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NON VI È CONVERGENZA MA CONFLITTO DI INTERESSI FRA I BRACCIANTI DA UN LATO, E I CONTADINI E MEZZADRI DALL'ALTRO
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Non vi è convergenza ma conflitto di interessi fra i braccianti da un lato, e i contadini e mezzadri dall'altro
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Non vi è convergenza ma conflitto di interessi fra i braccianti da un lato, e i contadini e mezzadri dall'altro
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Le campagne italiche assistono attualmente ad una lotta in cui si vedono affiancati gli uni agli altri i braccianti, i mezzadri e i coltivatori diretti, gli interessi dei quali tuttavia, come mille volte hanno ripetuto i marxisti, risultano assolutamente inconciliabili, sia partendo da una analisi contingente, che cioè consideri i bisogni immediati dei tre gruppi, sia partendo da un'analisi storica che da un lato ne consideri la formazione e gli sviluppi, e dall'altro, ciò che più conta, vagli le possibilità di sbocchi rivoluzionari e di saldatura fra questi e i moti del proletariato urbano.

Mezzadri e coltivatori diretti si trovano di fronte a un processo sempre più rapido ed esteso di industrializzazione dell'agricoltura, al quale non possono accedere per il carattere particellare della loro conduzione, circoscritta com'è al ristretto ambito del podere. Né segue che l'impostazione della loro «lotta» muove dall' aspirazione a possedere in proprio, individualmente, mezzi di produzione che, per loro stessa natura e funzionalità, richiedono un lavoro associato che esca dai limiti del piccolo appezzamento e della conduzione individuale. È su questa base antagonistica che, crescendo la penetrazione delle macchine nell'agricoltura, si accentua la loro crisi, ed essi sono spinti ad agitarsi contro la pressione del monopolio economico e politico del grande capitale in vista del ritorno indietro a un'utopistica economia per aziende familiari o, al massimo, con impiego modesto di forza-lavoro associata, non mai in vista del superamento rivoluzionario dei capitalismo. La loro posizione politica e la loro lotta nascono dalla psicologia del «parente povero» che vorrebbe arricchire, o almeno non proletarizzarsi, non da quella del proletario che non sa che farsi della proprietà privata e può attendersi una liberazione soltanto da un regime di produzione e distribuzione sociali.

Ben diversa è la posizione dei braccianti. La loro esistenza è il prodotto appunto della trasformazione in senso capitalistico dell'agricoltura: la strada che essi hanno percorso e percorrono è la stessa dei proletari industriali, separati dai mezzi di produzione e inseriti in un processo produttivo «sociale»; i loro interessi immediati e storici non puntano verso il ritorno alla proprietà e alla gestione individuale, ma, come per i salariati dell'industria, verso la difesa dallo sfruttamento capitalistico nell'immediato, e verso una effettiva socializzazione dei mezzi di produzione e di consumo, nella prospettiva storica. Appunto partendo da questa prospettiva, che è il superamento dello stato in cui mezzadri e coltivatori diretti si trovano ancora, è naturale che essi debbano cercare e cerchino una saldatura col proletariato urbano, e la trovino: 1) in una piattaforma rivendicativa che fuori da ogni nostalgia verso il podere o la proprietà del suolo, contempli un aumento sensibile delle mercedi, l'allargamento dell'assistenza sociale, la creazione di centri residenziali nelle campagne per ottenere lo svincolo del contratto d'affitto da quello di lavoro, la riduzione dell'orario di lavoro, l'abolizione del lavoro festivo, la lotta contro le malattie, ecc.; insomma, l'abolizione delle sperequazioni in atto fra le loro condizioni di esistenza e quelle dei proletari di fabbrica; 2) in forme di lotta, come lo sciopero, che riflettono il carattere associato della produzione e che sono invece negate ai coltivatori e ai mezzadri per la stessa natura obiettiva dei loro rapporti di lavoro; 3) nell'orientamento verso il partito rivoluzionario di classe.

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Se, dunque, oggi, i braccianti si trovano affiancati agli altri due gruppi contadini e semicontadini, lo si deve unicamente alla politica disfattista di alleanze interclassiste di quel partito, cosiddetto comunista e in realtà ultrasocialdemocratico che ha da tempo abbandonato ogni impostazione rivoluzionaria a favore della «competizione pacifica», della «concretezza» e della «democrazia», e in tal modo ha svuotato la classe operaia delle sue energie migliori. In questa politica, un ruolo importante lo svolgono per il loro numero considerevole i mezzadri, aderenti per oltre l'80% alla Federmezzadri (CGIL), ancor più che i coltivatori diretti, in gran parte controllati dal riformismo clerico-governativo alla Bonomi.

Questa diversa affiliazione si spiega con le diversità delle due figure sociali, una impersonata da piccoli proprietari terrieri ai quali appartiene l'intero frutto della conduzione e perciò mantengono un carattere tipicamente contadino, l'altra impersonata da coltivatori che, pur non essendo proprietari, grazie a un contratto col quale vincolano se stessi e la famiglia alla conduzione di un certo podere, partecipano alla metà del raccolto, e perciò assumono una fisionomia semi-contadina nel senso tradizionale della parola; mentre ciò che li accomuna è il fatto che gli uni e gli altri apportano alla coltivazione del suolo un certo capitale e quindi, al termine del ciclo produttivo, si trovano in possesso gli uni e gli altri di una determinata quantità di prodotti. Ora, uno dei caratteri propri e specifici del capitalismo è la crescente concentrazione della produzione in grosse aziende, nelle quali confluiscono numerosi lavoratori «liberati» dai mezzi di produzione, quindi messi nell'impossibilità di provvedere individualmente al proprio sostentamento, e che vengono così associati in un comune lavoro sotto la direzione del capitale. Partendo da questa base, il capitalismo è andato via via aumentando ed estendendo il proprio imperio anche nell'agricoltura: ma nel processo di «socializzazione» della produzione ha pure rivelato i suoi limiti storici giacché, impotente a condurre fino in fondo il rivoluzionamento dei rapporti produttivi, esso continua a distruggere e ricreare, sebbene su basi diverse, la piccola proprietà, legandola indirettamente a sé. I limiti storici di tale processo si manifestano nell'agricoltura ancor più che nell'industria, per i caratteri specifici delle due grandi sezioni dell' «economia nazionale».

Il processo di accumulazione, che nell'industria si svolge all'interno della fabbrica in cui le diverse macchine vengono affiancate e montate le catene, col risultato di perfezionare ed accrescere la divisione del lavoro, nelle campagne dovrebbe tradursi in uno sfruttamento più intensivo della terra e in un ampliamento dei limiti del fondo. I risultati di tale ampliamento non sono però dei più vantaggiosi, sia perché esso riduce le possibilità di controllo del capitale sulla massa di salariati dispersi in varie zone, sia per il carattere differenziato della struttura dei fondi, che, per esempio, nelle zone collinari non permettono una completa e radicale utilizzazione delle macchine. Per queste ragioni, oltre che per motivi di conservazione dei privilegi acquisiti, esiste tuttora una gran massa di contadini e semi-contadini che operano essenzialmente là dove la costituzione della grande azienda agricola o non è possibile o non è allettante.

Il grande capitale trova una base ideale per svolgere la sua funzione sia in quella «industria agricola» sempre più estesa che ha per oggetto la trasformazione e conservazione dei prodotti agricoli, e la cui redditività balza agli occhi dai dati riguardanti il valore dei prodotti che vi entrano (3.000 miliardi) e il valore di quelli che ne escono (6.200 miliardi), e in quella parte che potremmo definire «terziaria», in quanto fornisce, nei gergo dell'economia borghese, dei servizi, costituendo depositi di macchine agricole, stalle e mungitoie, cui i piccoli contadini e mezzadri accedono pagando noli e affitti, e che, per l'impiego di mano d'opera salariata, sono chiamate «fabbriche verdi». In questo modo e in mille altri (come il meccanismo finanziario e bancario ecc.) il grande capitale riesce ad ottenere non solo alti profitti ma un controllo effettivo sul piccolo coltivatore e sul mezzadro, e così li mantiene in condizioni di sopralavoro e sottoconsumo.

Il PCI, abbandonata ormai ogni impostazione rivoluzionaria, vede in questo processo una sconfitta non solo dei contadini, ma anche... del comunismo, e per evitare una simile iattura propugna soluzioni di tipo cooperativo: i contadini e i mezzadri dovrebbero associare i loro capitali nella costituzione di aziende che escano dai limiti angusti della conduzione più o meno particellare. Sennonché, uno dei caratteri tipici del contadino (a meno che si trasformi in imprenditore capitalista) è la sua incapacità a svolgere un lavoro «sociale», e la cooperazione agricola, lungi dall'essere un passo avanti verso il socialismo (come il capitalismo è lungi dall'essere un passo indietro rispetto alla forma cooperativistica o cholchosiana) altro non è che una forma con cui e attraverso cui il capitale si introduce nell'agricoltura, allo stesso modo che la creazione di società anonime non costituisce una «democratizzazione» del capitale, come vorrebbero certe e ben note scuole neocapitalistiche, ma una forma più evoluta di esercizio della sua dittatura. Essa non può dunque che creare un'accumulazione di capitale, e quindi un'ulteriore proletarizzazione. Distinguere, come pretende il PCI, tra accumulazione «individuale» e «collettiva» significa non aver compreso nulla dei carattere specifico del capitale, che non trova il suo limite negli «individui» ma solo in se stesso, e non aver capito che il suo processo di autovalorizzazione richiede l'impiego di forza-lavoro salariata alla quale attingere in continuità sopralavoro.

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In un modo o nell'altro, quindi, la trasformazione in atto nelle campagne è, sia pure entro certi limiti di tempo e di spazio, un processo di proletarizzazione, con tutte le conseguenze di rottura del nucleo familiare tradizionale e la cacciata di diseredati dalla terra «non più madre ma matrigna» - fenomeno che proprio in questi giorni la stampa e i circoli ufficiali si affannano a mettere in rilievo e di cui indicano i pericoli.

Un partito che sia effettivamente rivoluzionario deve inserirsi in questa evoluzione non già per arrestarla, ma per raccoglierne gli sviluppi e le ripercussioni rivoluzionarie e, su questa linea, promuovere una coscienza associativa e di classe nelle giovani forze proletarie delle campagne, nelle quali la nostalgia di forme individuali di produzione mantiene tuttora qualche radice, e fonderle nelle loro lotte col più evoluto proletariato cittadino. Esso deve lottare insieme - com'è nelle gloriose tradizioni del movimento operaio anche in Italia - per elevare il livello di vita e le condizioni di esistenza dei braccianti e per la loro emancipazione finale dal giogo del capitalismo, e non può mai farlo mettendo la forza d'urto del proletariato agricolo sullo stesso binario di lotta dei mezzadri e dei coltivatori diretti, che non di rado sfruttano manodopera salariata e bracciantile e, in ogni caso, si battono per la difesa di interessi piccolo-borghesi, non per il rovesciamento del regime della proprietà e del capitale.

Nelle loro lotte di oggi, come di ieri e di domani, i braccianti devono cercare una saldatura con l'unica forza che abbia i loro medesimi interessi, gli operai dell'industria. Non operando in modo di soddisfare questa esigenza, il sindacato dà un'ennesima prova del suo carattere opportunista, cioè di aver rinunziato alla sua funzione di organismo destinato ad unificare le forze proletarie per la difesa della loro esistenza oggi, e - sotto la guida del partito politico - per l'abolizione del regime del salario domani!

Source: «Il Programma Comunista», 24 marzo 1961, Anno X, n. 6

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