasformando l'utilizzazione della legalità borghese in un atteggiamento servile dinanzi ad essa, creando un piccolo strato di burocrazia e di aristocrazia della classe operaia, attirando nelle file dei partiti socialdemocratici molti «compagni di strada» piccolo-borghesi. La guerra ha accelerato questo sviluppo, trasformando l'opportunismo in socialsciovinismo, rendendo palese l'unione segreta degli opportunisti con la borghesia. (…) La base economica dell'opportunismo e del socialsciovinismo è identica: gli interessi di un gruppo piccolissimo di operai privilegiati e di piccoli borghesi che difendono la propria situazione privilegiata, il proprio «diritto» alle briciole dei profitti ottenuti dalla «loro» borghesia nazionale col depredamento delle altre nazioni, coi vantaggi della posizione di grande potenza, ecc.» (15).

Le reazioni dell'ala «ortodossa» della socialdemocrazia, incarnata da Kautsky, secondo cui Marx non aveva elaborato alcuna semplicistica teoria del «crollo» (16), o l'appassionata difesa operata dalla Luxemburg nel 1913 (17) dell'inevitabilità di quest'ultimo, non risolvevano la questione della «crisi del marximo» sollevata dal Bernstein debatte: se da un lato Kautsky riaffermava la previsione di un «cronicizzarsi» delle crisi in contraddizione con gli ultimi anni della vita economica mondiale (18), dall'altra la Luxemburg - rispondendo in particolare a chi, come Tugan-Baranovsky, rinveniva negli schemi della riproduzione del II Libro del «Capitale» la dimostrazione delle illimitate possibilità di espansione dell'economia borghese - riteneva necessario, per salvare la previsione di una fine certa del capitalismo, «correggere» Marx e la sua teoria dell'accumulazione. A suo modo di vedere il capitale poteva vivere soltanto espandendosi verso l'esterno e colonizzando le aree non capitalistiche, e sarebbe perciò caduto nella misura in cui questa possibilità si sarebbe andata progressivamente restringendo.

3 - Alba rossa del nuovo secolo
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Lo scoppio della «grande guerra», confermando le previsioni engelsiane, spostò lo scontro dal piano teorico a quello immediatamente politico: nel conflitto le sinistre rivoluzionarie della socialdemocrazia videro immediatamente la conferma che il capitalismo era destinato ad una fine cruenta. D'altronde il primo conflitto mondiale fu percepito come una vera cesura storica. Nessuna delle guerre precedenti aveva avuto effetti altrettanto catastrofici: cominciata con i muli, le baionette e le cariche di cavalleria, essa offrì via via arnesi mai visti prima alla distruzione di massa: mitragliatrici, corazzate e incrociatori, sommergibili, aerei, gas, carri armati, artiglierie di ogni dimensione, proiettili di ogni formato. La società delle macchine aveva prodotto la guerra delle macchine, la sua potenza produttrice diventava potenza distruttrice. Il campo di battaglia da terreno di romantici eroismi ottocenteschi a catena di montaggio del massacro sincronizzato. L'ultima guerra ottocentesca, quella tra Germania e Francia del 1870-71, era costata 150.000 morti. Il primo giorno della battaglia della Somme, che complessivamente costò 1.200.000 vittime, gli inglesi accusarono 60.000 perdite. Alla fine della guerra non meno di dieci milioni di persone avevano perso la vita sui fronti.

Al posto dei 25 stati del 1914, dopo la pace di Versailles l'Europa ne aveva 33, risultanti dalla dissoluzione dell'impero austro-ungarico e del dominio russo sulla Polonia, la Finlandia, gli stati baltici. Le cause della guerra risalivano in ultima analisi alla concorrenza interimperialistica, ma a far da detonatore era stata la situazione dei Balcani, dove la dissoluzione dell'impero turco, oltre a risvegliare il nazionalismo serbo, greco e bulgaro, aveva acceso gli appetiti austro-tedeschi e russi verso i «mari caldi». Ma i nuovi stati slavi, in particolare la Cecoslovacchia e la Yugoslavia, erano ben lungi dall'essere stati nazionali. Come molti osservatori contemporanei osservarono (basterà citare il Keynes di «Le conseguenze economiche della pace»), le condizioni imposte alla Germania, d'altra parte, erano tali da implicare l'impossibilità di una piena normalizzazione dei rapporti le potenze.

Gli effetti non furono meno notevoli nel campo della vita sociale ed economica: tutte le energie dei singoli paesi furono gettate nel conflitto, comportando un impiego massiccio della propaganda ed un disciplinamento della vita economica senza precedenti: il laissez faire, l'idea che lo Stato doveva limitarsi ad un benign neglet nei confronti delle forze economiche, lasciate alle leggi pure del mercato, faceva ormai posto ad un dirigismo statale pervasivo.

Mentre il movimento operaio occidentale brancolava tuttavia nel buio, paralizzato dalla stessa elefantiasi del «suo» partito, solo una delle frazioni del «piccolo» e sottovalutato movimento russo, che aveva una tradizione incomparabile di lotta contro il revisionismo e l'opportunismo, che si era forgiata, all'alba del nuovo secolo, al fuoco della rivoluzione sconfitta del 1905 e temprata nel gelo della deportazione, delle carceri, dell'esilio, non volle e non poté - sospinta dall'esplosiva situazione del semi-feudale impero zarista - rassegnarsi: «Bisogna sognare!» urlò Lenin rialzando la bandiera dell'internazionalismo e chiamando a raccolta le sinistre che le erano rimaste fedeli. Audacia, audacia e ancora audacia. Di fronte agli sbigottiti e compassati socialisti up to date di Zimmerwald i bolscevichi lanciarono la parola d'ordine che - fidando sull'istinto combattivo delle masse di fronte al disastro della «grande guerra» - doveva compiere le consegne del vecchio Engels e far leva su tutto quanto di buono era rimasto della vecchia Internazionale:
«
disfattismo rivoluzionario! Trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile! Fondazione di una nuova Internazionale!».

Laddove le parole di Engels erano sembrate nella sua epoca, tanto verosimili, quelle di Lenin furono accolte con incredulità, scetticismo e derisione. Eppure, l'impostazione di Lenin non era che uno sviluppo di quella engelsiana e, ben lungi dall'essere frutto di un'esaltazione utopistica, poggiava sull'analisi dei fenomeni della nuova fase che, a cavallo tra XIX e XX secolo, il capitalismo aveva intrapreso: quella dell'imperialismo. Ecco come Lenin ne descriveva i caratteri salienti:
«
1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo «capitale finanziario», di un'oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche
» (19).

«L'imperialismo è il più alto grado di sviluppo del capitalismo, ed è stato raggiunto soltanto nel XX secolo. Per il capitalismo (molto prima che si parlasse di «globalizzazione»; nda) sono diventati angusti i vecchi stati nazionali (…). Da liberatore delle nazioni quale era nella lotta contro il feudalesimo, il capitalismo, nella fase imperialista, è divenuto il maggiore oppressore delle nazioni. Da progressivo, il capitalismo è divenuto reazionario; ha sviluppato a tal punto le forze produttive, che l'umanità deve o passare al socialismo o sopportare per anni, e magari per decenni, la lotta armata tra le «grandi» potenze per la conservazione artificiosa del capitalismo mediante le colonie, i monopoli, i privilegi e le oppressioni nazionali di ogni specie» (20).

Se il tradimento della socialdemocrazia ostacolava la realizzazione dell'ormai matura rivoluzione socialista, per contro
«
la situazione rivoluzionaria obiettiva creata dalla guerra (…) genera inevitabilmente uno stato d'animo rivoluzionario, tempra ed educa tutti i proletari migliori e più coscienti» (21).
Di qui la necessità che le sinistre rivoluzionarie, rimaste sul terreno dell'internazionalismo, si riorganizzassero per far leva sui sentimenti rivoluzionari originati dalle catastrofi provocate dal conflitto.

Lo svolgimento successivo dei fatti sembrò confermare le speranze del bolscevismo. La rivoluzione russa apriva una nuova fase montante del movimento operaio, culminante nella fondazione dell'Internazionale comunista. Le previsioni del vecchio Engels parevano ad un passo dal compimento. L'idea centrale che animava i bolscevichi era quella di utilizzare l'immensa eco rivoluzionaria emanante dall'Ottobre per rilanciare l'ipotesi della rivoluzione mondiale, per unire, come disse Lenin, le «due metà spaiate» del socialismo: quella politica, presente in Russia, che mancava però per la sua arretratezza della possibilità materiale di attuare il socialismo; quella economica, presente invece nell'Europa occidentale, capitalisticamente avanzata, dove però la classe operaia e le sue avanguardie combattive si dimostravano non ancora mature per i compiti rivoluzionari. Tale unione sembrava tuttavia ad un passo. Si legge nel «Manifesto» del primo congresso della Terza Internazionale, del 1919:
«
Le contraddizioni del sistema capitalistico mondiale, annidate nel suo stesso seno, si liberarono con terribile violenza in un'enorme esplosione: la grande guerra imperialistica mondiale. […] La nuova epoca è nata! È l'epoca della disgregazione del capitalismo, del suo dissolvimento interno, l'epoca della rivoluzione comunista del proletariato. Il sistema imperialistico si sfascia. Fermento nelle colonie, fermento fra le piccole nazioni prima asservite, insurrezioni del proletariato, vittoriose rivoluzioni proletarie in vari paesi, disgregazione degli eserciti imperialistici, totale incapacità delle classi dirigenti a guidare il destino dei popoli: ecco il quadro della situazione attuale nel mondo intero. Sull'umanità, la cui civiltà è stata oggi abbattuta, incombe la minaccia di una distruzione totale. Una sola forza può salvarla, e questa forza è il proletariato. L'antico «ordine» capitalistico non esiste più, non può più esistere. Il risultato finale del processo produttivo capitalistico è il caos, e questo caos può essere superato soltanto dalla più grande classe produttrice: la classe operaia» (22).

Nei suoi primi due anni il Comintern visse con convinzione generalizzata l'assioma che il sistema capitalistico mondiale fosse ormai irrimediabilmente disgregato e destinato ben presto a lasciare il posto, perlomeno nell'area europea, al dominio della classe operaia. Alla prova dei fatti i partiti comunisti appena nati dalla scissione delle vecchie organizzazioni socialdemocratiche risultarono poco influenti nonché numericamente e teoricamente troppo deboli per ambire al potere: l'ondata proletaria originata dall'esempio russo, dalle sofferenze di guerra e dalla crisi capitalistica del periodo immediatamente successivo, benché impressionante e ripetuta, soprattutto in area tedesca, fu respinta. Ciò consentì ai poteri borghesi, per un momento vacillanti, di riorganizzarsi anche grazie al concorso dei partiti socialisti, i cui esponenti frenarono e disorganizzarono le masse, quando non parteciparono addirittura, dal governo, alla loro repressione, come in Germania, dove il governo socialdemocratico stroncò lo spartachismo e ne assassinò i capi.

4 - La «stabilizzazione» capitalistica
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A partire dal 1921, il potere comunista russo e l'Internazionale furono costretti a mutare prospettiva. Il primo si ritrovava a fare i conti con un paese ridotto alla fame e, sotto la pressione di un'ondata di scioperi delle città e di moti nelle campagne culminanti nella ribellione di Kronstadt, a passare dal «comunismo» di guerra» con cui aveva gestito l'emergenza della guerra civile ad un più stabile progetto di ripresa economica. La «Nuova Politica Economica», impossibile senza uno stabile compromesso con la maggioranza contadina della popolazione, sorgeva insomma anche dalla consapevolezza dell'impossibilità di una rapida esportazione della rivoluzione verso Occidente. Il capitalismo, riconobbero i vertici bolscevichi e dell'Internazionale, si andava «stabilizzando», ossia prometteva di durare ancora. «Dobbiamo saper resistere sino alla prossima ondata rivoluzionaria», dobbiamo durare anche «venti» o «cinquant'anni», dissero Lenin e Trotzky, e impiegare questo tempo, in Unione Sovietica per
«
costruire le basi del socialismo», ossia l'industria capitalista, in Occidente per «conquistare le masse».

L'ipotesi che il capitalismo potesse durare ancora così a lungo era d'altra parte puramente teorica. Nelle condizioni di marasma economico generalizzato dei primi anni '20 nessun comunista e nessuna persona dotata di senno avrebbe potuto immaginare che il capitalismo sarebbe entrato nel XXI secolo. Ancora nel 1923, l'occupazione della Ruhr e fenomeni inauditi come la «grande inflazione» (il marco del '23 valeva un milione di milioni meno che dieci anni prima (23)) sembravano sicuro indice di un'incapacità del sistema di mettere un freno alle proprie contraddizioni, preparando altre guerre ed altre rivoluzioni.

Il sistema finanziario internazionale, in particolare, non poté mai trovare, tra le due guerre, un equilibrio soddisfacente. Il suo ubi consistam prima della guerra, il gold standard, si era ormai dimostrato inadeguato. Il tentativo operato nel '26 di porre un po' d'ordine al sistema dei cambi fluttuanti attraverso il gold exchange standard (24) sarebbe ben presto stato travolto. Oberata dai prestiti di guerra contratti con gli USA, Londra tentò disperatamente di tenere in piedi il predominio della propria moneta che garantiva ai finanzieri della city una rendita di posizione, col risultato di aggravare la sua bilancia commerciale. La Germania di Weimar intanto, risollevatasi grazie ai dollari del piano Dawes, si trovava a sua volta finanziariamente nelle mani dello zio Sam (25). In tutti i paesi capitalistici, l'insistenza sul regime aureo, una difesa ad oltranza della propria moneta curiosamente somigliante al monetarismo attualmente ispirato dalla Bundesbank alla Banca Centrale Europea, una depressione dei prezzi agricoli derivante anche da notevoli progressi tecnici dell'agricoltura, contribuirono a tenere alto il livello di disoccupazione e ad ostacolare gli investimenti.

In ogni modo il compito che i bolscevichi si erano prefissi si rivelò impari. Innanzitutto la classe operaia e le avanguardie rivoluzionarie dell'Occidente non si dimostrarono all'altezza della rivoluzione: qui il peso della tradizione democratica da una parte, l'influenza ancora predominante della socialdemocrazia in seno alle masse dall'altra, la minor acutezza della crisi sociale rispetto alla Russia prerivoluzionaria dall'altra ancora, ostacolarono irrimediabilmente i troppo inesperti e recenti partiti comunisti. Ma soprattutto rovinosa fu per essi la tattica, voluta anche dai bolscevichi quale manovra per guadagnare tempo e conquistare «la maggioranza» della classe, di fronte unico politico proprio con quei partiti socialisti da cui ci si era testé separati e che portavano la responsabilità, non solo di numerose sconfitte proletarie, bensì talvolta persino quella della diretta repressione del movimento operaio rivoluzionario e delle sue avanguardie comuniste, come in Germania, dove il governo socialdemocratico si macchiò del sangue di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht.

In secondo luogo in Unione Sovietica le forze del mercato e del capitalismo, che i bolscevichi intendevano tenere a bada sotto la sferza di una ferrea dittatura, si dimostrarono in realtà incontrollabili, originando nel paese uno scontro di classe tra la minoranza proletaria da un lato, il capitalismo statale e la maggioranza piccolo borghese dall'altro. Ciò si tradusse in una lunga e confusa lotta intestina al partito comunista russo, risoltasi alfine, a cavallo tra il 1926 e il 1927, nella vittoria della fazione che rappresentava le esigenze delle forze borghesi, la quale trasformò l'opera per l'edificazione delle «basi» del socialismo in «costruzione del socialismo in un solo paese». La vittoria dello stalinismo significò, in Russia la liquidazione politica e fisica della vecchia guardia bolscevica e di ogni opposizione proletaria, a livello internazionale la subordinazione del Comintern alle esigenze politiche e diplomatiche dello Stato russo. Ciò fu particolarmente evidente durante il lungo sciopero dei minatori inglesi del '26, quando i comunisti inglesi furono spinti dalla direzione dell'Internazionale a riporre fiducia nella sinistra delle Trade Unions che invece contribuì ad affossare lo sciopero, e nel 1927 in Cina, allorché la linea Bucharin-Stalin di entrismo nel Kuomintang sfociò nel massacro proletario di Shangai e nella persecuzione dei comunisti cinesi.

In terzo luogo, in particolare negli Stati Uniti, che erano usciti dal conflitto come prima potenza mondiale, l'economia capitalistica andò in realtà incontro ad un periodo di grande espansione, i «ruggenti anni venti». Alla vigilia della crisi del '29 la produzione americana superava del 65% il livello del 1913, dal 1925 la domanda di macchinari era cresciuta del 90%, quella di attrezzature siderurgiche del 50% (26). Il «consumismo», favorito anche dall'introduzione delle vendite a rate e da una pubblicità ormai martellante (27), aveva fatto la sua apparizione, negli Stati Uniti appunto, dove nel 1929 c'erano già tante automobili per abitante quante nell'Italia del 1970 (28). La riorganizzazione del lavoro industriale, designata «razionalizzazione» in Europa, «taylorismo» e «fordismo» in America, attraverso l'analisi e l'elaborazione scientifica del processo di produzione aveva conferito all'industria moderna la sua definitiva maturità.

In seno all'Internazionale la discussione sul futuro del capitalismo era stata viva. Marx a suo tempo aveva osservato che l'economia capitalistica procedeva per cicli. In ogni ciclo si susseguivano fasi di
«
ristagno, di vitalità media, di precipitazione (cioè di «boom»; ndr), di crisi» (29), la quale ultima «costituisce sempre il punto di partenza di un nuovo grande investimento» e quindi, considerata la società nel suo insieme, «un nuovo fondamento materiale per il prossimo ciclo di rotazione».
«
Si può supporre» - afferma Marx - «che per i rami fondamentali di industria questo ciclo sia ora (corsivo nostro; ndr) in media di dieci anni»
e coincida con le fasi di rivoluzionamento e sostituzione dei mezzi di produzione dovuti alle nuove tecnologie
(30). Abbiamo già visto come, ai tempi della pubblicazione del III volume del «Capitale», Engels avesse osservato un diverso ritmo dei cicli.

Al III Congresso dell'Internazionale comunista, che aveva ammesso l'esistenza di una certa «stabilizzazione capitalistica», Trotzky, citando un'analisi del «Times», aveva osservato l'esistenza, accanto a quelli più brevi, di più lunghi cicli dello sviluppo capitalistico.

«Nei periodi di rapido sviluppo capitalistico - ne aveva concluso - le crisi sono brevi e di carattere superficiale, mentre i boom si prolungano e acquistano dimensioni considerevoli. Nei periodi di declino capitalistico. Le crisi sono di carattere prolungato, mentre i boom sono limitati, superficiali e speculativi. Nei periodi di ristagno le fluttuazioni si producono allo stesso livello» (31).

«…dobbiamo fare una netta distinzione - affermò l'anno seguente al IV congresso - tra due tipi di curve: la curva di fondo che delinea lo sviluppo delle forze produttive capitalistiche, l'incremento della produttività del lavoro, l'accumulazione di ricchezza e così via, e la curva ciclica che descrive le ondate periodiche del boom e della crisi, che si ripetono, in media, ogni nove anni. La correlazione tra queste due curve non è stata sinora illustrata nella teoria marxista né, che io sappia, nella letteratura economica in generale. Eppure si tratta di una questione della più grande importanza teorica e politica» (32).

Attirando l'attenzione sull'intreccio di onde cicliche e onde lunghe della produzione capitalistica, Trotsky riprendeva in realtà una suggestione di Parvus accolta con molto interesse da Kautsky. In ogni caso, egli se ne serviva per ribadire che, al di là della parziale stabilizzazione, il capitalismo mondiale si trovava in una fase di declino e di crisi storica.

Alcuni anni dopo, Bucharin e Varga, pur senza contrapporsi direttamente all'idea leniniana che la rivoluzione russa avesse aperto la fase della vittoria mondiale del proletariato, avevano avanzato l'ipotesi che la «stabilizzazione» capitalistica avrebbe potuto essere di lunga durata, e che essa fosse in rapporto con la trasmutazione che le crisi capitalistiche avevano ormai subito nell'epoca dell'imperialismo, perdendo il loro carattere acuto per cronicizzarsi. La posizione serviva in quel momento a supporto della teoria che l'edificazione del socialismo avrebbe dovuto proseguire nella sola Russia, e fu perciò fieramente avversata dall'Opposizione di sinistra, che vedeva all'opposto nella «stabilizzazione» un fenomeno temporaneo prima di una nuova crisi rivoluzionaria (33). Entrambe le fazioni erano in errore: la crisi mondiale era destinata di lì a poco ad esplodere con una violenza mai vista prima, ma senza rinnovare l'ondata di lotte degli anni precedenti.

5 - Il crollo del 1929
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Nel fatale anno 1929, un rapporto della «Commissione per i precedenti mutamenti economici» presieduta dal presidente Hoover, dichiarava con tipica enfasi da «nuova frontiera»:
«…
economicamente, si apre di fronte a noi un orizzonte sconfinato; sempre nuovi bisogni aprono la via ad altri ancora, illimitatamente, al tempo stesso in cui vengono soddisfatti (…). Si direbbe che stiamo appena sfiorando i limiti delle nostre possibilità di sviluppo» (34).

Non c'è allora da stupirsi se la grande crisi che di lì a poche settimane sarebbe scoppiata era destinata a lasciare nella memoria storica della borghesia e dei suoi nemici, i rivoluzionari, un'impressione mai più eguagliata (35). In effetti, si trattò e si tratta ancora della più violenta e profonda mai attraversata dal capitalismo: iniziata con un memorabile crollo di borsa a Wall Street e proseguita con un violento deflusso di capitali richiamati in America dall'Europa (soprattutto dalla Germania), essa fu una vera catastrofe produttiva. Nel giro di tre anni negli USA, i più toccati, la produzione si ridusse del 55%, negli altri paesi di una percentuale tra il 50 e il 25%. La crisi fu davvero mondiale perché coinvolse, pure qui con effetti disastrosi, anche le colonie. Il commercio mondiale perse il 40% del suo valore, il reddito nazionale di una serie di paesi risultò dimezzato. I prezzi delle materie prime scesero tra il 30 e il 50%, quelli dei manufatti intorno al 30% (36). Mentre a causa di questa deflazione i salari degli occupati vedevano accresciuto il proprio potere d'acquisto, le masse furono colpite sul fronte di una dilagante disoccupazione: intorno al 1933, momento più acuto della crisi, il 22% della forza lavoro inglese e belga, il 24% di quella svedese, il 27% di quella americana, il 29% di quella austriaca, il 31% di quella norvegese, il 32% di quella danese, ben il 44% di quella tedesca era disoccupato (37).

«Il gigantesco sistema creditizio che la classe capitalistica aveva costruito nel dopoguerra - scrive il socialista austriaco Otto Bauer nel '36 - crollò. Fu sospeso il pagamento delle riparazioni e dei debiti di guerra. Sotto forma di patti di non intervento, norme valutarie e «moratorie di trasferimento», gli stati sospesero il rimborso dei crediti a breve termine e il pagamento degli interessi e delle rate di ammortamento per i debiti esteri a lungo termine. (…) Il tesoro aureo della Banca d'Inghilterra si assottigliò, e la banca stessa sospese il rimborso in oro delle banconote, e contemporaneamente l'emissione di valuta aurea. La via era ormai tracciata: uno dopo l'altro, gli stati sospesero le emissioni in oro e lasciarono cadere il corso della moneta nazionale. Mentre pochi anni prima la moneta era stata stabilizzata con gravi sacrifici, a questo punto prese l'avvio una nuova svalutazione» (38).

Non si era mai visto nulla del genere: la «grande depressione» dell'ultimo quarto del secolo precedente, al confronto, impallidiva. Analogamente, però, la ripresa si dimostrò tardiva e incerta (39). Bisognò attendere il 1937 perché il livello del 1929 fosse raggiunto, dopo di che la produzione scese di nuovo, pesantemente, l'anno successivo. Non molto diverso fu l'andamento negli altri paesi. In ogni modo, i dati economici di fine decennio registravano già la preparazione del secondo conflitto mondiale, con l'influenza grandeggiante delle commesse statali. Come osservava l'»Economist» appena prima dell'inizio della guerra a proposito dello Stato, «il gendarme è divenuto Babbo Natale» (40).

6 - Stalinismo e «antifascismo»
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Non a caso la crisi del '29, ben lungi dal determinare una ripresa delle lotte operaie, ne costituì il funerale: dissanguata dalle sconfitte precedenti, la classe operaia si trovava inquadrata sotto l'influenza di partiti comunisti ormai solo di nome, di fatto sottomessi alla politica dello stato «sovietico». L'imponente macchina propagandistica di quest'ultimo, facendo leva sulla demoralizzazione di un movimento in ritirata, ha potuto per decenni occultare l'autentico decorso della rivoluzione russa e del movimento operaio internazionale: si doveva dimostrare che lo stalinismo rappresentava la continuità del «leninismo» e lo sviluppo del «socialismo reale». Ciò comportava intanto una profonda revisione storiografica, spinta fino alla costruzione di una colossale montatura politico-giudiziaria: nei processi di Mosca della seconda metà degli anni '30 la vecchia guardia bolscevica, l'élite rivoluzionaria comunista fu accusata di collusione col nazismo, di complotto anti-comunista; peggio, sotto le pressioni fisiche e psicologiche fu costretta ad auto-accusarsi di tali delitti, e giustiziata.

Assieme alla revisione storiografica, lo stalinismo comportò il pervertimento dei contenuti del marxismo: la rabbiosa ed economicamente fallimentare lotta contro l'influenza dei contadini agiati, la cosiddetta «dekulakizzazione», fu presentata come una tappa della collettivizzazione. Il faticoso e contrastato impianto in Russia della moderna produzione industriale capitalista attraverso l'uso massiccio e talvolta disastroso delle leve dello Stato pianificatore fu paludata da costruzione del socialismo. I piani quinquennali, annunciati a grancassa e regolarmente disattesi, divennero le tappe mediante cui scandire, da una parte la progressione di un «comunismo» allietato dal lavoro salariato, dal denaro, dalla miseria come e più del «capitalismo»; dall'altra la rincorsa ai volumi della produzione occidentale che secondo i dirigenti del Cremlino dovevano essere raggiunti e superati, confermando così la «superiorità» del sistema sovietico.

I fatti si sono ormai incaricati di dimostrare che non solo l'Occidente non è stato raggiunto, ma che il tessuto produttivo, sociale ed istituzionale dell'Unione sovietica ha finito per implodere sotto la pressione di una competizione persa in partenza in quello che è stato definito «crollo del comunismo» e che all'opposto è stato il fallimento di un capitalismo arretrato eretto «alla cosacca» sotto la sferza di un delirio pianificatore degno erede del dispotismo orientale, dilapidando a man bassa risorse umane e materie prime, inquinando e distruggendo per dotare il quadro produttivo di costosi e antieconomici impianti e le ambizioni imperialistiche di un apparato militare spropositato rispetto alle risorse a disposizione.

Le aberrazioni del «socialismo reale» hanno comportato la completa deturpazione del movimento operaio internazionale e la sterilizzazione di ogni residua potenzialità classista. Nel corso della «guerra civile spagnola» lo stalinismo, mentre portava avanti la prova generale del suo schieramento anti tedesco nella imminente guerra, non solo contribuiva politicamente alla sconfitta di una classe operaia ridotta ad alfiere della democrazia repubblicana, bensì contribuiva all'eliminazione fisica delle avanguardie combattive. Con la politica dei «fronti popolari» prima, con l'appaisement verso la Germania ai tempi del patto Ribbentrov-Molotov poi, la politica di Stalin attua una serie di sterzate prima di concretizzarsi, a partire dall'invasione tedesca dell'Urss durante il II conflitto mondiale (non prima!) nella partecipazione alla guerra a fianco degli «alleati». La «resistenza», in particolare, con la sua enorme valenza simbolica, pesa come un incubo sulle possibilità di ripresa di un futuro movimento operaio realmente autonomo: le sue pose rivoluzionarie e partigianesche hanno infatti ottenuto il risultato di offuscarne completamente il carattere di asservimento ad uno schieramento bellico imperialistico.

7 - Fascismo e New Deal
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Gli effetti della grande crisi sulla politica economica degli stati borghesi era stata la definitiva messa in soffitta di ciò che rimaneva del liberalismo. Seguendo le orme del fascismo italiano, tutte le principali nazioni capitalistiche ampliarono enormemente il ruolo dello Stato nell'economia: la politica di deficit spending che, con un'inversione di 180 gradi, fu adottata per pilotare il sistema fuori dalla depressione significò un rafforzamento mai visto del potere economico e finanziario, una stretta simbiosi di quest'ultimo col potere statale, uno sforzo gigantesco di regolazione dei conflitti di classe, d'un lato erigendo una serie di garanzie sociali (welfare state) a barriera contro movimenti radicali, dall'altro attuando uno stretto controllo sulle organizzazioni sindacali, sottomettendone le dirigenze e i partiti operai con la contropartita di una loro più stretta integrazione all'apparato politico e statuale.

Con ciò lo stato borghese veniva assumendo la forma che lo caratterizzerà soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale e che resterà sua propria all'incirca fino alla fine degli anni '70. Una forma che componeva in modo originale e nuovo le spinte, fra quelle che al suo interno si erano agitate nel periodo precedente, che risultavano compatibili con la sua sopravvivenza dopo le minacce portate in successione dalle lotte operaie degli anni '20 e dalla crisi: la concentrazione del potere politico, la concentrazione del potere economico, il riformismo, la repressione del movimento operaio, l'uso spregiudicato e sistematico dei mezzi di comunicazione di massa, una politica del «consenso» in cui persino un pensiero iper-democratico come quello della «scuola di Francoforte» (Adorno, Horkheimer, Marcuse, ecc.) è riuscito a intravedere la stretta analogia con il totalitarismo fascista e nazista.

La comprensione della natura «fascista», «statalista» dell'evoluzione capitalistica dopo la prima guerra mondiale e la crisi del '29, la comprensione di quella «modernità» del fascismo che la storiografia più recente (ad es. De Felice in Italia e Hillgruber e Zitelmann in Germania) è stata costretta a riscoprire dopo decenni di amenità staliniane e gramsciane (41) sul suo carattere «retrivo», è uno dei nodi cruciali della comprensione del '900. Senza questa comprensione, senza quella, indissolubilmente collegata, della natura dello stalinismo, senza quella, a sua volta indissolubile dalle due altre, dell'»antifascismo», inevitabilmente la storia del secolo che si chiude, a partire dal primo dopoguerra, diventa caricaturale: caduta l'interpretazione à la PCUS di un «campo socialista» in espansione che si allea momentaneamente col nemico capitalista per combattere la versione più terribile e orrenda di quest'ultimo, ossia il nazi-fascismo, prima di riprendere la sua «competizione» col fronte occidentale, rimane quella del mondo della «libertà» e della «democrazia» che, capitanato da uncle Sam, sconfigge l'idra totalitaria nazi-fasci-comunista per assicurare finalmente al mondo il viver civile.

«Ciò che tramonta» - scriverà Pollock nel 1933 riflettendo sugli effetti della crisi del '29 - «non è il capitalismo, ma la sua fase liberale» (42).
Gli istituti democratici che avevano caratterizzato le rivoluzioni borghesi e il periodo progressivo di impianto del regime borghese perdevano cioè, se mai lo avevano avuto, il carattere di centri del potere - posseduto ormai da trust, imprese statali monopoli e lobbies ad essi collegate - trasformandosi in istituzioni conservative di acquisizione del consenso sociale, centri di corruzione delle classi oppresse, illuse di poter ambire alla cogestione della società attraverso il suffragio universale. Man mano infatti che il diritto di voto si diffondeva nei paesi capitalisticamente maturi, abbandonava il carattere censitario, veniva esteso alle donne, di pari passo esso perdeva ogni incidenza dirimente sulla vita politica e sociale, mentre ogni sostanziale differenza tra «destra» e «sinistra» dello schieramento parlamentare si andava perdendo nella marmellata di analoghi programmi interclassisti elaborati all'unico scopo di carpire voti attraverso promesse mai mantenute.

Quante volte nella storia del '900 la classe operaia ha sacrificato i propri obiettivi autonomi, si è spogliata della sua opposizione intransigente allo stato borghese, ha «sospeso» la lotta anticapitalista per «difendere» o «ripristinare» le libertà «democratiche», ossia le «libertà» acquisite armi alla mano dalla borghesia per imporre storicamente il proprio regime? Quante volte (Italia, Germania, Spagna nel I dopoguerra, Cile, Argentina, ecc. nel II) la «democrazia» ha con le sue nenie pacifiste e legalitarie disarmato la classe operaia di fronte alla reazione fascista?

Eppure, fin dai dibattiti della III Internazionale sul fascismo, nei primi anni '20, non era mancato chi del fenomeno aveva dato un'interpretazione che avrebbe risparmiato al movimento operaio internazionale la discesa agli inferi dei fronti «antifascisti»:
«…
la borghesia - scriveva la sinistra del PCd'I nel 1921 in un articolo intitolato «Il fascismo» - tenderà a spingere al massimo l'intensificazione dei due metodi difensivi, che non sono incompatibili ma paralleli. Essa ostenterà la più audace politica democratica e socialdemocratica mentre sguinzaglierà le squadre della organizzazione militare bianca per seminare il terrore nelle file del proletariato» (43).

«La genesi del fascismo - afferma al IV congresso dell'Internazionale comunista, nel 1922, anticipando di cinquant'anni le analisi cui abbiamo accennato sopra - deve (…) essere attribuita a tre fattori principali: lo Stato, la grande borghesia e le classi medie» (44).

«Il fascismo (…) è il partito unitario, ad organizzazione centralizzata e fortemente disciplinata, della borghesia e delle classi che gravitano nell'orbita di questa. È lo stato borghese-democratico, completato da una organizzazione dei cittadini. (…) i metodi della violenza reazionaria sono senza contrasto combinati alla demagogia democratica. La confluenza col riformismo è chiara» (45).

Non si doveva insomma attendere l'ultimo quarto di questo secolo per scoprire, come per lo più avviene a partire da ambienti di destra, che, allo stesso titolo del New Deal che lo segue, il fascismo realizza alcune istanze del socialismo riformista (cassa mutua, pensioni, lavori pubblici, ecc.) per assicurare il «consenso». Non a caso in Germania il fascismo si chiamerà nazional-socialismo.

«(Il fascismo) è un movimento più moderno, più raffinato, che cerca contemporaneamente di guadagnare influenza tra le masse proletarie. E a tal fine esso si impadronisce senza esitare dei principii della organizzazione sindacale» (46).

«…il fascismo deve essere considerato come una vittoria della destra borghese sulla sinistra borghese? No, il fascismo è qualcosa di più: è la sintesi di due mezzi di difesa della classe borghese» (47).

La consegna era chiara: nessuna alleanza con gli ormai anacronistici partiti democratici contro il «fascismo», nessuna nostalgia della democrazia liberale, ma lotta intransigente e contemporanea contro entrambe le forme della politica borghese.

«Si tratta di resistere alla illusione democratica, su cui pure gioca il fascismo stesso (salito al potere per via parlamentare; ndr), di contare tra i nemici le varie opposizioni (democratiche; ndr) di Sua Maestà, di lottare contro la criminosa illusione pacifista di (socialisti; nda) unitari e massimalisti. (…) La democrazia ha fatto il suo tempo. Le oche liberali, e a coro con esse le stesse aquile oggi ostentanti un antiparlamentarismo borghese e reazionario (di lì a poco, dopo il delitto Matteotti, i partiti si sarebbero infatti «ritirati sull'Aventino»; ndr), strilleranno ben altrimenti quando vedranno come tratterà la democrazia una rivoluzione non da operetta» (48).

Furono ben pochi, purtroppo, i comunisti che, forti di questa interpretazione, rimasero insensibili alle sirene «antifasciste» della guerra civile spagnola e della «Resistenza».

«Il nostro atteggiamento di fronte al fenomeno del partigianesimo» - si legge nel n. 4 del gennaio 1944 di «Prometeo», organo della sinistra comunista italiana sopravvissuta alla bufera staliniana - «è dettato da precise ragioni di classe. Nate dallo sfacelo dell'esercito, le bande armate sono, obiettivamente e nelle intenzioni dei loro animatori, degli strumenti del meccanismo di guerra inglese, e i partiti democratici le sfruttano al doppio intento di ricostruire sul territorio occupato un potenziale di guerra e di sviare dalla lotta di classe una minacciosa massa proletaria, gettandola nella fornace del conflitto».

Il risultato di questo asservimento fu durante il secondo conflitto imperialistico mondiale la vittoria dell'imperialismo più forte e più rapace, quello anglossassone, sul piano militare; la vittoria dello statalismo borghese nella sue versioni politicamente più pericolose, quella «socialista» e quella «democratica», che all'esercizio della forza e della violenza di classe potevano aggiungere, più che il fascismo e il nazismo, la carta del consenso democratico e sociale. Da questo duplice inganno, il movimento operaio non si è ancora emancipato. È questa una delle chiavi di comprensione della sua progressiva attenuazione nel corso del II dopoguerra.

8 - La seconda guerra mondiale
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Basta spegnere l'audio della propaganda storiografica e osservare sullo schermo della storia gli schieramenti della seconda guerra mondiale per cogliere la realtà. Guerra delle democrazie e del socialismo alleati contro il nazi-fascismo? E come mai prima di quello che la storia considera - ma non è, non da solo - l'inizio del conflitto, Unione sovietica e Germania si spartiscono l'influenza a nord, e a est dell'Europa gli schieramenti sono ancora in gran parte quelli della «grande guerra»? Perché ancora una volta - anzi ancor di più questa volta - la Germania si trova sostanzialmente sola di fronte ad una coalizione capitanata da Londra e Washington? Perché subito dopo aver stretto la mano a Hitler, Stalin stringe quella di Roosvelt e Churcill? Perché i manuali fanno partire la seconda guerra mondiale dall'invasione tedesca della Polonia e non da quella, concomitante dei russi? Perché Francia e Gran Bretagna, dopo la spartizione della Polonia, dichiararono guerra ai tedeschi e non ai sovietici? Perché alla fine del conflitto tutti gli stati europei creati dopo la I GM furono ricostituiti, tranne gli stati baltici (annessi all'URSS) e la Germania, divisa in due? La risposta sarebbe imbarazzante, e viene ignorata anche da chi, da «sinistra», arriva magari a denunciare Dresda rasa al suolo dai bombardieri alleati o «il grande sole di Hiroschima», come espressione dell'imperialismo americano, ma si guardano bene dal prendere posizione ad es. contro la strage di Katyn, dove 11.000 polacchi furono giustiziati dall'»armata rossa» perché avevano combattuto «il movimento operaio internazionale» (49).

La II GM non fu solo, e più della I, una «guerra totale». Essa coinvolse davvero tutto il mondo: le operazioni belliche si svolsero contemporaneamente su quattro continenti (Europa, Africa, Asia, Oceania) coinvolgendoli tutti. Il numero dei morti è ancora soggetto a dispute tra gli storici, ma si può stimare che si aggiri tra le tre e cinque volte più di quelli della guerra '14-'18 (50). La novità della II GM sta comunque non tanto nell'elevato numero dei morti, quanto nella proporzione tra essi dei civili (più della metà del totale (51): il terrore sistematico nei loro confronti attraverso deportazioni, lager, bombardamenti a tappeto, armi di sterminio di massa diviene parte integrante e addirittura preponderante della strategia bellica. Se le atomiche su Hiroshima e Nagasaki causarono (senza contare i successivi) 240.000 morti, per parte sua il bombardamento di Dresda, a Germania ormai sconfitta, rase completamente al suolo la città e ne provocò 70.000. Nella sola Europa tra il '39 e il '45, senza contare gli ebrei e i lavoratori non tedeschi in Germania, si calcola che i deportati ammontassero a circa 40 milioni, cui si sommarono, in seguito, 13 milioni di tedeschi (52). La guerra del Kossovo non ha certo inventato nulla! Con tutto ciò, la generazione dei baby boomers è stata educata all'idea hollywoodiana di una guerra dei buoni contro i cattivi che, come nell'ultimo film di Benigni, parlano una lingua ostica e gutturale.

9 - La spartizione del mondo fra le superpotenze
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Dal punto di vista dei rapporti interimperialistici, il risultato più rilevante del conflitto fu in realtà la vittoria di quelle che vennero definite le due superpotenze, USA ed URSS. Ma mentre la prima era davvero una potenza globale mondiale, sostenuta da un'economia e da una finanza leader nel mondo, la seconda aveva per lo più una dimensione continentale e scontava un'arretratezza economica che agli occhi del popolino della sinistra sarebbe divenuta chiara solo molto più tardi. In ogni caso i grandi sconfitti del conflitto furono il Giappone in Asia e, nel vecchio continente, non solo una Germania rimpicciolita e divisa in due ma l'Europa tutta, ormai sostanzialmente occupata militarmente al di qua e al di là della «cortina di ferro» che finì per dividere lo schieramento occidentale da quello orientale. Per questo, una lettura del dopo '45 secondo la categoria della «guerra fredda», la quale presuppone due schieramenti idealmente e socialmente antitetici, appare insoddisfacente. Se la rivalità russo-americana per il predominio in Europa fu per molti anni un dato innegabile della geopolitica (temperata tuttavia dal reciproco interesse al mantenimento del predominio nelle rispettive sfere d'influenza) molto meno convincente fu l'adesione degli stati europei alla NATO da una parte, al Patto di Varsavia dall'altra. In entrambi i casi questa adesione comportò l'allineamento alle decisioni volute dai «grandi» a Yalta e una notevole restrizione della sovranità nazionale (53).

10 - Il sistema di Bretton Woods e il «Piano Marshall»
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Il 22 luglio 1944, tre giorni prima dell'offensiva finale del generale Patton contro le truppe tedesche, gli accordi di Bretton Woods segnavano, come notò Keynes, negoziatore per l'Inghilterra, la fine ufficiale del predominio finanziario inglese e l'inizio dell'era del dollaro. Ancora prima che le conferenze di Yalta e Postdam, dell'anno successivo, sancissero la spartizione geopolitica del mondo, la «pace finanziaria» fra il grande del passato, l'ormai sconfitto capitale finanziario inglese, e quello americano, trionfatore del secolo, segnavano una nuova era: spettava al dollaro, ora, la palma di moneta internazionale degli scambi. Esso era il centro del sistema di cambi fissi che, dalla fine della guerra, gli Stati Uniti cercarono di erigere attorno alla loro moneta la quale - dopo un ulteriore fallito tentativo della sterlina e una serie di pesanti svalutazioni (fino al 30%) delle monete europee - rimase fino al 1958 l'unica convertibile in oro (54).

In ogni modo, il «blocco» occidentale poté godere i frutti del cospicuo programma di finanziamenti provenienti dagli Stati Uniti meglio noto come «piano Marshall», che contribuì a risollevare le economie europee prostrate a beneficio del capitale accumulato dall'America - che oltretutto non aveva subito distruzioni - nel corso della guerra.

Per gli Stati Uniti, che alla fine della guerra rappresentavano ormai metà della produzione industriale mondiale, l'»European recovery program» (ERP) rappresentava, da un lato il coronamento del prodominio mondiale, dall'altro una necessità; necessità perché la fine della guerra aveva innescato una brusca frenata recessiva dell'economia americana, che era stata il massimo motore del conflitto; inoltre le bilance dei pagamenti dei paesi europei erano talmente deficitarie (8 miliardi di dollari, di cui 3,75 dovuti dalla sola Inghilterra) rispetto a quella americana che non si poteva nemmeno pensare, nelle condizioni date, ad una normale ripresa delle relazioni economiche mondiali, a cui si opponevano tra l'altro le pesanti tariffe doganali ereditate dalla feroce lotta commerciale che aveva seguito dappresso la grande crisi del '29 e preceduto la guerra. Il piano di aiuti a fondo perduto annunciato il 5 giugno 1947 dal segretario di Stato americano George Marshall comportò, entro il 1951, l'esborso di 13,5 miliardi di dollari, dopo gli 11 di interventi di emergenza varati entro il 1948 (55). Grazie ad esso ed alla riduzione delle tariffe doganali innescata dal «General Agreement on Tariffs and Trade» (GATT) il sistema circolatorio del capitale mondiale poté ripartire.

11 - Il marxismo rivoluzionario e i «trenta gloriosi»
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I tre decenni successivi, definiti «i trenta gloriosi» da Jean Fourastié (56), furono per il capitale mondiale di straordinario sviluppo. Tra il 1950 e il 1973, nei dodici paesi dell'»Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo» (OCSE, creata nel 1961), il tasso di crescita (vedi TAVOLA I) fu mediamente del 4,9% annuo contro il 2,9% del 1900-1913 e il 2% del periodo 1913-1945, portando il tasso di disoccupazione al 3,5% complessivo. Il volume del commercio mondiale raggiunse nel 1973 il 500% di quello precedente il «venerdì nero» che aveva bruscamente interrotto gli «anni ruggenti» (57). La produzione di manufatti del 1970 era dieci volte più alta che nel 1950! (58).

TAVOLA I - Produzione Industriale USA - 1985=100 (fonte suppl. a «Il programma comunista» 2/97)
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Tavola 1 - Produzione Industriale USA - 1985=100

Certo, ad un'analisi dettagliata, il periodo si dimostra non indenne da fasi di rallentamento o anche di recessione, però blande e di breve durata. Nel complesso, senza ombra di dubbio, la capacità di ripresa del capitalismo dopo la serie «grande depressione», I GM, '29, II GM, stupì persino i suoi apologeti (59), ormai tutti convertiti alle dottrine keynesiane di incentivazione del deficit di bilancio e pronti a giurare che il welfare state (che come abbiamo detto arrivò a compiuta realizzazione solo nel secondo dopoguerra) fosse una componente essenziale dello sviluppo e della stabilità del sistema.

TAVOLA II - Capitale fisso per addetto in Francia (P. Villa)
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Tavola 2 - Capitale fisso per addetto in Francia

Era chiaro che una tale vitalità del capitalismo, alimentata da uno straordinario aumento della produttività e del capitale costante rispetto al variabile (Tavola II), mentre smentiva ancora una volta l'ottimismo con cui i rivoluzionari degli anni '20 avevano pensato di trovarsi nella fase terminale della vita del regime borghese, poneva non indifferenti problemi di interpretazione. Avevano dunque ragione i corifei del capitale nel sostenere che esso era il «migliore dei mondi possibili»? Tanto più che esso assicurò anche un miglioramento generale delle condizioni della classe operaia che non aveva precedenti storici (60) (Tavola III).

TAVOLA III - Evoluzione di salari USA in dollari costanti del 1982 (fonte: E.N. Luttwak, 1998)
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Tavola 3 - Evoluzione di salari USA in dollari costanti del 1982

Infatti, la visione rivoluzionaria rimaneva confinata in ambienti ristretti, affidata a gruppi di sopravvissuti del periodo glorioso della III Internazionale, i quali, dopo essersi augurati ed avere anche creduto, ancora una volta, che la fine del conflitto mondiale avrebbe potuto innescare un processo rivoluzionario simile a quello che aveva seguito «la grande guerra», si trovarono ad interrogarsi sulla capacità del marxismo di interpretare i fenomeni sociali della nuova fase capitalistica. Via via che si procedeva nel dopoguerra, diveniva evidente che le interpretazioni semplicistiche del «crollo» del capitalismo avevano fatto il loro tempo: era ad es. sempre più arduo sostenere, come la Luxemburg (61), che il capitalismo poteva sopravvivere solo a patto di espandersi verso l'esterno, distruggendo le economie precapitalistiche.

È vero che malgrado la «decolonizzazione» molte aree del mondo erano ancora ben lontane dalla produzione industriale moderna, ma era d'altra parte vero che il mercato capitalistico si era complessivamente espanso molto di più in profondità, all'interno del ristretto numero di paesi metropolitani, creando una serie di nuovi bisogni, di nuovi consumi, di nuovi stili di vita: i 40 milioni di automobili del 1948 erano divenuti nel 1971, a livello mondiale, 250. Nel 1946 iniziava l'era della televisione (il primo modello risale al 1933), quella della plastica nel 1957. Degli anni '40 sono anche le prime lavatrici. Intanto i progressi nel campo medico (la penicillina è del 1928) portavano ad un considerevole aumento della vita media (17 anni tra il 1930 e il 1969 (62)), cui si sommavano gli effetti del cosiddetto baby boom. In relazione a questa crescita della «società dei consumi», gli adolescenti una componente stabile del mercato, un target, e i giovani in generale un elemento essenziale dell'»opinione pubblica»opinione. Intanto anche l'istruzione si «massificava», e nuovi stili di vita, testimoniati dall'enorme consumo della nuova musica urbana di massa, si diffondevano.

TAVOLA IV - Addetti ai servizi sul totale della populazione attiva giapponese 1960-90 (OCDE 1994)
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Tavola 4 - Addetti ai servizi sul totale della populazione attiva giapponese 1960-90

La stessa struttura della popolazione attiva si era modificata radicalmente: ora nei grandi paesi industriali gli addetti all'agricoltura erano scesi ovunque sotto il 10% del totale (63), controbilanciati, dapprima da un aumento degli addetti nell'industria, ma successivamente da uno straordinario incremento del settore dei servizi (Tavola IV). Ora le donne assumevano un ruolo mai visto prima nella vita economica (tra il 1940 e il 1980 le lavoratrici americane passarono dal 14 al più del 50% della popolazione femminile, a fine millennio siamo ormai giunti al 71% (64)).

Complessivamente, il secondo dopoguerra vide la potente affermazione di quella fase della produzione capitalistica che è stata chiamata «taylorismo» o «fordismo». In senso stretto, si trattò dell'analisi minuziosa e scientifica del processo di produzione industriale, reso possibile dalla meccanizzazione, concretizzatosi nella grande fabbrica e nel sistema della «catena di montaggio». In senso più ampio, tale sistema comportava tutta un'organizzazione della vita sociale che fosse funzionale al modo di produzione così congegnato. I grandi vantaggi della fabbrica fordista, per essere mantenuti, richiedevano grandi concentrazioni residenziali di braccia disponibili, servizi quali trasporti, asili e mense che risolvessero alcune delle incombenze sociali e famigliari delle maestranze, sincronizzazione dei tempi sociali a quelli dell'utilizzo degli impianti. La rigidità dei giganteschi impianti industriali quanto all'utilizzo della forza lavoro, che doveva essere mantenuta costantemente al di sopra di un certo livello minimo, richiedeva l'impianto di una macchina di assistenza sociale riguardante la mallatìa e l'infortunio nonché eventualmente la temporanea mancanza di lavoro (si pensi ai sussidi di disoccupazione o, in Italia, all'istituto della «Cassa integrazione guadagni»).

Tali trasformazioni, mentre confermavano - come dal marxismo predetto - l'estendersi della condizione di lavoratori salariati a strati sempre più ampi della popolazione, liquidavano storicamente le interpretazioni volgari del marxismo, spesso assunte per buone proprio dai suoi avversari per poterle smentire. Innanzitutto quella per cui nel suo corso il regime del capitale avrebbe accresciuto in assoluto la miseria delle classi lavoratrici. In realtà Marx, nel formulare la sua «legge della miseria crescente» aveva inteso dimostrare che, pur storicamente aumentando in termini assoluti, il consumo, la quota di ricchezza spettante al proletariato decresceva a paragone della ricchezza generale prodotta. Miseria relativa dunque, e non assoluta, da non raffrontare all'andamento dei profitti, il quale tende a sua volta a diminuire in percentuale del capitale complessivo, ma appunto ai valori complessivamente prodotti.

«Laddove la produzione fiorisce - scrivevano i comunisti rivoluzionari della sinistra fin dal 1951 -, per gli operai occupati tutta la gamma delle misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in un certo senso analoga a quella dell'artigiano e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualcosa da rischiare, e questo (fenomeno d'altra parte già visto da Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta» (65).

La crescita esponenziale del settore dei servizi, d'altronde, anche se questo divenne chiaro a tutti solo dopo la recessione del '73-'75, quando la percentuale di occupati nell'industria sul totale cominciò inesorabilmente a calare, metteva in crisi un'altra idea volgare, l'identificazione della «tuta blu» con il proletariato e la classe operaia, alla base di tanto operaismo. Diveniva inevitabile riconoscere che non solo ormai nelle ferrovie e nelle poste, ma negli ospedali, nelle scuole, nei supermercati, negli asili, crescevano categorie di lavoratori che, anche quando non direttamente produttive, concorrevano però alla valorizzazione del capitale ed erano remunerate sulla base della stessa legge del salario che presiedeva al calcolo del valore della forza lavoro produttiva. Esse appartenevano dunque a tutti gli effetti alla classe operaia, cosa che fu dimostrata puntualmente, tra gli anni '60 e '70, dal loro ingresso nel campo delle lotte sindacali, quivi talvolta più aspre di quelle negli impianti industriali, dove la maggiore tradizione sindacale consentiva un più stretto controllo della conflittualità da parte dei sindacati tradizionali, addomesticati dal regime o addirittura sempre più, secondo il modello fascista, integrati all'apparato statale ovvero, secondo quello socialdemocratico, inseriti in un sistema di «cogestione» dell'azienda.

Anche la visione di un capitalismo destinato a morire in seguito al «cronicizzarsi» delle sue tendenze alla crisi (66), o quella di «crollo» assoluto del capitalismo originata dalla caduta del saggio di profitto spinta fino all'impossibilità di assicurare la valorizzazione del capitale accresciuto (così come, ad es., l'aveva formulata Grossmann (67) alla vigilia del «venerdì nero»), erano ovviamente messe in discussione. L'unica possibilità teorica di mantenerle in piedi consisteva nel ritenere che il capitalismo fosse stato in grado di conoscere un nuovo periodo dorato soltanto a causa delle due guerre mondiali ravvicinate: le distruzioni belliche avrebbero secondo tale ipotesi temporaneamente allontanato il fatale declino «cronico» o il «crollo repentino» del capitalismo. Ma inevitabilmente, esauriti gli effetti delle guerre, il problema si sarebbe ripresentato. La discussione era comunque, in attesa di una nuova crisi capitalistica, destinata a continuare.

12 - Le «onde lunghe» della produzione capitalistica
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Nel corso del dibattito degli anni '20 all'interno dell'I. C., un economista sovietico, Kondrat'ev, caduto poi in disgrazia nel periodo staliniano, aveva approfondito lo studio storico dei cicli, arrivando a confermare l'esistenza di lunghi cicli (ovvero «onde») dell'economia mondiale capitalistica (68), della durata di 50-60 anni. Più che su elementi teorici, la ricerca di Kondrat'ev si basava su elementi empirici e, malvista in Russia dove cozzava con l'idea di un capitalismo in stato comatoso senza ritorno, fu invece ripresa in seguito da economisti borghesi quali Shumpeter (69) alla fine degli anni '30. Fra i critici della teoria dei «cicli» va segnalata la presenza di Trotzky.

«Un «ciclo» - egli aveva osservato - significa fluttuazioni entro il quadro di un sistema essenzialmente immutato, mentre nel caso che stiamo considerando ogni nuova onda di mutamento tecnico si risolve in uno spostamento del sistema economico verso un nuovo stadio, qualitativamente differente, di organizzazione e di tecnica, che comporta un certo numero di mutamenti socio-economici. Le onde del progresso tecnico - che come si è visto, Trotzky stesso aveva segnalato al III e IV congresso del Comintern - si devono quindi interpretare non come cicli, ma come fasi del processo storico reversibile di sviluppo delle forze produttive che procede a sbalzi ed è accompagnato da crisi» (70).

Comunque sia, l'idea che - al di là dei più brevi alti e bassi della congiuntura - la produzione capitalistica attraversasse lunghi periodi di ascesa conclusi da più o meno lunghi e profondi periodi di depressione forniva alle poche avanguardie rivoluzionarie rimaste a continuare la riflessione teorica che era stata del Comintern non stalinizzato uno strumento dai molti vantaggi: intanto, permetteva - senza per questo passare dalla parte di quanti scommettevano sull'eternità del capitalismo - di superare le secche cui aveva portato continuare a sostenere, contro ogni evidenza, che la rivoluzione russa avesse aperto la crisi finale del capitalismo. In mancanza di strumenti migliori, l'esistenza dei «cicli» forniva inoltre una base di previsione della durata della nuova fase espansiva del capitale che si andava sempre più decisamente delineando, nonché alla convinzione che le contraddizioni capitalistiche avrebbero fatalmente portato, a termine, ad un'ulteriore fase di «crisi storica» capitalistica.

Riprendendo e rielaborando, talvolta fino a ribaltarne i risultati, i lavori degli economisti sovietici Kuscinsky e Varga, i comunisti italiani di sinistra, fin dalla fine degli anni '20 estromessi dal PCI, diedero dei «lunghi cicli» dell'economia borghese un'interpretazione che sembra tener conto (fossero conosciute o meno) delle obiezioni di Trotzky. Senza avanzare cioè una «teoria» dei cicli, ma piuttosto basandosi su di una «formula, empirica () al massimo grado», si calcolava possibile un'inversione critica del ciclo espansivo capitalistico intorno alla metà degli anni '70 (71). Sulla base delle esperienze della fine del XIX secolo e della prima metà del XX, che avevano assistito al succedersi di lunghe depressioni seguite in modo più o meno ravvicinato da devastanti guerre mondiali, era logico dedurre che
«
una terza guerra mondiale verrebbe dopo passata una grande crisi di interguerra della portata di quella del 1929-32» (72).
L'intervallo tra la crisi e la guerra avrebbe misurato la capacità della classe operaia internazionale di assumere l'iniziativa rivoluzionaria.

È importante sottolineare che si trattava di una posizione controcorrente. Da una parte essa andava contro la propaganda borghese e la sua pretesa di averla una volta per tutte finita con le contraddizioni del capitale, dall'altra prendeva di petto l'illusione - amplificata a dismisura dalla propaganda dei «socialismi» reali, ma ripresa da molte minoranze sedicentemente rivoluzionarie, fossero esse trotzkyste, «marxiste-leniniste» o «terzomondiste» - che malgrado tutto la «crisi» capitalistica fosse in atto, contrassegnata dall'incessante avanzare del socialismo «nazionale» in questo o quel paese. Essa prendeva dunque atto del perdurare del capitalismo, spiegava con esso le palesi deficienze della lotta proletaria internazionale, l'incapacità della classe di sottrarsi all'influenza dell'opportunismo stalinista; aveva anzi il coraggio di affermare, contro ogni «attivismo» e illusione di successo a breve scadenza, che il comunismo rivoluzionario sarebbe stato ancora a lungo condannato ad una situazione di sostanziale isolamento; pronosticava però in pari tempo l'inevitabilità della futura crisi capitalistica sforzandosi di inquadrarla temporalmente.

13 - I movimenti sociali, ovvero la maturazione della società fordista
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Malgrado la straordinaria floridezza economica di quelli che Hobsbawm ha chiamato «gli anni d'oro» le contraddizioni sociali del capitalismo erano affievolite, ma non spente. Mentre nei ghetti americani si sviluppava un movimento della minoranza nera, i grandi cambiamenti sociali innescati dallo stesso sviluppo esplodevano verso la fine degli anni '60 in movimenti peculiari: gli studenti e i giovani americani dettero il segnale di partenza ad un movimento internazionale che sintetizzava una serie di spinte sociali e culturali: l'opposizione alla guerra del Vietnam, una critica dei valori tradizionali della società e della cultura occidentale (l'american way of life), la rivendicazione dell'estensione e dell'allungamento del diritto all'istruzione, della parità fra le razze ed i sessi, una reazione contro la dequalificazione del titoli di studio e del lavoro intellettuale, una vaga simpatia per le rivoluzioni antimperialiste.

Nell'insieme queste rivendicazioni e questi movimenti, anche quando facevano uso delle armi o di una fraseologia presa a prestito dalla tradizione del movimento operaio, rimanevano sul terreno di una radicalizzazione democratica compatibile ed anzi funzionale ad una società capitalistica matura, con i suoi bisogni di estendere l'istruzione, di sfruttare liberamente la forza lavoro indipendentemente dalla razza e dal sesso, in un quadro dunque di eguaglianza giuridica. Ed in effetti il movimento, anche se non ha fatto, come pretendeva di voler fare, la «rivoluzione», ha indubbiamente soddisfatto una parte dei propri presupposti: allargamento dell'istruzione, accesso delle classi medie istruite ad alcuni ruoli nel campo dell'istruzione, della politica, del giornalismo, eliminazione dei residui di legislazioni antirazziste, riforma del codice di famiglia, liberalizzazione dei costumi sessuali, diritto al divorzio e all'aborto, miglioramento generale della situazione della donna. Entro questi limiti, l'accusa che oggi viene rivolta ai leaders di quei movimenti di aver rinnegato il proprio passato per inserirsi nelle leve di comando del sistema, pur suggestiva, non coglie nel segno, proprio perché fin dagli inizi, al di là di ciò che i suoi protagonisti pensavano di se stessi, il movimento era di carattere borghese, o meglio piccolo borghese.

In un'altra circostanza storica, il malcontento delle classi medie del capitalismo maturo (ben diverse da quelle delle economie arretrate, proprietarie - come il contadino e l'artigiano - dei propri mezzi di produzione), avrebbe potuto in parte assecondare un movimento sociale generale della classe operaia. Infatti, per alcuni aspetti, quali la prestazione di lavoro dipendente, la percezione di un salario, la latente proletarizzazione, ecc., gli strati intermedi della società capitalistica matura non solo «copiano» le forme di lotta della classe rivoluzionaria, ma potrebbero, soprattutto ai livelli più bassi, condividerne alcune rivendicazioni. Per converso gli strati più elevati delle classi medie, o quelli direttamente connessi a forme parassitarie di reddito (proprietà di immobili, titoli, ecc.) rappresentano un notevole potenziale controrivoluzionario. Oscillando tra questi due estremi, la lotta delle odierne classi medie finisce inevitabilmente per orientarsi verso la classe più forte e più solida del momento storico in corso. I limiti mostrati fra gli anni '60 e '70 dal movimento della classe operaia comportarono perciò il finale riassorbimento di quello che fu chiamato «il sessantotto».

Quale fu dunque la natura del movimento operaio di quegli anni? A cavallo tra gli anni '60 e '70, un notevole risveglio della lotta operaia, benché di carattere prevalentemente tradunionista e senza mai sfuggire sostanzialmente dal controllo delle organizzazioni sindacali integrate allo stato e da quello dei partiti operai tradizionali, rappresentò un fenomeno storicamente importante, che interessò larga parte dell'Europa. Secondo lo studioso inglese R. Lumley, ad esempio, lo sciopero generale del maggio '68 in Francia fu la prima mobilitazione operaia della storia quanto a numero di ore di lavoro, mentre l «autunno caldo» del '69 italiano ne fu la terza, dopo lo sciopero generale del 1926 in Gran Bretagna (73). La lotta della classe operaia occidentale di quegli anni, mentre smentiva l'illusione che il capitalismo potesse assicurare una perenne pace sociale, e suona conferma dell'ineluttabilità futura dello scontro lavoro salariato-capitale, permetteva al proletariato di accedere per proprio conto ad una parte del progresso sociale e della ricchezza generale, completando diciamo così «dal basso» i fattori costituitivi della società «fordista» e consolidando quella condizione di vita ormai considerata tipica del proletariato occidentale che per molti anni è parsa irrinunciabile, e che comunque ancora oggi appare l'unica degna, fatta di garanzia del posto di lavoro, leggi di tutela dei diritti sindacali, salari relativamente elevati, assistenza medica e ferie pagate, turni lavorativi di 8 ore al giorno e così via.

L'asprezza dello scontro con le vecchie forme del potere e della cultura borghese da un lato, e col padronato dall'altro, permisero qui o là un recupero o il mantenimento minoritario di un legame con le esperienze rivoluzionarie passate del movimento operaio, però nella sostanza i movimenti sociali degli anni '60 e '70 finirono per favorire il ricambio delle dirigenze politiche e sindacali, una maggiore capacità del sistema di gestire «democraticamente» il potere, una modernizzazione della società borghese tale da renderla definitivamente matura. Se un verde come Rutelli può gestire lo scempio del Giubileo e se i radicali propongono un referendum contro lo Statuto dei lavoratori, se Blair propone di farla finita col sussidio di disoccupazione e un Presidente americano pizzicato a fumar sigari con una stagista mantiene il suo scranno, non abbiamo forse la «fantasia al potere»?

È vero però altresì che scavalcando le opportunistiche dirigenze sindacali e politiche tradizionali, i lavoratori dettero vita a specifiche forme organizzative, quali i consigli di fabbrica, che, per essere l'espressione storicamente a noi più vicina della capacità di autorganizzazione operaia, meritano di essere studiate, se non altro perché vi si sono mostrate quelle carenze che la rottura del filo della tradizione di classe originata dallo stalinismo comporterà a maggior ragione - vista l'ulteriore acqua passata sotto i ponti - nel movimento futuro. Non a caso infatti esse ebbero marcato carattere spontaneista e operaista, confondendo spesso la lotta ai partiti e sindacati opportunisti con la lotta a partiti e sindacati tout court, in questo riprendendo in un contesto di assenza dell'organizzazione politica rivoouzionaria di classe le vecchie suggestioni dell'anarco-sindacalismo di inizio secolo e del consiglismo degli anni '20.

Un'altra lezione interessante di quel periodo è la capacità di recupero allora mostrata dai sindacati ufficiali, che proprio grazie ai movimenti che in quegli anni li misero in discussione, seppero rigenerare le proprie burocratizzate strutture e rinnovare le proprie bonzesche dirigenze. Anche se questo aspetto - stante l'attuale svuotamento della vita sindacale - potrebbe in futuro non avere la medesima rilevanza, alcuni segnali (ad es. la lotta dell'UPS, di cui parleremo oltre, o quella dei ferrovieri in Francia nel 1995) non permettono di escluderlo.

Certo è che il radicalismo politico sorto alla fine degli anni '60 rimase sempre un fenomeno minoritario; esso non fu tuttavia marginale, e una quota non indifferente dei proletari e dei giovani era allora solidamente convinta di trovarsi alla vigilia di una rivoluzione collettivista. Non ultima ragione di tale illusione fu l'impatto psicologico e culturale dei movimenti di liberazione nazionale sulla storia del XX secolo.

14 - Decolonizzazione e «antimperialismo»
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L'idea che al di là di apparenti o temporanei successi il regime capitalistico mondiale fosse in realtà in una situazione critica, una «tigre di carta», non derivava in effetti soltanto da una sterile ripetizione delle posizioni di Lenin nei primi anni '20, ma anche dall'incomprensione del reale decorso della rivoluzione russa, vale a dire dell'impossibilità, per un arretrato paese come la Russia, di accedere isolatamente al socialismo, al di fuori di un processo rivoluzionario internazionale, abortito all'incirca dal '27.

Si è già detto di come la sottomissione dei partiti comunisti allo stalinismo avesse portato il movimento operaio occidentale al disastro. Non meno perniciosi furono gli effetti di esso sui movimenti nazionali ed antimperialisti che, soprattutto nel II dopoguerra, diedero vita ad uno dei fenomeni sicuramente più importanti del secolo, la «decolonizzazione».

Nella visione di Lenin e del II Congresso dell'Internazionale Comunista, i movimenti nazionalisti-rivoluzionari delle colonie e semicolonie sarebbero stati i naturali alleati del proletariato occidentale nella lotta contro l'imperialismo mondiale. La classe operaia, in quanto punta più avanzata di questa lotta, poneva anzi la propria candidatura alla sua guida: nei paesi avanzati lottando per il potere proletario e contro la politica imperialistica della propria borghesia, in quelli arretrati combattendo assieme ai rivoluzionari borghesi contro il dispotismo precapitalistico e il colonialismo, per la rivoluzione democratica e, ove possibile, per quella operaia e contadina. Unendo i propri sforzi a quelli dei paesi avanzati in marcia verso il socialismo, anche quelli arretrati avrebbero così potuto sperare in un rapido superamento della fase capitalistica.

Condizione di questa audace visione strategica era, da un lato che ai movimenti democratici e antimperialisti dei paesi arretrati non venisse concessa una patente comunista che era appannaggio della classe operaia, dall'altra che la minoranza proletaria di questi paesi mantenesse - come era stato in Russia, come purtroppo non era stato in Cina - la propria totale indipendenza, pronta a rivolgere le armi contro i rivoluzionari borghesi non appena raggiunti gli obiettivi comuni.

Al contrario, i movimenti antimperialisti che - dalla Cina a Cuba, dall'Indonesia al Vietnam al Medio Oriente, all'Africa - hanno segnato la storia di questo secondo dopoguerra, mentre proprio dall'influenza dello stalinismo venivano deprivati della possibilità di un corso radicale à la Lenin, ovvero alla proletaria, ornavano processi rivoluzionari democratico-borghesi moderati con iconografie e miti «socialisti» sui generis, aggiungendoli al colossale qui pro quo del socialismo sovietico.

Ciò malgrado questi movimenti costituiscono il fenomeno forse più rivoluzionario del XX secolo: essi hanno dischiuso infatti ad aree fino allora immobili il cammino, non già verso il comunismo, bensì verso la società capitalistica e la moderna lotta di classe. Forse non è così blasfemo allora che gli eroi di queste rivoluzioni borghesi, i Robespierre, i Napoleone e i Garibaldi di questo secolo, ovvero i Mao. i Che e gli Ho ci Min, abbiano trovato la loro degna consacrazione epica (assieme a James Dean, a Marylin Monroe o a Marlon Brando) nelle opere provocatorie di Andy Warhol e… sulle T-shirt o sulle lattine di coca (cola) dei ragazzi di tutto il mondo.

15 - Il punto di svolta
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Il 15 agosto 1971 il Presidente americano Nixon informava il Fondo Monetario Internazionale, creato a guida americana a latere degli accordi di Bretton Woods, della fine della convertibilità in oro del dollaro. Non è eccessivo affermare che si trattò di una decisione epocale. Si chiude con essa infatti forse per sempre una fase della storia del denaro iniziata molti secoli fa, quando esso nacque come merce (oro, argento, ecc.), dotata di valore intrinseco, accanto alle altre merci. Se il capitale avesse dovuto procedere a suon di dobloni sonanti, se per mobilizzare l'immensa quantità di merci prodotte avesse dovuto immobilizzare un corrispondente valore in oro, la zecca e l'industria dei forzieri sarebbero i settori trainanti dell'economia e impiegherebbero più occupati dell'industria automobilistica, e i costi per il sistema sarebbero stati intollerabili. Per svilupparsi, per liberare la vulcanica produzione delle merci e il mercato in cui si scambiano dai ceppi di una moneta «forte» (costosa, farraginosa nonché mai sufficientemente elastica e calibrata secondo le necessità del ciclo), il capitalismo ha proceduto invariabilmente, con alti bassi ma invariabilmente, verso la «smaterializzazione» del denaro.

A questo fine, ha sviluppato la più potente di tutte le sue armi di compensazione delle permanenti sproporzioni esistenti sul mercato: il credito, grazie a cui, come per miracolo, domanda e offerta possono invariabilmente incontrarsi, rimanere in apparente equilibrio (ti manca denaro, il tuo lavoro non ha ancora prodotto la ricchezza che vuoi consumare? Compra a credito!). Grazie al credito è possibile alla palude del mercato assorbire il vulcano della produzione; grazie al credito lo Stato, le banche, le industrie amiche non falliscono mai; grazie ad esso la sovrapproduzione di merci da una parte e di capitali dall'altra si elidono reciprocamente. Almeno finché …c'è credito.

Il bello del credito è infatti che esso non costa nulla nell'immediato; a scadenza però obbliga a pagare un interesse; perciò il suo lato brutto è che quando l'interesse corrisposto non compensa il rischio di perdere il capitale o quando non si può più pagare nemmeno l'interesse, il credito sparisce. Ecco allora che si scopre che ci sono troppe merci da un parte, troppi capitali dall'altra… È la storia della «grande depressione» di fine '800 come di quella del '29: ad un certo punto la bolla del credito, che si autoalimenta, scoppia, e il re è nudo.

Ebbene, chi ha un conto in banca sa che il luogo sacro del credito è quello in cui, contemporaneamente, si porta e si prende il denaro. Anche i bimbi sanno che se l'assegno con cui paghiamo la Tv o la lavatrice fosse un foglietto di carta invece di essere emesso da una banca, non varrebbe nulla. Se io porto in banca 1000 lire la banca me le scrive su di un libretto e a fine anno sul libretto sarà scritto che possiedo 1100 lire. Intanto le mie mille lire sono state prestate ad un altro e sono diventate 2.000 senza che alcuna merce reale sia stata prodotta. Se si tratta della Banca d'Italia, può moltiplicarle molto di più stampandole. Finché gode di credito può farlo. Gli Stati Uniti, in virtù degli accordi di Bretton Woods, godevano di credito in tutto il mondo. Che cosa ne hanno fatto? Quello che qualsiasi banchiere avrebbe fatto al posto loro. Approfittare del credito per moltiplicare all'infinito le 1000 lire. Stamparono cioè molti più dollari di quanti potessero essere ritrasformati in oro sulla base delle riserve depositate a Fort Knox.

Alla fine degli anni '60, annunciati da una serie di turbolenze monetarie (nel 1967 ci fu una memorabile svalutazione della sterlina), i nodi vennero al pettine: per quanto grande fosse il credito goduto dagli USA, il loro peso nell'economia e nel commercio mondiali non era più quello di prima. Mentre il primo era ormai passato da poco meno di metà a poco più di un quarto, le esportazioni statunitensi di manufatti sul totale mondiale erano scese dal 34 del 1960 al 19% del 1970, laddove le esportazioni CEE valevano ormai tre volte quelle USA (74). Le loro riserve auree si andavano rapidamente esaurendo. I pezzi di carta senza valore intrinseco con cui avevano inondato il mondo, finanziato l'economia europea e giapponese, la guerra di Corea e del Vietnam e un crescente deficit della loro bilancia dei pagamenti, finirono per ripercuotersi sulla bilancia commerciale, facendo dell'economia americana un'economia parzialmente da rentier che consuma molto di più di quello che produce. Come? Pagando con carta straccia da loro garantita le merci acquistate. Era chiaro che un simile sistema non poteva funzionare all'infinito.

«Il cambiamento avvenne negli anni cruciali 1968-73. Fu in quegli anni che i depositi nel cosiddetto mercato dell'eurodollaro o dell'eurovaluta registrarono un improvviso balzo verso l'alto seguito da venti anni di crescita esplosiva. E fu nel corso di quegli stessi sei anni che il sistema delle parità fisse tra le principali monete nazionali e il dollaro americano e tra il dollaro americano e l'oro (…) fu abbandonato in favore del sistema di cambi flessibili o fluttuanti (…). Da un lato, l'accumulazione di una massa crescente di liquidità mondiale in depositi che nessun governo controllava suscitò pressioni crescenti affinché i governi manovrassero i cambi delle rispettive monete e i saggi di interesse, in modo da attrarre o respingere la liquidità tenuta nei mercati offshore per contrastarne le carenze o gli eccessi nelle loro economie interne. Dall'altro lato, le continue variazioni dei cambi tra le principali