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JUGOSLAVIA «SOCIALISTA», ULTIMA SCOPERTA KRUSCIOVIANA
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Jugoslavia «socialista», ultima scoperta kruscioviana
L'organizzazione dell'industria
Artigianato
Occupazione e disoccupazione
Rapporti capitalistici nell'agricoltura
Conclusioni preliminari
Source


Jugoslavia «socialista», ultima scoperta kruscioviana
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Dunque Tito e Krusciov si sono incontrati, si son stretti le mani, si sono abbracciati e sbaciucchiati alla moda russa. Anche in questo caso, le nostre profezie di «talmudici» si sono avverate; l'incontro finale lo avevamo previsto quando Krusciov non era, per così dire, ancora nato alla scena politica russa, e Tito era severamente censurato dai «comunisti» di Mosca come «traditore della classe operaia», bandito, delinquente e simili facezie; allorché, per rimanere nel campicello italico, l'«Unità» pubblicava quasi quotidianamente notizie di «evasioni dall'inferno titino» di «onesti cittadini» nell'oasi di pace... italiana, e le case editrici del P.C.I. non esitavano a pubblicare ponderosi volumi su «La Jugoslavia sotto il terrore di Tito» (Edizioni di cultura sociale!!!).

Non rinfacciamo tutto ciò all'avversario nostro per la magra soddisfazione e il generico vanto di essere stati migliori «indovini»: non si tratta d'indovinelli né di cabale, ma di una corretta applicazione del metodo marxista che allora (come oggi), scavalcando con disprezzo le apparenze fumose dell'«attualità», ci permise (e ci permette) di analizzare le situazioni reali e di antivedere quelle linee essenziali, le tappe in esse insite degli sviluppi futuri.

Dicevamo allora, sulla base di osservazioni marxiste, e tra lo scandalo dell'enorme maggioranza (la maggioranza serve appunto a questo!), che Tito era l'anticipatore di soluzioni che alla fine anche l'U.R.S.S. avrebbe adottato (così come a un dipresso, superata la fase «eroica» staliniana, le adotterà la Cina) e che su questa strada non sarebbe mancato un abbraccio suggellatore di «raggiunta unità di vedute».

Riservandoci di dare in seguito la radiografia completa della «realtà jugoslava», oggi dagli opportunisti ribattezzata socialista senza soverchie preoccupazioni, se non di «onestà», almeno di coerenza, ci prefiggiamo qui un compito assai più modesto, e tuttavia forse utile: dare un quadro riassuntivo della «situazione» jugoslava sulla base principalmente di rilievi e statistiche degli stessi «filo-moscoviti» di qualche anno addietro, servendoci in primo luogo degli appunti della «V Conferenza Internazionale sul revisionismo degli Istituti di marxismo leninismo (!), degli Istituti e Commissioni di Storia del Partito presso i C. C. dei P. C. ed operai di 25 paesi» (il titolo è lungo, ma per scrupolo filologico abbiamo voluto darlo per intero), pubblicati in Italia nei «Problemi della Pace e del Socialismo», e di uno studio di Vladimir Skrlant, docente alla Scuola Superiore di Partito di Praga, sul «Socialismo» revisionista e la realtà jugoslava (la parola socialismo, riferita alla Jugoslavia, è virgolettata dall'autore), apparso integralmente sulla succitata rivista (nel n. 3 del marzo '59).

I dati da noi riportati sino al '59 seguono scrupolosamente quelli della rivista «Problemi...», ma più oltre, ove sia strettamente necessario, utilizzeremo a mo' d'aggiornamento (aggiornarsi bisogna, lo dice anche un «carosello» della TV), dati più freschi desunti da uno studio di Branko Lazitch per «Est et Ouest» e un articolo apparso il 13-12-62 sull'albanese «Zeri i Popullit», più fonticciole «minori». Per comodità del lettore, accanto alle varie citazioni indicheremo la fonte rispettiva a mezzo di abbreviazioni o sigle: «Problemi della Pace e del Soc.» come Probl.; B. Lazitch come B. L.; la rivista albanese come Z. P.; le altre saranno specificate di volta in volta.

Ci saremmo più volentieri attenuti alla sola «voce di Mosca», ma, come ognun sa, dal '59 in poi essa ci ha data sempre meno notizie sulla «realtà jugoslava»; chissà, forse l'esimio prof. dott. V. Skrlant starà ora preparando uno studio sul «socialismo jugoslavo» senza virgolette in vista d'una Conferenza Internazionale sul... dogmatismo. Ecco dunque qualche schematico rilievo, settore per settore.

L'organizzazione dell'industria
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Date le basi su cui poggia il sistema economico-sociale jugoslavo (decentramento, autonomia di gestione etc.), è naturale che la parola «concorrenza» appaia, assieme a quella di «anarchia di produzione» (e di distribuzione), a dargli un volto tristemente noto. Gli «interessi dell'azienda» (e, nel sue ambito, la «cointeressenza agli utili da parte del singolo») sono gli idoli per i quali si muove l'ingranaggio economico jugoslavo non meno di quello statunitense, russo o cinese, e in cui rimangono presi proprio quei lavoratori che ci si vorrebbe far credere «emancipati» dal capitalismo solo perché si danno (forzatamente) le regole della propria schiavitù. L'ipocrita formula di Tito:
«
La Jugoslavia è il solo esempio al mondo d'un sistema ove i lavoratori decidono, in piena autonomia, sulla ripartizione d'una frazione del reddito, per definire a loro gradimento i criteri della remunerazione e determinare la parte del prodotto dell'eccedenza del lavoro che essi destineranno allo sviluppo dell'impresa»,
questa formula ipocrita, dicevamo non riesce a nascondere o addolcire la realtà dei fatti agli occhi d'un marxista. Di che piena autonomia si può parlare, allorché vi sono le leggi del «mercato» e le stesse sorti della sopravvivenza di questi poveri individui è legata alto «sviluppo dell'impresa» nel quadro della lotta concorrenziale con altre, sono le inesorabili leggi economiche con il loro meccanismo impersonale, che determinano la realtà economico-sociale; è l'azienda che domina, come fattore impersonale cui i singoli operai sono legati; non un tipo o l'altro di gestione.

Più volte abbiamo citato le parole dell'«ABC del Comunismo» di Bucharin (quell'ABC che Lenin, giova notarlo, voleva imparato a «memoria» dai partiti comunisti dell'Internazionale) sulla questione:
«
In alcuni strati di operai incoscienti (e di luridi suini moscoviti, aggiungiamo per l'oggi) è diffusa questa concezione delle cose:
«Noi prendiamo la nostra fabbrica… e tutto è finito! Per esempio: la tal fabbrica apparteneva prima al capitalista X, ed oggi essa è proprietà degli operai della fabbrica stessa».
Una tale concezione è naturalmente falsa e ricorda l'errore della divisione dei beni. Se infatti si creasse una tale condizione di cose
(e poi s'è creata: guarda un po' com'è sorpassato il marxismo!) per cui ogni fabbrica fosse la proprietà solo degli operai della fabbrica stessa, le fabbriche non tarderebbero a farsi concorrenza fra loro (anche questo avvenuto); ogni fabbrica si sforzerebbe di guadagnare più delle altre, ogni fabbrica disputerebbe i compratori alle altre fabbriche affini. Gli operai di una fabbrica sarebbero rovinati, quelli di un'altra diverrebbero ricchi, gli operai rovinati tornerebbero a vendersi per un salario; si verificherebbe insomma un processo simile a quello determinato dalla spartizione: il capitalismo rinascerebbe più spietati di prima».
Più spietato di prima: - così Bucharin, e con lui Lenin e tutta l'Internazionale, inchiodano Tito e Krusciov al loro letamaio.

Le ammissioni dei fenomeni legati all'errore aziendista e qui sopra splendidamente denunciati da Bucharin sono larghe e tutte interessantissime da parte titina (ed anche sovietica, come mille volte abbiamo mostrato).
«
La concorrenza socialista (!! esiste una concorrenza socialista?) e l'aumento artificiale dei prezzi sono fenomeni quotidiani» (parole di Tito, cit. da Probl.); «a tutti i settori commerciali sono propri i seguenti elementi: congiuntura, psicosi, rischio, speculazione etc.» («Ekonomski pregled», Cit. da Probl.); «La segretezza nel campo della produzione e del commercio deve essere riconosciuta e garantita giuridicamente; in una economia basata sul mercato il lavoro e i successi delle singole imprese devono essere ricompensati... se un segreto di produzione viene svelato a un'altra azienda... il vantaggio che l'azienda si è conquistata grazie ai suoi sforzi deve essere rimunerato» (Kommunist», organo centrale della Lega dei Comunisti, cit. da Probl.); «le forti tendenze campanilistiche - nella distribuzione dei mezzi, negli investimenti, ecc. - assumono spesso aspetti nazionalistici e sciovinistici» (da una lettera del CC alle organizzazioni della Lega, 6-2-1958, cit. id.).

Ne conseguono due cose: anarchia produttiva (come già accennato) e anti-socialità della produzione. Sul primo punto:
«
Nel luglio 1958 le scorte dei prodotti metallurgici erano aumentate del 62% rispetto al dicembre '57; quelle dei prodotti elettro-industriali del 180 %; dei tessili dell'80%; delle calzature del 90%; dell'industria della gomma del 120% ecc.» («Ekonomska politika» , 27-9-1958); «in modo eccezionalmente rapido sono aumentate le scorte di alcuni prodotti: rispetto al luglio '57 il numero delle radio invendute è aumentato di 74 volte, quello degli elettrodomestici di 13 volte» (id., 6-9-1958).
Che gli jugoslavi abbiano già soddisfatto tutti il bisogno di tali prodotti? Il socialismo vero ragionerebbe così. Ahimè, non ci siamo, e la conferma una testimonianza sul secondo punto:
«
Molti prodotti industriali vengono acquistati a credito... Le aziende non sono interessate alla riduzione dei prezzi» (da: «Lo sviluppo economico della Jugoslavia», citato in Probl.).
E Vladimir Skrlant esattamente conclude (anzi, concludeva):
«
viene prodotto non ciò che è utile alla società, ma ciò che giova ad una data impresa».
Come volevasi dimostrare.

Ci sarebbero molto altre cose da rilevare, ma già abbiamo postulato all'inizio i limiti del nostro articolo. Comunque, molti dei fatti già osservati a proposito dell'industria (che non ha ancora in Jugoslavia un peso primario nel quadro economico), si notano forse meglio osservando il settore artigiano, la cui importanza, nell'attuale fase di relativa arretratezza industriale del paese, è veramente notevole, e crescente (grazie anche al favore delle autorità direzionali del paese).

Artigianato
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Ebbene, in Jug. ci sono («Svjet», 8-12-61, cit. da B. L, confermata da Z. P.): 7.500 botteghe «socialiste» (cioè, molto più semplicemente di proprietà statale) con 200.000 lavoratori occupati; 115.000 botteghe artigiane private con 300.000 lavoratori occupati (pari al 10% del numeri totale dei lavoratori e impiegati di tutto il paese, secondo una precisazione di Z. P.).

Inutile commentare le cifre, di per sé eloquentissime. Il quadro non sarebbe tuttavia completo se del «fenomeno» non si dessero contemporaneamente le linee tendenziali, la strada che si imboccherà nel futuro. Riportiamo passo passo da B. L., che del resto si avvale di pubblicazioni jug. originali, sicché il confronto con le «fonti» ufficiali sarà più agevole:
«
Le botteghe del settore socialista di Titogrado ristagnavano già da molti anni, mentre quelle del settore privato registravano un rapido sviluppo. Nel settembre del 1960 la città contava 90 botteghe artigiane e, un anno dopo, il numero si era alzato sino a 154» (dal giornale montenegrino «Pobjeda», del 19-11-1961). «Il quotidiano di Belgrado «Vecerneje Novosti» riportava che, nello stesso periodo, nel 1960, più di 100 proprietari di botteghe a Belgrado dichiararono un utile netto di 10 dinari all'anno!» (con la truffa non si arricchisce solo in Italia). «Questa fioritura economica non avrebbe potuto verificarsi senza la complicità dei poteri pubblici... Numerose sono le possibilità di «intesa» fra i poteri locali e gli imprenditori-artigiani. La legislazione, infatti, in nome della decentralizzazione, prevede che le imprese cosiddette «socialiste» paghino l'imposta allo Stato federale, mentre le imprese private sono tenute a versarle ai comuni ed ai distretti. Ne è conseguito che i poteri locali hanno favorito le imprese private».

Che cosa significa esattamente quest'ultimo rilievo? Chi vuole averne un quadro preciso segua, se ne ha lo stomaco, l'attività dei comuni e delle province in Italia. I loro rapporti con le imprese industriali ed artigiane; e vedrà che i rapporti sono press'a poco gli stessi. Il «comune» o la «provincia», che hanno nelle loro mani una porzione del proprio destino, hanno tutto l'interesse ad accordarsi con le imprese che vogliano impiantarsi in loco, e favorirle con ogni mezzo, perché di riflesso ne viene «attivata» la vita del comune o della provincia o, domani, della Regione autonoma: cala il numero dei disoccupati locali, indi il peso economicamente morto e fors'anche i moti di protesta, e così di seguito. Ciò naturalmente a danno, o mancato beneficio, di altro comune o provincia. È questo uno dei tratti tipici del sistema economico decentralizzato, in Italia come in Jugoslavia. Ma in quest'ultimo paese la situazione è stata «perfezionata» dal cappello legale. Non stupisce quindi ritrovarvi aspetti di «concorrenza» tra comuni e province, cioè quell'aspetto «nazionalistico e sciovinistico» che s'è visto già denunziare dagli stessi «socialisti» jugoslavi.

C'è solo un punto negativo a sfavore dell'artigianato privato in corso di sempre maggior fioritura. È l'articolo della legislazione, che autorizza l'imprenditore a impiegare nella propria bottega un massimo di 5 operai. Tuttavia fatta la legge gabbato lo santo: all'inciampo di natura formale (cioè legale) corrispondono i modi per scavalcarlo nella realtà. Scrive a questo proposito B. L.;
«
Un'altra forma di intesa consiste nell'aprire molte botteghe in varie città che accolgono volentieri le nuove attività, in modo che il personale lavorativo di certi imprenditori-artigiani risulta composto da 50 a 250 lavoratori!».
Siamo o no in Italia? E allora non occorrerà molto al lettore per comprendere che di possibilità per fottere la legge ce ne sono assai più che non le leggi stesse. Tira le conclusioni per noi lo Z. P.:
«
Di quale «svincolamento del lavoro» si può parlare in Jugoslavia quando vi si trovano molte officine private di artigianato in cui lavorano complessivamente oltre 300 lavoratori?... Alcune di loro hanno operai salariati a decine, mentre alcune altre hanno persino oltre 200 operai. Queste sono delle vere imprese capitalistiche, che traggono grandi profitti dallo sfruttamento degli operai».
Esatto: da notare come le conclusioni, le stesse in B. L. ed in Z. P., partano dagli stessi dati, dalle stesse «confessioni» ufficiali di parte jugoslava.

Occupazione e disoccupazione
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Come cappello alle note sull'industria e sull'artigianato jug., diamo un breve quadro di un'altra «piaga della nazione»: il «problema» della disoccupazione. Come ogni regime capitalista, quello jug. non ha né la volontà né la capacità di offrire «lavoro» a tutti, puntando (com'è invece compito del socialismo), grazie alla possibilità di piena occupazione da una parte ma soprattutto all'eliminazione del prodotto inutile e al potenziamento del prodotto ad uso sociale dall'altra, alla progressiva riduzione dell'orario lavorativo. Al contrario, esso presenta a prima vista caratteristiche di massima intensità di lavoro, di orario straordinario (ammesso che quello d'oggi nel mondo sia «ordinario») di lavoro, e di riserva sempre più preoccupante di senza-lavoro; in più, naturalmente, abbondanza di produzione socialmente inutile, o comunque non destinata a scopi d'utilità sociale.

D'altronde, trovare la chiave della situazione è facile: che interesse può avere la azienda X, poniamo, ad assorbire nuova manodopera senza il corrispettivo di un contemporaneo allargamento delle «sue» possibilità di mercato in misura tale da non essere più compensata dall'aumento della produttività del lavoro (in seguito alle nuove tecniche e all'inasprimento delle condizioni di lavoro)? Spartire la torta (attualmente non troppo grassa) dei profitti fra un maggior numero di bocche significherebbe, oltre tutto, diminuire il potere del capitale aziendale, indi le sue capacità future non solo di «espandersi sul mercato», ma finanche di sostenere la concorrenza di altre aziende. E, se provate a fare queste osservazioni agli «autogestori», vi sentirete rispondere: «Autogestione si, ma non opera di beneficenza». Aveva torto Bucharin a dire che il capitalismo sarebbe rinato più crudele di prima? Senza contare, sia detto a latere, che lo spettro dell'«esercito di riserva» (altro eufemismo capitalista per designate i senza-lavoro, e senza-pane) serve a tenere basso il livello delle paghe medie. Preveniamo una scappatoia che potrebbe credere di trovare il nostro avversario: «Il fenomeno non avrà, forse, andamento decrescente?».

Pronta pronta, gli scodelliamo la statistica di Probl. sulla disoccupazione dal '53 al '58; col che gli togliamo anche l'ultima speranza di coglierci in fallo: disoccupati nel '53: 81.610,; '54: 75.215; '55: 61.233; '56: 99.338; '57: 115.904; '58: 127.920.

Come si vede, dopo un parzialissimo riassorbimento nel '54-'55, già nel '56 è superato di gran lunga il livello di partenza; e da allora la marcia (verso il «socialismo specifico»?) prosegue inarrestabile. Oltre il '59, ecco puntualizzata la situazione più recente, attraverso, com'è ovvio, altri dati che quelli di Probl.:
«
Secondo i dati della stessa stampa jugoslava, il numero medio dei disoccupati viene aumentando di anno in anno. Nel prima semestre del '62 esso ascese a 266.000, cioè 30 % in più paragonato alto stesso periodo dell'anno scorso, ossia 52% in più che nell'anno 1960» (Z. P.).
Facendo i conti un po' in fretta (non disponiamo al memento di fonti sulla disoccupazione negli anni '59-'62 diverse da queste) si ricava che nel '61 i disoccupati ammontavano a circa 205.000 unità e nel 1960 a circa 275.000; notevole il salto dal '58 (127.920 unità). Chi ama la matematica si diverta a mettere insieme le cifre e a trarne la statistica dell'«incremento annuo».

Rapporti capitalistici nell'agricoltura
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I «socialismi specifici» di marca tito-kruscioviana hanno sempre nutrito scarso amore (o meglio: un amore da ruffiani) per la terra, e ne sono sempre stati ricambiati con altrettanta usura. Nell'alternativa «burro o cannoni», la risposta dei filo-moscoviti è pronta e inequivocabile:
«
Gonfiamo smisuratamente la produzione industriale (meglio se socialmente inutile) e deperisca pure la terra».
Difatti, la possibilità per i paesi cosiddetti «socialisti» di offrire al loro popolo sufficiente prodotto agricolo diminuisce d'anno in anno. Vera è che a tutto c'è rimedio: l'U.R.S.S., ad esempio, vende armi agli indiani di Nehru, e promette neutralità in caso di conflitto India-Cina, in cambio di rupie convertibili in… prodotti alimentari. Scambio «socialista» anche questo; e talmudico chi non ci crede (fra parentesi, la notizia è tratta dall'«Unità»). Oppure, c'è la risorsa dell'adulterazione dei cibi, attività fra l'altro lucrosa, che non servono a frenare né i lamenti dei picisti in Italia, né le fucilazioni dei «colpevoli» oltre cortina. Nell'uno e nell'altro caso, il vero «colpevole» è il capitalismo e, se una schioppettata ci sta bene agli «adulteratori» come esecutori del delitto, non si sarà mai risolto nulla finché non si saranno appesi pel fondino i mandanti.

Poche note basteranno a dare della realtà agraria jug. un quadro sufficiente a dimostrazione dell'identità delle situazioni di capitalismo agricolo.

«La produzione agricola costituisce il problema più serio dell'economia jugoslava. Essa è soggetta a lunghi periodi di depressione ed è caratterizzata da una bassa produttività, da un enorme frazionamento della terra (in Jugoslavia vi sono più di 30 milioni di appezzamenti!) e da un livello arretrato della produzione: quasi il 50 % delle aziende contadine non possiede una propria forza di trazione. Essa non è in grado di soddisfare con le proprie forze le esigenze alimentari della città e quelle in materie prime dell'industria. Secondo quanta scrive il giornale «Politika» del 7-1-1959, il volume della produzione agricola è diminuito nel '58, rispetto a quello del '57, del 15-20 %. Il raccolto del grano e della segala è diminuito di 70 mila vagoni e di quasi 200 mila quello del granoturco» (Probl.). «Oggi nella campagna jugoslava il 90 % dell'intera superficie delle terre coltivabili spetta ai proprietari individuali» (Z. P.), e di rincalzo Skrlant su Probl.,: «Subito dopo l'avvento al potere della classe operaia si cominciarono a costituire in Jug. le cooperative agricole di produzione. Nel '47 se ne contavano 6.888 che coltivavano il 20,4 % di tutte le terre coltivabili; ma… nel '56 vi erano complessivamente solo 575 coop. che coltivavano l'1,5% delle terre coltivabili («Politica Internazionale» del n. 193. 1958); in quell'anno tutto il settore socialista, aziende statali e coop. di ogni tipo, coltivava solo il 7,7 % delle terre («La situazione dell'agricoltura e della cooperazione e le loro prospettive di sviluppo». Ed. Cultura, Belgrado, 1957, p. 14)».

Anche qui una legge crede, - o vuol far credere ai gonzi - di poter mettere da sola le cose a posto, ed eliminare lo sfruttamento:
«
Poiché sono stati fissati i limiti massimi della proprietà terriera in 10 ettari di terra coltivabile, la proprietà individuale, da noi, resta concentrata nelle mani di una famiglia e ciò rende impossibile lo sfruttamento dei contadini (come, tra l'altro, se l'organizzazione familiare, particellare, dell'agricoltura non fosse la fonte prima della rovina dei rurali!). Nello sviluppo successivo la superficie della proprietà terriera individuale non dovrà essere limitata con disposizioni legislative». («La situazione dell'agricoltura etc.», pag. 137, id.).
Crediamo profondamente vera l'ultima affermazione, in quanto già i fatti hanno dimostrato l'impossibilità di frenare legislativamente il diffondersi del potere capitalistico nella campagna e il progressivo intensificarsi dello sfruttamento del contadiname. Il socialismo nell'agricoltura non si ha né frazionando la proprietà («la terra a chi lavora»), né concentrandola nelle mani dei kulaki (i contadini ricchi): questi, tuttavia, sono i due aspetti onnipresenti nei rapporti capitalistici nell'agricoltura.

La statistica qui di seguito è della «Statisticki Godinjjak» e la riporta Probl. Essa dimostra quanto sopra osservato; sempre maggior frazionamento della terra, con aumento del numero dei contadini poveri da una parte e sempre maggior potere dei kulaki dall'altra (la tabellina è riportata a piè di pagina).

Numero di aziende contadine:

Anno

Complessivo

0-2 ettari

2-5 ettari

5-8 ettari

oltre 8 ha.

1952.

1.962.589

595.231

768.655

318.238

280.465

1957

2.331.840

697.220

932.736

384.754

317.130

L'estensione di questi ultimi è passata da 3.874.000 ettari a 4.254,000 (470 mila in più; circa il 35% di tutte le terre). Inoltre, vi sono alcune cosucce che le statistiche prudentemente ignorano:
a) «
Molti contadini lavorano la propria terra con mezzi di produzione altrui o la danno in affitto. Quasi la metà delle aziende contadine non possiede bestiame da lavoro» (S. Komar: «La situazione dell'agricoltura....», pag. 122);
b) «
La compra-vendita della terra, la sua cessione in affitto, e lo sfruttamento dei lavoratori mediante salari da fame dei kulaki, vengono praticati liberamente e su vasta scala.» (Z. P.).
Le economie prive di animali da lavoro
«
sono obbligato a vendere la terra, oppure a darla in affitto ai kulaki».
Il segretario di stato per l'agricoltura, S. Komar, è stato costretto, tempo fa, ad ammettere che nella campagna jugoslava. I contadini ricchi sono diventati «organizzatori di produzione». In molte regioni negli ultimi anni è sorto, se dobbiamo credere a Z. P., «il commercio della forza lavoratrice». Ne discende un altro «fenomeno» (non certo nuovo): disordinata fuga dalle campagne, e tentativo d'inserimento nell'attività industriale o artigiana, spesso con l'inconveniente di restarne fuori andando ad ingrossare il numero dei disoccupati.

L'ammissione è dello stesso Tito, nel discorso al V Congresso dell'Alleanza Socialista Jugoslava:
«
Si ritiene che la popolazione agricola (tra il '61 ed il '65) passerà dal 50 % della popolazione totale, qual'è oggi, al 41%. Queste modifiche di struttura provocheranno un massiccio trasferimento della manodopera agricola verso altre attività, dove la produttività del lavoro è più elevata, ciò che contribuirà ad accelerare in tutta la scala dell'economia l'aumento della produzione (di quale?), del reddito (il cui esame mostrerebbe che in Jugoslavia non è in aumento, o è in aumento lentissimo, tale da risultare del tutto insufficiente di fronte al parallelo aumento dei bisogni) e a far progredire la produttività del lavoro».
Questo nel '60; nello stesso discorso, Tito prometteva un incremento annuo del prodotto agricolo dell'8 % (del 50% in 5 anni); ma, dopo i bei discorsi, ecco la realtà (siamo nel '61):
«
Il quotidiano del P. C. «Borba» rivela, il 9-10-1961, che il raccolto era inferiore al previsto: mancavano 800.000 tonnellate di grano e 2 milioni di tonn. di mais, in quanto la produzione era inferiore del 19 % rispetto alle previsioni». (B. L.).

Conclusioni preliminari
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Questa è la realtà jugoslava: una realtà che nemmeno la recente attribuzione del titolo di socialista senza virgolette alla struttura economica e sociale della Jugoslavia da parte del gazzettume kruscioviano riesce a smentire. Per esempio, «Rinascita» del 7 settembre scorso mette bensì in un solo sacco, chiamato «settore socialista», le scarsissime (anche a suo dire) fattorie statali e le ben più numerose aziende, o meglio associazioni cooperative, che non meritano neppure il titolo di cholchosiane; ma, dopo di aver confermato sostanzialmente quello che abbiamo sopra detto, finisce con l'annunciare in tono di... trionfo che
«
dal 1957 al 1960 l'incidenza della produzione del settore socialista su quella generate è salita dal 9,2 al 18 % per i cereali, dal 10,4 al 15,4 % per il mais, dal 27,1 al 44 % per la bietola da zucchero, dal 7,9 % al 13,8 % per la carne, dal 5,5 % al 132,2 % per il latte»,
il che è pochissimo, mentre è chiaro che questi incrementi di produttività in aziende non particellari e disperse non equivalgono affatto alla dimostrazione che la percentuale del numero e dell'estensione delle aziende «socialiste» (tanto per dire) sul complesso delle aziende agricole sia aumentato...

Ma, ripetiamo, sull'argomento torneremo.

Source: «Il Programma Comunista» del 3-17 Ottobre 1963 N. 18

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