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LA DISCUSSIONE SUL «SOCIALISMO IN UN PAESE SOLO»
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Content:

La discussione sul «socialismo in un paese solo» al VII Esecutivo Allargato dell'Internazionale e le debolezze dell'Opposizione allo stalinismo
Premessa
I. Gli interventi e i protagonisti
II. Limiti e contraddizioni dell'Opposizione russa
a) Lenin inascoltato
b) «Costruzione» parziale del «socialismo»?
c) La «difesa» dell'URSS dal «pericolo di guerra»
d) Il mito dell'«unità» del partito
e) L'illusione della «manovra»
f) Un'opposizione divisa
g) Debolezza dei legami internazionali dell'«Opposizione russa»
III. La sconfitta delle opposizioni di sinistra nei partiti nazionali
IV. Conclusione
Notes
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La discussione sul «socialismo in un paese solo» al VII Esecutivo Allargato dell'Internazionale e le debolezze dell'Opposizione allo stalinismo

Premessa
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Pubblichiamo in questo bollettino il proseguimento dello studio «Alle origini della controrivoluzione» apparso sul numero del luglio 1998 di «Partito Comunista Internazionale». Vi aggiungiamo in «Appendice» tre testi inediti in italiano: il primo riassume in modo sintetico ma efficace le posizioni dell'«Opposizione Unificata» ai tempi del VII Esecutivo Allargato del Comintern del dicembre 1926, il secondo e il terzo appartengono rispettivamente all'opposizione francese e tedesca allo stalinismo nel corso del medesimo anno. Ciò sperando di contribuire ad una migliore conoscenza della battaglia di allora in seno all'I.C. e delle sue diverse componenti, e affinché il lavoro della corrente a cui ci richiamiamo, la «Sinistra italiana», sia collocato nella sua reale valenza storica, ben più problematica ma anche assai più densa di insegnamenti di quella dipinta dell'agiografia «bordighista».

A proposito dei motivi che ci hanno portato a riprendere in mano la storia dell'Internazionale Comunista a partire dalla sua formazione - consci che il periodo controrivoluzionario aperto dalla vittoria di Stalin affonda le sue radici prime nella storia e nell'evoluzione sociale tanto russa quanto internazionale - scrivevamo nel presentare il citato bollettino del luglio 1998:
«
Abbiamo sentito il bisogno, prima di ogni altra cosa, di andare […] alle origini della controrivoluzione staliniana: di ripercorrere cioè in un breve excursus, dopo tanti anni (e quindi forse con maggior distacco rispetto ai compagni che ci hanno preceduti), le tappe salienti della sconfitta del primo dopoguerra, per ritrovare i motivi che l'hanno trasformata in una epocale disfatta, gli errori che occorrerà non ripetere. Di rammentare, cioè, le «lezioni delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni»».

Ne abbiamo nuovamente tratto la conclusione che il movimento comunista, malgrado il possesso della dottrina marxista, il che lo rende indubbiamente meno condizionato fattore di storia rispetto ai movimenti rivoluzionari del passato, rimane ciò non di meno prodotto della propria epoca, delle forme e delle illusioni di questa, tra cui quella di veder la nascita di una società nuova. Ma soprattutto, ne abbiamo reiterato la classica convinzione che non esistono né ricette o possibili garanzie di vittoria, né soluzioni facili ai problemi posti dalla storia, come purtroppo molti sinceri rivoluzionari ritengono. Troppi, in effetti, trascurano di porsi in tutta la sua complessità il problema strategico e tattico della rivoluzione futura. Gli è che in tutta buona fede immaginano di avere pronta in tasca una soluzione univoca e già data una volta per tutte, laddove al massimo esistono dei criteri senza il soddisfacimento dei quali lo storico movimento di classe non potrà vincere. Criteri che - come dimostrato dalle enormi difficoltà che i bolscevichi dovettero affrontare in Russia e dall'inevitabilmente imperfetto processo di formazione del Comintern - non esimono affatto dallo studiare le possibili e differenti soluzioni e le nuove forme politiche che il futuro riserva.

«Non c'è che dire - scriveva Lenin, malato, nel 1923 -, un manuale scritto alla maniera di Kautsky era molto utile ai suoi tempi. Ma ormai è venuto il momento di abbandonare una buona volta l'idea che questo manuale abbia previsto tutte le forme dell'ulteriore sviluppo della storia mondiale. Coloro che pensano in questo modo dovrebbero essere tempestivamente proclamati puri imbecilli» (1).

La presente indagine - sia chiaro, molto succinta e incompleta - riguarda, da un lato l'Opposizione Russa nelle sue diverse tendenze e nei suoi diversi momenti, dall'altro le variegate sinistre occidentali che all'interno del Comintern tentarono, con vie e posizioni diverse, ma in un contesto di generale sconfitta, di solidarizzare (non tutte) con la battaglia degli oppositori bolscevichi. Ne emerge a nostro avviso un quadro di generale debolezza, determinato dalla difficilissima situazione storica.

È utile anticipare a questo proposito che se è vero che le illusioni sulla natura almeno in parte «socialista» della società sovietica impedirono all'Opposizione russa - tanto quella del 1923 quanto poi quella «unificata» - di portare a fondo (e in tempo) la critica allo stalinismo (a cui era peraltro in certa misura legata da un passato comune di manovre e concessioni tattiche eccessive sul piano dei principi) è però anche vero che essa sola porta il merito di aver individuato nella teoria del «socialismo in un paese solo» lo spartiacque fra la posizione rivoluzionaria e quella del nuovo revisionismo staliniano (e qui è noto che l'«Opposizione di Leningrado» capeggiata da Zinoviev e Kamenev vi arrivò per prima tra l'indifferenza iniziale di Trotzky).

Le sinistre occidentali sono infatti debitrici, per questo aspetto della questione, alla battaglia degli oppositori russi, da cui trassero ispirazione per inquadrare i fenomeni degenerativi in corso in Unione Sovietica. E questa considerazione, lo sottolineiamo, riguarda anche la Sinistra comunista italiana, che pur, fin dai primi passi del Comintern, ne aveva con coerenza denunciati i limiti e messo in guardia gli stessi bolscevichi sui pericoli di opportunismo che vi allignavano, particolarmente in relazione ad un'inesatta sistemazione delle direttive tattiche. Solo nel secondo dopoguerra, grazie ad uno studio approfondito delle Lezioni delle Controrivoluzioni e della Struttura economico-sociale della Russia, essa potrà superare le insufficienze di comprensione della degenerazione sovietica presenti nelle analisi degli oppositori russi.

Come abbiamo scritto nella «Premessa» a «Alle origini della controrivoluzione»:
«
Nel ripercorrere a volo d'uccello gli avvenimenti che, a partire dalla formazione dei partiti comunisti e della Terza Internazionale, sfociarono alfine nella vittoria della controrivoluzione «stalinista», abbiamo rinunciato a priori a qualsiasi pretesa di completezza, limitandoci a rilevarne alcuni momenti e aspetti salienti. Ci siamo fatti guidare, non dalla volontà di «giudicare» il movimento operaio di quel periodo storico, ma piuttosto dall'esigenza di coglierlo nella tremenda complessità di quest'ultimo. Abbiamo insomma cercato di capire. Capire le condizioni che hanno dato inizio alla lunghissima fase controrivoluzionaria nella quale ci troviamo ancora pesantemente immersi. Non nell'illusione che si potesse evitare né in quella che nel futuro non vi saranno errori, bensì nella convinzione che l'esame dei limiti trascorsi è in sé fecondo di insegnamenti.

Una cosa, crediamo, emerge da questo esame: per comprendere il passato del movimento bisogna spogliarsi da ogni pregiudizio, da ogni sentimentalismo, da ogni superficialità. Avere il coraggio di guardarlo non nelle bandiere rosse sventolanti il giorno della vittoria, non nelle pose romantiche od eroiche, ma nemmeno puntando l'indice accusatore sugli «errori». Il passato non si esalta. Ma nemmeno si liquida con la sufficienza di chi si crede «oltre». Si studia. Non con la presunzione del professore che dà lezioni, ma con l'umiltà di chi sa che solo i fatti spingono innanzi il pensiero critico».

«Quello che è fatto non può essere non fatto»
(W. Shakespeare, Riccardo III, IV,4)

I. Gli interventi e i protagonisti
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Mosca, 8 dicembre 1926. Cremlino. Nella Sala di S. Andrea - che appena sette anni dopo, quasi a voler cancellare il luogo stesso dei primi passi del Comintern, verrà unita a quella adiacente per accogliere in seduta congiunta i rappresentanti dei Soviet e delle nazionalità dell'URSS - Zinoviev sale alla tribuna del VII Esecutivo Allargato dell'Internazionale Comunista (2). Non più rivestendo la prestigiosa carica di Presidente che era stata sua dalla fondazione dell'I.C. nel 1919 e che egli aveva usato in modo non sempre limpido, soprattutto a partire dal 1923, e in particolare dopo lo sfortunato «Ottobre» tedesco. Finito l'armistizio con la maggioranza ancora in vigore al precedente Plenum, si era visto obbligato, all'inizio dei lavori di quello di cui raccogliamo in questo volume gli interventi principali, a chiedere di essere esonerato dai suoi incarichi (alla XV Conferenza del Partito russo gli esponenti di vari partiti nazionali, imbeccati da Stalin, si erano pronunciati in tal senso (3)).

Lontani, ormai, i tempi in cui il fedele compagno di Lenin nell'emigrazione - il personaggio più eminente della «trojka» (lui, Kamenev e Stalin), che tirava in quel torno di tempo i fili del partito bolscevico - conduceva in prima persona la lotta contro il «trotzkysmo» emarginando, nei partiti «fratelli», le tendenze indocili. Ora egli avrebbe parlato come alleato di Trotzky, e non come suo avversario (4); nella veste, cioè, di esponente dell'«Opposizione Unificata» (5), la cui sfortunata lotta aveva segnato, a partire dall'aprile, le vicende del PCR (6). Eppure era stato proprio lui, Zinoviev, nel maggio 1924, davanti ai membri della «vecchia guardia» scossi dalla lettura del «testamento» (7) di Lenin che chiedeva la rimozione di Stalin dalla carica di segretario generale, ad assicurare che sul georgiano «Ilich» si era sbagliato (8); aveva contribuito così a salvare dalla rovina politica colui che egli e Kamenev, allora, consideravano tutt'al più come un mediocre apparatnik casualmente calato nei panni del comprimario.

L'oggetto della seduta (la diciannovesima) e dell'intervento di Zinoviev - non ne farà altri davanti all'Internazionale - è, per l'ultima volta alle assise del Comintern, la «questione russa», la discussione sulla quale, aperta il 7 dicembre da un lungo rapporto di Stalin, occupò complessivamente dieci sedute.

Era stato, quello di Stalin, uno dei discorsi più monotoni ed incolori che mai si fossero sino ad allora uditi durante i lavori dell'I.C. Con la sua retorica infarcita di ripetizioni e di tautologie egli aveva tortuosamente cercato di rendere accettabile, pur di fronte a delegati opportunamente selezionati pro domo sua, la teoria del «socialismo in un solo paese» (9), inventandosi di sana pianta una sua origine «leninista» (10); invenzione che Zinoviev - con l'ausilio, come nel suo stile un po' pedante, di una lunga serie di citazioni (11) - avrà buon gioco a dimostrare estranea non solo alla teoria marxista, non solo a tutta la tradizione bolscevica, ma persino allo stesso … Stalin di due anni prima!
«
Compagni, […] Dopo una matura riflessione, mi sono deciso ad intervenire».
Nel grade salone la voce tenorile di Zinoviev - il cui «straordinario, inesauribile, soggiogante potere»
(12) aveva tante volte acceso gli animi delle folle e dei congressi - eccheggia stavolta sopra un uditorio freddo ed ostile. Decidendo di parlare malgrado il parere contrario della delegazione russa (cfr. XVIII seduta dell'8 dicembre), Zinoviev si esponeva, e lo sapeva bene, all'accusa di frazionismo, che verrà puntualmente avanzata nei giorni successivi: il 16 ottobre precedente i capi dell'Opposizione russa si erano impegnati infatti davanti al PCR a «cessare ogni attività frazionistica».

Per aggirare l'ostacolo rappresentato dalla loro dichiarazione, Riese, membro in seno al Partito Comunista Tedesco (KPD) dell'opposizione detta «di Wedding» (un quartiere di Berlino), aveva presentato formalmente istanza affinché il Presidium chiedesse agli esponenti dell'Opposizione russa, ed in particolar modo a Zinoviev, di illustrare le proprie posizioni: l'acida risposta (si veda in particolare l'intervento di Ercoli alias Togliatti del 4 dicembre, seduta XV) fu che nessuna particolare richiesta era necessaria e opportuna dal momento che, se lo volevano, essi potevano prendere la parola come qualsiasi altro membro dell'Esecutivo.

Fu, quella di Riese, assieme a quella del comunista serbo Vujovic (che parlerà contro la tattica del fronte unico «dall'alto» ed il «comitato anglo russo»), l'unica voce dissonante in un coro in cui spiccarono, per servilismo e capziosità, gli alti peana delle nuove creature di Stalin, Tählmann per il KPD e Togliatti per il PCI (quest'ultimo, dedicò l'esordio del suo intervento del 10 dicembre sulla questione russa - a tessere le lodi della «posizione dirigente del Partito russo» nell'Internazionale, terminando, dopo una serie di inconsistenti variazioni sulle note intonate dal direttore d'orchestra (13), con l'accusa di deviazione «social-democratica» rivolta agli oppositori) (14). Con una serie stringente di citazioni di Marx, Engels, Lenin e Stalin, Zinoviev dimostra che
«
la teoria attuale dell'edificazione del socialismo in un solo paese non è sorta che alla fine dell'anno 1924 […]. È assolutamente necessario avere una prospettiva per l'edificazione del socialismo. Ma perché questa prospettiva deve essere nazionale e non internazionale? È questo il nodo della questione. Se il nostro proletariato si rende conto che la questione della rivoluzione è per esso una questione di vita o di morte, ciò è diverso dall'educarlo nella convinzione che edifica il socialismo indipendentemente dalla marcia della rivoluzione mondiale. La nostra prospettiva è, di conseguenza, la prospettiva della rivoluzione mondiale» (15).

Il giorno successivo toccherà a Trotzky prendere la parola sul tema passato alla storia più comunemente come questione del «socialismo in un paese solo». Anche l'ex comandante dell'Armata Rossa, nel salire alla tribuna, si trovava in una fausse position: pur interpellato in merito ai suoi dissensi con la direzione del PCR, al V Congresso dell'I.C. (giugno-luglio 1924) aveva deciso di non intervenire (16), col risultato che la risoluzione di condanna dell'«Opposizione» proposta dal Comitato Esecutivo era stata approvata all'unanimità. Ma certo non doveva essere quello l'unico rammarico retrospettivo di Trotzky in quel freddo dicembre moscovita 1926. Vi erano stati altri momenti di incertezza. Come quando, al XII Congresso del PCR (1923), pur essendo stato invitato da Lenin a fare blocco con lui contro Stalin in merito alla questione nazionale (17), aveva persino evitato, assente Lenin perché malato, di presenziare alla relativa discussione, accettando di mantenere di fronte al partito la facciata dell'unanimità e tacendo davanti alle critiche alla segreteria, all'«apparato», alla «burocratizzazione» (aveva anzi invitato i delegati alla disciplina). O come quando, dopo la morte di Lenin, prima del XIII Congresso, consentì ne rimanesse segreta la lettera in cui il defunto capo dei bolscevichi aveva suggerito l'allontanamento di Stalin dal segretariato. Anche in quell'occasione (1924) aveva manifestato la volontà «di portare sulle proprie spalle la disciplina del partito in tutte le condizioni» (18). «Right or wrong - disse riferendosi al partito - is my country». Al XIV Congresso (1925), saltato il «triumvirato», non aveva battuto ciglio mentre Kamenev, Zinoviev e la Krupskaja attaccavano la teoria del «socialismo in un paese solo» (19) e Stalin. Il suo prestigio internazionale era poi stato scosso da due eventi secondari, che però non erano passati inosservati: nel corso del 1925 era stato forzato a sconfessare due volte i suoi amici politici all'estero: in luglio il comunista americano Max Eastman, in settembre i francesi Rosmer e Monatte (20). Non a caso, Trotzky non riuscirà a terminare il suo discorso non avendo ottenuto un prolungamento del tempo a sua disposizione, lui, che Lunacarskij aveva giudicato «il più grande oratore della nostra epoca» (21) e che aveva steso di suo pugno tutti i più importati Manifesti dell'Internazionale Comunista e ne era stato sino al IV Congresso una delle principali eminenze grigie.

«…ripetiamolo ancora - riuscirà tuttavia con impeccabile argomentazione marxista - ka vera edificazione del socialismo significa la soppressione delle classi e, poi, la sparizione dello Stato. Ed ecco che Stalin dice che noi possiamo assicurare l'edificazione del socialismo nel nostro paese, precisamente nel senso di questo raggiungimento, vincendo solamente la nostra borghesia interna. Ma, compagni, lo Stato e l'esercito ci sono necessari contro il nemico esterno, Dunque, questo elemento resterà in ogni caso, fin tanto che esisterà la borghesia mondiale. Si può credere, poi, che noi possiamo, con l'aiuto delle nostre sole risorse interne, economiche e culturali, fondere il proletariato e il contadiname in una economia socialista unica, prima che il proletariato d'Europa prenda il potere» (22)?

L'11 sarà Kamenev, l'ex membro, con Zinoviev e Stalin, del «triumvirato» che aveva battuto gli oppositori del '23 (Trotzky primo fra tutti), a difendere le ragioni di un'«Opposizione unificata» la quale aveva già dovuto incassare, pochi giorni prima, alla XV Conferenza del partito russo, la vittoria della teoria del «socialismo in un solo paese»; di più, che era stata costretta, con la famigerata dichiarazione del 16 ottobre, quasi a sottoscrivere una resa (in essa, pur non venendo meno alle sue posizioni, d'un lato si disarmava rinunciando a qualsiasi attività organizzata; dall'altro si isolava internazionalmente sconfessando i propri sostenitori esteri, in particolare l'opposizione tedesca che si andava proprio allora organizzando (23)).

«I nostri avversari affermano - dirà sfidando i tumulti e le grida dell'assemblea - che nel nostro paese, dove qualche milione di proletari deve guidare 100 milioni di contadini, nelle condizioni della NEP e dell'accerchiamento capitalista, si può costruire una società socialista, indipendentemente da una rivoluzione del proletariato, almeno in alcuni paesi avanzati. Questo punto di vista, che pone speranze tanto ottimistiche nelle capacità socialiste della massa contadina è chiamato «ottimismo». Noi affermiamo che il raggiungimento dell'edificazione dell'economia socialista in Unione Sovietica terminerà con il concorso della rivoluzione proletaria negli latri paesi e si chiama ciò «pessimismo». Noi affermiamo che l'ottimismo dei nostri avversari nelle capacità socialiste dei contadini non è che il rovescio del loro pessimismo verso la rivoluzione proletaria internazionale» (24).

In condizioni simili, e di fronte ad una platea preventivamente addomesticata, i limiti dell'exploit degli oppositori trapelarono infatti più volte. Ad esempio quando Zinoviev cercò di respingere anticipatamente, non senza imbarazzo, l'accusa di mancanza di principi per essersi riavvicinato a Trotzky dopo averlo combattuto aspramente (25); o ritenne opportuno, obtorto collo, prendere ancora una volta le distanze dalle tendenze «ultrasinistre» in Occidente e nell'ambito della stessa Opposizione russa.

Per quanto riguarda Trotzky, egli, con una scelta che dovette apparire infelice e che gli fu d'altronde rinfacciata, dedicò buona parte del suo discorso a difendersi dall'accusa di «trotzkysmo», ripetendo più volte che «Lenin, la sua dottrina e il suo partito avevano certamente ragione» contro di lui sulla questione del partito e anche della cosiddetta «rivoluzione permanente» (26). D'altra parte, lo stesso affondo con cui ritorse contro Stalin l'accusa di essersi opposto a Lenin prima della rivoluzione d'Ottobre era spuntato in partenza dalla necessità di sorvolare sui passati errori di Kamenev e Zinoviev che egli, a suo tempo, non aveva mancato di far rilevare ne «Le lezioni dell'Ottobre» (27). In ogni caso non gli fu concesso il tempo di sviluppare appieno le sue argomentazioni, dolendosi di doversi interrompere proprio nel punto cruciale delle stesse, dopo aver vigorosamente ricordato le premesse economiche internazionali del socialismo, nonché i processi politici e sociali di quest'ultimo, quali l'estinzione dello Stato e delle classi.

Nemmeno Kamenev, che pure - lasciando da un canto il suo «temperamento mite e conciliante» (28) - apparve probabilmente come il più brillante e mordace tra gli oppositori e colpì nel vivo le ragioni degli avversari (non a caso fu continuamente interrotto), potè in effetti sfuggire all'atmosfera generale. Cercando di dimostrare l'esistenza nel PCR e nel Comintern di una deviazione di destra che trovava nella teoria del «socialismo in un solo paese» il proprio collante, il suo intervento - controfirmato anche da Trotzky e Zinoviev - esordiva tuttavia sulla difensiva: respingeva in effetti le accuse che l'Opposizione si fosse convertita al «trotzkysmo», che condividesse con gli «ultrasinistri» tedeschi l'idea di una compiuta degenerazione dell'URSS e dell'I.C., che con l'estrema sinistra russa (in particolare l'«Opposizione operaia») accarezzasse l'idea di scindere il partito.

Certo, le argomentazioni dei tre eminenti rappresentanti dell'Opposizione furono tanto ardenti, brillanti, comunque sempre politiche, quanto la replica di Stalin fu meschina, rancorosa e vendicativa (29). Certo, quand'anche già non condividessimo la loro fedeltà ai principi dell'internazionalismo, difficilmente potremmo negare agli sconfitti tutta la nostra simpatia. Come sarebbe possibile davanti alla volgarità di un vincitore il quale - palesemente conscio dell'impotenza degli avversari e intenzionato a rendere loro la sconfitta più amara possibile - non riesce a trattenersi da auto-celebrare il proprio trionfo giungendo sino a calunniarli (30)? Lenin, prima dell'ultimo attacco che lo ridusse al silenzio, l'aveva detto:
«
Il compagno Stalin […] ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene con sufficiente prudenza» (31).
D'altra parte, l'unica parvenza di argomento teorico portata da Stalin nel suo discorso conclusivo sarà che l'Opposizione non comprendeva
«
la differenza che intercorre tra il capitalismo pre-imperialista e il capitalismo imperialista» e, di conseguenza, «il senso e la portata della legge dell'ineguaglianza dello sviluppo nel periodo imperialista», base, a suo dire (e perché mai?) della «possibilità della vittoria del socialismo nei paesi isolati» (32).

La maggioranza, tuttavia, non mancava di argomenti. All'apertura dei lavori del VII Esecutivo Allargato, il lungo rapporto di Bucharin sul primo punto all'ordine del giorno, ossia sulla «Situazione mondiale e i compiti dell'Internazionale comunista», sotto il significativo titolo di «Stabilizzazione capitalistica e rivoluzione proletaria» aveva tracciato un quadro di ampio respiro della fase attraversata dall'economia mondiale e dalla lotta di classe internazionale. In esso si sottolineava l'importanza delle novità introdotte nello sviluppo capitalistico dalla «trustificazione» e dalla «cartellizzazione», nonché dalle innovazioni tecnologiche e soprattutto - con l'introduzione della «standardizzazione» e della «catena di montaggio» - dalla razionalizzazione «fordista» dell'apparato produttivo. Con acutezza «il pupillo del partito» (33) aveva individuato cioè alcuni dei fattori che avrebbero poi permesso al capitalismo, soprattutto nel secondo dopoguerra, di continuare a svilupparsi. Nemmeno Bucharin però si spingeva sino a negare il «dogma» che aveva presieduto alla stessa creazione dell'I.C., ossia che la guerra imperialistica segnasse l'inizio della fase di disgregazione del capitalismo e che la rivoluzione d'ottobre avesse aperto un'intera nuova epoca rivoluzionaria. Controbattendo i profeti di una nuova fase di decollo del capitale mondiale (ad es. Hilferding), Bucharin si era sforzato anche di dimostrare che la crisi capitalistica - malgrado la «stabilizzazione» - continuava. A questo fine egli aveva enfatizzato i cambiamenti di forma registrati dal capitalismo imperialista (particolarmente incapace di risolvere le sue contraddizioni) rispetto a quello «normale» di anteguerra: le crisi cicliche «decennali» studiate da Marx avevano lasciato il posto, a suo modo di vedere, all'andamento «cronico» della crisi capitalistica succeduta al conflitto mondiale. Di lì a nemmeno tre anni la crisi del '29 si sarebbe incaricata di dimostrare quanto scolastico tale approccio fosse (34).

Il vero nodo politico era però un altro. Nella prospettiva tracciata da Bucharin, pur rivestendo «un carattere parziale e instabile», la «stabilizzazione» (il bisticcio di parole non è nostro) e la restaurazione dell'economia mondiale costituivano un fatto incontestabile di non breve durata. Lo sbocco più verosimile e vicino di una simile situazione, piuttosto che un riacutizzarsi della crisi economica che favorisse una nuova ondata insurrezionale della classe operaia, gli sembrava essere dunque una guerra antirussa da parte dell'imperialismo. Ciò sortiva l'effetto di elevare, per tutta una fase, la sedicente «crescita della produzione socialista nell'Unione sovietica» a «principale fattore diretto contro lo sviluppo capitalistico», facendo perciò del «problema russo» «il problema principale della rivoluzione internazionale»; il che implicitamente valeva a ridimensionare il ruolo del proletariato europeo nel futuro della lotta di classe mondiale, e perciò a porlo in modo ancora più deciso sotto l'egida dei comunisti russi. In questo modo, gli aspetti più interessanti dell'analisi buchariniana venivano posti al servizio dell'idea, da allora in poi grandeggiante, che la difesa della «patria del socialismo» divenisse il dovere prioritario dei comunisti, la peculiare forma di internazionalismo corrispondente all'epoca della «stabilizzazione» capitalistica e dell'«edificazione» socialista in URSS, rovesciando nei fatti l'asse che sino ad allora aveva costituito il nerbo stesso della politica del Comintern. Non v'è dubbio però che all'epoca del VII esecutivo Allargato avesse una certa presa l'accusa lanciata da Bucharin secondo cui
«
i capi dell'opposizione non possiedono, per ciò che riguarda la situazione mondiale, un punto di vista fermo, chiaro e fondato»,
e che continuare a sopravvalutare le possibilità rivoluzionarie in una situazione che marciava in senso opposto fosse uno dei fattori del loro crescente isolamento.

La vera radice delle esitazioni e contraddizioni degli oppositori sfuggiva però fatalmente a Bucharin come a qualsiasi altro dei loro avversari: traeva origine infatti non da ciò che in essi veniva particolarmente combattuto, ossia la volontà di mantenere viva la coscienza del legame indissolubile fra rivoluzione russa e lotta di classe negli altri paesi, fra socialismo e rivoluzione internazionale. Semmai essa scaturiva proprio da quei limiti ed errori che per un certo tratto, prima di sfociare nel revisionismo ab imis fundamentis dello stalinismo, avevano coinvolto in un modo o nell'altro tutta la dirigenza bolscevica di fronte alle difficoltà derivanti dall'isolamento dell'arretrata Russia e di fronte alle deludenti sconfitte subite dal proletariato d'Occidente. Solo a condizione di tenere debitamente conto di tali debolezze, e di come esse inestricabilmente si connettano con gli avvenimenti di quegli anni, è possibile tentare un bilancio storico della disfatta dell'opposizione russa e delle tendenze che, nel Comintern, solidarizzarono con la sua battaglia.

II. Limiti e contraddizioni dell'Opposizione russa

a) Lenin inascoltato
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Per poco che si rivolga la propria attenzione agli ultimi momenti della vita politica di Lenin, è difficile liberarsi dall'impressione che egli, pur non indenne da esitazioni e ritardi (35), ancora una volta avesse individuato prima e con maggiore chiarezza degli altri bolscevichi i pericoli grandeggianti della situazione in cui la Russia, la rivoluzione ed il partito versavano. Innanzitutto aveva sottolineato più volte con chiarezza quanto fosse importante, per il potere proletario, conservare, anche a costo di notevoli concessioni, la sua alleanza col contadiname, soprattutto povero, e come dovessero «essere estremamente cauti» i comunisti russi affinché lo Stato sovietico riuscisse a «mantenere sotto la sua autorità e la sua guida» i «piccoli e piccolissimi contadini» (36).

«In fin dei conti» - precisava Lenin - «il destino della nostra Repubblica dipenderà da questo: la massa contadina sarà con la classe operaia, rimanendo fedele all'alleanza con questa, oppure permetterà ai nepman, cioè alla nuova borghesia, di staccarla dagli operai, di provocare [nel partito; nda] una scissione» (37)?

Di fronte a questo pericolo incombente sulla dittatura proletaria e sul partito comunista, l'ultimo Lenin guardava con fastidio e preoccupazione tanto la progettomania futile e ammantata di fraseologia ultrasinistra (38) di alcuni circoli comunisti, quanto la tipica inerzia «oblomovista» e l'incompetenza di molti quadri del partito, sempre più affetto, al pari dell'apparato statale, dal cosiddetto burocratismo.

In particolare contro quest'ultimo crescente malanno, di cui individuava l'origine, marxisticamente, nell'arretratezza e nell'«incultura» sovietiche, Lenin rivolse molti degli estremi strali della sua lotta politica (39).

Ora, l'Opposizione del '23, malgrado i suoi meriti, non si mosse del tutto in sintonia con le ultime preoccupazioni di Lenin: più che il burocratismo in quanto inevitabile e minaccioso prodotto del basso livello di sviluppo economico e culturale del paese, essa criticò il regime interno del partito (40). Per quanto, obiettivamente, in quel momento si trattasse di un problema essenziale, nondimeno è indubbio che la sensibilità della prima «opposizione» ai problemi del contadiname e della burocrazia fu minore di quella manifestata da Lenin. In questo senso non era del tutto a salve il colpo sparato dalla «trojka» la quale, privilegiando allora il mantenimento di buoni rapporti con la campagna piuttosto che avventure di pianificazione industriale, costruiva strumentalmente, sulla base della vecchia e certo errata teoria della «rivoluzione permanente» di Trotzky, la favola della «sottovalutazione» dei contadini operata dal cosiddetto «trotzkysmo» (41).

Per quanto riguarda la successiva «Opposizione di Leningrado», se non le si può in linea di massima imputare nulla riguardo alla politica agraria (42), tanto più grave appare che i suoi capi Zinoviev e Kamenev, in nome della lotta contro Trotzky, prima di passare a loro volta all'opposizione, si siano spinti sino a stringere un'alleanza con il líder maximo del burocratismo, il Segretario Josiph Stalin.

Entrambe le opposizioni, per contro, trascurarono all'inizio la questione alla quale, forse, Lenin aveva dedicato maggiore attenzione, vale a dire la questione nazionale: la sua importanza, in un'area come quella sovietica, dalle molteplici nazionalità e minoranze, era stata sempre considerata prioritaria dal bolscevismo, il quale, proprio per difendere il principio incondizionato dell'autodeterminazione degli allogeni, aveva condotto memorabili battaglie polemiche contro l'austromarxismo, contro la Luxemburg e i socialdemocratici polacchi, nonché contro le tendenze ultrasinistre all'interno della sinistra di Zimmerwald (43). La corretta risoluzione di questo problema, la concessione dell'indipendenza alla Finlandia e all'Ucraina all'indomani dell'Ottobre, furono tra i fattori principali della vittoria, poiché senza l'appoggio dei proletari delle nazionalità allogene (la stessa Ucraina divenne in seguito sovietica) la guerra civile non sarebbe stata vinta (44).

L'asprezza dello scontro con i bianchi e le classi reazionarie aveva tuttavia comportato necessariamente - nel corso della guerra civile stessa - misure puramente militari e amministrative spietate contro ogni avversione ai bolscevichi, ivi comprese quelle scaturienti dai nazionalismi antirussi. Storicamente giustificate dalla disperata situazione imposta dalla battaglia per il mantenimento del potere, tali misure estreme avrebbero naturalmente dovuto essere sostituite, al termine dell'emergenza militare, da una autentica politica di uguaglianza tra quelle nazionalità che, nel corso della guerra civile, si erano schierate con il potere comunista. Senza di ciò, nel pensiero di Lenin, non solo la rivoluzione russa sarebbe apparsa più debole di fronte all'accerchiamento capitalistico e nell'eventualità di un confronto bellico, ma non sarebbe stata in grado di esercitare, verso i movimenti rivoluzionari nazionalisti dell'Asia, tra cui quello cinese, la necessaria forza di attrazione.

Le esigenze di ricostruzione economica imponevano tuttavia che ogni sforzo fosse compiuto per assicurare, in un quadro federale transitorio, la marcia verso il coordinamento e l'unità della Russia con le nazioni dell'ex impero zarista. Il progetto di unione federale elaborato ad hoc da Stalin (45), commissario alle nazionalità, prevedeva in sostanza che le differenti repubbliche sovietiche rinunciassero all'indipendenza riconosciuta dal principio dell'«autodeterminazione» inserito nella costituzione sovietica ed entrassero - sia pur garantite da uno statuto di «autonomia» - a far parte dell'URSS, la nuova creatura statale che era in procinto di essere costituita. A Lenin lo statuto staliniano non era piaciuto e ne aveva proposto una versione più rispettosa dei diritti delle singole repubbliche. «Dichiaro guerra mortale allo sciovinismo grande-russo» (46), aveva scritto al Politburo nel corso della discussione, e le modifiche da lui chieste furono introdotte nel progetto definitivo. Le preoccupazioni erano fondate: nel Caucaso, dove particolarmente disinvolto ed ambiguo era stato, sin dall'inizio, l'atteggiamento di Mosca verso le propensioni indipendentistiche (la regione era vitale, soprattutto in virtù delle sue risorse petrolifere, per l'economia sovietica), il progetto aveva incontrato l'avversione dei comunisti georgiani. Inviato come rappresentante di Stalin affinché ogni resistenza fosse superata, Ordzonikidze aveva usato addirittura pressioni fisiche sui membri indigeni del PCR perché accettassero.

Allarmatissimo, dopo essersi ripreso dal primo attacco della sua mallatìa, Lenin si dedicò all'«affare georgiano»: non solo giunse a chiedere che Ordzonikidze fosse espulso, ma finì per opporsi alle posizioni di Stalin e, in definitiva, alla stessa creazione a tutti i costi dell'URSS (47).

«A quanto pare» - scriveva Lenin il 30 dicembre 1922 - «sono fortemente in colpa verso gli operai della Russia perché non mi sono occupato con sufficiente energia e decisione della famosa questione della autonomizzazione ufficialmente detta, mi pare, questione della unione delle repubbliche socialiste sovietiche. […] Se le cose sono arrivate al punto che Orgionikidze aveva potuto lasciarsi andare all'uso della violenza fisica […] ci si può immaginare in quale pantano siamo scivolati. Evidentemente tutta questa storia della «autonomizzazione» era radicalmente falsa e intempestiva. Si dice che ci voleva l'unità dell'apparato. Ma di dove sono venute fuori queste affermazioni? Non sono forse venute proprio da quell'apparato che, come ho già rilevato in una delle note precedenti del mio diario, abbiamo ereditato dallo zarismo, e che è stato solo appena appena ricoperto di uno strato di vernice sovietica? Non c'è dubbio che si sarebbe dovuto aspettare ad attuare questa misura [la costituzione dell'URSS; nda] finché non avremmo potuto dire di essere sicuri del nostro apparato, come di un apparato effettivamente nostro. Ma ora dobbiamo in coscienza affermare, al contrario, che noi chiamiamo nostro un apparato che in realtà ci è ancora profondamente estraneo, che rappresenta il filisteismo borghese e zarista […] In tali condizioni è perfettamente naturale che la «libertà di uscire dall'Unione», con la quale ci giustifichiamo, si rivela un inutile pezzo di carta, incapace di difendere gli allogeni della Russia dall'invasione di quell'uomo veramente russo, da quello sciovinista grande-russo, in sostanza vile e violento, che è il tipico burocrate russo» (48).

Abbiamo riportato queste parole di Lenin perché da esse si evince con la massima chiarezza il legame politico da lui istituito tra il problema nazionale e quello della burocrazia dell'apparato sovietico. Appare tanto più stupefacente, dunque - e si tratta di un lato trascurato dalla pubblicistica - che né l'opposizione «trotzkysta» del 1923 (49), né quella leningradese del '25 abbiano dato importanza al problema nazionale benché si possa ipotizzare che esso, oltre ad avere una rilevanza di principio per l'indirizzo internazionalista del partito, sarebbe stato suscettibile, perlomeno nel '23-'24, di raccogliere sotto l'egida di una politica di difesa delle nazionalità minori almeno un certo numero di forze reali intenzionate ad opporsi alla «burocratizzazione» ed alla centralizzazione stalinistica. Più dubbio - vista l'indifferenza che in linea di massima le sinistre occidentali ostentavano nei confronti del problema nazionale, seguendo in questo le orme di Rosa Luxemburg - è se una tale politica potesse trovare anche nell'ambito del Comintern un certo sostegno. In ogni caso ciò non era del tutto escluso: la forte impronta internazionalista di una campagna contro il centralismo grande-russo non avrebbe forse lasciati indifferenti i comunisti critici verso l'indirizzo dell'I.C. Quando l'«Opposizione Unificata» considerò finalmente opportuno rivolgere la propria attenzione alla questione nazionale (si veda ad es. l'apposito paragrafo all'interno della sua piattaforma del 3 settembre 1927) denunciando lo «spirito sciovinista da grande potenza» e la «tutela burocratica sulle repubbliche autonome» (50), lo stalinismo e lo sciovinismo avevano ormai consolidato irreversibilmente il proprio predominio sul partito e l'apparato statale, talché le fin troppo caute proposte degli oppositori in merito - sintomo di sopravviventi incertezze nell'imboccare il cammino così come Lenin lo aveva tracciato - erano ormai destinate a seguire il destino di tutte le altre.

b) «Costruzione» parziale del «socialismo»?
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Verosimilmente, le esitazioni sulla questione nazionale avevano una ragione più profonda: gli oppositori, pur ritenendo impossibile raggiungere il socialismo senza l'aiuto del proletariato vittorioso almeno in alcuni paesi progrediti, ammettevano per contro la leggittimità e la possibilità dell'«edificazione socialista» in U.R.S.S. Kamenev, in special modo, al VII Plenum, condannò come «calunnia inaudita» l'imputazione di non considerare «socialista» «la costruzione attuata dal potere dei Soviet in Unione Sovietica» (l'idea fu ribadita nella «Dichiarazione di voto» con cui, il 14 dicembre, Zinoviev, Kamenev e Trotzky si pronunciarono contro la risoluzione poi approvata dall'Esecutivo di cui qui ci occupiamo (51)).

Questa ambiguità consentì a Bucharin di affermare, nella sua replica del 9 dicembre, che «nessuna divergenza» poteva sussistere sul fatto di considerare la rivoluzione russa come «parte integrante della rivoluzione mondiale», cosiccome circa l'«assioma secondo cui la vittoria pratica definitiva del socialismo» in Russia fosse «impossibile senza l'aiuto degli altri paesi e senza la rivoluzione mondiale». La maggioranza (almeno in quel momento e almeno nella formulazione delle sue posizioni che Bucharin ne dava) poteva ben riconoscere ciò platonicamente, purché si ammettesse che «all'interno del paese - usiamo sempre le parole di Bucharin - vi è il necessario per l'edificazione integrale del socialismo». Come poteva l'Opposizione negare con veemenza una tale conclusione e nello stesso tempo pretendere che procedere sulla strada dell'«edificazione socialista» fosse legittimo? In effetti, immunizzati - grazie al proprio istinto internazionalista e alla propria fedeltà alla tradizione - dalla forza seduttiva di una teoria (quella del «socialismo in un solo paese») che sembrava offrire una prospettiva pratica e realistica di fronte all'aggiornamento sine die della rivoluzione mondiale, gli oppositori non avevano elaborato con sufficiente coerenza marxista gli elementi della inedita situazione storica in cui il proletariato russo si era venuto a trovare.

È suggestivo che Trotzky, ancora alla XV conferenza del partito avesse dichiarato:
«
Se noi non pensassimo che il nostro Stato è uno Stato proletario, affetto, è vero, da deformazioni burocratiche […], se noi non credessimo che la nostra edificazione è socialista; se noi non credessimo che vi sono, nel nostro paese, risorse sufficienti per sviluppare l'economia socialista; se non fossimo convinti della nostra vittoria completa e definitiva, è evidente che il nostro posto non sarebbe più nei ranghi di un partito comunista» (52).

Certo, Trotzky si esprimeva qui tenendo conto dell'atmosfera pesantissima della conferenza, sulla quale gravava per gli oppositori la minaccia di scissione. Certo egli insistette nella stessa occasione sul fatto che
«
la vittoria del socialismo nel nostro paese non può essere salvaguardata che mediante una rivoluzione vittoriosa del proletariato europeo».
Resta il fatto che la sua posizione lasciava scoperto il fianco ai cultori del «socialismo in un paese solo». Era del resto stato proprio Trotzky, prima del '17, a sostenere in polemica con Lenin e contro la parola d'ordine della «dittatura democratica degli operai e dei contadini», che la rivoluzione russa avrebbe vinto solo come rivoluzione proletaria e che economicamente e socialmente non avrebbe potuto non spingersi per un certo tratto sulla via del socialismo
(53). Posizione che potrebbe spiegare in parte, assieme alla sua diffidenza verso chi l'aveva fino ad allora combattuto, l'indifferenza di Trotzky stesso al XIV Congresso del PCR di fronte al già citato scontro tra l'«Opposizione di Leningrado» e i teorici del «socialismo» russo (54).

Il problema del valore sociale ed economico generale da attribuire alle misure che il potere bolscevico aveva via via attuato dopo la presa del potere si era posto in modo acuto fin dai tempi del «comunismo di guerra», allorquando la guerra civile aveva spinto i comunisti russi a provvedimenti che, come ricordò Trotzky al IV Congresso del Comintern, discendevano prima di ogni altra cosa da
«
una valutazione delle esigenze politico-militari e solo in secondo luogo da una valutazione della convenienza economica» (55).
Malgrado ciò, e fu lo stesso Lenin a denunciarlo più volte, non era mancato chi, tra i bolscevichi (ad es. Bucharin) aveva intravisto nel «comunismo di guerra» l'inizio di una rapida transizione al socialismo o addirittura chi, come l'«Opposizione operaia», individuava nel rozzo razionamento livellatore dei tempi della guerra civile la realizzazione dei principi comunisti di egualitarismo. Ma anche quei capi che, come Lenin e Trotzky, meglio di altri si raffiguravano la complessità e le difficoltà cui la rivoluzione russa andava incontro
(56), si erano lasciati sorprendere dall'acutezza con cui la crisi degli approvvigionamenti era scoppiata nei primi mesi del 1921 (57). La discussione sui sindacati, al X Congresso del PCR, dimostrò successivamente che nel partito esisteva ancora una notevole confusione sulla reale situazione economico-sociale russa. E ciò malgrado il largo consenso riscosso, sotto la pressione della ribellione nelle campagne e dei fatti di Kronstadt, dalla «Nuova politica economica», in particolare dalla sostituzione delle requisizioni agrarie con l'«imposta in natura» e con la libertà per il contadino di commerciare le eccedenze. Fu Trotzky, in quell'occasione, appoggiato tra gli altri da Bucharin, a spingere sul pedale della «coercizione», sostenendo la necessità di «militarizzare» i sindacati. Contro tale posizione, già nel dicembre 1920 Lenin - sollevando tra l'altro lo stupore di Bucharin - aveva dovuto ricordare che lo Stato bolscevico non era puramente «operaio», bensì «operaio e contadino», ragion per cui i sindacati non potevano dipendere totalmente da un apparato statale che era lungi dall'incarnare i loro esclusivi interessi di classe, e ancor più era lontano dal socialismo (58).

Era inevitabile perciò che il dibattito iniziato ai tempi del «comunismo di guerra» sulla natura economico-sociale della Russia si prolungasse ai tempi della Nep: dato lo stato di generale arretratezza del paese e data la rovina economica originata dalla guerra e dalla rivoluzione, quanto vi era in quest'ultima politica di transizione al capitalismo e quanto di transizione al socialismo? Sotto questo aspetto, ad es., al IV Congresso dell'Internazionale, laddove Trotzky affermò che in Russia
«
non esiste nessuno sfruttamento di classe e quindi neppure il capitalismo, benché ne sussistano le forme»; che perciò «la crescita dell'industria statale sovietica comporta la crescita del socialismo stesso» (59),
Lenin insistette piuttosto sul fatto che
«
il capitalismo di Stato, pur non essendo una forma socialista, sarebbe per noi e per la Russia una forma preferibile a quella attuale» (60).

La mancata soluzione di questi problemi teorici riemerse dunque, senza che Lenin, malato, potesse più pronunciarsi, nella discussione del 1923, al cui fondo c'era stato, evidentemente, il contrasto tra gli interessi della campagna, ed in particolar modo dei contadini medi e ricchi, favoriti (assieme agli speculatori e agli affaristi) dalla NEP, e quelli dell'industria, i cui ritmi di accumulazione risentivano, tra l'altro, dell'arretratezza rurale. A quella data, mentre la «trojka» Zinoviev, Kamenev e Stalin, pur con accenti diversi, sosteneva il mantenimento dello statu quo, ossia la politica della NEP nella sua configurazione tradizionale, privilegiando i buoni rapporti con il contadiname, l'opposizione propugnava gli interessi della grande industria statizzata, principale sostegno del regime. Il complesso dibattito non può qui essere riproposto: è da sottolineare tuttavia che in entrambe le frazioni la teoria del «socialismo in un paese solo» era ancora di là da venire, benché il pericolo di una tale teorizzazione emergesse qua e là, ma non solo - come si potrebbe superficialmente ritenere - nelle prese di posizione dei «triumviri», bensì anche nelle astrazioni di Preobrazensky e Pjatakov (furono loro e Sapronov, non Trotzky, dapprima, a guidare gli oppositori (61)) sulla cosiddetta «accumulazione socialista», e persino nei progetti di pianificazione di Trotzky. Ancora nell'estate del 1925, quando già Stalin aveva avanzato la sua teoria del «socialismo in un solo paese» e Bucharin aveva ormai lanciato ai kulaki la famosa parola d'ordine «arricchitevi!», Trotzky, palesemente confondendo economia statizzata con socialismo, scriveva:
«
Coloro che affermano che lo sviluppo delle forze di produzione va nella direzione del capitalismo, mentono. Nell'industria, nei trasporti, nel commercio, nel sistema finanziario e creditizio, il ruolo dell'economia statale, con l'aumento delle forze produttive non diminuisce ma, al contrario, cresce in rapporto all'economia totale del paese» (62).

All'epoca, né le posizioni di Trotzky né quelle dei «sinistri» prevedevano un miglioramento delle condizioni del proletariato, a cui anzi sarebbero stati chiesti - in vista di un'accelerata accumulazione che allargasse la base economica della dittatura del proletariato attraverso un aumentato peso sociale dell'industria statale - ulteriori sacrifici (63). Gli «industrialisti» non ponevano l'accento sui sindacati, ma sul GOSPLAN, l'organo preposto alla pianificazione economica, composto da manager, tecnici ed ex capitalisti e tanto caro a Trotzky che Stalin poté maliziosamente accusarlo di essere il «patriarca dei burocrati» (64).

Man mano che l'opposizione si stringeva attorno al programma economico della pianificazione e dell'industrializzazione (65), sorgeva con Bucharin e i «professori rossi» una «destra» che, valutando ormai rimandata la prospettiva della rivoluzione internazionale, reputava necessario sbloccare lo stallo economico fornendo all'accumulazione una base agraria, puntando audacemente sui contadini ricchi (i kulaki) e su una più ampia libertà di mercato (66). Per reazione a questa «realpolitik», anche l'opposizione del '25, con a capo Zinoviev, alla ricerca delle forze sociali su cui basare la propria azione politica, si trovò a riprendere, pur con sfumature diverse, le tesi economiche dell'opposizione del '23. L'opposizione zinovievista sorse infatti, prima ancora che dal vertice, dalla base del partito di Leningrado (ex Pietroburgo), dove la realizzazione del programma economico della destra colpiva gli interessi dell'industria e della base operaia (67). Ma nonostante il merito storico di aver per prima posto l'accento sulla pericolosità della teoria di un socialismo nazionale russo, la nuova opposizione non era indenne da debolezze teoriche in materia. Scriveva ad es. Zinoviev in un testo in cui pure confutava ripetutamente e in modo convincente la teoria di Stalin:
«
A chi ci chiede se possiamo e dobbiamo stabilire il socialismo in un solo paese, rispondiamo che lo possiamo e lo dobbiamo. Fin da ora, senza aspettare, lavoreremo senza sosta a edificare il socialismo in URSS» (68).

Sulla base di queste premesse, l'Opposizione, a partire da quella impropriamente definita «trotzkysta» del '23, dedicò la maggior parte delle sue energie a delineare una piattaforma di politica economica distinta, caratterizzata da una forte sottolineatura della necessità di accelerare e pianificare l'industrializzazione del paese, privilegiando nella campagna buoni rapporti con i braccianti ed il contadiname povero.

Sotto il profilo puramente economico, comunque, la preoccupazione di Bucharin verso i pericoli di parassitismo monopolistico che la «dittatura dell'industria» proposta da Trotzky e da Preobrazensky presentava per un'economia arretrata come quella russa non era, come dimostrerà poi la politica iper-industrializzatrice dello stalinismo, affatto peregrina (69). Senza contare che una pianificazione a vasto raggio e a lunga scadenza non era possibile senza un rafforzamento dell'apparato burocratico e delle sue competenze laddove Lenin, pur avendo a suo tempo additato la necessità di «un piano generale[…] a lunga scadenza» (70) a vantaggio dell'industrializzazione, negli ultimi suoi interventi aveva preferito enfatizzare l'obiettivo di «ridurre» il bilancio e l'apparato statale e di «economizzare quanto più è possibile» (71), liberando in questo modo risorse per lo sviluppo industriale.

Il problema di fondo, in sostanza, non era quello - sia pur importante - di scegliere la via agraria o quella industriale all'accumulazione, bensì quello di riconoscere che quest'ultima, in Russia, era e sarebbe stata in ogni caso capitalista finché la rivoluzione proletaria non si fosse estesa almeno ad alcuni paesi capitalisticamente avanzati. Non a caso in Lenin una contrapposizione tra le due alternative dietro cui si combatterono poi oppositori e maggioranza non è rintracciabile. Sottolineando ora questa ora quella misura, sterzando ora in una direzione, ora in quella opposta, egli non obbediva a nessuna particolare «teoria» dell'«accumulazione socialista», ma cercava di tenere la rotta prefissata orientando di volta in volta il partito verso la risoluzione delle impellenze concrete, cercando di non perdere di vista il necessario equilibrio dinamico tra le esigenze della classe operaia e quelle del contadiname, dell'agricoltura e dell'industria. «Dobbiamo essere estremamente cauti», leggiamo in uno dei suoi ultimi scritti (72).

Che molti oppositori fossero invece disposti a pagare un tributo politico all'industrializzazione rapida emergerà già nel gennaio 1927, quando la maggioranza, per bocca di Stalin, ammetterà alla XV Conferenza dell'organizzazione di Mosca la necessità che l'«industria socialista cresca e si rafforzi» e «conduca dietro a sé l'agricoltura» (73). In quel caso l'opposizione, malgrado quanto avvenuto al VII Esecutivo Allargato e alla precedente XV Conferenza generale, voterà per la risoluzione finale. Per un breve lasso di tempo, anzi, si realizzerà una tregua tra i due schieramenti. L'individuare dottrinariamente l'industrializzazione come un fatto in sé positivo avrà poi effetti disastrosi ai tempi della «svolta a sinistra» del '28-'29, quando l'apparato, rigettando quelle della destra «buchariniana», sembrò far proprie le tesi economiche della sinistra sulla priorità all'industria: molti oppositori - tra cui i deportati Piatakov, Radek e Preobrazenskuj - si riavvicineranno a Stalin, e lo stesso Trotzky sosterrà l'opportunità di dare un «sostegno critico» alla maggioranza (74).

c) La «difesa» dell'URSS dal «pericolo di guerra»
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Fin dalla chiusura del VII Esecutivo Allargato, una questione, in particolare, doveva mostrare con chiarezza i lacci teorici e politici coi quali l'Opposizione rimaneva impaniata nella rete tesa dalla maggioranza. Parliamo della questione - poco sottolineata benché dovesse negli anni successivi rivestire un'enorme importanza nella politica dell'Opposizione in Russia e all'estero - della «difesa della patria socialista».

Convinti che la situazione internazionale, soprattutto a seguito del peggioramento (e poi della rottura) delle relazioni diplomatiche con l'Inghilterra, presentasse ora di nuovo un concreto e forse immediato pericolo di guerra contro l'URSS, i leader bolscevichi di tutte le tendenze si adoperarono, nei primi mesi del 1927, per una mobilitazione delle masse in vista di tale pericolo (75), e per accusare la politica degli avversari di «disfattismo» (76). Infatti, nella cosiddetta «Piattaforma» dell'Opposizione del 3 settembre 1927 sarebbe stato inserito un capitolo apposito il quale probabilmente, nelle intenzioni degli estensori, doveva scavalcare «a sinistra» la politica dell'apparato sulla questione. Tale posizione, che era già emersa nella cosiddetta «Dichiarazione degli 83» (77) presentata al Politburo il 25 maggio, era evidentemente la deduzione logica del carattere socialista dell'«edificazione» economica in corso e del governo sovietico. Ma l'economia russa nulla aveva di socialista. Benché le realizzazioni della rivoluzione esorbitassero di molto quanto anche la più decisa rivoluzione borghese avrebbe mai attuato in quelle circostanze, l'economia sovietica era piuttosto in marcia verso il capitalismo, come il bolscevismo tradizionale aveva previsto e come Lenin nella sostanza aveva sempre sostenuto (78), pur ammettendo che questo cammino, con il proletariato al potere, potesse farsi con misure che, per la loro radicalità, costituissero una base avanzata del socialismo (79). Dal canto suo, la politica del governo (e con esso dell'Internazionale) nei confronti del «Comitato anglo-russo» (80) e della rivoluzione in Cina, era andata nella direzione della sottomissione della classe operaia britannica e quella cinese alle esigenze nazionali dell'URSS (81).

Certo, da ciò non si poteva dedurre automaticamente, come l'«ultrasinistro» tedesco Korsch (82), la natura borghese del potere sovietico né quella di «imperialismo rosso» della sua politica estera. Inoltre, anche una volta accettato che un'evoluzione del genere fosse in corso, non si poteva e perciò non si doveva dare per scontata la definitiva vittoria della controrivoluzione. Ma è altrettanto certo che l'errata lettura dell'evoluzione economico-sociale della Russia ostacolò la consapevolezza della rapidità e della forma originale in cui la controrivoluzione capitalista si andava affermando in Unione sovietica attraverso lo stesso partito bolscevico, che in quanto unica forza politica legale - ciò agli oppositori era pur chiaro - diveniva il riflesso della lotta politica tra le classi.

Questo fu uno dei principali motivi per i quali le tendenze più forti e più autorevoli dell'Opposizione limitarono ogni iniziativa, ivi comprese quelle apertamente clandestine, finalizzandole tutte alla prospettiva della conservazione dello Stato sovietico, a costo di lasciarlo nelle mani della frazione staliniana.

Ancora agli inizi della seconda guerra mondiale, Trotzky si spingerà fino a gridare, in continuità con l'appello lanciato nel 1927 in tal senso dalla «Piattaforma» dell'«Opposizione unificata», «difenderemo l'URSS con tutta la nostra forza» e addirittura sino a considerare come potenzialmente positiva l'invasione da parte di Mosca della Finlandia, della Lettonia e della Lituania (83). Ma se persino l'Unione sovietica del 1940 era ancora da difendere, la «capitolazione» del 1927 da parte di Zinoviev, Kamenev e dei loro compagni di tendenza diviene in un certo senso comprensibile, e la differenza tra le due frazioni assai meno radicale di quanto il «trotzkysmo» abbia creduto.

In realtà, era impossibile salvare il carattere proletario della rivoluzione russa senza prospettare il rovesciamento dello stalinismo in Russia e la sconfitta delle forze che lo sostenevano all'interno dell'I.C. Ciò avrebbe richiesto, oltre che una lotta portata sino in fondo, una soluzione corretta dei problemi politici che non ci fu perché mancò una piena assimilazione della «lezione» leninista sulla Nep, e dunque la consapevolezza dei limiti obbligati dello sviluppo economico-sociale sovietico.

d) Il mito dell'«unità» del partito
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Gli iniziali cedimenti ai ricatti politici e amministrativi dello stalinismo dovevano portare gli oppositori molto lontano, sfociando alfine, tra il 1936 e il 1938, nel grottesco e insieme tragico rito dei processi di Mosca, allorquando il fior fiore dell'avanguardia bolscevica, sotto la pressione della tortura e delle rappresaglie contro i famigliari, si autoaccusò di fronte al mondo, prima di essere sterminata, di infamanti quanto assurdi complotti «trotzkysti» e «nazifascisti» contro il potere sovietico. Non si comprenderà mai come si poté giungere a tanto se non si considera però anche il ruolo giocato dalla volontà di conservare ad ogni costo l'unità e la saldezza di un partito costruito con decenni di immensi sforzi (84), spingendo il giusto sacrificio delle proprie opinioni personali davanti al parere del collettivo (una volta persa ormai la lucidità politica) fino ad un annullamento totale.

Dalla tribuna del XIII congresso, nel 1924, Trotzky aveva detto:
«
…nessuno di noi vuole e può avere ragione contro il proprio partito. Il partito in ultima analisi ha sempre ragione. […] Si può avere ragione soltanto col partito e attraverso il partito» (85).
Parole non molto diverse, almeno formalmente, da quelle con cui Kamenev, a nome dell'opposizione «zinovievista», farà atto di sottomissione davanti alle assise del XV congresso del 1927:
«
Siamo costretti a inchinare la nostra volontà e le nostre convinzioni di fronte alla volontà e alle convinzioni del partito, solo supremo giudice di ciò che è utile o nocivo al procedere della rivoluzione» (86).

La conservazione del potere proletario appariva, agli uomini che seguivano Trotzky e Zinoviev, possibile solo conservando la continuità e l'unità del partito. In questo modo la fetta più consistente e prestigiosa dell'Opposizione non solo si condannava all'impotenza e alla sconfitta sul piano immediato, bensì poneva le basi soggettive delle capitolazioni che puntualmente verranno, e della successiva politica di fronte in difesa dell'imperialismo russo durante la seconda guerra mondiale.

D'altronde, oramai le possibilità di invertire la marcia degenerativa individuate da Lenin tra il 1922 e il 1923 non c'erano più, ed il regime di compressione disciplinare era tale che approfondire la lotta avrebbe portato immediatamente e sicuramente alla scissione, senza che fosse allora affatto scontato se un tale sbocco estremo potesse davvero, non diciamo mutare il corso delle cose, ma perlomeno migliorare le prospettive concrete dell'Opposizione (87).

e) L'illusione della «manovra»
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Pesò su tutta l'Opposizione - non solo, anche se soprattutto, su quella Leningradese facente capo a Zinoviev - l'eredità di troppi compromessi, di troppi silenzi, di troppi errori commessi all'interno e a livello internazionale. Non aveva lo stesso Trotzky, nel 1923, rinunciato alla battaglia contro Stalin che Lenin gli indicava? Non era forse stato proprio Zinoviev a imporre nell'Internazionale e a Leningrado, finché ne mantenne il controllo, una ferrea disciplina? Ripetutamente, l'Opposizione russa rinunciò (accettando anzi dopo il XIV congresso del partito russo, come s'è visto, un impegno formale in tal senso) a portare il dibattito sull'arena dell'Internazionale, decidendosi a tale passo soltanto nel dicembre 1926, al VII Plenum, quando ormai L'I.C. non era più un organismo in grado di condizionare lo strapotere del partito russo in via di stalinizzazione. Dissociandosi dai suoi simpatizzanti occidentali di sinistra, permise agli stalinisti di favorire la divisione delle diverse opposizioni nel Comintern e cauzionò, contro la propria volontà e malgrado le sue dichiarazioni contrarie, l'espulsione dei maggiori leaders della sinistra tedesca (Fischer, Maslow, ecc.), alcuni dei quali per altro, a loro volta, ai tempi del V congresso dell'Internazionale avevano stigmatizzato l'opposizione «trotzkysta». Perciò, solo con molto ritardo ed in modo incompleto, i partiti occidentali conobbero i termini del dibattito interno al partito russo.

In una certa misura, gli oppositori condividevano con quelli che poi furono i loro carnefici il metodo nefasto di una manovra tattica ed organizzativa che, se per i secondi era slegata dai principi comunisti, i primi, che pur ai principi rimanevano fedeli, credevano di poter stabilire creativamente di volta in volta sulla base della situazione. Senza comprendere che questo metodo (a priori non antimarxista, come dimostra l'accezione leniniana di esso), nell'Internazionale si era venuto mutando da audace visione strategica in piccolo calcolo, non si può comprendere appieno perché quelle che in certa misura furono vissute come concessioni «tattiche», fossero in realtà delle capitolazioni e dovessero necessariamente condurre all'annientamento.

L'errore di Zinoviev e di quanti, alla fine del 1927 e in seguito, capitolarono rinnegando la propria battaglia, fu quello di credere possibili, in quel contesto, manovre diversive, ritirate parziali e transitorie, «strisciare nel fango - come dissero - in attesa di un rovesciamento di tendenza che ormai non era più nel novero delle possibilità, lasciando in secondo piano le questioni di principio e giungendo a screditarsi del tutto sottoscrivendo di bel nuovo la condanna di Trotzky (ieri alleato) imposta dal CC. Il merito di Trotzky, che pur condivise per un lungo tratto l'illusione della manovra e del compromesso, fu di aver compreso prima di loro che occorreva porre fine ai cedimenti trovando il coraggio per un lavoro a lungo termine. «Dobbiamo lavorare a lunga scadenza […]. Bisogna che ci prepariamo ad una lotta seria e lunga», disse a Zinoviev ai tempi dell'Opposizione «unificata» (88). Probabilmente era ormai tardi.

Esemplare a questo proposito il fatto che l'ultima opposizione allo stalinismo, quella della «destra» buchariniana, sarà a sua volta stroncata in base allo stesso paradigma allorquando, al VI Congresso dell'I. C., nell'estate del 1928, e più ancora nei mesi seguenti, sino alla XVI conferenza del gennaio 1929, gli oppositori di destra, nel vano tentativo di non farsi cacciare dalle loro posizioni, accetteranno di sottoscrivere la «svolta a sinistra» e l'espulsione di Trotzky dall'URSS: condannati poi ciò malgrado per aver «dissimulato» la loro vera opposizione, saranno spinti, suprema ipocrisia dell'apparato staliniano, ad una terribile autocritica (89), che non risparmierà comunque a Bucharin (radiato anche dall'Esecutivo del Comintern) e a Rykov l'esclusione dall'Ufficio politico del partito, e a Tomskij quella dalla Presidenza del Consiglio centrale dei sindacati.

Sarebbe ingeneroso, naturalmente, attribuire al solo partito bolscevico le colpe del crescente peggioramento del clima del Comintern. Le cause di queste oscillazioni venivano da lontano. Fra esse spiccano le difficoltà obiettive in mezzo alle quali era avvenuta la formazione dell'Internazionale, l'eterogeneità delle forze che la componevano (90), le pesanti sconfitte proletarie (Germania, Baviera, Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, ecc.) che caratterizzarono i primi anni di vita del nuovo organismo.

Finché l'ondata rivoluzionaria li sospinse, il «centrismo» rimase agli occhi dei bolscevichi il nemico principale da battere per spianare la strada all'imminente rivoluzione europea, che sarebbe fallita senza la rapida formazione di nuovi partiti comunisti.

Caduta l'illusione di una rivoluzione a breve scadenza, tenuto conto del fatto che lo scontro diretto con lo Stato borghese non era più all'ordine del giorno, e che i rapporti di forza tra le classi erano profondamente mutati, i bolscevichi operarono, al III Congresso del 1921, la svolta tattica del «fronte unito». Era necessario, ai loro occhi, un più elastico e lento operare in vista della «conquista della maggioranza» della classe operaia, da strappare all'influenza dei socialdemocratici. In ogni caso, la sua interpretazione da parte degli inesperti partiti occidentali dimostrò in modo abbastanza evidente che essa era stata mal compresa o accolta strumentalmente: a destra l'ipotesi, formulata ai congressi, di azioni comuni con altri partiti «operai» per la difesa del proletariato e soprattutto quella di transitorie soluzioni governative accanto ad essi («govero operaio») fu letta come una licenza ad un certo riavvicinamento nei confronti della socialdemocrazia; anche per questa errata applicazione, oltre che per un persistente diffuso semplicismo nella visione dei compiti rivoluzionari, il «fronte unico» incontrò una generale avversione tra le sinistre occidentali in genere (quella olandese, tedesca e bulgara uscirono dall'Internazionale) e rimase inviso alla maggioranza dei comunisti dei paesi latini. Tra gli stessi bolscevichi le differenze di interpretazione sulla tattica - come si vedrà oltre - erano rilevanti.

I problemi dell'I.C. erano perciò tutt'altro che cessati ed emersero con prepotenza nel corso dell'autunno 1923, allorché essa andò incontro al suo più grave scacco: il fallimento dell'«ottobre» tedesco inflisse un colpo letale alle speranze di vittoria di una rivoluzione europea che sollevasse l'URSS dal suo asfissiante isolamento. Il prestigio dell'Internazionale e dei comunisti russi, coinvolti nella sopravvalutazione della situazione, ne risultò fortemente scosso. Per sovrammercato, la mallatìa e la morte di Lenin si accompagnarono con l'esplosione della lotta fra i bolscevichi. Ciò fu particolarmente evidente quando i dirigenti russi si attribuirono l'un l'altro la responsabilità del fallimento tedesco, addossata infine alla dirigenza del VKPD di Brandler e Thalheimer.

Fino a quel momento essi, in virtù della loro autorità morale e grazie al peso organizzativo di Mosca, operando per forgiare rapidamente in Occidente dei partiti comunisti, si erano trovati costretti a tentare di favorire all'interno di tali partiti la convivenza delle diverse correnti. Tale tentativo traeva ovviamente le sue origini dall'urgere della situazione rivoluzionaria in occidente e dalle difficoltà di sopravvivenza del potere sovietico. Ciò fu in larga misura inevitabile. Ma nel momento in cui l'unità dei bolscevichi fu spezzata, era naturale che le diverse correnti del partito russo cercassero degli alleati nelle diverse frazioni che - attirate dal fuoco dell'«Ottobre» - convivevano all'interno dei partiti «fratelli», primo fra tutti il più forte, quello tedesco.

In questa cornice al V Congresso dell'I.C., dominato da Zinoviev - malgrado l'ottimismo d'ufficio con cui venne riaffermata la «crisi irreversibile» del capitalismo, preludio più o meno a breve scadenza di nuove ondate rivoluzionarie (91) - una «nota di disorientamento e di incertezza» (92) dominò il confuso dibattito. Tanto che l'irrigidimento verso la socialdemocrazia (93), oppure la correzione «dal basso» della tattica di «fronte unico» (94) che dal Congresso risultarono, assunsero un carattere improvvisato se non strumentale alla lotta contro la «destra», ossia le posizioni di Radek, Trotzky, Brandler e Thalheimer, polemicamente accomunati dai loro avversari pel fatto che i due primi - pur non risparmiando critiche al loro operato - si erano rifiutati di farne il capro espiatorio della mancata rivoluzione tedesca e di appoggiare l'ascesa della nuova dirigenza «di sinistra» del KPD. La «svolta a sinistra» si accompagnò d'altronde al progressivo peggioramento del regime interno all'I. C., meglio noto come «bolscevizzazione» delle sue «sezioni nazionali». Uno dei suoi aspetti fu la prassi deteriore di assegnare posti di direzione o di toglierli in ragione della disponibilità ad accettare le posizioni dell'Esecutivo. Fu così, ad es., che le direzioni dei partiti occidentali videro emergere uomini (il nome di Togliatti basti qui per tutti) che, ben disposti verso l'Esecutivo, divennero poi contro lo stesso - al cui Presidente, Zinoviev, fu facile rimproverare i peccati della lotta al «trotzkysmo» - i sergenti dello stalinismo. E sotto questo profilo la sinistra di Fischer e Maslow, innalzata allora alla testa del KPD, si mostrò non meno manovriera dell'Esecutivo, e a molto disposta (ivi compresa la lotta al «trotzkysmo» e al «bordighisimo») pur di mantenere le redini del proprio partito. Anzi furono proprio «i ruteni», come venivano chiamati i nuovi «capi» del partito tedesco, i più zelanti corifei della «bolscevizzazione» che tanto sconquasso apportò alla compaginazione dei partiti occidentali e al loro naturale processo di sviluppo.

Di lì a poco del resto, con l'ascesa di Bucharin e Stalin in Russia e nel Comintern, la «svolta a sinistra» fu messa in sordina.

f) Un'opposizione divisa
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Chiunque anche solo un poco conosca il processo di sviluppo dello stalinismo non può non rimanere colpito di fronte ai successi da esso conseguiti in seguito a manovre di divisione degli oppositori che potrebbero figurare, nei manuali di storia, accanto alla leggenda dello scontro tra Orazi e Curiazi. Potrebbe apparire, guardando al succedersi delle diverse fasi della lotta, che un machiavellico progetto di divide et impera animasse Stalin fin dal primo giorno della sua marcia verso il potere. Le cose, ovviamente, non sono così semplici e banali: Stalin fu un prodotto degli avvenimenti molto più che un suo fattore. Giocavano a suo pro, oltre che i processi oggettivi di sviluppo del capitalismo russo, le carenze soggettive degli oppositori i quali, malgrado il blocco comune messo in piedi nel 1926, erano per parte loro divisi da divergenze che li costrinsero a difficili compromessi.

Almeno quattro erano le tendenze raggruppate dalla cosiddetta «Opposizione unificata» (95), e la battaglia comune tra il '26 e il '27 fu un momento tattico e non una completa fusione di principio (96). Tanto che non fu facile, ai capi, soprattutto a Zinoviev e a Trotzky, convincere i propri seguaci che le ferite e le diffidenze dei tempi della battaglia al «trotzkysmo» dovevano essere messe da parte (97). Fra i «trotzkysti»,
«
Radek avrebbe voluto formare un blocco con Stalin contro Zinoviev che era il suo nemico principale nella questione del PC tedesco; Serebriakov reagì invece nel modo più favorevole e fu il principale artefice della coalizione che seguì. Mrakovsky era contrario ad allearsi con un gruppo come con l'altro, e osservava perspicacemente: «Stalin ci ingannerà, e Zinoviev scapperà» […]. Trotzky, per andare incontro agli zinovievisti, dichiarò che rinunciava alla teoria della rivoluzione permanente «in quanto essa si distingueva dalle vere posizioni di Lenin». In cambio il gruppo di Zinoviev riconobbe che l'attacco dei trotzkysti [nel '23; nda] contro l'apparato del partito (anche quando loro stessi ne facevano parte) era giustificato. […] Zinoviev confessò che tutta la campagna contro il «trotzkysmo» era stata deliberatamente inventata» (98).

Per quanto riguarda i membri dell'«Opposizione Operaia» (99) e del gruppo «Centralismo democratico», formalmente sciolti, essi erano assai più pessimisti sulla valutazione da darsi al corso degenerativo in atto, che a loro parere faceva pesare sulle conquiste rivoluzionarie un pericolo di sconfitta definitiva e irreversibile assai più immediato, avvicinandosi in ciò più alle posizioni dell'ultrasinistra tedesca che non alle convinzioni di Trotzky e di Zinoviev, secondo i quali il «Termidoro» era ancora lontano dall'essere compiuto (100). E su questa eterogeneità della minoranza non mancarono di battere i suoi avversari, accusandola vuoi di «mancanza di principi», vuoi di essersi convertita alle idee di Trotzky, il che doveva necessariamente imbarazzare quanti, fra gli oppositori (Zinoviev in testa), avevano negli anni precedenti condotto la campagna contro il «trotzkysmo».

In ogni modo, dopo la dichiarazione con la quale, il 16 ottobre 1926, Trotzky, Zinoviev, Kamenev, Piatakov, Sokolnikov ed Evdokimov avevano «ammesso» la propria azione «frazionistica», accettato di rinunciare ad essa invitando i loro seguaci a fare altrettanto, sconfessato Sljapnikov e Medvedev e quanti all'estero sostenevano la battaglia contro lo stalinismo, le vecchie divergenze riemersero e l'«Opposizione unificata» entrò in crisi, rivelando così tutta la fragilità del blocco. Mentre i dirigenti dell'«Opposizione operaia» gettavano a loro volta la spugna dichiarando di cessare ogni attività di frazione e abbandonando ufficialmente l'Opposizione, i «decisti» (V.M. Smirnov, Sapronov e i loro compagni), che consideravano la dichiarazione del 16 ottobre una «capitolazione», si allontanarono progressivamente dall'Opposizione stessa, elaborando una propria piattaforma (101). Per altre vie, anche la Kollontaj e la Krupskaja avevano deciso di rientrare nei ranghi.

Ciò ha consentito ad un fin troppo scopertamente compiaciuto Schapiro di definire l'Opposizione ai tempi della XV conferenza del PCR e del VII Esecutivo Allargato dell'Internazionale addirittura «una banda ormai screditata e alquanto ridicola di sconfitti» (102). Giudizio di parte, certo, ma che riflette in ogni caso una realtà di incontestabile inferiorità.

g) Debolezza dei legami internazionali dell'«Opposizione russa»
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Come si è già accennato, la condanna degli esponenti di Sinistra in seno ai diversi partiti nazionali formulata dall'Opposizione russa il 16 ottobre 1926 ebbe, soprattutto in Germania, dove una consistente opposizione si andava organizzando, l'effetto di una bomba, contribuendo a scoraggiare e disgregare gli oppositori esteri, per molti dei quali (Korsch ad es. (103)) la «capitolazione» di Trotzky e Zinoviev fu un atto «ignominioso».

Le incomprensioni tra bolscevismo e sinistre occidentali risalivano però a tutta la storia della formazione dell'Internazionale e, ancor prima, della sinistra di Zimmerwald. E se, nei primi tempi di vita dell'Internazionale (in particolare all'epoca del II Congresso) il superamento delle reciproche diffidenze poté sembrare a portata di mano, esso non si realizzò mai compiutamente. A partire dall'azione di marzo del 1921, e dal dibattito del III Congresso dell'I.C. sul «fronte unico», le divergenze, mai del tutto sopite, ripresero vigore. Gli «ultrasinistri» - quali i militanti del Partito comunista operaio dei Paesi Bassi (KAPN), del KAPD (Partito comunista operaio tedesco), del Partito comunista operaio di Bulgaria, del gruppo di Sylvia Pankhrust in Inghilterra (104) - ruppero con l'Internazionale o ne furono estromessi. Ma molte forze di sinistra scelsero di permanere nell'Internazionale condividendo o quantomeno accettando le Tesi che, fin dal II Congresso dell'Internazionale, avevano respinto le posizioni antiparlamentari e antisindacali proprie dei cosiddetti comunisti «infantili» e l'avversione di questi verso le rivoluzioni nazional-democratiche appoggiate da Lenin.

Anzi, dopo il fallimento dell'«Ottobre tedesco» del 1923, la direzione del KPD venne assunta dalla sinistra di Ruth Fischer e Arkady Maslow. Ciò anche grazie al patrocinio di Zinoviev, preoccupato in quel momento di assicurarsi una base di lotta internazionale contro il «trotzkysmo», presentato (lo si è già ricordato) come una politica di «destra». Ma proprio il contributo della sinistra tedesca alla lotta contro l'Opposizione russa del 1923 fu uno dei fattori che impedirono in seguito all'opposizione tedesca di superare le sue perplessità verso l'unificazione della «sinistra» russa (105). D'altra parte in Francia l'opposizione di Souvarine da una parte, Rosmer e Monatte dall'altra, aveva piuttosto simpatizzato per Trotzky e considerava con sospetto le mosse di Zinoviev, che al V Congresso dell'I.C. aveva cauzionato l'espulsione del primo e l'allontanamento degli altri due (in seguito a loro volta espulsi) dalla direzione del PCF.

Le differenze tra le correnti della sinistra occidentale e il bolscevismo affondavano le loro radici nel diverso humus all'interno del quale erano germogliate, in Occidente ed in Oriente, le correnti rivoluzionarie del movimento operaio. Dall'alto della loro autorità di realizzatori concreti di una rivoluzione senza precedenti nella storia, i bolscevichi, forgiati dalla rivoluzione del 1905 e dalla successiva controrivoluzione, passati attraverso una serie ricchissima di successive e alternative esperienze tattiche, apertisi un difficile cammino nella bufera dell'Ottobre e della guerra civile, affrontati gli immensi problemi pratici posti dalla presa del potere, erano consci come nessun altro prima della tremenda complessità dei compiti rivoluzionari. Reagivano perciò con insofferenza contro quella che ai loro occhi appariva come la verbosità, l'amore per la frase e l'estetica rivoluzionaria delle sinistre occidentali, criticandone semplicismo e «purismo» (106). D'altro canto, malgrado la lunga permanenza di molti di loro in Occidente, sfuggiva in parte ai russi, educati nelle battaglie di una rivoluzione non solo proletaria, ma anche «popolare» e contadina, il peso delle tradizioni democratiche, socialdemocratiche e sindacal-collaborazioniste del capitalismo maturo.

A differenza di quanto sperimentato dai bolscevichi in Russia, ove la rivoluzione democratico-borghese era nel 1917 ancora incompiuta, in Occidente la democrazia politica, da lungo tempo realizzata, si andava evolvendo in un pervasivo sistema di controllo sociale e di raffreddamento dei conflitti di classe. La concentrazione sempre più spinta dei capitali da una parte, i sovrapprofitti tratti dallo sfruttamento delle colonie e dal monopolio del mercato mondiale dall'altra, avevano consentito di erigere un sistema organico di concessioni economiche ad un cospicuo strato di «aristocrazia operaia». Questa trovava così, nella routine delle vertenze sindacali e nelle riforme ottenute per via parlamentare col concorso dei deputati socialisti, un mezzo concreto di soddisfacimento delle sue aspirazioni piccolo-borghesi e moderate. Nel corso di questa evoluzione, anche l'atteggiamento del potere borghese verso le organizzazioni dei lavoratori era venuto mutando; ora esse, a patto che rispettassero la prassi democratica, non erano più represse, ma riconosciute e chiamate a svolgere funzioni di arbitrato o addirittura a partecipare al governo, come in Francia durante la guerra o in Germania subito dopo; in quest'ultimo caso era stata proprio la socialdemocrazia a reprimere il movimento operaio e a schiacciare lo spartachismo, macchiandosi tra l'altro del sangue di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht. È a questa situazione che le sinistre occidentali avevano a proprio modo reagito traendone lezioni tattiche diverse da quelle russe. Esse, se da un lato (quando rifiutavano il «partito di capi», esaltavano i «consigli» operai ed avversavano il lavoro nei sindacati «opportunisti») certamente tradivano matrici sindacaliste piuttosto che marxiste, dall'altro (quando mettevano in guardia contro l'utilizzo dei putrefatti parlamenti borghesi ed il «fronte unico» con i socialdemocratici) segnalavano difficoltà e pericoli reali di una trasposizione meccanica della tattica bolscevica al processo rivoluzionario nei paesi capitalisticamente avanzati, dove ben maggiori si presentavano le risorse politiche e della democrazia parlamentare e del riformismo socialdemocratico.

In ogni caso, il processo di formazione dei partiti comunisti, in Occidente, fu il prodotto di dinamiche che i bolscevichi cercarono di indirizzare, ma che non poterono certo determinare a tavolino, a prescindere dalle forze e dalle correnti effettivamente esistenti in campo. Ad esempio, nel KPD fino al Congresso di Halle del 1920 (107), ed in Italia addirittura fino al Congresso di Lione del 1926, la maggioranza di quanti aderirono alla Terza Internazionale faceva capo, in un modo o nell'altro, alla tradizione di sinistra. In Francia, le correnti di sinistra del PCF avevano una tradizione sindacalista o addirittura anarchica. Pertanto la querelle tra comunisti russi e occidentali doveva seguire da vicino le sorti dell'I.C. Non è certo questo il luogo per ricordare come il secondo Congresso dell'Internazionale comunista avesse visto la sconfitta delle tesi della sinistra occidentale, in particolare olandese e tedesca, quest'ultima in parte espulsa dal KPD fin dal Congresso di Heidelberg nel 1919; o come - elaborando la tattica del «fronte unico» e condannando la «teoria dell'offensiva» emanante da una parte del KPD - il terzo Congresso del Comintern le avesse colpite ulteriormente; come l'Esecutivo abbia sempre combattuto le propensioni consigliste e «unioniste» malgrado tutto ancor vive nella sinistra tedesca (108) o le «Tesi di Roma» del PCd'I (109).

Fatto si è che, verosimilmente, la sconfessione delle sinistre occidentali fatta il 16 ottobre 1926 dai più autorevoli esponenti dell'«Opposizione Unificata», per quanto estorta in quanto operata nei confronti di effettivi o potenziali sostenitori esteri, almeno in parte corrispondeva alle tradizionali divergenze che da sempre avevano impedito ai bolscevichi ed ai comunisti radicali europei di parlare il medesimo linguaggio. La sensazione è che, prima del 1926, gli oppositori ritenessero i loro possibili alleati occidentali di «sinistra» troppo affetti da dottrinarismo per cogliere tutta la portata e la complessità dei problemi posti dalla situazione interna russa, mantenendo perciò anche per questo motivo, e non solo per le possibili conseguenze organizzative, un atteggiamento reticente sulle proprie lotte di tendenza. La stessa Sinistra italiana - la cui superiore coerenza persino lo Spriano è stato costretto a riconoscere (110) - che pure fu la prima, al VI Esecutivo Allargato del '26 (occasione in cui rifiutò il proprio voto al rapporto del C.E.) a chiedere un'apposita discussione sui problemi russi, prima del 1926, nel condurre la sua battaglia contro la politica dell'Internazionale non affrontò mai in modo articolato la questione dei rapporti di classe in Russia e della relativa politica da seguire, benché, secondo le sue parole al V Congresso mondiale, «dal punto di vista del pericolo revisionista di destra» quella del partito russo fosse «la situazione più pericolosa» (111).

Il risultato di questa reciproca distanza fu il ritardo con cui in Occidente la situazione russa cominciò ad essere percepita nei suoi termini reali (112). Non a caso il noto progetto di Tesi presentato a Lione dalla sinistra, circa il «socialismo in un paese solo» si limitava sostanzialmente a ripetere le posizioni correnti degli oppositori russi (113). A sua volta, quella parte della sinistra tedesca che ancora non era giunta a negare allo Stato sovietico ogni carattere proletario fece proprie (non molto diversamente dalla tendenza Treint-Girault nel PCF) le posizioni dell'«Opposizione di Leningrado» (114), sorvolando (se n'è già spiegato il motivo) su Trotzky (115), che invece riscuoteva le simpatie della «Sinistra italiana», di Souvarine e del gruppo di Delegarde, Monatte e Rosmer in Francia (116).

Il gruppo di Korsch, se denunciava correttamente come capitalistico lo sviluppo dell'economia sovietica, d'altronde non mostrava di aver compreso che ciò non facesse automaticamente di quella russa una rivoluzione «borghese», né implicasse di per sé una degenerazione del potere statale proletario, a patto che fosse garantita una giusta linea internazionalista. Che questa fosse in procinto di essere sepolta non toglie legittimità al tentativo di reggere lo stato politicamente socialista anche su basi sociali arretrate. Ben presto d'altronde, egli doveva evolvere verso posizioni estremiste. Inoltre, Korsch e i suoi compagni della «sinistra decisa» (si veda oltre) negava sostanzialmente legittimità all'Opposizione russa, non cogliendone l'importanza storica (117). La verità è dunque che nell'Internazionale, una linea di frattura - destinata ad approfondirsi in seguito alle sconfitte ed alle delusioni di quegli anni - correva tra le opposizioni: non solo tra quella russa e quella occidentale, bensì tra le diverse componenti di quest'ultima.

Non a caso, ad es., la «Sinistra italiana», che sempre si dichiarò in accordo con la tradizione bolscevica di Lenin sul piano dei principi, al II Congresso dell'I. C. aveva voluto tenere distinte le proprie posizioni da quelle dei Linksradikalen, sia accettando le tesi sindacali del Comintern da questi ultimi avversate, sia presentando una propria particolare mozione astensionista contro la tattica del «parlamentarismo rivoluzionario», chiedendo che su di essa non votassero coloro che non la condividevano toto corde (118). Non per nulla, al V Congresso mondiale, Ruth Fischer, allora in piena ascesa, si scagliò contro Bordiga e la «sinistra italiana». Infine, non è casuale il rifiuto opposto nel 1926 da Bordiga a Korsch, di costituire un fronte internazionale di opposizione delle sinistre (119). Se dunque quest'ultimo non potè costituirsi, ciò fu dovuto anche alla disomogeneità delle diverse opposizioni. La «sconfessione» del 16 ottobre insomma, se certo non favorì quella che poteva apparire una più facile convergenza tattica, ben poco aggiunse alle differenze di fondo tra oppositori russi ed esteri.

III. La sconfitta delle opposizioni di sinistra nei partiti nazionali
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In ogni caso, ai tempi del VII Esecutivo Allargato, all'interno dei partiti comunisti la situazione delle diverse tendenze di opposizione era già molto difficile. E non solo per le sinistre che, certamente, alla data 1926 rivestivano un ruolo preponderante nella battaglia contro la linea in via di affermazione nel Comintern. Sarebbe infatti errato ridurre il corso degenerativo dell'Internazionale ad una lotta contro di esse. La realtà è assai più complessa e può essere compresa solo a partire da quello che, «in corso d'opera», finì per diventare il suo obiettivo: la sottomissione dei partiti comunisti occidentali a quello russo e dopo questa prima fase alla politica estera dell'URSS.

Come nota lo Spriano, è proprio nei confronti del Partito Comunista d'Italia che per la prima volta l'Esecutivo del Comintern provvide «d'autorità […] a nominare i dirigenti di una sezione nazionale, passando sopra al parere contrario degli stessi designati» (120). Ciò avvenne già al III Esecutivo Allargato del giugno 1923, innestando il processo che in pochi mesi porterà alla formazione del nuovo gruppo dirigente «di centro», guidato da Gramsci, contro la maggioranza di sinistra capeggiata da Bordiga (121), posta sotto accusa per la sua critica al fronte unico politico, per l'attitudine mantenuta nei confronti dell'ascesa del fascismo (per lottare contro il quale aveva rifiutato qualsiasi alleanza con altre forze, ed in particolare con i famosi «Arditi del popolo») ed in special modo per l'avversione alla fusione con la frazione del PSI aderente alla III Internazionale (122).

Questo metodo, attuato allora nel tentativo di indirizzare e rafforzare un partito ritenuto settario e minoritario oltre il lecito, andando a scontrarsi con l'autonoma tradizione politica del partito nazionale così come si era venuta sviluppando in tutto il corso precedente, doveva naturalmente sortire effetti ben diversi da quelli attesi, favorendo piuttosto la disgregazione e lo scoraggiamento di militanti già sottoposti ai colpi della repressione borghese legale ed extralegale. Si trattava tuttavia ancora, malgrado gli intrighi di corridoio che già andavano prendendo piede negli ambienti del Comintern, di aperte e reali divergenze politiche.

Fu soprattutto dopo la fallita rivoluzione tedesca che il metodo di plasmare ad usum delphini i partiti e le loro dirigenze assunse aspetti malsani e strumentali. Come si ricorderà, le più illustri vittime ne furono Brandler e i dirigenti del KPD, a cui lo scacco dell'«Ottobre tedesco» fu attribuito. Il loro allontanamento dalla Zentrale venne a coincidere - lo si è già mezionato - con l'esplodere, alla fine del 1923, della lotta all'interno del partito russo, nella quale i «sinistri» tedeschi presero apertamente posizione a favore della «trojka»: la vecchia direzione si trovò perciò forzatamente e strumentalmente abbinata a Trotzky (benché se ne dissociasse), che si era rifiutato di chiederne la testa pur avendone criticato l'atteggiamento indeciso nelle giornate della mancata rivoluzione tedesca. Con l'emarginazione di Brandler e dei suoi il partito comunista tedesco venne a perdere l'ultimo elemento di continuità col gruppo dirigente che aveva collaborato sin dalla prima ora con Luxemburg e Liebknecht. Pigiando con entusiasmo l'acceleratore della «bolscevizzazione» tanto cara a Zinoviev anche per i contingenti aspetti «antitrotzkysti», i sinistri Fischer, Maslow e Thälmann, instaurando col pugno di ferro un clima disciplinare prima sconosciuto al partito, prepararono in realtà il terreno alla successiva «stalinizzazione» del KPD e alla sua definitiva sottomissione ai dettami del PCR, col che dovrà consumarsi anche la disfatta della frazione da essi rappresentata.

Del resto, uno degli effetti più perniciosi della «bolscevizzazione» patrocinata da Zinoviev fu proprio quello di isolare ed emarginare gli spiriti indipendenti e recalcitranti di fronte alle «veline» che, continuamente oscillando e contraddicendosi, emanavano dall'Esecutivo e, in definitiva, dal PCR. Furono così tacciati di «trotzkysmo», in tutta l'I.C., militanti di diversa formazione politica che - pur non condividendo affatto organicamente le posizioni di Trotzky, infastiditi dalla palese pretestuosità e strumentalità delle accuse rivoltegli - avevano sollevato obiezioni e preoccupazioni di fronte al divampare della lotta tra i comunisti russi, o che semplicemente avevano mosso critiche alla linea del Comintern.

L'esito della battaglia fra le frazioni in Germania costituì il modello per la «bolscevizzazione» del Partito Comunista Operaio polacco (KPP) e del Partito Comunista cecoslovacco, le cui vecchie direzioni «di destra» (i «tre W» (123) Warski, Walecki, Wera Kostrzewa in Polonia, Smeral in Cecoslovacchia), si erano rese colpevoli, tra l'altro, la prima di avere nel dicembre 1923 preso posizione contro la campagna «antitrotzkysta», la seconda di aver taciuto in merito. Esse furono perciò messe