LISC - Libreria Internazionale della Sinistra Comunista
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GLOBALIZZAZIONE
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Content:

Globalizzazione
Non solo mercato
Democrazia e legge del valore
Capitalismo di transizione
Definire la globalizzazione
La difesa politica del Capitale Globale
Finanziarizzazione
Sussunzione dell'industria alla finanza
Globalizzazione della moneta
Monopoli
Dal monopolio industriale a quello sociale
Il rentier globale, o il monopolio della potenza
Nuovo ordine mondiale
Multinazionali
Articolazione internazionale del lavoro sociale
Debolezza intrinseca della periferia
Dalla concentrazione alla virtualizzazione
La crisi asiatica. Asiatica?
L'accumulazione delle ex Tigri
Fenomenologia di una crisi
La moneta globale crea sé stessa
Accumulazione decrescente, legge inesorabile
Paesi in via di sviluppo?
Balcanizzazione globalmente assistita
Istituzioni della globalizzazione
Banca Mondiale, o dei cordoni della borsa
Lavorare per il debito
Capitale globale e sbirro locale
Notes
Source


Globalizzazione
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Globalizzazione è un termine alla moda, anche impegnativo, ma molto elastico, dai mille usi, soprattutto dalle mille interpretazioni possibili. Per cominciare, conviene leggere la definizione che, in termini ufficiali, ne dà l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE):
«
Un processo attraverso il quale mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più interdipendenti, in virtù dello scambio di beni e servizi e del movimento di capitale e tecnologia».

Dizionari recenti che riportano il termine nell'accezione economica aggiungono che tale processo è dovuto anche allo sviluppo delle reti informatiche e della comunicazione (1). Ovviamente non ci si può fermare alla definizione se si vuole sapere come e perché produzione e mercati diventano sempre più interdipendenti; come e perché beni, servizi, tecnologia e capitali, scambiandosi più di un tempo oltre i confini dei singoli paesi, spingono a forgiare un concetto nuovo, questa fantasmatica globalizzazione, definita da un vocabolo che suggerisce un sopraggiunto cambiamento qualitativo.

Non solo mercato
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A parte la definizione, il termine in sé è corretto anche secondo la nostra analisi in quanto il Capitale tende effettivamente ad avere effetti globali su tutta la società umana da quando si è presentato sulla scena storica in quanto tale. Ma nel mondo borghese la definizione prende il sopravvento e tutti quanti trattano il termine coerentemente ad una visione volgare della stessa società borghese, che viene trattata più come una fiera generalizzata, che come laboratorio sociale. Per esempio, l'accademica di Harvard, Rosabeth Moss Kanter rafforza il concetto dell'OCSE riducendolo ai minimi termini: il pianeta si sarebbe oramai trasformato in un unico, vastissimo supermarket, dove ciascun capitalista può trovare, con poca spesa, tutto ciò di cui abbisogna. Anche l'editorialista Peter Martin, in un dibattito con Le Monde Diplomatique (giugno 1998), non riesce ad evitare l'apologia del libero mercato capitalistico, paludandolo da nuovo umanitarismo, con toni che non possiamo rinunciare a gustare insieme con il lettore:
«
La globalizzazione costituisce un'autentica collaborazione delle società e delle culture, contrariamente alle collaborazioni fittizie dei dialoghi Nord-Sud e delle élite burocratiche. Le sue virtù sono straordinarie: ha provocato un enorme miglioramento del benessere umano nelle società che hanno saputo cogliere le occasioni che offre. Sotto il suo impulso, il potere si sposterà irresistibilmente dai paesi sviluppati al resto del mondo. L'economia liberista di mercato è per natura globale. Rappresenta ciò che vi è per natura globale. Rappresenta ciò che vi è di più compiuto nell'avventura umana».

È vero, nell'ambito del capitalismo le merci abbattono più muraglie cinesi di tutte le artiglierie del mondo, ma occorre indagare sul significato di quel benessere disponibile per i paesi che abbiano saputo cogliere l'occasione. Come se i paesi, anche i più importanti, potessero fare quel che vogliono. Brutalmente e più sinceramente, il presidente del colosso multinazionale ABB e propugnatore dell'AMI (Accordo Multilaterale sugli Investimenti) afferma con marcato volontarismo:
«
Vogliamo investire dove vogliamo, il tempo che vogliamo, per produrre cosa vogliamo, approvvigionandoci e vendendo dove vogliamo e sopportando il minor numero possibile di obblighi (sociali, fiscali, ecologici)».

Ecco come possiamo tradurre: il Capitale ha sempre di fronte un ventaglio di possibilità, e i suoi funzionari, in base ad esse, possono farsi i conti e decidere dove e come intervenire; ma i frutti della globalizzazione sono raccolti da quei paesi che hanno potuto, più che saputo o voluto, nella concorrenza spietata, attrarre capitali sul loro territorio con condizioni favorevoli. Sappiamo cosa questo comporta, senza che il soprannominato presidente multinazionale entri nei dettagli: governanti e sindacalisti non fanno che ripetere agli operai di starsene buoni affinché non sia minata la fiducia dei mercati nel paese in cui lavorano. Il fatto è che con la globalizzazione il salario medio in un determinato paese si confronta immediatamente con quello di altri paesi e la tendenza al livellamento si fa più forte.

È solo dopo aver fatto queste considerazioni che possiamo scendere nei particolari e aggiungere l'ovvio: un paese come gli Stati Uniti avrà certamente più possibilità di intervenire nelle regole del gioco che non, ad esempio, la Romania. Rovesciando la questione entreremmo nel campo dell'antimperialismo di maniera e, attribuendo volontà agli uomini di stato più che al Capitale autonomizzatosi, potremmo scendere in piazza al grido di yankee go home. Non saremmo così tanto diversi dagli Yankee, che hanno avuto come nemico il Tedesco e il Nipponico, l'Impero del Male e il Grande Satana, il Terrorista e l'Integralista: mai l'avversario economico, sempre quello morale.

Sono un buon esempio i moralisti socialisteggianti che gravitano intorno a Le Monde Diplomatique. Essi vivono nella lagna perpetua e sostengono che il risultato pratico della globalizzazione è una Géopolitique du Chaos dove diventa più agevole lo spadroneggiamento dell'America e del Fondo Monetario Internazionale, che intervengono a modo loro, per esempio tramite la NATO come nei Balcani, per controllare la situazione. Ovviamente in questo modo hanno sempre ragione, perché è vero che l'America spadroneggia, che il caos incombe e che la NATO interviene. Ma registrando semplicemente un dato di fatto visibile non si procede granché nella comprensione dei fenomeni. Questo lo sa fare anche il superspeculatore George Soros, quando mette in guardia nientemeno che l'umanità intera contro il capitalismo globale selvaggio. Detto per inciso, almeno Soros basa la sua morale su solidi fatti economici: essendo un «operatore» che si libra ad altezze stratosferiche rispetto al parco buoi delle Borse, egli sa bene che la grande speculazione dà grandi risultati quando ha come obiettivo i sistemi rigidi di controllo statali o internazionali dell'economia (e quando riesce a vincere, naturalmente) (2).

Abbiamo assegnato al termine globalizzazione l'epiteto «fantasmatico» in quanto, al livello cui normalmente è trattata, non vi sono novità qualitative rispetto al capitalismo del tempo di Marx e il termine andrebbe collocato fra altri fantasmi del lessico dominante. In realtà, la parola di questi aedi e ideologi borghesi rappresenta il riflesso di un fenomeno profondo, anche se essi la trasformano in un feticcio metafisico, cui sono sacrificate le esistenze reali di milioni di proletari. Del resto persino il presidente degli Stati Uniti Clinton, proprio a causa degli effetti della globalizzazione, deve tradire le sue stesse premesse elettorali populiste; dopo aver ammesso che
«[...]
una transizione economica dolorosa, intrapresa senza una adeguata rete di protezione sociale, rischia di portare al sacrificio di vite umane in nome di una teoria economica» (3)
deve approvare misure per limitare l'assistenza agli indigenti, agli ammalati e ai disoccupati. La transizione è quella incominciata all'epoca di Reagan e interpretata da riviste di successo come Wired, che vuol dire cablato, connesso, reso comunicante. La trasformazione della comunicazione da analogica in digitale, le autostrade informatiche, la trasformazione degli «atomi in bit», come si disse con una immagine efficace, tutto ciò avrebbe comportato uno sconquasso sociale se fosse mancato il supporto governativo al cambiamento in attesa del ritorno economico delle tecnologie. Mai un programma politico fu sconfitto in maniera così totale obbligando la coppia presidenziale, con le buone o le cattive, a scendere a più miti consigli con l'immenso apparato assicurativo e assistenziale privato americano (4)
. Nello stesso tempo, il vantaggio acquisito dagli Stati Uniti in tutti i campi, permetteva di indirizzare verso il proprio territorio una quota sempre più alta del plusvalore mondiale, riducendo il paese a quello che era l'Inghilterra dopo la Prima Guerra Mondiale, uno Stato rentier.

Democrazia e legge del valore
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Ma le implicazioni oggi sono più gravi. Non solo perché non esiste nessuno che possa prendere il posto degli Stati Uniti nella successione storica degli imperialismi, ma soprattutto perché la rendita di cui godono gli americani non deriva dalla sopraffazione coloniale o dalla massiccia esportazione di merci verso paesi che non le producono bensì dalla pura e semplice potenza finanziaria e militare. Oggi gli Stati Uniti, in deficit commerciale cronico, rappresentano per gli altri paesi capitalisti un mercato più appetibile di quanto questi paesi non siano appetibili per le merci americane. Per questo ogni fesso può gridare in piazza, dall'opposizione, «yankee go home», ma non appena gli capiti di andare al governo deve mettersi al servizio degli Stati Uniti, come ci hanno mostrato i vari D'Alema, Schröder e persino Jospin, rappresentante di una borghesia che un tempo, almeno a parole, ci teneva all'autonomia nazionale. D'altronde, se questa è una grande forza di ricatto degli Stati Uniti nei confronti del mondo, è anche una loro grande debolezza, perché è proprio chi sfrutta di più gli altri ad averne più bisogno: perciò sono costretti a fare di tutto affinché questa situazione stia in equilibrio e non si inneschino processi caotici, come paventano ormai in molti.

Questa integrazione obbligata e un po' paranoica tra acerrimi concorrenti fa parte della globalizzazione e spiega in parte anche paradossi come quelli delle ultime guerre (Iraq e Serbia) alle quali gli europei hanno «partecipato» dandosi poderose zappate sui piedi. Tutto il resto del mondo gravita attorno al precario equilibrio esistente fra i paesi più avanzati, riflettendone le contraddizioni. Si tratta di determinazioni che nessuno Stato e tantomeno governante può aggirare. La legge del valore, che in epoca borghese impone lo scambio fra merci di valore eguale, ha il suo riflesso politico nell'uguaglianza degli uomini che uguali non sono affatto, nel radicamento della democrazia come principio (non è strano, per esempio, che fascisti del calibro di un Bottai sostenessero che il fascismo era la realizzazione autentica della democrazia). La politica globale, come quella interna degli Stati, si svolge dunque all'insegna della democrazia di mercato, ma anche nella difesa militare della democrazia in senso politico. Ed è del tutto conseguente il ruolo della massima democrazia del mondo, gli Stati Uniti, che sono chiamati a mantenere l'attuale equilibrio e ad imporre all'occorrenza la democrazia con le bombe. Tutto ciò non può non riflettersi nelle strane guerre recenti e nell'annullamento di ogni residua funzione autonoma degli organismi internazionali, a partire dall'ONU, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale.

Tuttavia rimarremmo ancora nel campo delle definizioni se ci accontentassimo di battere il solo terreno economico e politico con i suoi risvolti militari. Proveremo invece a restituire alla globalizzazione il suo vero significato, in quanto fenomeno moderno che non modifica affatto, ma certamente esaspera, la tendenza permanente del capitale a rompere i limiti imposti dalle frontiere, dalle regole e dalla politica degli Stati. Vedremo però che non si tratta solo di questo. Il fenomeno fu previsto da Marx e sarebbe sciocco trattarlo con sufficienza, perché non è vero che «tanto è sempre tutto capitalismo». Proprio Marx ce lo insegna individuando la dinamica storica dei modi di produzione che, in quanto tale, va verso uno sbocco previsto anche nei punti intermedi e produce fenomeni irreversibili. Lenin scrive uno dei suoi libri più letti e meno capiti, L'imperialismo, per dimostrare l'infondatezza di tale indifferentismo: una volta giunti all'ultima pagina non si dovrebbero più aver dubbi su come vada affrontato il problema dell'integrazione economica mondiale, su che cosa significhi parlare di questioni nazionali in quest'epoca, su che cosa significhi lottare contro l'imperialismo, e anche su cosa siano i sindacati oggi e quali determinazioni subiscano i proletari dei paesi «ricchi».

Del resto per ogni comunista non si tratta d'altro che di un lavoro di approssimazione verso una conoscenza più profonda dello stadio attuale del capitalismo, un tentativo di portare a compimento ulteriore argomenti che nella struttura del patrimonio della Sinistra esistono già, attinti, a loro volta, nel patrimonio comunista precedente, il quale, a sua volta ecc. ecc., in una concatenazione senza fine. Questo è il concetto autentico di continuità, il quale, contrariamente a quanto molti credono ancora, non ha nulla a che fare con la ripetizione pappagallesca di formulette. Esse diventano ben presto insignificanti luoghi comuni e perdono ogni utilità pratica nel lavoro dei militanti (5).

Cercheremo perciò di riprendere il concetto di globalizzazione partendo dal processo reale dello sviluppo capitalistico: tuttavia ne analizzeremo le leggi con la necessaria astrazione affinché, come dice Marx, si possa risalire dal semplice al complesso, perché la legge non descrive il movimento della realtà nella sua molteplice forma, bensì ne fissa la necessità (o determinazione) oltre le forme della percezione immediata.

Il fenomeno della globalizzazione (lo chiameremo dunque così anche noi) è importante perché riflette il passaggio dalla sottomissione formale alla sottomissione reale della società al capitale. Tale passaggio è affrontato specificamente da Marx nel VI Capitolo Inedito ed è basato sulla produzione di plusvalore non più assoluto ma relativo; la ricerca spasmodica dell'estorsione di plusvalore assoluto si riduce ad un corollario indispensabile solo come controtendenza alla legge della caduta del saggio di profitto e, per di più, si può applicare solo transitoriamente, in quanto i settori a bassa composizione organica del capitale si modernizzano anch'essi in cicli sempre più brevi. Con questo passaggio il Capitale non inizia nuove strade ma conclude un processo iniziato in Occidente cinque secoli fa (6).

In questo ultimo stadio del capitalismo si concretizza compiutamente lo sviluppo della produzione in contrapposizione ai produttori; si stabilizza storicamente in tutte le aree la riduzione a una proporzione esigua del lavoro morto rispetto al lavoro vivo, mentre la produzione in sé stessa diventa il fine unico del Capitale, che realizza di fatto il suo dominio totale sull'intera società. Il passaggio è estremamente importante per noi, perché il Capitale, nella sua fase suprema, imperialistica, lavora inesorabilmente alla sua propria dissoluzione.

Prima di continuare andiamo a piantare solidamente le radici nel terreno fertile della nostra storia passata.

Capitalismo di transizione
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Dunque, la tendenza alla creazione di un mercato mondiale, il superamento dei confini nazionali, la stretta interdipendenza tra capitalisti e finanzieri è sempre esistita, ma non è questo che ci interessa, dato che per i marxisti è risaputo. Occorre indagare se, allo stato attuale delle cose, questi fenomeni assumono una valenza quantitativa tale da comportare effetti qualitativi interessanti dal punto di vista della società futura e della rivoluzione che la prepara (7).

Lenin polemizza con coloro che vedono nel capitalismo moderno soltanto un superamento dei confini e dell'antico isolamento dei territori e un «intreccio» di interessi.
«
Che cosa significa la parola 'intreccio'? Essa indica soltanto il carattere più appariscente di un processo che si va compiendo sotto i nostri occhi. Essa dimostra semplicemente che l'osservatore vede i singoli alberi ma non si accorge del bosco. […] Ma il substrato di questo intreccio, ciò che ne costituisce la base, sono i rapporti sociali di produzione che si vanno modificando» (8).

Lenin non esita ad affermare che l'epoca dell'imperialismo rappresenta una vera e propria modificazione dei rapporti di produzione. In questo è fedele a Marx, perché la sussunzione reale del lavoro al Capitale è una effettiva modificazione sociale rispetto alla sussunzione formale. Il capitalismo, diventando finalmente davvero sé stesso, incomincia ad autonegarsi come specifico modo di produzione (9).
«
Quando una grande azienda assume dimensioni gigantesche e diventa rigorosamente sistematizzata e, sulla base di un'esatta valutazione di dati innumerevoli, organizza metodicamente la fornitura della materia prima originaria nella proporzione di due terzi o di tre quarti dell'intero fabbisogno di una popolazione di più decine di milioni; quando è organizzato sistematicamente il trasporto di questa materia prima nei più opportuni centri di produzione, talora separati l'uno dall'altro da centinaia e migliaia di chilometri; quando un unico centro dirige tutti i successivi stadi di elaborazione della materia prima, fino alla produzione dei più svariati manufatti; quando la ripartizione di tali prodotti, tra le centinaia di milioni di consumatori avviene secondo un preciso piano, allora diventa chiaro che si è in presenza di una socializzazione della produzione e non già di un semplice 'intreccio'» (10).

Le famigerate multinazionali, bestia nera dell'opportunismo stalinista di un tempo, dei liberal anglosassoni e dell'opportunismo immediatista odierno, non sono altro che il perfezionamento dell'azienda citata da Lenin. Solo che oggi anche la più piccola industria di qualsiasi paese, oltre alle grandi aziende che fecero l'imperialismo, è parte integrante del «sistema» globale cui si fa cenno nella citazione. Mentre al tempo di Lenin il «sistema» era costituito dalla grande azienda con interessi mondiali, oggi è costituito da tutte le aziende, non importa di quale grandezza. È evidente che l'aspetto sottolineato da Lenin, generalizzandosi, si trasforma in importante dato qualitativo con effetti altrettanto generalizzati sull'intero assetto sociale internazionale. Come molte osservazioni di Marx, dedotte dalla dinamica del capitalismo ottocentesco ma proiettate in un futuro prevedibile come un fenomeno fisico, anche le osservazioni di Lenin sono materia comune al giorno d'oggi, nel momento in cui viviamo e verifichiamo quel futuro previsto:
«
I rapporti di economia e di proprietà privata formano un involucro non più corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in putrefazione qualora ne venga ostacolata artificialmente l'eliminazione. Lo stato di putrefazione potrà magari durare per un tempo relativamente lungo ma infine sarà fatalmente eliminato» (11).

Nello stesso paragrafo Lenin, in incisi potenti, attribuisce la sopravvivenza del Capitale all'azione nefasta dell'opportunismo che impedisce al proletariato di confondersi, per mezzo del suo partito, al movimento reale del comunismo; nello stesso tempo nega che questa azione possa eliminare le determinanti che portano il capitalismo alla sua contraddizione estrema, all'esplosione sociale che rende possibile l'emergere della società nuova. È solo una questione di tempo.

Il processo moderno di globalizzazione, già presente come si vede all'inizio del secolo, va dunque di pari passo con il processo di concentrazione e soprattutto di centralizzazione del capitale. Mentre con la concentrazione del capitale si ha il massimo ricorso all'estrazione di plusvalore relativo con la conseguente massima espressione della forza produttiva sociale dovuta alla fusione tra la scienza e la produzione, con la centralizzazione si ha la massima socializzazione della produzione. Infatti il processo produttivo sottoposto alla razionalità scientifica passa dall'interno della singola fabbrica a proprietà e ciclo produttivo ben individuati, al sistema di fabbriche a proprietà diffusa e ciclo produttivo diversificato. Siamo già, all'interno di questa stessa società, all'avanzata eliminazione della proprietà capitalistica, sostituita da un controllo, da parte di funzionari stipendiati, che può benissimo essere assunto dalla dittatura del proletariato nella fase transitoria del potere. Stabilita la non esistenza potenziale del capitalista che risulta sostituito da una massa di azionisti e funzionari stipendiati, è anche stabilita la generalizzazione della condizione proletaria, che si fonde con l'insieme sociale.

Ciò non significa affatto che, dal punto di vista di classe, il funzionario stipendiato sia individualmente un proletario, o, viceversa, che la condizione proletaria generalizzata alla società possa giustificare teorie sulla fine del proletariato e l'avvento di una universalità che lega gli uomini al di sopra delle «vecchie» classi. Il dato da tener presente è molto banale e nello stesso tempo di importanza suprema per la futura forma statale transitoria: mentre le rivoluzioni precedenti, compresa quella della Russia sovietica, anzi, questa più di tutte, hanno dovuto impiantare nuovi e potenti strumenti di dominazione di classe, la prossima rivoluzione avrà a disposizione strumenti già pronti e validi per la negazione delle categorie capitalistiche. Invece dello sforzo immane per dare forma alla volontà della rivoluzione, vi sarà il dispiegamento della volontà rivoluzionaria per liberare tutte le energie già presenti e sviluppate.

Tutto ciò è perfettamente in linea con il marxismo, che prevede appunto la liberazione delle forze produttive con l'eliminazione dalla scena storica del vecchio modo di produzione. Anche Lenin, a questo proposito, riteneva che nel caso della Russia fosse relativamente facile prendere il potere ed estremamente difficile mantenerlo, mentre nel caso della Germania capitalisticamente sviluppata sarebbe stato il contrario, cioè sarebbe stato difficile imboccare la strada della presa del potere ma semplice in seguito svolgere le funzioni e utilizzare gli strumenti adatti per mantenerlo.

Allora, se le questioni legate al problema della globalizzazione stanno in questo modo, se cioè i capitalisti sono null'altro che inutili comparse, relegati alla loro nullità da un Capitale che li ha sostituiti con anonimi funzionari stipendiati; se inoltre oggi più che mai tutte le funzioni del Capitale sono tese ad accrescere sé stesso tramite la produzione per la produzione e non a soddisfare i bisogni dei capitalisti, allora possiamo, con la Sinistra, assumere il «tremendo» passo di Marx sulla non esistenza potenziale del capitalismo:
«
Questa proposizione è ugualmente la proposizione della non esistenza della produzione capitalistica, e perciò della non esistenza dello stesso capitalismo industriale. Infatti il capitalismo è già fondamentalmente soppresso dalla proposizione che il godimento e non l'arricchimento sia il motivo determinante».

Se il motivo determinante non è più l'arricchimento del capitalista (anche se le briciole dell'immensa quantità di lavoro passato si depositano ancora in patrimoni e conti bancari privati) occorre solo trasformare lo sciupio sociale, che dilapida la quasi totalità del valore prodotto, in godimento sociale. Glossa Bordiga:
«Resta dimostrata la necessità della morte del capitalismo, e quindi la sua scientifica 'non esistenza' potenziale dichiarata da Marx, il che può fare solo una scienza 'non più dottrinaria ma divenuta rivoluzionaria'»
(12).

Lenin definisce questa fase come «capitalismo di transizione, o più esattamente come capitalismo morente». Sono passati ottantatré anni e il morente è ancora vivo, anzi, sembra più potente che mai. I marxisti hanno forse sbagliato qualcosa? No, tutto è a posto: i capitalisti possono gioire di soddisfazione nel celebrare la morte del «comunismo reale», ma noi non siamo responsabili delle bestialità che dicono o a cui credono. Il comunismo è un'altra cosa, è un movimento che distrugge costantemente le basi della società borghese anche se essa sfoggia sicurezza e tracotanza. Sarebbe veramente un ingenuo immediatista chi pensasse che la rivoluzione si è fermata solo perché non si vede, chi pensasse che i trionfi della borghesia sul suo nemico storico siano più importanti delle paure che qualche borghese incomincia a manifestare sulla base di dati oggettivi e catastrofici. Siamo stati sconfitti sul campo, questo è certo, non nel 1989 con il crollo dell'Est, ma alla fine degli anni '20, quando l'opportunismo si alleò con la borghesia mondiale nella gestione congiunta della controrivoluzione. Ma il comunismo è il movimento generale dell'intera società umana in tutta la sua storia verso un risultato già inscritto nel movimento stesso, quindi è insopprimibile: qualunque cosa facciano i borghesi per salvare la loro fetida società, essi non possono fare a meno di lavorare per noi.

Definire la globalizzazione
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Il ciclo storico del comunismo si apre con l'assenza della proprietà e terminerà con la sua soppressione positiva. Non si tratta, nell'accezione di Marx, di eliminarla con l'emanazione di un decreto, che sarebbe concezione sciocca d'attivista, bensì di superarla nei fatti. Le prime comunità chiuse non producevano e, finché non produssero (un manufatto, un'eccedenza nella raccolta, un minerale strappato alla terra), la proprietà non fu neppure concepibile. Allo stesso modo non fu concepibile lo scambio, che è permesso dalla produzione di un'eccedenza reciproca di oggetti differenti, la quale, per il semplice fatto di esistere, provoca una differenza economica con altre comunità. Marx attribuisce giustamente alla differenza il primo motore dello scambio e la nascita dei primi embrionali sistemi economici.

La rottura della condizione locale in cui vivevano i primi gruppi umani fu l'inizio della marcia verso una condizione globale dell'umanità, marcia che durò millenni e che dura tuttora. La prossima forma sociale romperà gli ultimi vincoli e realizzerà l'unione dell'uomo con la natura, dopo il necessario intervallo che vide la separazione e la contraddizione, cioè l'auto-alienazione dalla natura e l'utilizzo becero e distruttivo (ma nello stesso tempo rivoluzionario) delle «risorse»; fenomeni che sono registrati dai movimenti borghesi in modo del tutto inadeguato (locale) rispetto alla loro portata universale (o globale). L'immenso problema dell'ecologia, per esempio, non si può risolvere cercando soluzioni di rattoppo all'interno del sistema, bisogna uscirne. Ma questo fa parte del processo storico che porterà l'uomo a mettersi in armonia con tutto l'arco millenario passato fino a concepire il proprio futuro, cioè a progettarlo (rovesciamento della prassi).

Anche la storia della conoscenza passata ha registrato questo processo: l'uomo, in un primo tempo inserito del tutto nella natura (cioè globalmente), ha dovuto sviluppare un linguaggio sulla base di una catalogazione delle cose secondo un nome loro assegnato. Dapprima fu una suddivisione grossolana e le relazioni fra le cose furono semplici; poi, tramite l'affinamento del linguaggio stesso per mezzo del lavoro, essa divenne via via più sofisticata grazie alla possibilità non solo di mettere in relazione gli oggetti tra loro con le parole, ma di costruire sistemi di parole e di oggetti tramite relazioni completamente nuove, che divennero memoria consolidata, teoria, cioè motore per la riproduzione sistematica di atti utili e soprattutto per lo sviluppo di una conoscenza ulteriore. Questo processo ha portato l'uomo a conoscere la natura nei suoi più segreti recessi (locali) e, una volta raggiunto questo risultato, sta ritornando ad una visione d'insieme (globale) della complessità del mondo. Questa nuova conoscenza è ovviamente mediata da quella nel frattempo accumulata, perciò non è solo quantitativamente superiore ma qualitativamente arricchita da sempre nuove relazioni operate sull'esistente.

Il marxismo, come concezione unitaria non soltanto dell'economia capitalistica e del suo sbocco comunista ma di tutto l'universo in cui la storia dell'uomo si svolge, è nello stesso tempo un prodotto e un interprete anticipatore di quest'esigenza - chiamiamola di globalizzazione - dell'umanità.

Dunque, la parte «capitalistica» del fenomeno storico su cui stiamo indagando non è neppure la più importante, dato che si tratta di una dinamica che coinvolge tutta la storia umana e che avrà sbocco in ben altra concezione unitaria del mondo. Senza andare troppo lontano, nel primo capitolo del «Manifesto» Marx tratteggia un'apologia della rivoluzione borghese in quanto liberatrice di forze produttive che tendono a generalizzarsi e che invece sono incatenate dalla vecchia forma sociale. La tendenza alla globalizzazione è quindi insita nel movimento dell'umanità lungo il percorso dal regno della necessità a quello della libertà. Per questo, di fronte alla borghesia vittoriosa che libera, con le forze produttive, uomini e cose dai vincoli feudali, oggi possiamo affermare, con Marx, che
«Sotto i nostri occhi si sta compiendo un processo analogo. Le condizioni borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la moderna società borghese che ha evocato come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate»
(13).

Un processo analogo a quello della liberazione dal medioevo feudale, ma più radicale e profondo. Mentre nel mondo sussistono ancora per miliardi di uomini forme arcaiche di sussistenza, nessuno è più al di fuori del ciclo capitalistico totale, perché il più sperduto contadino o pastore vede la sua sopravvivenza dipendere totalmente dal mercato e dalla finanza mondiale, che sono la sostanza su cui si basa la globalizzazione.

La generalizzazione del mercato cui si riferiscono gli osservatori borghesi non è, dunque, che un aspetto, e neppure il più importante, della globalizzazione. Questa società, incapace di afferrare i più importanti fenomeni sociali e di andare oltre la semplice superficie delle cose, non meriterebbe di essere ulteriormente analizzata, dopo Marx, se quest'ultimo non ci avesse insegnato, come abbiamo visto, che è proprio nelle pieghe del tessuto capitalistico maturo che si nascondono le potenzialità della società futura. Dobbiamo quindi verificare se per caso agli occhi degli interessati capitalisti e degli orbi pseudomarxisti non si presenti un fenomeno che essi non capiscono e che invece è importante per il futuro sociale. I capitalisti ritengono che la globalizzazione sia un fenomeno di ordinaria amministrazione, nient'altro che una ulteriore, mirabile manifestazione del potenziale della loro società e, come abbiamo visto, una giustificazione ulteriore alla loro azione, se non alla loro sopravvivenza come classe. Gli opportunisti seguono a ruota introducendo alcune varianti, specialmente riguardo ai rattoppi che sarebbero utili per umanizzare il capitalismo; le introducono un po' per non sputtanarsi troppo, un po' perché hanno mutuato dall'ideologia dominante un concetto moralistico dell'azione sociale, ma, di fatto, non sono varianti che dimostrino una concezione diversa da quella borghese. Noi, al contrario, dobbiamo chiederci se davvero sia tutto lì, o se ciò che va sotto il nome di globalizzazione non sia invece qualcosa che ci dà la misura di quanto l'agonia del capitalismo sia in fase avanzata. Che poi è un altro modo per capire quanto la misconosciuta vecchia talpa del comunismo abbia lavorato bene, scavando nel profondo.

Il termine globalizzazione quindi non può essere utilizzato solo per definire una condizione di internazionalizzazione dello scambio di merci e di capitali, un'accresciuta interdipendenza dei paesi o una facilità di elaborazione e comunicazione tramite i computer, i satelliti, le reti informatiche, ecc. La globalizzazione è certamente anche tutto ciò, ma è soprattutto molto di più: l'intero complesso del lavoro mondiale, socializzato ad un punto più alto di quanto potesse scorgere Lenin al suo tempo, rappresenta il punto cui è giunta la naturale tendenza dell'organizzazione umana a superare gli ostacoli che frenano il divenire di specie, cioè a trapassare dall'insieme di organizzazioni parziali che mettono in conflitto gli uomini tra loro, e questi con la natura, al sistema organico globale, che mette in armonia uomini e natura. Se vogliamo usare l'espressione di Marx, è un riflesso del comunismo in quanto movimento reale che distrugge lo stato di cose presente.

Il fatto che il modo di produzione attuale traduca questi enormi risultati in crisi, conflitti economici, guerra e sofferenza umana non deve occultare l'enorme passo che l'umanità compie verso la sua propria emancipazione. La circolazione sempre più forsennata di capitali finanziari (che in valore monetario rappresenta il 95% delle transazioni mondiali mentre le merci, i servizi e i capitali commerciali rappresentano solo il 5%) dimostra che il capitalismo, maturato con la produzione sociale, si sta autosopprimendo, come previde Marx, per l'enorme divario fra la potenza virtualmente infinita di questa e l'impotenza del Capitale ad usarla per la sua propria valorizzazione. Come diaframma tra la società futura, liberata dalla proprietà, e l'attuale modo di produzione, si erge soltanto più la potenza politica della borghesia, cui dovrà contrapporsi una potenza politica più grande ancora, il partito della rivoluzione.

L'antagonismo fra il manager e l'azionista, già rilevata da Marx e da Lenin come contraddizione del capitalismo maturo, è l'antagonismo fra la produzione e la finanza: il primo, che dispone della forza materiale di impianti, operai, energia, materie prime e organizzazione, pianifica la produzione trattando materia, mentre il secondo vede solo il risultato delle sue cedole trattando cifre virtuali. Ciononostante è solo il secondo, cioè l'intero capitale finanziario, che si muove in giro per il mondo a cercare dove la produzione gli possa garantire il dividendo più alto, ed è così facendo che decide dove e come si produce, intessendo una rete mondiale di interessi. Ma decide anche dove non si produce, dove si coltiva soltanto ciò che gli serve o dove si estraggono soltanto minerali.

Osservando il formarsi di nuove e più totalitarie regole di divisione internazionale del lavoro, ritorniamo all'essenza del moto verso la globalizzazione, cioè la differenza: essa è stata il motore sia dello scambio primigenio che del capitalismo nel suo pieno splendore, quando il vulcano della produzione cercava e creava nuovi mercati. Così facendo eliminava la differenza. Ora il capitalismo la deve nuovamente generare rovesciando i termini della questione: sono i mercati già trovati e creati a permettere la produzione, di qui la corsa alla concorrenza spietata, al monopolio, all'eliminazione dell'avversario. Non è una novità, è il capitalismo stesso che espropria i capitalisti. Interi paesi assumono le caratteristiche specifiche dettate dal Capitale più che dai governi, che sono al suo servizio; così la Corea produrrà acciaio rinunciando ad una propria agricoltura (14), l'Argentina carne, la Finlandia legname, l'Olanda servizi e l'Africa materie prime.

La difesa politica del Capitale Globale
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Nelle sue ricerche Marx dava importanza enorme a questi aspetti contraddittori. Il capitalismo nasce dalla differenza, genera l'uguaglianza e sopravvive rigenerando la differenza; ma è proprio così facendo che porta l'uguaglianza agli estremi tramite la concorrenza, facendo del mondo un unico sistema produttivo sociale integrato. Difficile? Può darsi. Ma non è la differenza di reddito fra il contadino più povero e l'americano più ricco a darci elementi scientifici di riscontro.

I produttori isolati si contrappongono sul mercato come portatori di valore d'uso e questo si scambia soltanto se sussiste una differenza: non ha senso scambiare noci con noci, oro con oro, ed è persino difficile immaginare che l'umanità si potesse muovere verso lo scambio generalizzato barattando caciotte con scamorze, prima che la produzione sociale trasformasse i bisogni e affinasse il senso della differenza. I produttori associati di oggi, a differenza dei loro antenati, si contrappongono sul mercato con prodotti estremamente diversi ma che hanno uguale valore, vale a dire che realizzano l'uguaglianza potendo confrontare quantitativamente (misurare) valori d'uso qualitativamente differenti.

Nella società classica antica, dove il valore di scambio non era alla base della produzione, la libertà, l'eguaglianza e la fraternità avevano valore opposto rispetto all'epoca in cui viviamo: allora tali categorie erano realizzate solo come valore morale e locale, all'interno di un gruppo umano limitato e contro l'esterno. Fuori erano tutti barbari. Oggi lo scambio di valore universalizzato tende alla realizzazione sostanziale di tali categorie dal punto di vista economico globale, anche se rimangono e rimarranno categorie politiche insoddisfatte, mere speranze. La democrazia come la immaginano gli uomini non esiste e non è mai esistita, come già osservava Rousseau. Ma l'idea di democrazia si rafforza sulla base sociale dell'eguaglianza dei valori, soprattutto nell'epoca in cui la democrazia politica viene accantonata e diventa un'attività meramente formale intorno ai parlamenti. Paradossalmente, la democrazia, che nelle forme arcaiche non si manifestava affatto con un'ideologia dell'uguaglianza pur mettendo a confronto individui socialmente abbastanza eguali (gli schiavi erano ovviamente esclusi), si realizza col capitalismo tramite un'ideologia dell'eguaglianza tra individui che socialmente ed economicamente sono a distanze immense. Si realizza perciò attraverso l'eguaglianza dei valori, per cui uomini e cose sono misurabili sul mercato tramite un equivalente universale di valore, il denaro: questa è la democrazia, altrimenti impossibile. Essa non può essere migliorata, può solo essere superata da altri e contrapposti meccanismi sociali. Marx, nei Grundrisse, osserva che,
«
volendo, il soggetto può avere anche la coscienza esaltante che la realizzazione dell'interesse singolo superato, dell'interesse generale sia invece proprio il soddisfacimento del suo brutale interesse singolo» (15).

E questo perché nel processo di scambio capitalistico ognuno è libero e ogni transazione è assolutamente volontaria, dato che nessuna parte ricorre alla violenza; e in effetti ognuno diventa mezzo per l'altro anche se il fine di ogni azione è per ognuno del tutto egoistico. L'universalizzazione degli interessi egoistici produce la coscienza universale che proprio ciò sia l'interesse generale o comune. La particolarità individuale del soggetto che scambia non entra nel processo, ma la diversità materiale del prodotto scambiato sì, è essa che lo rende possibile. La grandezza del capitalismo consiste nel fatto che sia il soggetto che il suo prodotto sono resi possibili dalla differenza tra soggetti e tra prodotti; essi sono separati da tale differenza, perché il produttore si separa dal suo lavoro vendendolo e dal suo prodotto perché è un bisogno altrui; ma nello stesso tempo sono uniti nell'uguaglianza tramite il valore. Infatti il valore di scambio, essendo tempo di lavoro sociale medio universale, è sempre della stessa natura indifferenziata, indipendentemente dalle differenze proprie di chi lo produce, e si cristallizza sempre nei prodotti con questa stessa natura, indipendentemente dalle qualità differenziate di tali prodotti-merce.

Se è così, dice Marx, ci troviamo di fronte non soltanto ad un capitale globalizzato, un unico capitale che è passato definitivamente dalla dominazione formale sul lavoro a quella reale, ma anche ad un'unica massa globale di merci, trattabile come una merce sola. Infatti, il prodotto totale del capitale non è più, in questo caso, rappresentabile come mera somma delle merci discrete, in quanto ora si realizza effettivamente il fatto che la somma dei prezzi corrisponde al valore. Ciò non era possibile finché esistevano ancora settori del globo a produzione non completamente capitalistica e l'immagine del blocco di merci come valore unico era un'utile astrazione, mentre ora è la realtà (16).

Ciò ha conseguenze formidabili rispetto al comportamento del Capitale e dei suoi organismi esecutivi, classi, governi, Stati. Siccome a questo modo la società è oggettivamente sempre meno capitalistica, occorre che soggettivamente, cioè politicamente e militarmente sia sempre più difeso il capitalismo. Contro sé stesso e contro l'unica classe che può farlo saltare per sempre. Ecco perché non ci stanchiamo di insistere sul fatto che, se c'è controrivoluzione, dev'essere possibile indicare in che cosa consiste la rivoluzione in atto contro cui essa si scaglia.

L'unità degli opposti nel capitalismo si fa dunque micidiale. Se la diversità naturale dei produttori e delle merci è il fondamento della loro uguaglianza sociale, non potrebbe neppure sussistere una relazione capitalistica quando nella massa di merci dovesse rimanere il valore e scomparire il prezzo differenziato. Per di più questa particolare relazione di valore, scaturita per la prima volta nella storia dell'umanità con il capitalismo sviluppato, è la sola che può fare da fondamento alla società futura. Per questo ci interessa sommamente. Infatti la generalizzazione dello scambio inteso alla Lenin, cioè della socializzazione massima del lavoro, è nello stesso tempo, come egli afferma, capitalismo di transizione, capitalismo morente. Il militante comunista non si turba affatto se i tempi reali della rivoluzione e del suo sbocco non corrispondono a quelli delle sue speranze: la transizione è irreversibile e la catastrofe (scontro finale, dittatura) inevitabile.

Finanziarizzazione
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Neologismo cacofonico e orrendo, ma rende l'idea del passaggio storico, avvenuto in tre tempi: 1) a partire dal XII secolo la finanza originaria serve a rendere possibile il mercato in un mondo che conosce solo monete locali inconvertibili; 2) fino al termine della rivoluzione industriale la finanza diventa un valido supporto al mondo della produzione permettendo consistenti anticipi di capitale; 3) dopo la Prima Guerra Mondiale la produzione diventa sempre più un'appendice del mondo finanziario che si rende man mano autonomo. Mentre in passato l'anticipo di capitale a chi non ne possedeva a sufficienza rendeva possibile il proseguimento della produzione, oggi occorre trovare a tutti i costi una produzione che renda possibile un sufficiente plusvalore per garantire la sopravvivenza di un capitale esistente. La prima determinazione formale del denaro è per Marx la misura universale dei valori delle merci, mentre ad un diverso grado di astrazione, più inerente al capitalismo maturo, prende forma una seconda determinazione: il denaro smaterializzato è sussunto all'interno della struttura creditizia per cui si impone la differenza fra accumulazione reale e accumulazione monetaria. Col sopravvento di quest'ultima, il legame con la produzione, pur sempre indispensabile, diventa lontano e invisibile, tanto che si giunge, alla fine, ad una situazione di indifferenza fra saggio di profitto e saggio d'interesse, con predominanza di quest'ultimo. La finanziarizzazione è un fatto reale, necessario e previsto, nella struttura della critica marxista al capitalismo, ed è premessa indispensabile per la fine del capitalismo stesso. Questa osservazione è di estrema importanza. Quando il profitto, dice Marx,
«
assume semplicemente la forma di interesse, tali imprese [le grandi società per azioni] sono possibili anche se fruttano solo l'interesse, ed è questa una delle cause che ritardano la caduta del saggio generale di profitto, perché queste imprese, il cui capitale costante sta in proporzioni così enormi rispetto al capitale variabile, non entrano necessariamente nel livellamento del saggio generale del profitto. È questa la soppressione del modo di produzione capitalistico entro i confini del modo di produzione capitalistico» (17).

Qui Engels aggiunge un passo in cui osserva che nel frattempo si erano sviluppate enormemente tali nuove forme di gestione industriale e che la socializzazione del lavoro stava raggiungendo livelli altissimi, per cui
«
si prepara così, con nostra grande soddisfazione, la futura espropriazione da parte della società intera» (18).

Va notato che allora il saggio medio di profitto era molto più alto dell'interesse mentre oggi, proprio a causa del fenomeno citato, non c'è praticamente differenza. Non si deve confondere tutto ciò con il vertiginoso aumento dei profitti di singole aziende, specialmente dopo le ondate di fusioni che, ricordiamolo, rappresentano il processo di centralizzazione espropriatore di capitalisti; la media del saggio di profitto è rivelata solo dall'indice di crescita della produzione industriale (19).

Il neologismo finanziarizzazione, nell'originale inglese è securitization e suona un po' diverso in quanto significa «titolarizzazione», ovvero tendenza a trasformare tutto in titoli (su attività, su altri titoli, su minerali, su ipotesi future ecc.) trattabili sul mercato. Non solo transazioni su merce, su denaro e su impegni in denaro, ma anche su ciò che queste cose potrebbero essere in futuro. È l'esplosione atomica dell'esuberanza del Capitale contro l'impenetrabile muro d'acciaio di un modo di produzione che gli impedisce di valorizzarsi, quindi di avere un futuro nella storia dell'uomo.

La compravendita di danaro a mezzo di titoli di credito ha origini assai lontane e persino «globali». Dal Duecento al Seicento, le piazze di Firenze, Lucca, Genova Besançon, Bruges, Parigi, Amsterdam, riuscivano a superare il caos delle monete locali tramite lettere di credito e banchi di cambio efficienti. Turbinavano nel Cinquecento «cambi con ricorsa» e «cambi con ricambio», cambiali rinnovabili a tre mesi, spiccate dal mercante a favore di sé stesso e messe in circolazione in paesi diversi come titoli di credito dal valore, ovviamente, fittizio. Bisognò aspettare il Settecento affinché il titolo girabile diventasse titolo di credito vero e proprio, scontabile dalle banche, abilitate ad emettere biglietti al portatore o a vista e funzionanti come moneta circolante. Nel suo Confusiòn de confusiones (1688), il portoghese Joseph de la Vega ben denunciava l'imbroglio, diffusissimo sin da allora, di vendere grano non ancora raccolto o pesce non ancora pescato. Oggi al mercato mondiale delle materie prime si tratta soprattutto merce che non esiste ancora o che addirittura non esisterà mai.

Gli ultimi anni del XIX secolo e i primi del XX conobbero un'intensa attività speculativa, quella stessa di cui il testo di Lenin sull'imperialismo diede, nel 1916, debita nota. Nessun raffronto è tuttavia possibile con la mole di transazioni rilevabile attualmente, testimonianza inequivocabile d'una ormai ardua valorizzazione. Infatti, a norma di dottrina, è stolto scambiare la causa con l'effetto: l'eccesso d'affarismo speculativo è un prodotto dell'impossibilità di trarre un adeguato profitto dall'investimento industriale, non certo un suo fattore, come affermano i cultori di un ritorno all'età dell'oro capitalistica.

Il valore delle obbligazioni e dei titoli negoziati quotidianamente sul mercato mobiliare raggiunge i 220 miliardi di dollari, vale a dire un quinto del prodotto interno lordo italiano. L'ammontare complessivo dei depositi in valuta estera, il cui utilizzo è specificamente previsto per le transazioni finanziarie internazionali, è di 8.000 miliardi di dollari, pari cioè all'intero PIL statunitense e una volta e mezzo il valore dell'export mondiale. Nel 1991, i prestiti bancari internazionali equivalevano già al 44% dell'intero prodotto lordo dei paesi OCSE sommati. E il commercio di denaro rende: ciascuno dei cinque maggiori istituti finanziari al mondo (in base alla classifica del 1993) realizza annualmente introiti superiori al prodotto lordo dell'intero continente africano (434 miliardi di dollari). Insomma, la massa finanziaria è imponente.

La concentrazione della produzione, la conseguente formazione dei monopoli, la centralizzazione dei capitali, la fusione e simbiosi della banca con l'industria, stanno alla base della formazione del capitale finanziario. Se la produzione e l'esportazione di merci per accumulare capitale erano la caratteristica principale del vecchio capitalismo, al culmine della storia capitalistica il processo si inverte: per il capitalismo recente è divenuta caratteristica l'esportazione di capitali accumulati affinché possa continuare la produzione e l'esportazione di merci. Va da sé che non c'è eccedenza di capitali senza eccedenza di merci: bisogna solo stabilire, a questo punto, dove vengono prodotte l'una e l'altra eccedenza, e soprattutto dove il lavoro passato si è cristallizzato in manufatti che ricoprono la Terra e in capitale liquido in cerca di ulteriore valorizzazione.

È opportuno tener fermo che tutte le crisi del capitale, piccole e grandi, hanno uguale origine e natura, che è sempre scarsezza di valore finale scaturito dal ciclo complessivo dell'economia. Perciò sono sempre crisi di accumulazione (o di redditività) e si esprimono nella pletora di merci e di capitali, ovvero nel contrasto fra l'aumento dell'offerta, vertiginoso e senza limiti teorici nella produzione, e il calo drastico della domanda, dovuto alle dimensioni reali del mercato.

Nonostante questa base comune, ciascuna crisi si differenzia dalle altre per durata, intensità, conseguenze sugli Stati e sulle popolazioni. In altri termini, la periodica sovraccumulazione rivela il limite del modo capitalistico di produzione ed è particolarmente significativo che le crisi dell'epoca imperialistica siano di necessità crisi mondiali. Ogni crisi è generata da una caduta di valore, ed ogni superamento delle crisi non può che avvenire tramite l'accumulo di fattori che generano una futura e ulteriore caduta di valore. Infatti il saggio di profitto scende storicamente con l'aumentare della forza produttiva del lavoro, e questa diminuzione crea continue barriere allo sviluppo della forza produttiva sociale in un circolo vizioso infernale rotto ogni tanto dalle crisi; per cui, nell'immediato, il Capitale riesce a mantenere un tasso di sviluppo soltanto per mezzo di una reiterata distruzione di una parte di sé stesso.

Questo dato storico si può esprimere attraverso la «parabola del plusvalore», uno schema che prendiamo da una nostra più dettagliata trattazione e che spesso utilizziamo per visualizzare la dinamica del capitalismo (20). In esso è mostrato l'andamento del plusvalore da uno zero dovuto ad una società che fosse fatta di operai e che consumasse immediatamente tutto ciò che produce (a destra nello schema), ad un altro zero dovuto ad una società che non impiegasse più operai da cui estorcere plusvalore (a sinistra).

funzione diretta del tempo di lavoro

In quanto funzione diretta del tempo di lavoro e del lavoro vivo, la forza produttiva del capitale (rapporto fra plusvalore e salario) urta immediatamente contro la forza produttiva del lavoro (rapporto fra unità prodotte e tempo di lavoro) la quale tende a ridurre sia il tempo di lavoro, sia l'impiego di lavoro vivo.

Ciononostante, la forza produttiva del capitale appare vincolata al risparmio della forza-lavoro, per almeno due ragioni: prima di tutto perché la massa di lavoro che può essere messa in moto dal Capitale dipende non dal valore di quest'ultimo, ma dalla massa dei valori d'uso di cui esso è composto (macchinari, materie prime, mezzi di sussistenza ecc.) e da cui derivano l'aumento del lavoro vivo impiegato e del sopralavoro; in secondo luogo, perché, a un dato momento, se diminuisce la possibilità di estorsione di plusvalore, non solo diminuisce il profitto del capitale addizionale, ma qualsivoglia profitto si rende impossibile e l'accumulazione s'arresta. Del resto è inevitabile che con l'aumento della forza produttiva sociale, che non diminuisce mai, diminuisca invece l'estorsione di plusvalore: oltre precisi limiti fisiologici e temporali, pur spremendo un operaio come un agrume, non si può estrarre da esso tanto plusvalore quanto se ne può estrarre da cento operai.

Le due tendenze, al calo del saggio del profitto e al calo della massa del profitto, attestano, per l'appunto, che con l'aumento del numero di unità prodotte aumenta anche la difficoltà a valorizzare il tempo di lavoro in esse contenuto, e che, con minimo impiego di forza-lavoro, lo sviluppo della forza produttiva del lavoro può e deve ripercuotersi negativamente sulla forza produttiva del capitale (21).

L'aumentata massa dei mezzi di produzione destinati a essere trasformati in capitale ha sempre a sua disposizione, per sfruttarla, una popolazione operaia accresciuta in proporzione e perfino eccessiva. Nell'evoluzione del processo di produzione e accumulazione dovrebbe esservi, dunque, un aumento della massa del pluslavoro acquisito e suscettibile di esserlo, e quindi della massa assoluta del profitto acquisito dal capitale sociale. Ma le stesse leggi della produzione e della accumulazione aumentano, insieme alla massa, il valore del capitale costante più rapidamente di quanto avviene nella parte variabile del capitale convertita in lavoro vivo (22).

Le stesse leggi producono quindi, per il capitale sociale, un aumento della massa assoluta del profitto e una diminuzione del saggio del profitto (23), per cui il capitalista è costretto a muovere più capitale per lo stesso profitto ovvero a considerare nei suoi bilanci annuali la massa invece del saggio.

Il saggio di profitto, ossia l'incremento proporzionale del capitale, è la forza motrice della produzione capitalistica. Condizione e stimolo al tempo stesso dell'accumulazione, esso vive la contraddizione di trovare il suo limite nello sviluppo stesso della produzione. L'estensione della produzione non avviene, tuttavia, in base al rapporto fra la produzione e i bisogni sociali, ma esclusivamente in base all'appropriazione di plusvalore in rapporto al lavoro oggettivato o, per dirla in altri termini, in base al rapporto tra profitto e capitale impiegato nel ciclo produttivo. La produzione si arresta, allora, quando la realizzazione del profitto è messa in forse.

La ragione d'essere del Capitale è, dunque, lo sviluppo delle forze produttive e del lavoro sociale, ma è proprio attraverso tale sviluppo che esso pone le condizioni materiali per la sua soppressione e per l'avvento di una forma più elevata di produzione.

La caduta del saggio di profitto induce il Capitale a negarsi come processo produttivo e a costituirsi come capitale finanziario nell'apparente processo di valorizzazione che porta direttamente una certa quantità di denaro a trasformarsi come per miracolo in più denaro. E questo senza passare attraverso la produzione; il che è evidentemente assurdo, come riconoscono anche alcuni borghesi. Nella misura in cui le transazioni tra capitali nel tempo vengono a prescindere dalla produzione di plusvalore, ecco che allora il capitale investito diventa mero capitale fittizio e la stessa economia politica borghese diventa mediocre attività di gestione basata sulla speranza di ottenere, invece di un profitto industriale, un certo interesse.

Va da sé che, per quanto riguarda i titoli, ogni aumento di prezzo basato sulla sola speranza di ottenere interesse invece di plusvalore, quindi senza passare attraverso il processo produttivo, è passibile di azzeramento. Perciò i crolli borsistici o monetari non distruggono effettivamente capitale, ma solo segni arbitrari di valore precedentemente stabiliti. Questo almeno fino a quando non venga intaccato proprio il valore originario rappresentato dal titolo stesso. Dove stia, nel complesso dei titoli quotati, il confine fra valore fittizio e reale è ovviamente difficile da stabilire, ma è anche chiaro che chi ha impiegato in Borsa capitale «vero», cioè lavoro passato, nel caso di una crisi prolungata se lo vede decurtare. Chi invece ha venduto quando i prezzi erano alti rispetto all'epoca dell'acquisto intasca la vincita.

Se è vero però che nel mercato d'azzardo il risultato è sempre a somma zero, è anche vero che chi vende a prezzo alto e fittizio ha ora in mano un capitale che, proprio perché c'è la crisi, avrà vita difficile per valorizzarsi e rischierà grandemente di essere decurtato anch'esso. Nelle grandi crisi c'è sempre distruzione effettiva di capitale. Per il capitalista avere liquidità in tempi di crisi è un incubo che può essere affrontato soltanto elevandolo a potenza, cioè escogitando sempre più sofisticati mezzi d'investimento. Quando la crisi è cronica, cioè quando il saggio di profitto langue al ritmo di una crescita asfittica, ciò si traduce in una sempre più spinta securitization nel tentativo di trovare un impiego decente per capitali disoccupati. Ma l'indice vero di crescita di un'economia non è certo il movimento di capitale fittizio: è l'incremento della produzione e dei servizi vendibili un anno sull'altro.

La finanziarizzazione dell'economia si manifesta anche attraverso le campagne di cosiddetta privatizzazione. Nei paesi maturi lo Stato ha ben altri mezzi per controllare l'economia che non la detenzione diretta di impianti produttivi e servizi a pagamento. Quindi, se da una parte l'indice di statalizzazione di un'economia non si ricava dall'ampiezza del settore pubblico ma dall'intervento politico dello Stato per disciplinare l'economia intera (come negli Stati Uniti), dall'altra si va sul sicuro affermando che le campagne di privatizzazione rappresentano un vero e proprio intervento dispotico dello Stato nell'economia, con buona pace di Berlusconi, D'Alema e soci. È del tutto ininfluente il fatto che lo Stato mantenga o no la golden share, cioè la maggioranza di controllo. Ciò che importa è che la proprietà viene diffusa fra una miriade di piccoli azionisti che non conteranno niente e che saranno fregati al momento opportuno, mentre ristretti nuclei di sindacato azionario avranno via libera per accumulare secondo le regole stabilite dalla politica economica dello Stato.

Di fatto, gli undicimila miliardi di dollari detenuti dai fondi d'investimento contano più di tutti i capitalisti privati del mondo, e nessun governo, neppure quello degli Stati Uniti, può fare a meno di praticare una politica totalitaria per disciplinare questo potenziale esplosivo. Aziende come la IBM diffondono le loro azioni fra singoli sparsi nel mondo e i potentissimi fondi la «possiedono» controllando appena il 4 per cento del capitale.

Sussunzione dell'industria alla finanza
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La finanziarizzazione è dunque un fenomeno di capitalismo maturo, mentre la statalizzazione diretta è un fenomeno di capitalismo giovane. Infatti tutte le economie dei paesi poveri (o ricchi solo in materie prime) hanno un alto indice di intervento diretto dello Stato. Il tempo di rotazione del capitale nei processi di produzione e di circolazione influenza la produzione di plusvalore, quindi è ovvio che, negli stadi meno sviluppati della produzione capitalistica, le opere su larga scala richiedenti un lungo periodo di lavoro, e quindi una notevole anticipazione di capitale, vengano intraprese direttamente dallo Stato. Qualche volta con impiego di manodopera comandata a corvée, in certi casi ricorrendo addirittura a lavoro forzato, come in Russia e in Cina. In situazioni particolari, la sete di plusvalore fa estendere questo fenomeno anche ai paesi ultrasviluppati, come nel caso della Germania nazista o, recentemente, nel caso del sistema carcerario statunitense privato.

La forma iniziale di capitalismo di stato, in origine legata al mercantilismo delle Repubbliche Marinare, poi via via estesa alla rete mercantile che si consolidò con Venezia, con la finanza tedesca, con l'imperialismo olandese ecc. (24), oggi può apparire come concentrazione diretta, nelle mani dello Stato, di proprietà, finanza e dominio del mercato, ma in realtà costituisce per i capitali in cerca di remunerazione una riserva di energie indispensabile per intraprese aziendali e speculazioni finanziarie private. Il processo attuale di privatizzazione, quindi, indotto dalla ricerca incessante di plusvalore da parte del Capitale determinata dalla caduta del saggio di profitto, è funzionale a raccogliere capillarmente molti piccoli capitali privati per concentrarli alla fine nelle mani di pochi capitalisti o fondi d'investimento. Questa ulteriore fonte della finanziarizzazione dell'economia è indispensabile, perché il singolo possessore di capitale non potrà mai avere i mezzi per conoscere l'andamento dei mercati globali e indirizzare somme sufficienti a valorizzarsi. Ovviamente questo risultato non è garantito neppure a chi ha tali mezzi, ma rimane il fatto che il piccolo capitalista sarà remunerato con criteri interni e il fondo d'investimento o il grande capitalista potranno invece cercare remunerazione «globale». La finanziarizzazione è quindi funzionale al consolidamento di una massa impotente di piccoli investitori presso cui effettuare la raccolta e di una oligarchia finanziaria in grado di indirizzare i capitali raccolti là dove la redditività sia prevista più alta che altrove. È questa oligarchia, per esempio, che gravita intorno al debito estero mondiale e che interviene ogni qual volta la Banca Mondiale debba organizzare una catena di raccolta per un prestito:
«
Nessun affare all'interno del paese - scrive la rivista Die Bank - arreca neppure approssimativamente i benefici dati dalla mediazione nell'emissione di un prestito estero».

L'esplosione del mercato dei titoli ha avuto come conseguenza anche la sua automatizzazione. Siccome la stragrande maggioranza di essi è trattabile secondo schemi fissi nella routine quotidiana degli scambi, i grandi operatori finanziari raggruppano le operazioni secondo criteri immessi nei programmi dei computer. Ne risulta che la maggior parte della routine non è più seguita dagli uomini ma è lasciata in mano alle macchine, le quali sono anche in grado di avvertire quando i mercati varcano certe soglie di sicurezza e perciò di bloccarsi chiamando gli umani a prendere in mano la situazione.

Il cammino verso l'autonomizzazione del valore nella sua forma finanziaria attuale è stato lungo, ma è irreversibile. Il vincolo monetario, determinato dalla necessità di avere un equivalente generale per tutte le merci, appare caratteristico d'ogni produzione mercantile, in quanto la moneta, ancor prima che strumento di dominio classista è, di fatto, un indispensabile mezzo di scambio. Una volta instauratosi alla scala sociale, il capitalismo reca, tuttavia, decisive novità rispetto alle epoche precedenti: la crescita impetuosa del credito si trasforma nell'illusione di un più facile e veloce rendimento finanziario rispetto ai cicli produttivi, scatenando in breve, di là dal controllo statale (Banca centrale), una erratica circolazione di denaro cui seguono ogni sorta di titoli. La sussunzione dell'industria alla finanza globale è completa.

Nonostante ciò, al vincolo monetario interno restano sottoposte le varie strutture economiche nazionali. Per cui, data l'universale circolazione di merci e capitali, ciascuna moneta nazionale deve, com'è ovvio, poter essere scambiata sul mercato mondiale. Dalla mancanza di una specifica fiducia verso una specifica moneta nazionale discende l'obbligo di una moneta internazionale su cui riversare la fiducia, cui riferire di volta in volta le diverse valute locali.

Globalizzazione della moneta
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Con la fine del metallismo e la progressiva smaterializzazione della moneta (soppressione del gold standard) s'afferma, in ambito borghese, l'illusorio convincimento che l'autorità centrale, o uno dei suoi organi, basti a vigilare la massa dei mezzi di pagamento e il volume degli stock valutari. Secondo il criterio imperante, il nuovo sistema valutario si configura, insomma, come un insieme di istituzioni regolatrici della quantità di moneta e statalmente centralizzate. Tuttavia non sono gli Stati che riescono a dominare il Capitale, bensì il contrario, perché proprio lo Stato moderno si trasforma in servizio generale per le esigenze del Capitale.

Nel XIX secolo, ciascuna Banca centrale gestiva moneta con base aurea, ovvero banconote liberamente convertibili in oro. Esisteva, perciò, una moneta-merce, l'oro, che rappresentava l'unità di misura universale. Quando le riserve presero a costituirsi in forma di divise nazionali non più convertibili in oro (ciò che avvenne per la sterlina nel 1931 e per il dollaro nel 1971), sorse l'esigenza di stabilire un'altra unità di misura, che permettesse, finalmente, la serie delle equivalenze monetarie.

Ora, la moneta di credito ha duplice natura: è mezzo di pagamento (proprio come i biglietti di banca) ed è mezzo di finanziamento (massime per prestiti a lungo termine). Da una parte consente lo scambio delle merci; dall'altra, causa il cumulo inarrestabile di debiti/crediti, scaturigine di una circolazione finanziaria con caratteri suoi propri, distinta dalla circolazione mercantile semplice.

Attraverso prestiti e acquisti di titoli e azioni, viene scambiato denaro contro crediti o diritti (merci sui generis, per dirla con Marx); si determina, allora, una circolazione finanziaria che, a differenza di quanto avviene per la circolazione semplice, non subisce direttamente la legge del valore; e più si mondializza questa circolazione, più gli oggetti della circolazione sembrano staccarsi dalla necessaria radice da cui il Capitale prende corpo, cioè la produzione di plusvalore. La frenetica ricerca di guadagno attraverso la circolazione deve fare i conti lo stesso, beninteso, con la produzione e lo scambio di merci e servizi vendibili, ma assume inevitabilmente una crescente autonomia. Se potesse slegarsi del tutto dal capitale industriale, come pretende, essa negherebbe le stesse relazioni di credito, sino a inficiare la validità della moneta creditizia sulla quale è nata la variegata e numerosissima schiera di strumenti finanziari. Ma non può farlo, perché separarsi completamente dalla circolazione delle merci e dei capitali o dalla moneta come equivalente generale, significherebbe per essa diventare meramente speculativa e, alla fine, distruggersi da sola.

La smaterializzazione della moneta trasforma in semplice segno monetario la moneta-merce, ma conserva tuttavia, necessariamente, la relazione col valore delle altre merci. Definiti come segni di valore, i differenti tipi di moneta riproducono l'equivalente generale e sono fra loro convertibili, a condizione che ciascuno di essi verifichi, in ultima analisi, la legge del valore. La sottomissione della moneta nazionale alla legge del valore viene provata dalla convertibilità in altre monete nazionali. Una possibile regolamentazione è data dal continuo aggiustamento della moneta nazionale nei confronti di altre valute (svalutazione o rivalutazione) per mezzo di un'unità di misura universale.

Se la moneta-merce fosse ancora l'oro, la verifica della legge del valore non presenterebbe nessuna difficoltà. Ma di fatto l'oro non è più, per ragioni storiche, l'unica moneta universale e perciò l'autonomizzazione finanziaria, creandosi persino un lessico specifico, si impone alla percezione degli uomini in modo prepotente, specie ora che la mondializzazione degli scambi è un fatto naturale.

La moneta oggi dominante, il dollaro, fatte proprie alcune caratteristiche della moneta mondiale (strumento di circolazione, mezzo di riserva, mezzo di pagamento universale) rappresenta solo nominalmente una moneta-merce, cioè un'unità di misura universale come un tempo era l'oro, per cui non può verificare la legge del valore per ciascuna delle monete nazionali. Occorre tener presente che anche il dollaro è, prima di tutto, moneta nazionale e che perciò, date le caratteristiche degli Stati Uniti, il mondo del dollaro è regolato in base a criteri originati dalla fiducia che il mondo ripone nella superpotenza americana più che dai rapporti effettivi di valore. Il segno di valore rappresentato dal dollaro (che è moneta non più convertibile in oro e neppure coperta da garanzie materiali se non, appunto, il potere economico e militare) è dunque il risultato del rapporto di forza fra monete nazionali e moneta dominante. È ovvio che anche le antiche lettere di credito erano basate sulla fiducia nella potenza dei mercanti-banchieri benché la somma dei valori di cui erano portatrici sorpassasse di gran lunga quello delle riserve metalliche e delle merci fisicamente presenti nei magazzini; ma quello che ci interessa è sottolineare la globalizzazione di questo aspetto, per cui oggi esiste un solo grande titolare di «fiducia» per tutto il mondo.

In queste condizioni il denaro può fisicamente scomparire e diventare un mero segno compensatorio fra transazioni. Già vano fantasma sub specie di moneta scritturale, il danaro viene trasformandosi in entità del tutto impalpabile, resa da cifrette telematiche e fuori d'ogni possibile controllo. Le transazioni in moneta elettronica, sia tramite smart chip card o in Rete, assommano ormai a settemila miliardi di dollari all'anno, pari all'87% dell'intero prodotto lordo americano (25).

Ovunque, finita l'era delle grida fra broker scalmanati, le borse titoli e materie prime si scambiano tramite i circuiti di un'immensa rete di computer dove tutte le corbeille del pianeta sono in connessione diretta e simultanea lavorando incessantemente 24 ore su 24. A sequele interminabili di bit si ridurrà persino l'istituto bancario ad uso del semplice correntista, che si collegherà da casa sua facendo alla fine scomparire gli sportelli e forse anche le filiali:
«
Sulla strada di un futuro senza sportelli, alcune banche hanno sperimentato forme che consentono di ridurre al minimo gli spostamenti e le perdite di tempo. Banque direct della Compagnie Bancaire (Paribas), First direct della Midland Bank, Banco directo della spagnola Argentario sono alcune esperienze, in campo europeo, di gestione a distanza del rapporto col cliente» (26).

Monopoli
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Tra le teorie sulla morte del comunismo vi è quella dell'invecchiamento delle osservazioni di Marx, il quale avrebbe analizzato un capitalismo ottocentesco in cui vigeva la libera concorrenza, il capitale finanziario era poco sviluppato e non erano conosciuti fenomeni monopolistici e imperialistici della portata di quelli odierni.

Marx si dedicò alla ricerca delle leggi dinamiche del capitalismo e quindi del divenire di una società completamente diversa, come risultato della serie storica dei modi di produzione. Il suo lavoro va quindi giudicato in base a questa ricerca e alle sue premesse, non in base a considerazioni empiriche senza fondamento scientifico che appartengono soltanto ad un contesto di lotta di classe; d'altronde esse non richiederebbero neppure un commento, se non avessero presa anche su molti che si pretendono militanti comunisti senza essere in grado di capire ciò che scrisse Marx a proposito della dinamica dello sviluppo. Questa si individua per esempio nella maturità delle categorie capitalistiche presenti, non nel loro peso statistico; e si individua nel legame con l'imperialismo mondiale, non nella condizione particolare in cui versa la popolazione o simili. Marx per primo, proprio perché si occupò di una dinamica, evidenziò le differenze non solo fra i diversi periodi della sua epoca, ma soprattutto fra i diversi paesi, differenze che corrispondevano a tempi e addirittura a epoche, anche se osservate alla stessa data.

La teoria del comunismo, che si basa sulla possibilità di tradurre in termini quantitativi le grandezze di valore e sulla formalizzazione della dinamica cui soggiace la ripartizione di quest'ultimo, non ha mai preso sul serio la teoria borghese della libera concorrenza, smascherandola e dimostrandone l'infondatezza. Il carattere di monopolio di classe sui mezzi di produzione si ripercuote sull'economia e all'interno stesso della classe borghese.

Proprio il capitalismo recente dimostra che, nella ripartizione sociale del plusvalore, questioni di forza economica e politica creano situazioni di monopolio, per cui può esserci differenziale di profitto non solo a causa di innovazione e di capacità generale nella lotta per la concorrenza, ma a causa di posizioni di rendita. In Mai la merce sfamerà l'uomo si dice che la teoria della rendita non fu applicata soltanto all'agricoltura,
«ma a tutte le forze naturali; valgono quindi anche per la economia della macchina a carbone o benzina; di quella idroelettrica e della futura motrice nucleare, tutte attuali e prossime basi di sovrapprofitti e monopoli e di parassitismi redditieri, che aggravano la scompensazione della forma sociale capitalistica»
(27).

In Vulcano della produzione, si precisa che, data l'origine della rendita in una ripartizione sociale di una parte del plusvalore a favore dei proprietari del suolo, ogni ripartizione forzata dovuta a monopolio si può rapportare alla rendita e trattare con gli stessi criteri teorici.
«La teoria quantitativa della questione agraria e della rendita è quindi la completa ed esauriente teoria di ogni monopolio e di ogni sovrapprofitto da monopolio, per ogni fenomeno che stabilisca i prezzi correnti al di sopra del valore sociale»
(28).

Mentre la valutazione corrente del fenomeno monopolio, anche da parte «marxista», si colora di connotati moralistici tutto sommato legati alla negata libertà (di concorrenza), dal punto di vista scientifico è tutt'altra cosa e comporta la visione storica di ciò che il capitalismo diviene. Questo particolare modo di produzione abbassa storicamente l'indice del lavoro sociale necessario a produrre una data quantità di prodotto industriale. Ciò è altamente rivoluzionario, in quanto induce un abbassamento irreversibile della quantità di lavoro necessario all'intera società per riprodursi e vivere secondo le sue esigenze, vale a dire che induce una liberazione massiccia di tempo di lavoro.

Ma fin dagli albori del capitalismo, malgrado la diminuzione del saggio di profitto medio, è sempre necessario un sovrapprofitto da devolvere al monopolio del suolo, degli edifici, delle materie prime, di molte condizioni naturali e artificiali. Diminuisce la quantità di lavoro medio per produrre materie prime e alimentari, ma cresce la quantità di lavoro medio per acquistarli. Siccome queste caratteristiche della proprietà di classe non solo generano il monopolio, ma lo riproducono in tutta la vita sociale, ecco che la possibilità di liberare la specie umana dal tempo di lavoro viene paralizzata, come viene paralizzato lo sviluppo delle forze produttive.

È stato perciò inevitabile che le determinanti materiali del capitalismo di transizione individuate da Lenin nell'Imperialismo avessero il loro sbocco naturale anche nelle forme sovrastrutturali di monopolio. La Sinistra non ebbe nessuna remora a chiamarle nuove forme sociali e politiche, dato che, a differenza degli innovatori opportunisti, nei suoi elaborati ne trattava sul filo di riconosciuti invarianti valevoli per tutto l'arco storico della durata del capitalismo. Queste nuove forme di capitalismo controllato, di collegamento dall'alto fra settori economici, di pianificazione come soluzione dei problemi infrastrutturali del capitalismo, di varo e gestione del monopolio di interi settori (che si accompagna, in altri settori, alla lotta al monopolio espropriatore scaturito dalla libera concorrenza), di manipolazione monetaria e di deficit spending in previsione di effetti moltiplicativi, si concretizzarono per la prima volta in Italia con il fascismo ed ebbero diffusione mondiale, coinvolgendo ancor più la Germania, la Russia staliniana, il Giappone e persino gli Stati Uniti.

Dal monopolio industriale a quello sociale
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In questo processo la borghesia, da classe che deteneva il solo monopolio dei mezzi di produzione e dell'ideologia, diventa una classe che detiene anche il monopolio delle infrastrutture sociali, precedentemente cavallo di battaglia del movimento operaio (società di mutuo soccorso, cooperative, centri di vita sociale). La borghesia, da classe politicamente intesa come classe che agisce esclusivamente per la sua propria conservazione, diviene anche classe che si preoccupa della conservazione del suo antagonista, il proletariato, di cui ha assolutamente bisogno per la sua propria sopravvivenza. Oltre al monopolio dell'ideologia, quindi della «politica», la borghesia assume anche il monopolio della società, comprese le istanze riformatrici del suo avversario politico. E si incarica di organizzare essa stessa il proletariato, fondando sindacati operai e organismi industriali come elementi complementari di un'unica politica statale corporativa. Questo modello è da allora irreversibile e inserisce il proletariato sia nei piani statali di produzione e di concorrenza con gli altri Stati sia in quelli di conservazione capitalistica, cioè nella «politica» (29).

Mentre nella corrente attività parolaia dei rappresentanti borghesi vengono mantenute le antiche parole d'ordine sulla libertà , l'uguaglianza e la fraternità , le stesse che rappresentarono i fattori esplosivi di una classe rivoluzionaria nella sua ascesa, la prassi diviene come non mai quella della libertà conculcata (non nel senso del diritto ma nel senso di intelligenza venduta all'ammasso), della differenza economica come bene ideale, per di più ottenuto per mezzo della stessa fratellanza che può esserci tra le belve che abitano la giungla.

In tale contesto, concorrenza e monopolio non sono più elementi contrapposti delle alterne vicende conosciute dalla società capitalistica, e non sono più neppure nozioni antagonistiche, ma divengono elementi complementari, così come lo sono le classi stesse nello Stato corporativo. Se nella storia del capitalismo la dinamica locale vede uno svolgersi naturale dalla forma concorrenziale verso il monopolio, la dinamica globale vede non solo un movimento ciclico monopolio - concorrenza - monopolio - concorrenza ecc. ma una perfetta simbiosi dei due, per cui uno non può esistere senza l'altro. Per questo è una pura idiozia il gran lamento sulla demolizione del cosiddetto stato sociale: il meccanismo intrinseco del fascismo è di per sé stesso «stato sociale», e ogni nuovo provvedimento escogitato dai politici non può che riguardare una redistribuzione del plusvalore nella società per mantenerlo in efficienza, come tra l'altro insegnano proprio gli Stati Uniti, che nessuno sospetta di mancato liberismo capitalistico.

Il budget americano per il 1997 è stato di 1.600 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali assorbiti dalle spese sociali che sono state così distribuite: 22% per le pensioni statali; 11% per le cure ospedaliere; 6% per l'assistenza medica; 6% per il sussidio alle famiglie povere; 6% per le pensioni federali e il sussidio ai contadini poveri. Il totale rappresenta il 51% del budget, vale a dire più di 800 miliardi di dollari. In Italia la spesa per la protezione sociale nel 1998 è stata di 482.000 miliardi di lire, pari al 52% della spesa complessiva delle amministrazioni pubbliche (paragonabile al budget americano). Come si vede, in proporzione non c'è gran differenza (30).

Il monopolio della protezione sociale diventa la regola, mentre intorno ad esso è lasciata proliferare in modo più o meno controllato l'industria dell'assistenza privata, quest'ultima fornitrice funzionale del primo di merci e servizi strapagati. E anche in questo caso l'aggettivo «privata» non è dei più appropriati, dato che l'intero mondo della produzione, specie nel campo della salute e dell'assistenza, è regolato dall'alto tramite un sistema permanente di leggi, incentivi e manovre economiche. Negli Stati Uniti è per esempio in corso il boom della polizia e della carcerazione privata con tutti gli annessi e connessi (dai bounty killer alla refezione carceraria, dall'elettronica per lo spionaggio alla sartoria specializzata in casacche e divise), per cui il crimine, oggi più che mai, è una reale fonte di valore che accresce i parametri ufficiali dell'intera economia.

Il monopolio, che si manifesti direttamente attraverso lo Stato oppure attraverso una liberalizzazione pianificata dallo Stato, non cambia di natura, ma solo di forma: nel primo caso si ha una ripartizione sociale diretta del plusvalore proveniente dai settori produttivi; nel secondo caso si ha l'appalto, la concessione o la regolamentazione legislativa, cioè la formazione di settori cui è lasciata la gestione di determinati servizi e produzioni che assorbono plusvalore attraverso lo Stato o se lo creano in quanto strutture aziendali che vendono servizi o altra merce corrispondente ai bisogni sociali (31).

In ogni caso siamo di fronte al fenomeno grandeggiante e irreversibile del controllo economico dall'alto, sempre funzionale alla creazione di valore, dato che il servizio pubblico gratuito è settore improduttivo e deprime l'andamento del PIL. Le attività sociali, strappate ormai da tempo alle prime organizzazioni operaie e al riformismo, coinvolgono pienamente le organizzazioni sindacali, che diventano così delle mere appendici dello Stato, strumenti affidabili in primo luogo di concertazione tra le classi, ma anche di stabilità del monopolio complessivo del sistema sociale da parte di una determinata classe, quella borghese.

La situazione appena descritta è il prodotto (e sta al vertice) di una dinamica storica il cui schema è ben descritto da Marx come ricorrente. Ma non si tratta di una ricorrenza che potrebbe essere semplificata con un cerchio, percorso il quale ci si ritrova al punto di partenza, bensì come una spirale che, oltre le due dimensioni, ha anche uno svolgimento in verticale, verso un punto limite. Il capitalismo nasce statale monopolista e imperialista grosso modo con le repubbliche marinare di mille anni fa, si fa potente con le flotte di Portogallo, Spagna, Olanda e Inghilterra, con le varie Compagnie delle Indie e con l'esplosione dei mercati e della «libera concorrenza»; diventa modo di produzione industriale e introduce le macchine, per cui tende a cadere il saggio di profitto; conosce i cicli di crisi; ristruttura, aumenta ulteriormente la composizione organica del capitale, centralizza ed espropria capitalisti; rientra in crisi ad un livello parossistico accentuando la concorrenza; infine ritorna statalistico, imperialistico, nascono i trust, il capitale si centralizza, internazionalizza, e spinge la concorrenza interna fuori dei confini statali, fino a coinvolgere l'intero globo nella ripartizione mondiale del plusvalore. A questo punto, cioè all'analisi del mercato mondiale e a quella del gioco fra le classi, doveva giungere il lavoro di Marx, che morì prima di portarlo a termine; un lavoro che avrebbe dimostrato, forse più chiaramente di quanto già non si intraveda, la dinamica a spirale, questa circolarità che porta ad un accumulo di forze e di contraddizioni ad un livello sempre più alto e che egli a più riprese definisce come forza dirompente della società futura.

Dunque l'espansione planetaria dello scambio mercantile e delle alterne vicende fra monopolio (statale o meno) e libera concorrenza è fatto ben anteriore all'epoca nostra (e a quella di Marx medesimo). Alla morte di Marx, nel 1883, il mercato era già pienamente «globalizzato»: consumava merci, contro moneta convertibile, il 90% della popolazione mondiale; il Reich di allora dipendeva dal capitale internazionale almeno quanto, oggi, la Repubblica Federale Tedesca (32).

Assumendo con Marx che il paese industrialmente più avanzato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l'immagine del suo avvenire, ricorderemo che il primo paese a divenire capitalista fu l'Inghilterra, che alla metà del XIX secolo, con l'introduzione del libero commercio e l'esercizio della funzione di «opificio» di tutto il mondo, determinò il primo monopolio globale, cioè delle merci e della moneta, in seguito minato dall'estendersi di dazi protettivi nei paesi capitalistici. Ma se il monopolio è una tendenza naturale dello sviluppo capitalistico, esso non poteva rimanere isolato: agli albori del XX secolo si formò un sistema di monopoli, che determinarono nei maggiori paesi capitalistici gigantesche eccedenze di capitale.
«
La concorrenza ha consumato sé stessa» - scrive Bucharin. «A misura che essa si accentuava, progrediva la centralizzazione, poiché i capitalisti più deboli andavano più presto in rovina. In ultimo la concentrazione del capitale, provocata dalla concorrenza, uccise la concorrenza stessa. Al posto della libera concorrenza subentrò il dominio delle associazioni monopolistiche dei sindacati e dei trust» (33).

E afferma che nell'industria tessile americana, intorno al 1920, più del 50 per cento delle fabbriche era controllata dai trust, in quella del vetro il 54 per cento; in quella della carta il 60 per cento; in quella metallurgica l'84 per cento; in quella siderurgica l'84 per cento; in quella chimica l'81 per cento, e così via, giungendo alla conclusione che
«l'intera produzione dell'America è ora concentrata nelle mani di due trust»,
quello del petrolio e quello dell'acciaio (dai quali, tra l'altro, dipendevano tutti gli altri). Nel 1913 in Germania il 92,6 per cento della produzione del carbone nel bacino renano-vestfalico era nelle mani di un solo trust, mentre il trust siderurgico produceva quasi la metà dell'acciaio e quello dello zucchero il 70 per cento per il mercato interno e l'80 per cento dell'esportazione, ecc. Con il fascismo e le politiche democratiche successive alla Seconda Guerra Mondiale, la siderurgia, l'energia, le comunicazioni, la chimica, i trasporti ecc. divennero in Europa monopolio totale degli Stati, per cui risorse essenziali furono messe a disposizione del Capitale e dell'accumulazione generale, a dimostrazione che la borghesia non correva soltanto verso forme di monopolio industriale, cioè dei mezzi di produzione, ma anche verso forme di monopolio sociale.

Era dunque impossibile che il fenomeno del monopolismo, di per sé per nulla recente nel processo del modo di produzione capitalistico, rimanesse isolato in certi periodi storici: esso doveva assumere forme sociali permanenti, magari nascoste da una «liberalizzazione» sottomessa al controllo delle cosiddette parti sociali e, soprattutto, a quello delle leve legislative ed economiche che servono a trattare ogni variabile come parte di un unico sistema dinamico. Tuttavia, il successo borghese nel controllo di alcuni parametri macroeconomici non ha nulla a che fare con un superamento dell'anarchia insita nel modo di produzione capitalistico. Essendo il capitalismo di per sé monopolio di classe, tutto il capitale si accumula sempre più come dotazione non di persone o ditte, ma di una classe dominante. E questa classe non può fare a meno, ne sia cosciente o no, di rispondere alle sollecitazioni che vengono da un mondo che si apre alla concorrenza globale, in cui non è più permesso non fare ciò che fanno tutte le altre borghesie, a cominciare dalle più forti e agguerrite. La concorrenza rimane concorrenza anche se esplode fra Stati oltre che fra aziende, anzi, diventa guerra spietata, che provoca l'eliminazione dei meno adatti, appunto come nella giungla, e induce nei più adatti organi di difesa e di offesa sempre più robusti. Il monopolio, privato o pubblico che sia, è la conseguenza inevitabile. Globalizzazione significa perciò anche evoluzione dell'assetto mondiale verso il monopolio del paese di gran lunga più forte, situazione che la Sinistra ha più volte analizzato per un quarto di secolo dal 1945 in poi.

Il rentier globale, o il monopolio della potenza
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Questo punto di arrivo, che Lenin vedeva nel condominio di un pugno di paesi con a capo l'Inghilterra, è ulteriormente semplificato dalla vittoria americana del 1945, che spazza via gli altri imperialismi, trasformandoli da protagonisti che contavano qualcosa sulla scena storica in comparse a volte un po' patetiche. Da allora tutti i paesi hanno più bisogno del mercato americano di quanto gli americani abbiano bisogno di tutti i loro mercati messi assieme; da allora gli Stati Uniti non hanno successori nella sequenza storica dei paesi imperialistici tratteggiata da Marx (repubbliche marinare, Venezia, Portogallo, Spagna, Olanda, Inghilterra) ed è impossibile che una coalizione di paesi concorrenti fra di loro possa rappresentare una forza unitaria in grado di ereditare il trono americano.

La sequenza è stata esattamente quella prevista da Marx ed è stata inesorabile: morto e sepolto il laissez-faire (mai esistito al di fuori dell'ideologia: la sola potenza sociale in grado di servire sul serio il Capitale era ed è lo Stato) (34), dimostratasi inoperante la legge della mano nascosta che aggiusta ogni stortura, col keynesismo in tutte le sue varianti si demanda a forze sociali il controllo del fatto economico generale. Non poteva questo fatto non ripercuotersi a livello mondiale: il controllo del fatto economico in ambito internazionale è affidato a potenti organismi appositi, i quali non possono che dipendere dalle leggi del capitalismo e quindi dal capitalismo più forte. È infatti un'assurdità «incolpare» il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale di fare gli interessi americani, quando da tali interessi dipendono tutte le altre economie.

Come il borghese viene disertando la produzione materiale per farsi rentier, cedolista, trafficante in titoli di credito - per divenire, insomma, figura non più necessaria al meccanismo economico, decisamente soppiantata dall'anonimo capitale delle grandi società per azioni - così lo Stato più forte in ambito mondiale assume la missione globale di rentier, ricavandone anche forza esuberante da indirizzare verso compiti di polizia. Quando i democratici antifascisti dicevano (al tempo delle manifestazioni al grido di «Yankee go home», oggi alquanto passate di moda) che la politica americana è una politica fascista, lo dicevano nel fetentissimo senso partigianesco russofilo (dopo essere stati culo e camicia con il Yankee addirittura in guerra mondiale), ma paradossalmente avevano ragione. Non perché gli americani fossero ideologicamente fascisti, ché anzi, sono sempre stati i campioni della democrazia, dei diritti dell'uomo e via dicendo, ma perché il fascismo è progressivo rispetto alla democrazia, dato che nella storia viene cronologicamente dopo e nella maturità del Capitale anche. Ecco che allora il gendarme del mondo, assumendosi il problema del controllo economico tramite gli organismi internazionali, non può fare a meno di assumersi anche il controllo politico globale, realizzando fino in fondo la dottrina enunciata da Monroe, che stabilì la non ingerenza americana negli affari europei in cambio della non ingerenza europea negli affari americani («l'America agli americani»). Ma quale può essere la natura della dottrina politica di una non-nazione che già dalle sue premesse storiche si pone come distruttrice delle nazioni? Perché l'America è stata l'affossatrice del colonialismo? Il capolavoro del monopolio politico americano ha la sua origine nel negare il territorio che serve come spazio vitale agli altri nel momento in cui l'America non ha più bisogno di spazio vitale in quanto territorio. Perché lo spazio vitale dell'America fa il giro del globo e non c'è truppa che possa «conquistarlo».

Ci sono armi più micidiali che non le truppe, e non è un caso che merci di natura particolare abbiano contrassegnato la nascita dell'imperialismo americano invertendo il flusso del commercio con l'Europa. In mezzo secolo l'America sfornò le invenzioni in grado di completare la rivoluzione industriale nata in Europa: il telegrafo, la macchina per cucire, la mietitrice, la macchina per scrivere, la lampadina, il telefono, il fonografo, l'aeroplano e… la Coca-Cola. Nello stesso periodo, nonostante i 600.000 morti e il blocco demografico dovuto alla guerra civile, la popolazione saliva da 30 milioni di abitanti a 90 milioni, la maggior parte composta di uomini disperati accorsi dall'Europa a fornire forza-lavoro.

Il centro americano di potere e di controllo è il prodotto necessario della maturità capitalistica, è il depositario delle funzioni che il Capitale demandava agli Stati delle borghesie nazionali e che ora non può far altro che demandare ad uno Stato che abbia il monopolio della forza, sia in senso potenziale (economia politica) che in senso attuale (guerra). Se Marx diceva:
«
Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitali in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari. Anche quando i dividendi che essi ricevono comprendono l'interesse e il guadagno d'imprenditore (…) questo profitto totale è intascato unicamente a titolo d'interesse, ossia un semplice indennizzo della proprietà del capitale, proprietà che ora è, nel reale processo di riproduzione, cosi separata dalla funzione del capitale come, nella persona del dirigente, questa funzione è separata dalla proprietà del capitale (…). Questo significa la soppressione del modo capitalistico di produzione, nell'ambito dello stesso modo di produzione, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione» (35),
come dobbiamo interpretare l'ulteriore maturità del capitalismo (ulteriore massimo sviluppo della produzione sociale) che mette il paese più forte del mondo nelle condizioni del singolo capitalista rentier diventato inutile? A che punto è giunta la soppressione del capitalismo entro lo stesso modo capitalistico di produzione? Oggi a porsi domande à la Marx c'è da passare per matti, ma occorre insistere per non cadere al livello di coloro che sacrificano i frutti futuri per un effimero successo immediato.

Nuovo ordine mondiale
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Nel suo processo di valorizzazione il capitale tende a trascendere le barriere e i pregiudizi nazionali, distruggendo qualsivoglia ostacolo allo sviluppo delle forze produttive, all'espansione dei bisogni, allo sfruttamento dell'uomo e della natura.

Nella citata definizione dell'OCSE, sulla globalizzazione come processo di progressiva interdipendenza ed integrazione tra i diversi paesi, troviamo implicita l'allusione a un novus ordo, cornucopia dispensatrice di «Ordine e Progresso», come recita il motto iscritto nel globo della bandiera del Brasile (a dire il vero un po' beffardo, stando alla crescita caotica e terribile di quel paese).

La Sinistra Comunista paragonò il nuovo ordine mondiale a quello vecchio, ma sottolineò una differenza essenziale, che è la stessa di cui Marx avverte più volte il lettore: attenti che «il capitalismo non è una 'cosa' ma un movimento» e quindi è sempre arbitrario parlarne in modo statico.

Il vecchio imperialismo si espandeva in terre quasi spopolate e vergini, su cui abitavano popolazioni che non avevano raggiunto lo stadio della produzione scientifica e quindi non avevano titoli per sfruttare le risorse del territorio. Minerali e vegetali erano di chi li poteva immettere nel ciclo capitalistico ed erano acquisiti (comprati o rapinati) secondo il diritto della produzione. Sfruttando le materie prime, i colonizzati e anche gli stessi coloni civilizzatori, il vecchio imperialismo esaltò i profitti del capitale in madrepatria e le diatribe fra vecchi imperialismi scoppiarono per la ripartizione del territorio fisico.

Il nuovo imperialismo ha lo stesso obiettivo di accumulare e di valorizzare il capitale in madrepatria, ma non agisce più in un mondo vergine e spopolato, bensì in quello attuale già acquisito ai meccanismi capitalistici più moderni e per di più straboccante di umanità oppressa e affamata. Esso non pianifica più occupazione di territori e non vi impianta più la sua stabile guardia armata, ma agisce attraverso il monopolio globale della massa finanziaria e della forza fisica tecnologicamente senza pari per ottenere lo steso scopo:
«
altissimi profitti nel paese imperiale e relativo alto tenore di consumo e di vita in esso, in modo che sia assicurata la riproduzione incessante di 'risparmio' da investire» (36).

Per «risparmio» si intende ovviamente non quello dello Stato o delle famiglie, che in America non esiste (è il paese con il debito totale più alto che ci sia) ma il differenziale fra capitale investito e plusvalore di ritorno.

Ora, siccome tutti i paesi imperialistici, maggiori e minori, si trovano nelle stesse condizioni seppur subalterni rispetto agli Stati Uniti, ecco che la lotta per il controllo delle colonie, cioè dei territori, viene sostituita dalla lotta per la ripartizione del plusvalore prodotto nel mondo. Le cannoniere vengono sostituite da meno grossolani strumenti, e i proiettili non esplodono più direttamente sui corpi dei colonizzati, ma non per questo i danni alle popolazioni privilegiate dalle attenzioni del Capitale sono più lievi, mentre i nuovi colonizzatori non rischiano un fantaccino, demandando alle borghesie locali e ai loro eserciti i compiti di polizia ordinaria. Dei compiti di polizia straordinaria abbiamo più volte parlato (37).

Riguardo alla internazionalizzazione o globalizzazione del capitale, che sarebbe foriera di pace tra i popoli, sarà opportuno ricordare che anche oggi, come ai tempi di Lenin, si tratta di una vera e propria spartizione del mondo. Anche se non si tratta più della lotta per il territorio fisico ma di quella per il territorio economico, i capitalisti vi aderiscono volenti o nolenti con mezzi proporzionati alla potenza dei loro Stati. Non lo fanno per una qualche particolare malvagità, come sembrano credere gli anti-imperialisti di maniera, ma per la imprescindibile necessità del Capitale che deve impadronirsi di tutti gli aspetti della produzione nel mondo globalizzato, far diminuire di prezzo gli elementi del capitale costante e far fronte, così, alla caduta tendenziale del saggio di profitto. Solo che il processo non avviene più attraverso la conquista diretta della forza-lavoro e delle materie prime a basso prezzo, ma attraverso l'azione del capitale finanziario che, come s'è visto nell'ultima crisi asiatica, si impegna a fondo per azzerare i parametri economici (valore della forza-lavoro e valore degli elementi costitutivi del capitale costante) che lo sviluppo economico tende a far salire al livello dei vecchi paesi industrializzati.

Per questo diciamo che il monopolio finanziario e militare del nuovo imperialismo non permetterà ai paesi cosiddetti emergenti di emergere sul serio: l'America Latina, l'Asia, l'ex URSS, l'Africa, sono tutte aree destinate a svolgere un ruolo subordinato nei confronti del Capitale mondiale (quindi non solo americano) teso a valorizzarsi attraverso la conservazione del suo strumento più potente. In questa prospettiva non saranno certo i salari dei paesi emergenti a salire verso quelli delle metropoli imperialistiche, ma, al contrario, saranno i salari delle metropoli a confrontarsi sempre più spietatamente con quelli dei paesi emergenti. Gli imperialismi minori, che non hanno la potenza necessaria per svolgere in proprio questa funzione di salvaguardia del loro saggio di profitto, non sono per nulla alleati agli Stati Uniti, sono legati.

Ecco come si spiega la potenza economica e politica dell'America che, nonostante il continuo decadimento della produzione industriale, indice sensibile della caduta del saggio di profitto, sembra non conoscere limiti ad un ulteriore sviluppo, ad un ulteriore accumulo di potenza. Ma la forza apparente è nello stesso tempo una debolezza di enorme portata: non è più il mondo che dipende dalla «locomotiva» americana ma è l'America che dipende dal mondo. Il capitale finanziario è mero capitale fittizio quando non sia garantito dalla sicurezza di una immediata o futura estorsione di plusvalore, e non è detto c