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L'ERA FASULLA DEGLI ELISABETTINI
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Content:

L'era fasulla degli elisabettini
La cerimonia del secolo
Ieri
Inghilterra e Francia
Le rois s'en vont
Religione e tradizione
Rivoluzioni conservatrici
Classi e monarchia
Proprietà e corona
Oggi
Eddy e Bertie
Cittadini sudditi
La stolta voga del «Big»
Albe e tramonti
Il «terrific impact»
Source


Sul filo del tempo

L'era fasulla degli elisabettini

La cerimonia del secolo
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Incoronazione di Elisabetta II - Elisabetta la piccola - la ventisettenne regina d'Inghilterra: capolavoro mondiale di imbottitura pubblicitaria, di aspettazione morbosa, di isterica affluenza di spettatori diretti ed indiretti. L'episodio tanto vasto di dimensioni quanto vuoto di contenuto e di effetto storico nuovi, in una società ed in un tempo tanto sconvolti, non ha quasi provocato, tra attori e commentatori politici dei vari circoli o sfere nazionali e internazionali - in ben altre faccende affaccendati, un ritorno di attenzione sul problema della monarchia nella vita moderna.

Repubbliche ce ne sono dappertutto, e una serie di liquidazioni di monarchie è di recentissima data, tanto che le superstiti si conterebbero sulle dita delle due mani, se non si ricorresse ogni tanto a strani re di colore, iniziati all'abito europeo e alle libagioni di champagne o di whisky. Eppure partiti repubblicani, arrivati come nella ineffabile Italietta alla vittoria dopo aver disperso ogni esercito, o in piena lotta iconoclasta come nell'Egitto, ce ne sono tanti, e una pregiudiziale repubblicana ce l'hanno tanti altri, socialisti, pseudo-comunisti, fascisti, cattolici perfino, e poi ci sono gli anarchici: ma non si è sentita una parola meno che riverente non solo per la piccola insignificante protagonista, ma nemmeno per l'istituto che essa rappresentava e per le tradizioni della sua dinastia nazionale, fino a ieri vera signora del mondo. Solo gli irlandesi, a cui non a caso andavano incondizionate le simpatie del vecchio Marx, hanno offerto un attentato-simbolo, nel pezzetto della loro isola che tuttora resta all'ombra della corona di sant'Eduardo.

Non interessa dunque nessuno, in tanto parlare ansioso di prospettive per l'avvenire di questo mondaccio contemporaneo inquieto e sconnesso, domandarsi se, come, e quando, vedremo la rovina di questo istituto, che in senso lato si regge da un millennio, in senso proprio e politico dal 1688, da quasi tre secoli, e fa così da pesante volano di compenso trisecolare nelle frenate e nelle rincorse alternantisi paurosamente nella marcia dinamica del macchinone della storia?

Probabilmente in Gran Bretagna, ove esistono e vigono tutte le leggi possibili, non ne esiste una che commina una pena a chi abbia gridato: abbasso il re, poiché l'ipotesi non è posta o ponibile, nella stessa guisa che i codici di Roma antica non facevano menzione del delitto di parricidio, e quindi non prescrivevano pena. Dal primo dei lords all'ultimo dei pezzenti non ne trovate uno che non abbia sulle labbra la giaculatoria stantia: God save the Queen!

Ieri

Inghilterra e Francia
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Federico Engels recensiva in modo brillante nel 1850 uno scritto del francese Guizot, ministro del regime monarchico orleanista che la rivoluzione del febbraio 1848 aveva travolto, fondando la Seconda Repubblica.

Il Guizot deplora naturalmente un simile evento, rimbrotta aspramente i suoi connazionali per la loro sete di rivoluzioni, facendone un problema di temperamento nazionale, e pone innanzi ai loro occhi la continuità della monarchia inglese. Anche in Inghilterra, vuol dire il Guizot, la rivoluzione borghese ha pienamente trionfato del feudalesimo, ben prima che in Francia, ed all'inizio è stata repubblicana, ha tagliato la testa del re con Cromwell ed ha fondato un Parlamento, ma, defenestrata la vecchia dinastia, dal 1688 si è ordinata in forma monarchica costituzionale ed ha vissuto un lungo periodo storico con un perfetto accordo delle tre forme: borghesia capitalista dominante, parlamento elettivo, monarchia ereditaria. Persone serie gli inglesi!

Lo stesso schema avrebbe fatto molto comodo alle fortune politiche del sig. Guizot, 1789-1793: abbattimento del feudalesimo, introduzione della democrazia parlamentare, decapitazione del re. 1815-1830: restaurazione (con alquanti zampini inglesi e di re inglesi!) della vecchia monarchia legata alla nobiltà feudale. 1830: rovesciamento della monarchia restaurata e tradizionale, rivoluzione per la costituzione liberale, nuova dinastia modernizzante con Luigi Filippo, più che come sovrano costituzionale, celebre come il «re borghese».

Ma il febbraio 1848 ha spazzato tutto: vecchia e nuova monarchia, dando vita alla repubblica borghese: buon per il signor Guizot e i suoi pari che tale repubblica di classe, dopo aver vinto contro Luigi Filippo e il suo governo grazie all'aiuto del proletariato parigino, nelle sanguinose giornate del maggio, con una repressione tanto feroce che nessuna monarchia ne aveva prima dato il saggio, schiaccia il tentativo dei lavoratori di prendere il potere, dopo di che non solo le teste coronate sarebbero andate in esilio, re nobili o re borghesi che fossero, ma, come gli aristocratici dell'89, i borghesi del 1848 sarebbero stati appesi ai lampioni di Parigi: «ah ça ira, ça ira, ça ira, tous les bourgeois à la lanterne!».

Engels dunque spiega quello che Guizot pur non digiuno di storia non poteva capire. Egli formula con precisione il quesito male enunciato:
«
Perché la società borghese in Inghilterra si è sviluppata più a lungo nella forma della monarchia costituzionale, che non in Francia?».

Indubbiamente questo quesito oggi è più stridente nei suoi termini. La monarchia inglese si è pappata senza scosse apprezzabili altri centotre anni, e con essa il capitalismo inglese che nella costruzione di Engels doveva avere da allora pochi decenni di vita al massimo. In Francia la monarchia sotto forma pseudo-napoleonica è ricomparsa dal 1852 al 1871, per essere poi spazzata via da una delle soluzioni classiche: non guerra civile, ma rovescio militare, e, fallito anche allora il nuovo generoso sforzo per attuare - nella Comune - la repubblica operaia, vive tuttora come repubblica capitalista.

Con questi nuovi materiali storici, speriamo che non venga fuori uno dei tanti pestiferi raddrizzatori del marxismo per conchiudere (come del resto in Inghilterra fabiani vecchi e nuovi, laburisti di opposizione e di governo) che non solo la classe borghese, ma anche quella operaia, potrà tenere il potere con tanto di re regina corte e corona al vertice dello Stato.

Le rois s'en vont
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Indubbiamente Engels che qui, come altrove Marx, riconosce al diretto nemico politico un certo talento storico nel giovarsi dell'esame delle cause economiche e nel valutare l'azione delle classi sociali, avrebbe una dura rogna da grattare se la denunzia del disorientamento totale in cui gli avvenimenti drammatici del 1848 avevano fatto cadere i Guizot del tempo, dovesse estendersi al disorientamento raccapricciante di tutta la «opinione generale», di tutti i partiti, dopo i drammi che egli non visse, del 1914, 1917, 1939, 1945... Ma i suoi punti fermi restano incrollabili ed incrollati.

Il Guizot aveva il torto di non esaminare
«
i rapporti storici e la posizione del tutto diversa delle classi della società nella monarchia francese del 1830 e nella monarchia inglese del 1688»,
limitandosi a tutto risolvere con frasi moralistiche e tirate letterarie per giungere alla solita apologia di una posizione metafisicamente portata fuori del suo luogo e del suo tempo, ossia la tesi che una politica come quella del 1830, ed essa sola
«
conserva gli Stati e rafforza le rivoluzioni».
Si capisce che Guizot elogia la rivoluzione del '30, e depreca quella del '48.

Il Guizot cerca la ragione della stabilità del regime inglese in un preteso indirizzo di saggia amministrazione civile che sarebbe prevalso dopo il periodo delle guerre contro la Francia di Luigi XIV, spostando l'attenzione dalla politica estera e dagli affari del continente al mantenimento della pace, ad una buona politica economica ed allo sviluppo delle discussioni parlamentari. Oggi ne sappiamo abbastanza su questa storia dello splendido isolamento inglese e sulle incursioni in Europa della più aggressiva bandiera imperialista copiata dalla successiva vicenda mondiale dell'astensione degli Stati Uniti da ogni affare extra americano! Ma Engels aveva anche allora solidi materiali. Comunque allora ed oggi le ragioni geografiche bastano ad escludere che la Francia potesse evitare gli effetti di avere frontiere sulle strisce incendiarie d'Europa su cui tutti i «grandi» veri e falsi hanno guerreggiato: da Annibale a Cesare a Carlomagno a Napoleone I, e giù giù fino a Ike!

«Il signor Guizot, come ministro, si immagina di sostenere sulle spalle l'equilibrio tra la Corona e il Parlamento e l'equilibrio europeo, mentre in realtà egli altro non ha fatto che sottomettere tutto lo Stato francese e la società francese, pezzo per pezzo, agli ebrei finanzieri della Borsa di Parigi».

Aggiornatori, volete un esempio di possibile politica alla Guizot spostata di quel tale secolo? Supponete al potere in un ministero De Gasperi, come distensore interno, e capo premiato di un Congresso europeo di pace, il signor Pietro Nenni.

Le tappe della storia inglese sono ben altrimenti abbozzate da Engels. Nelle guerre contro Luigi XIV si tratta di pura lotta di concorrenza per l'annientamento del commercio francese e della potenza marinara francese. Sotto Guglielmo III di Hannover, il pacifico e saggio re vantato da Guizot, non il popolo guadagna in benessere, ma il «predominio della borghesia finanziaria ottiene la sua prima sanzione con la istituzione della Banca di Stato e con la introduzione del debito pubblico (aggiornatori: quanto dopo la morte di Engels avete scoperto questi fenomeni di collusione capitale-finanza-Stato?), e la borghesia manifatturiera ebbe novello impulso dalla introduzione del sistema protezionista... Sotto la dinastia degli Hannover, l'Inghilterra era ben lungi dal poter condurre una guerra di concorrenza contro la Francia nella forma moderna. Essa non la combatteva più se non nelle Indie occidentali e nell'America, e nel continente si accontentava (osservate quanto Engels si lascia impressionare, lui tedesco, dal famoso grande Re) di assoldare nella guerra contro di essa principi stranieri, come Federico Secondo». Quanto agli affari interni e alle lotte parlamentari, basta paragonare le storie di corruzione sotto l'inglese Walpole con quelle scandalose in Francia sotto Guizot!

Religione e tradizione
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Ma su due altri punti il Guizot dava la palma alla capitalistica rivoluzione inglese, ed anche oggi sono molto interessanti per i lettori o televisori della cerimonia incoronante. La rivoluzione inglese ebbe un carattere eminentemente religioso; e non la ruppe quindi con le tradizioni del passato, ed assunse una forma non dissolutrice ma conservatrice, difendendo in parlamento le antiche leggi contro le usurpazioni della Corona.

Le rettifiche giovanili di Engels sono di estremo interesse.

La libertà di pensiero, che faceva al Guizot tanta paura nella Rivoluzione Francese, materialista, atea, volterriana, non fu importata in Francia se non dall'Inghilterra. Locke fu il padre suo, e già in Shaftesbury o Bolingbroke assunse quella forma così ricca di spirito, che più tardi trovò in Francia un così splendido sviluppo. Questo interessante spunto andrebbe sviluppato a fondo in materia di funzione sociale della religione e di critica della suggestiva «prerivoluzione filosofica» che la borghesia europea attuò, come diretto riflesso di una eversione nelle forze di produzione, contro la forma statica della filosofia scolastica, nel Rinascimento in Italia, nella Riforma in Germania, nella Enciclopedia in Francia, nel sensismo e sperimentalismo inglese.

Ai periodi in cui materialmente preme il dirompere di nuovi rapporti economici: commercio oltre i confini e oltremare, espansione dei mercati, sorgere delle grandi manifatture, decadere della piccola produzione locale sia agraria che artigiana, corrisponde questo postulato, espresso in forme svariatissime, della critica alle norme e dottrine della tradizione: esso non è il risultato ma il sintomo precorritore, l'immagine deformata nel cervello e nella coscienza delle generazioni del nuovo mondo che si prepara. Non è dunque per i marxisti una conquista definitiva e irrevocabile in un cammino autonomo delle ideologie umane, sulla quale base, tradotta più o meno artatamente nella organizzazione politica, si fondino gli sviluppi ulteriori; ma è sempre un fenomeno storico di rilievo immenso, che non fu monopolio di francesi o di altro popolo ma accompagnò il capitalismo dovunque. La libertà di pensiero, o il principio della critica individuale, non sono dunque da noi accettati come pregiudiziali o come «assoluti valori», sono anzi considerati come illusioni vuote di contenuto, e sostituite con ben diverse dottrine del determinismo dialettico: tuttavia il conflitto tra quei canoni e la dogmatica feudale esprime la lotta rivoluzionaria della classe capitalista, e la loro vittoria è un trapasso indispensabile anche per noi, giammai un punto di arrivo o un limite per le nostre lotte ulteriori.

Se Locke, citato da Engels come campione della libertà di pensiero inglese, poté tornare in patria solo quando salì al trono Guglielmo d'Orange, dopo la definitiva cacciata degli Stuarts e il crollo della restaurazione (ancora: 1688 inglese vale 1830 francese; Orange sta a Stuart come Orléans sta a Borbone) essendone stato esiliato come segretario di Lord Shaftesbury, Cancelliere col partito rivoluzionario; all'opposto l'autoritario Hobbes vissuto tra il 1588 e il 1679 vede la rivoluzione di Cromwell e la restaurazione, vede cadere la testa di Carlo I e quella del Lord Protettore, e teorizza lo Stato onnipotente, il Leviatano, dio vivente che agisce in questo basso mondo ma con potere illimitato, ed argina la rivolta e il disordine. In questa contesa Marx si schiera con Locke e contro Hobbes, col libertario contro l'autoritario, ma nel quadro del secolo decimonono e nella lotta del proletariato contro il capitalismo Marx non è libertario ma autoritario. Ecco, è questa la dialettica.

La libertà di pensiero è un prezioso utensile della storia, ma uno di quelli che dopo l'impiego si buttan via essendo divenuti inutili e inusabili, come ne sono dati molti esempi nella natura e nella tecnica: l'organo di fecondazione di certi insetti, la capsula d'innesco dei proiettili, l'iniezione con annessa siringa ed ago perfettamente sterili, che si apre, si infigge e poi va nei rifiuti...

Non ci interessa il risultato che l'impiego indipendente della critica moderna e borghese abbia dimostrato che Dio non esiste e distrutto il dogma, ci interessa proprio che siano state infrante le tradizioni, antiche forme sociali che impedivano lo sboccio della crisalide di una società nuova, colle reti di chiese, scuole, corporazioni, vassallaggi terrieri...

Rivoluzioni conservatrici
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A riprova che le Rivoluzioni meritano tutto il rispetto anche quando non sanno quello che vogliono, e che noi le misuriamo non col metro della «coscienza» ma con quello della materiale sovversione dei rapporti di produzione e di forza, Engels ribatte qui a Guizot: se la rivoluzione capitalista inglese fu conservatrice, non meno lo fu la vostra Grande rivoluzione francese! Ecco altro di quelli che per i soliti conformisti sono paradossi; che disturbano assai la demagogia del facile successo ed impegnano a fondo allo spinoso maneggio della dialettica.

«La rivoluzione francese incominciò sotto forma altrettanto conservatrice di quella inglese, anzi, sotto una forma ancora più conservatrice. L'assolutismo, specie come in ultimo apparve in Francia (Luigi XIV) era una novità, e contro tale novità si sollevarono i Parlamenti e difesero le antiche leggi, gli us et coutumes della antica monarchia. E se il primo passo della rivoluzione francese fu di far risorgere gli Stati Generali (l'assemblea, come ricordammo, dei delegati dei vari ordini: nobiltà, clero, terzo Stato) addormentatisi fin dal tempo di Enrico IV e di Luigi XIII, la rivoluzione inglese non può addurre nessun fatto di così classico conservatorismo».

Guizot vede nella rivoluzione inglese il solo fatto politico del conflitto di due poteri, Corona e Parlamento, che finalmente si equilibrano e neutralizzano. Ma
«
che l'assoggettamento del potere regio al Parlamento sia o non il suo assoggettamento al dominio di una classe, questo Guizot trova superfluo rilevarlo».
Naturalmente per simili filistei il Parlamento rappresenta per definizione il «popolo», e dopo vari secoli siamo nella politica di oggi allo stesso punto.

Che il conflitto tra Parlamento e Corona esprima un conflitto di interessi economici nel primo rappresentati, il Guizot non lo vede, e riduce tutto a lotta di privilegi, a turbolenti fanatismi religiosi...
«
Del nesso tra il movimento religioso e lo sviluppo della società borghese non sa dare più esaurienti spiegazioni...; benché non perda mai di vista la rivoluzione francese, non arriva mai alla conclusione semplicissima che il passaggio dalla monarchia assoluta alla costituzionale, non può effettuarsi dovunque che dopo violente lotte, attraverso la trafila della repubblica, e che poi perfino la vecchia dinastia deve far posto, come inutile, ad una linea collaterale usurpatrice».
Il che è tanto attuale, che si scopre come Hitler teneva pronto per rimpiazzare la repubblica di Salò il rampollo del ramo Aosta - a parte il sogno di molti che alla repubblica di Einaudi segua una monarchia, se non del Conte di Caserta... del comandante Lauro.

Si scoccia Engels di correre dietro alle solite buaggini, e dà un cenno veloce della reale sottostruttura nella lotta tra il Parlamento e Carlo Stuart che finì colla definitiva monarchia costituzionale, felicemente incoronante.

Classi e monarchia
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Erano cause prossime del gran conflitto: la paura dei grandi possidenti fondiari, sorti non da una nobiltà feudale antica ma dalla usurpazione dei beni ecclesiastici seguita alla riforma protestante trionfante con Cromwell, che con la restaurazione dei cattolici Stuarts quei beni andassero alla Chiesa restituiti,
«
il che voleva dire che i sette decimi del terreno inglese avrebbero mutato proprietario»
- l'aborrimento da parte della borghesia commerciale e industriale per il cattolicesimo, che mal si adattava ai suoi traffici (concetto martellato per tutta la sua vita da Marx: protestantesimo vale mercantilismo) - l'indifferenza con cui gli Stuarts vendevano l'industria e il commercio inglese al governo francese, ossia all'unico paese che faceva agli inglesi una concorrenza pericolosa e sotto vari aspetti vittoriosa (altra relazione del materialismo storico: capitalismo vale patriottismo).

La soluzione del «grande rebus» è dunque questa (del rebus del carattere conservatore della rivoluzione inglese, del nostro odierno rebus sulla durezza a morire della monarchia d'Inghilterra). Essa sta nella
«
alleanza permanente in cui si trova la borghesia con la maggior parte dei grandi possidenti; alleanza che distingue realmente (non letterariamente come le balle sulla religiosità e la miscredenza, la turbolenza e il lealismo...) la rivoluzione inglese da quella francese, che annientò il grande possesso fondiario col parcellamento. Questa classe dei grandi possidenti collegata con la borghesia, non si trovò, come il gran possesso fondiario francese del 1789, in contraddizione, ma piuttosto in perfetto accordo con le condizioni di vita della borghesia, Il grande possesso inglese non era in realtà una proprietà feudale, bensì una proprietà borghese».

Qui davvero ci si dovrebbe fermare e ribattere una serie di martellate. La sistemazione agraria feudale è questa: un territorio su cui il signore governa e tiene in personale dipendenza i lavoratori della terra, cui vieta perfino il mutar sede. Questi stanno con le loro famiglie in piccole zone parcellate, ma tutti recano una prestazione di prodotto e di lavoro gratuita al signore. Francia 1789, Russia 1917: sopravviene la rivoluzione e sbatte via fisicamente i signori: il servo resta dove è, lavora come e dove lavorava, ma è libero: tutto il prodotto del suo lembo di terra e del suo braccio è suo. Questa forma rivoluzionaria, veramente potente solo nell'epopea francese, ove ricchezza fisica di suolo e di clima e millenaria colonizzazione e bonificazione avevano delineato lotti prosperi come giardini, diviene una tarda fredda ripercussione nelle steppe estensive di Russia, e una scempia copia nelle province arretrate dell'Europa orientale in una fascia dal Baltico all'Egeo dove sopravvivevano ibridamente forme di feudalesimo agonizzante, quando dopo l'ultima guerra cadono sotto il potere del capitalismo statale russo.

Ma la sistemazione agraria borghese è quella in cui una grande zona di terra costituisce una azienda unica sotto un solo padrone che la esercisce con lavoratori a salario già liberi (come in Inghilterra da almeno sei secoli) o con affittaiuoli capitalisti. Questo stesso tipo giuridico va dagli estremi della armentizia estensiva a quelli della grande tenuta meccanizzata a tipo industriale. Non la rivoluzione borghese parcelló queste terre, tanto meno lo farà la rivoluzione proletaria.

Di qui la fesseria gigante nell'applicazione all'Italia, dove De Gasperi e Togliatti teorizzano insieme, e il secondo vorrebbe solo che quantitativamente si attuasse di più la insensata riforma (come vorrebbe che nel campo edilizio si costruisse quantitativamente ancora di più, ma collo stesso indirizzo beota e mariuolo).

Il fondamentale teorema marxista per l'Italia dice così: Nord: siamo in piena grande azienda capitalista dai tempi di Leonardo; e quindi con possesso borghese in grande. Centro: siamo al parcellamento giardinato prima della Francia, ma senza la signoria feudale che fu sgombrata via dal tempo dei Comuni; e quindi medio e piccolo possesso borghese. Sud: il grande possesso, non più feudale non dal tempo di Gioacchino Murat ma da quello... di Federico di Svevia, bensì sovrapposto, salvo alcune zone, «giardinate», ad una coltura primitiva o alla pastorizia, e alla mancata bonifica dovuta all'assenza di uno Stato nazionale forte e potente, forma da secoli un possesso borghese di grande estensione e basso valore, analogo a quello inglese degli ultimi secoli. Una stessa legge borghese disciplina nelle tre Italie il rapporto, senza urto notevole colle legislazioni anteriori al 1865: non resta da fare nessuna riforma antifeudale, come chiedono i giostratori parlamentari da strapazzo. L'agricoltura italiana cambierà quando si rompano i limiti dell'economia e del diritto capitalista e mercantile.

Proprietà e corona
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Lo sviluppo della società inglese fu poi descritto magistralmente da Marx nei capitoli sulla Accumulazione iniziale della sua massima opera. Qui Engels da questo scorcio del compromesso tra ricchi terrieri e padroni industriali, che costituì il tessuto della forma politica di monarchia costituzionale.
«
Da una parte i proprietari fondiari mettevano a disposizione della borghesia industriale la popolazione necessaria all'esercizio della manifattura, e dall'altro erano in condizioni di dare all'agricoltura quello sviluppo che corrispondeva alle condizioni dell'industria e del commercio. Di qui i loro interessi comuni colla borghesia, di qui la loro alleanza con essa».

«Col consolidamento della monarchia costituzionale finisce dunque, per il signor Guizot, la storia dell'Inghilterra. Ma per contrario, nella realtà, solo col consolidamento della monarchia costituzionale incomincia il grandioso sviluppo e la trasformazione della società borghese in Inghilterra. Dove egli non vede che beata tranquillità e pace idilliaca, si svilupparono in realtà i più violenti conflitti, le rivoluzioni più decisive... Una nuova e più gigantesca borghesia si sviluppa; e, mentre la vecchia borghesia lotta contro la rivoluzione francese, la nuova conquista il mercato mondiale... Essa si conquista una diretta rappresentanza nel Parlamento e se ne vale per annientare gli ultimi avanzi di una forza reale che sono rimasti al possesso fondiario».

Fin qui la chiave di Engels e Marx per sciogliere il rebus dinastico inglese è chiaro. La monarchia è stata espressione dell'alleanza tra i proprietari fondiari e la borghesia manifatturiera commerciale e finanziaria, ed i proprietari fondiari non costituivano un'antica signoria feudale bensì erano usciti dalla espropriazione dei beni della chiesa cattolica, che fu fino alla Riforma pressoché il solo «grande feudatario» inglese. Non sempre le monarchie hanno avuto tale compito storico: in Svezia lottarono fieramente contro la nobiltà e i suoi privilegi, poggiandosi sulla borghesia, e sui piccoli contadini liberi, nel recuperare i beni della Corona. Lotte non dissimili si ebbero nel Regno di Napoli, Stato fortemente unitario che tenne sempre in soggezione i baroni.

Se la vecchia borghesia inglese è in così stretta alleanza con la proprietà terriera, la nuova - che potremmo oggi dire quella della fase imperialista - tende a ridurne i privilegi, nella lotta dei Comuni contro la Camera dei Pari, dei liberali contro i conservatori. Ma intanto sorge una nuova poderosa classe, il proletariato inglese, il primo e più concentrato nel mondo capitalista dell'Ottocento. Qui un nostro contraddittore potrebbe trovare in difetto la conclusione di Engels. Con lo sviluppo del capitalismo e il grandeggiare del salariato si sono poste le basi per una ulteriore gigantesca lotta, che nel 1850 sembrava vicina, e che avrebbe condotto al crollo dell'equilibrio costituzionale inglese. Dobbiamo nel ricostruire essere fedeli:
«
L'Inghilterra sotto la protezione della monarchia costituzionale ha sviluppato gli elementi di una rivoluzione sociale, ben più radicali che in tutti gli altri Stati del mondo presi insieme».

Ora, un secolo dopo tale descrizione la monarchia inglese nella forma tradizionale è ancora lì. La tensione della lotta tra proletariato e borghesia sembra ridotta appunto ad una competizione «nella» costituzione, ed il partito della classe operaia che Engels vedeva formarsi contro i due partiti tradizionali, terriero e capitalista, non è che un partito di governo, e nelle parentesi una banale opposizione di sua maestà.

Vi è però l'altro aspetto della questione, che sta a dimostrare che il secolo non è passato senza costrutto. Malgrado le guerre antigiacobine e antinapoleoniche vinte dall'Inghilterra, il grande capitale e il denso proletariato sono diffusi in tutta l'Europa. Malgrado due guerre mondiali, anche ufficialmente vinte dall'Inghilterra, grande capitale e fitto proletariato sono diffusi in tutti i continenti della terra. Il fasto della Coronation, breve parentesi alla odierna britannica astinenza, doveva soprattutto servire a nascondere la chiusura del periodo di pace sociale e di addormentamento del proletariato inglese, chiaramente diagnosticato da Marx ed Engels e Lenin a tante riprese. Il popolo dai cinque pasti, che era solo o quasi a pompare nel serbatoio immane dell'imperialismo intercontinentale, ha deposta la sua posizione di primato davanti all'America, e si riduce alla parte di nobile decaduto della storia.

Oggi

Eddy e Bertie
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Sciogliere i rebus colla tecnica di un secolo fa sembra una menomazione ai fanatici lettori dai materiali aggiornati. Diamo quindi loro un tantino di spago. Nell'epoca del suo irrompere nel mondo e nel tempo la classe borghese apportava un vivaio di uomini di ingegno; oggi affoga nel pantano della mediocrità e tiene all'avanguardia del suo lavoro di dottrina e di amministrazione una selezione di rammolliti. Abbiamo tante volte spiegato: per il nostro metodo, le cause del divenire storico sono nelle condizioni degli uomini intesi come collettività e nelle grandi convulsioni di questi dati materiali. Nel periodo cruciale la collettività di avanguardia lancia in avanti e mette in luce, come suoi agenti ed umani utensili, i forti, i validi, i geniali - ma nei periodi di limacciosa stasi e peggio, quando il benefico cataclisma è rientrato mentre certe sue condizioni erano mature, schiera in primo piano uno stato-maggiore di imbecilli. Materiale umano per formare gli uomini di rilievo ve ne è sempre almeno mille volte più numeroso di quello che utilizza la storia. Ma questa solo in dati periodi vi attinge a piene mani. Chi si sente Achille in seno ed è candidato al proscenio, quando nasce in tempo fesso ha sempre un mezzo per «riuscire» e per «sfondare»: fessificarsi. Oggi squisitamente è il tempo in cui la scena politica mondiale è tenuta da fessi o da furbi autofessificati.

Circola tuttavia per il mondo qualche uomo intelligente, e ve ne è uno accoppiato con una donna non meno intelligente: abbiamo nominato Eddy e Wally. I giornalisti mobilitati dal trust dei cervelli castrati hanno chiesto loro se talvolta non rimpiangono il gesto con cui Edoardo VIII nel 1936 lasciò, sul punto di essere incoronato, il trono inglese al fratello Alberto (Giorgio VI) per sposare la divorziata Simpson, e se non rimpiangono l'assenza dalla cerimonia di Westminster. I due hanno francamente riso: sì, lui ha detto, talvolta ci diverte immaginare di essere il Re e la Regina d'Inghilterra! Il giornalista di servizio non ha potuto che apprezzare lo spirito col quale Eddy ha voluto dire che non rimpiange di aver posposto il trono alla Wally. Ma la verità non sta in questo, se non per il pubblico dei rotocalchi. Edoardo non ha rinunziato per sposare Wally, e non intendeva fare della borghese e fine signora la Regina: lo ha fatto perché non si sentiva abbastanza fesso o disposto a fessificarsi.

In uno scritto, che ha dovuto concedere ai giornali per far fronte alle magre entrate del simbolico ducato di Windsor e rimediare alla tirchieria degli amministratori di Palazzo Buckingam, l'ex re tratta dell'incoronazione della nipote. Egli si pone nettamente il problema della sorte storica della monarchia inglese con le crude parole:
«
L'incoronazione di mia nipote non potrebbe essere quella dell'ultimo sovrano inglese?».
Egli, che naturalmente per diplomazia non opta per tale ipotesi, attribuisce a tale sensazione la morbosa curiosità americana, e fa seguire tale quesito alla elencazione di tutte le monarchie cadute, a cavallo di due guerre, rilevando che ne restano in Europa, come accennavamo, soltanto sei. Tenta poi un parallelo con l'incoronazione di Vittoria, diciottenne, che regnò dal 1837 al 1901. Ma, buon Edoardo, la formidabile Vittoria non nacque al tempo dell'infessimento sociale.

Non è in questo che ci interessa il testo come «materiale 1953» e quindi di ultima edizione. L'autore ricorda il legame - marxista - tra grande classe terriera inglese e monarchia, e ricorda le perdite di ricchezza, potenza, e prestigio che inesorabilmente tale classe ha subito. Ricorda al proposito una conversazione avuta l'ultima volta che fu a Palazzo col fratello Bertie: Alberto, immalinconito nel ruolo incolore di duca di York, scolorito tra le vecchie tappezzerie dei saloni di S. Giacomo.
«
Il declino economico del patriziato terriero inevitabilmente sta finendo per arenare il monarca e la sua corte come una nave su fondali troppo bassi. È un processo che continua inesorabilmente; l'ultima volta che vidi mio fratello Bertie a Buckingam Palace mi disse in tono quasi desolato: se continua così finirò per essere nella situazione poco invidiabile dell'ultimo proprietario di terre di tutto il Regno».

Muoiono i Re di sconfitta o di rivoluzione. Mentre il gettito della preda imperialista ha finora tenuta lontana la rivoluzione dalla Gran Bretagna, e mentre per disgrazia del mondo la sconfitta non l'ha toccata nelle guerre immani recenti, Eddy e Bertie sembrano pensare che i re hanno un terzo modo di morire: di fame.

Il compulsato documento di «fonte informatissima» e di «data aggiornatissima» ci restituisce intatta la tesi di Engels di fronte a Guizot enunciata nel 1850. È qui, o studenti nevrastenici e periferici del mistero storico, o dilettanti dell'ultima pubblicazione, la forza del nostro metodo. Proprio perché siamo nel 1953 giuriamo nelle parole di Engels o di Marx e le riconsideriamo una per una: perché oggi appare quanto veramente potente fosse l'indagine, che quel tempo fremente rese possibile. Vivendo al loro tempo ci saremmo forse permessi di «verificare» prima di credere. Ma oggi la verifica sta in una eruzione di fatti che hanno incendiato il mondo, ed è ridicolo ricercarla tra i tasti della povera nostra macchina da scrivere. Guaglioni, non vi è rimasto niente da verificare. Rigate diritto, righiamo diritto.

È fuori della storia del proletariato moderno ogni movimento che non ha tra i suoi postulati la caduta della potenza inglese, della monarchia inglese.

Cittadini sudditi
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La rivoluzione borghese creò la figura illusoria del cittadino sovrano. Deposto il re, o conquistata l'indipendenza, la giovane borghesia predicò al popolo che con essa aveva lottato e in cui tentava di confondere i suoi connotati di classe, che non dovevano esservi più sovrani per diritto ereditario o divino. Ogni cittadino doveva possedere la sua particola di sovranità e servirsene con un meccanismo dagli infiniti aspetti, sancito dalle varie dichiarazioni e costituzioni. Nacque l'epoca del più grande imbroglio della storia, quella della consultazione popolare e del suffragio universale. La lotta che a questo condusse fu parimenti una lotta grandiosa e reale. I meccanismi di delega che ne sorsero nei vari tempi sono davvero ridicoli, ma ciò nulla toglie al peso del trapasso storico. Ad esempio, e tanto per tornare ad Eddy, un espediente curiosissimo (altro che legge truffa) lo propose il Premier liberale Asquith per fare passare il Parlament Bill, che toglieva alla conservatrice Camera dei Lords il diritto di veto sulle leggi finanziarie. Si era nel 1909 ed il re Edoardo VII - che già se ne fregava abbastanza della politica - dovette grattarsi la pera a suggerimento di nominare di un colpo cinquecento nuovi pari di Inghilterra per rovesciare la maggioranza. Ma poi la Camera Alta ebbe a capitolare. Ed oggi un socialista ex-ministro della Corona avrebbe proposto che si tolga ai nobili il privilegio di portare all'incoronazione spada, speroni, baldacchino, ecc., e lo si dia a scienziati, contadini e operai metallurgici che sono «il sale della terra». Già, ma simbolo per simbolo (chi ha sale non dovrebbe aver bisogno di simbolo) meglio porterebbe zappe, falci, martelli e compassi...

In questi giorni è ricorso l'Indipendence Day americano, 4 luglio 1776. È stato da un giornale, americano di lingua, riprodotta in facsimile la Unanime dichiarazione dei tredici Stati Uniti di America firmata da tutti i delegati al Congresso, che sanciva il distacco dalla Corona Inglese. In testa sono riportati due volti: quello del Presidente Giorgio Washington di allora e quello del Presidente di oggi, 177 anni di intervallo tra una faccia di uomo e una di carta.

Al fondatore della repubblica delle stelle non affibbiarono certo nomignoli e non tributarono campagne pubblicitarie con distintivi e canzonette ed altri espedienti ancora più chiassosi e spassosi. Generale anche quello, si considerava sul serio un borghese tra i borghesi e un cittadino non più sovrano degli altri. Il grande fatto storico dette - per Marx - il segnale alla Rivoluzione di Francia, come la guerra civile del 1866, altra storica conquista borghese, lo dette alla rivoluzione proletaria, schiacciata nella Comune.

Ma oggi i cittadini sovrani nel paese tipo, l'America, forse perché la forza stessa dei fatti mette in derisione questo libero arbitrio del povero uomo qualunque, ironizzato in tutte le vignette come «and who» (e chi? come a dire: chi cavolo sei cittadino elettore?), mostrano l'irresistibile libidine di essere cittadini sudditi, vile caratteristica di tutte le epoche di putrefazione di forme sociali vissute troppo a lungo. Con Ike questa sete non se la sono tolta del tutto perché, comunque, malgrado l'orgia di popolarità aveva non meno incensati competitori, prima nel suo partito, poi nella elezione presidenziale. Per sfamare una tale contemporanea morbosa brama passiva, di sottomettersi, di genuflettersi, di farlo a terga voltate se occorre, non basta un Presidente in una rabberciata Casa Bianca, occorre l'Unico o l'Unica alla cui elevazione tutti senza eccezione i componenti di un popolo, tutti senza eccezione i curiosi del globo, spettatori, lettori, ascoltatori, possano entusiasmarsi, assaggiando il piacevole isterico orgasmo della collettiva curiosità imbecille.

La stolta voga del «Big»
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Perduta dal capitalismo la magnifica chance di morire dopo la Prima Guerra Mondiale, e dal proletariato quella di soffocarlo sotto gli scudi di una moltitudine di una classe di un partito tremendamente anonimi come nei «delitti di folla», la moderna mentalità borghese perdette l'antica irriverenza e strafottenza che erano valse alla conquista del mondo, e ovunque si cercò dei Capi. Essi stavano agli antichi Re, mandati - secondo la retorica espressione derisa in Guizot - dal Dio Armato, come il pescecane, il parvenu stanno al gran Signore delle epoche pre-borghesi.

Furono, dalla fine circa della prima guerra, chiamati i Big, i Grandi. Non grandi per favolose storie di imprese, ma per trovarsi ai vertici delle piramidi statali di prima grandezza. Come big si presentò lo squallido Wilson, per sistemare l'Europa nel congresso ristretto dei quattro grandi alleati di Versailles. Ma poi i poteri personali o la superstizione di essi prevalsero nei paesi ove la lotta delle classi succeduta alla guerra aveva degenerato, troppo essendo minorato il movimento collettivo operaio dall'inginocchiamento alle borghesi divinità delle patrie negli anni di guerra. Si fece il gioco rovinoso di personalizzare in Lenin lo sforzo immenso del partito rivoluzionario contro l'imperialismo che si andava riassestando, in Lenin dal gigantesco cervello e dall'umile abito, più lontano dal compassato rigore di un Washington di quanto questi lo fosse nella sua semplicità borghese dal fasto dei coronati monarchi, in Lenin che aveva intorno a sé un magnifico gruppo di elementi di primo valore e un partito di migliaia e migliaia di componenti tutti all'altezza di una fase rivoluzionaria della storia.

Questa forma spinta alla idolatria fu disfattista, fosse essa usata tra noi o fuori di noi. Nessuno più di Lenin stesso lottò per disperderla.

Ma poi fu la controffensiva borghese che si polarizzò intorno a singoli condottieri della guerra sociale: duci, führers, conducatores, caudilli, poglavnici, e simile zoologia. Nel tempo della seconda grande guerra ed ancora oggi tutto si affida e si attende da questi storici incontri di big, senza smontarsi per la facilità con cui le persone si sostituiscono, quando ad esempio le elezioni inglesi si alternano nella vittoria di Attlee e di Churchill, quando Truman surroga Roosevelt, Malenkov Stalin, e via via. Il mondo pende sempre dal sorriso che può spuntare o gelarsi sulle labbra di quei pochi eletti, dall'effetto che fa sul loro ventricolo la colazione di gala o la qualità dello «champagne» levato nei calici.

Il congresso della Santa Alleanza faceva con metodo più serio il mondo a fette che questi convegni, il cui elemento decisivo della sorte di uomini a miliardi sarebbe solo la capacità di uno dei grandi di barare al gioco con l'altro. I vincitori di Napoleone (se lo disistimassimo lo chiameremmo «il big») si assisero a Vienna «come delegati della Provvidenza» per governare i popoli, «come rami di una stessa famiglia» applicando «i precetti della Santa Religione». Una tale dottrina rende tuttavia meno idiota il rapporto che si stabilisce tra quattro che deliberano il destino dell'umanità, e i due miliardi e mezzo che come foglie al vento seguono i loro dettati.

Albe e tramonti
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Come Lenin può ben spiegare il confronto del determinante maneggio di uomini che fa la storia rivoluzionaria in opposto alla storia reazionaria, se lo confrontiamo coi Capi affibbiati ai pletorici partiti di oggi, poveri ometti che vanno e vengono dagli altari alla polvere, come oggi è di turno quel buon Racocy, che tra tante colpe non ha quella di non aver letto Marx; così possiamo prendere ai due poli dell'epoca borghese il massimo Napoleone, la minima Elisabetta. Fragile donnetta, la allenano per settimane a «sudare» sotto il peso dei sovrapposti mantelli, fanno le prove a dipingerla con un trucco «rosso e crema di pesca» con provini per la televisione e il film a colori, le fanno recitare i passi e la parte della interminabile recita. Deve prender nella manina la spada dello Stato, lo scettro, il globo simbolo dell'impero. Vittoria aveva detto all'arcivescovo: e di questo che ne faccio? Vostra Maestà deve degnarsi di tenerlo!

La Corona di Sant'Edoardo pesa tre chili, ma per fortuna la regia la vuole subito sostituita da quella imperiale, che è un chilo di meno. Formule, preghiere, canti, squilli, cortei, quando tutto è finito la disgraziata è ridotta peggio di un gregario del giro di Francia dopo una tappa sul pavé.

Ma quando il corso Bonaparte, figlio di borghesi e pochi anni prima ufficialetto sforcato di artiglieria, ebbe dinanzi il tremolante Pontefice che aveva per convincerlo alla cerimonia schiaffato in prigione, andò per le spicce; gli tolse la Corona di mano e se la calzò come un qualunque kepi: Dio me l'ha data, guai a chi la tocca! Come un papa, anche un dio poteva ancora servire a quel magnifico utensile dell'avanzata del Capitale. Poi alzò le spalle e volse le terga.

Il «terrific impact»
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Le libere cittadine di America fremevano per la trasmissione della cerimonia come se ci vedessero una affermazione di femminismo. Ma donne regine ce ne sono state migliaia di anni prima dell'epoca borghese, ed hanno piegato gli uomini non solo come bellezze ma come sovrane, governatrici e guerriere. Un puro accidente protocollare dà in questo caso al monarca inglese il sesso femminile, e non per la prima volta, e certamente non per ripetere le grandi Elisabette e le grandi Vittorie.

Comunque l'emozione acutizzata da un così vasto e abile battage mondiale, pare che abbia raggiunto estremi patologici, stati di convulsione, fremiti di follia. La civilissima America sembra stare al livello dei popoli orientali nelle sacre orge in cui i fedeli erano spinti ebbri di fanatismo a gettarsi spontaneamente sotto le ruote dell'avanzante Jaggernaut, del carro del Dio.

Questo morboso stato d'animo, l'ennesimo che ci conferma di vivere la maledetta epoca di una società in decomposizione, è stato qualificato dai testimoni come terrific impact. Uno choc di grande violenza, una specie di estasi paralizzante, di concitazione panica, di frenesia da saturnali. Se ne sono occupati gli psicanalisti. L'acme dell'orgasmo ha coinciso col momento in cui Filippo si è inginocchiato davanti alla sposa! Sarebbe stata questa una vittoria sulla virilità, in una guerra dei sessi!

Non un sesso sull'altro ha vinto, deformata visione di una società individualista, anzi limitata all'individualismo, ma il principio stolto della soggezione all'essere eccezionale da parte delle moltitudini prone e ubriache.

Questo tempo di ruffiani e di leccapiedi non troverà fine, se non sorgerà contro di lui un movimento universale e potente, inesorabilmente anonimo, che non annunzierà nomi di capi, che compirà un auto-da-fé feroce dei protocolli cerimoniali.

Source: «Il Programma Comunista», n. 13 del 1953

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