Ritardo della sinistra borghese
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RITARDO DELLA SINISTRA BORGHESE
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Ritardo della sinistra borghese
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Ritardo della sinistra borghese
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Se fosse lecito per noi spendere parole su considerazioni di natura sentimentale, non c'è dubbio che un argomento particolarmente suscettibile dì tal genere di analisi sarebbe proprio il vuoto ideologico, orrido e strapotente, che si accompagna al manifestarsi di questa moderna società borghese. Non è cosa molto nuova, invero, ma la battaglia elettorale da poco conclusa ha mostrato questa verità con una evidenza cosi palmare e così assurda che se, per astrazione, lo spettacolo fosse stato goduto da un pubblico appena appena vitale, gli autori responsabili di questa oscena e nauseante gazzarra non si sarebbero salvati dal divampare di un'ira furibonda e purificatrice. Ma invece no, perché campagna e «campagnati» vanno di pari passo sui binari paralleli che lo Stato moderno ha allestito per la sopravvivenza della sua classe e delle forme di produzione su cui essa si appoggia: e quanto più queste ultime sono superate nella loro necessità e contrastanti con le forze della produzione, tanto più la lotta che la classe borghese attua per il suo sopravvivere è diretta a comprimere ogni possibile espressione di tale stato di cose e a mascherare la realtà con falsità di ogni genere.

Questa operazione di mascheramento non limita d'altronde i suoi effetti alla pura e semplice mutazione del vero, ma conduce ad una rottura del complicato sistema di ingranaggi che dalla economia e dai rapporti che a questa si ricollegano risale alla struttura sociale, e poi alla formazione della cosiddetta cultura in generale nonché delle particolari ideologie; con la conseguenza che si ha uno sbandamento o, più spesso, uno smarrimento di tutti i valori che è appunto una delle caratteristiche della società di oggi: ed è uno smarrimento infecondo, naturalmente, perché è il frutto del distacco forzato di ogni germinazione umana dall'unico suolo naturale donde essa può trar vita positiva.

Ma come il mascheramento è inevitabile per la difesa borghese, così è inevitabile lo smarrimento veramente «totalitario» che consegue alla artificiosa difesa e che, bon gré mal gré, trae giù in un mondo di sterilità sconcia suonati e suonatori.

Tutto ciò e molt'altre cose potremmo osservare se, come dicevamo, fosse lecito: ciò che non è, perché queste analisi che potremmo chiamare terminali, con riguardo al loro oggetto nella topografia delle cause ed effetti, non hanno che in scarsissima misura, e peraltro con molti pericoli, la capacità di chiarire una realtà sulla quale occorrono ai nostri fini (che sono quelli della liberazione di un avanguardia proletaria dalle vischiose pastoie nelle quali la borghesia tiene imbrigliata la quasi totalità dei suoi avversari) alcuni saldissimi pilastri di sostegno per la esatta percezione dei fondamenti e degli sviluppi della lotta di classe.

Serva però anch'essa - la visione di tanta infamia - ad accrescere nelle forze coscienti del proletariato il furore distruttivo contro un mondo che, per sostenere le sue forme di privilegio, ha fatto della schiavitù, della menzogna e dalla castrazione ideologica i capisaldi della sua struttura.

Ed essa non è inutile per la comprensione delle più recenti posizioni che i partiti che si proclamano difensori del proletariato hanno assunto in quest'ultimo periodo, contemporaneo o immediatamente seguente alle recenti elezioni: un momento forse non il più interessante ma in ogni modo particolarmente ricco di putrefazione sociale.

Si sa che la battaglia del partito saragattiano ha trovato il suo perno di orientamento nella formula della «terza forza»: di una forza, cioè, che, mediando tra le due forze americana, russa e quindi, all'interno, tra democristiani e stalinisti, dovrebbe trovare la strada per un socialismo la cui affermazione non sarebbe più originata da un determinato contrasto di classe e dalla relativa vittoria del proletariato prevalente sulla borghesia, ma invece da una volontaristica presa di posizione tra due imperialismi contrastanti.

Cosa ciò significhi concretamente è impossibile dirlo, perché se dal punto di vista diplomatico imperialistico sarebbe piuttosto... problematico per Saragat e compagni costituire una forza da contrapporsi o anche insinuarsi tra i due colossi orientale e occidentale, unici superstiti dell'ultimo conflitto, dal punto di vista invece della dinamica della lotta di classe sono ormai troppi anni che le classi sono ridotte a due, che la lotta è ridotta su due fronti contrapposti perché si debba spendere una sola parola nel dimostrare la assoluta astrattezza della formula «terza forza». Ma il suo valore demagogico e di purissimo imbroglio, questo no che non è astratto: in un paese come il nostro, dove a causa dell'incompleto ciclo di sviluppo della borghesia, anche il cosiddetto medio ceto non ha potuto acquisire una fisionomia ben definita e spregiudicatamente orientata verso la classe dominante - per lo meno fin quando la progressiva inevitabile proletarizzazione non lo costringesse a perdere gradatamente le sue posizioni di limitato privilegio - c'è sempre un certo strato di individui di mezza coscienza, nei quali lo spirito conservatore è attaccato a un privilegio magari soltanto nominale non ha il coraggio morale di darsi la forma apertamente corrispondente e sazia la propria intima ipocrisia assumendo in concreto un atteggiamento conformista rivestito da una forma puramente astratta di progressismo, terza forza, e altre vuotaggini del genere.

Il manifesto apparso su «L'Umanità» del 25 aprile porta un titolo veramente espressivo: «Il P.S.L.I. ai lavoratori italiani per una coraggiosa riforma sociale»; e il testo non è da meno del titolo: vi si proclama la necessità della collaborazione tra governi e popoli, degli aiuti americani che allontanano i pericoli di nuove guerre; e soprattutto appunto delle coraggiose riforme sociali che dovranno portare il socialismo nostrano al livello già raggiunto in altri paesi (di cui però il manifesto per prudenza non dice il nome, anche se il riferimento è ovviamente diretto alla... socialistissima Inghilterra laburista!). Se da un lato questa dichiarazione di riformismo sembra riportare su un terreno di concretezza la astratta formula della terza /orza, dall'altro è facile scorgere come tal concretezza sia soltanto apparente giacché se il riformismo ha cessato ormai da vari decenni di adempiere ad una funzione positiva nello svolgimento della lotta di classe, oggi d'altra parte esso ha in linea generale esaurito il suo compito, si noti bene anche come funzione della classe borghese, come forza, cioè, operante negativamente sulla preparazione rivoluzionaria del proletariato. È nota la nostra interpretazione del fascismo come fase di sviluppo della borghesia che, divenuta incapace di comprimere i contrasti di classe col sistema cosiddetto democratico, attua, parallelamente alla concentrazione del capitale, una centralizzazione del potere politico nelle mani dello Stato: centralizzazione che, se nelle fasi più acute assume l'aspetto formale della dittatura, può anche realizzarsi con forme diverse, come, senza dilungarci, ci indicano attualmente i paesi occidentali. In ogni caso ciò che di essenziale si verifica nella moderna organizzazione dei paesi capitalistici è l'assorbimento, nel seno dello Stato, di ogni forza politica operante nella nazione, e in pruno luogo delle masse proletarie eliminate come classe proprio per la impossibilità per la borghesia di lasciar adito a manifestazioni che, nella esasperazione dei contrasti sociali, non potrebbero assumere se non la forma rivoluzionaria. Ridar vita al sistema della gradualità riformista oggi che lo Stato capitalista trova il suo salvataggio esclusivamente sul piano dell'economia di guerra e su quello corrispondente dell'assorbimento e della distruzione di ogni forza avversa, è cosa veramente antistorica, il cui valore non può essere che apparente e, d'altra parte, ai fini della stessa difesa borghese, transitorio e meramente formale.

La posizione del partito comunista italiano, e naturalmente anche di quella sua appendice che è il partito socialista, non è certo più intonata col processo della storia. Cacciati dal governo con la fine del tripartito, essi impiantano tutta la loro azione, mirante alla riconquista delle perdute posizioni, sulla battaglia elettorale, con parole d'ordine proprie della classe avversa, parole che il vecchio partito socialista già dalla sua nascita aveva indicato come indissolubilmente legate alla funzionalità e alla essenza della classe borghese.

Se i nazional-comunisti avevano fino a ieri collaborato al governo sotto la parola centrale della ricostruzione, oggi essi hanno impostato la manovra di passaggio all'opposizione non, naturalmente, su direttive classiste, ma facendo perno alla difesa della indipendenza della patria e assumendo a simbolo della loro lotta nientemeno che Garibaldi.

Siamo quindi di fronte ad un totale smantellamento della ideologia di classe, anche nelle sue ultime mascherate parvenze, e ad un'altrettanto totale assunzione degli strumenti propri della borghesia da parte degli staliniani. Si ritira fuori proprio un Garibaldi, dal quale il Partito Socialista Italiano fin dalla sua fondazione nel 1892 si era nettamente differenziato ponendo una fossa invalicabile tra la propria azione strettamente collegata ad un'ideologia già chiaramente deterministica, ad una concezione materialista e dialettica della storia, e quell'azione per l'azione, a sfondo sentimentale, patriottardo, popolare, non classista, e costantemente manovrata dall'interesse unitario della classe dominante, che costituiva l'essenza del garibaldinismo: i progressisti del 1948 sono quindi tornati indietro al 1892, al di là del primo atto che diversificava finalmente, dopo il calderone del Risorgimento, la lotta per la emancipazione del proletariato dalle altre lotte cui il proletariato stesso era chiamato unicamente per la difesa dell'altrui interesse.

Quanto poi alla indipendenza della patria l'abbandono dell'ideologia classista si accompagna alla incapacità di assumere parole d'ordine che possano concretamente e validamente inserirsi nel processo attuale della evoluzione imperialista: è chiaro infatti che indipendenza è concetto storico che ha per soggetto lo Stato della classe dominante, non è rivendicazione proletaria, ché questa dovrebbe poggiare proprio sull'opposto dialettico, sul disfattismo rivoluzionario, nel sabotaggio dell'indipendenza per arrivare alla rivoluzione di classe; ma è altresì chiaro che indipendenza è concetto superato nell'ambito stesso della ideologia borghese, dove il massimo potenziamento possibile dell'interesse di classe lo si ottiene non attraverso la difesa delle frontiere nazionali, ma di due enormi frontiere che abbracciano ciascuna la metà della terra ed entro le quali soltanto pulsano complessi economici vitali, atti per ora ad essere chiusi da frontiere: solo in questo senso può avere significato concreto il parlare di indipendenza.

Ma i nazional-comunisti non hanno attitudine alcuna alla interpretazione della storia; avendo perso la bussola dell'orientamento marxista essi non possono che marciare a rimorchio della classe dominante: costretti a combatterla in funzione dell'imperialismo opposto con armi spuntate e di seconda mano essi si avviano ormai a giuocare un ruolo di secondo piano anche nella iniziativa della lotta per l'obiettivo principale, quello della distruzione del proletariato come classe.

La loro opposizione, legata al carro dell'imperialismo, non ha e non avrà altri sbocchi; né dubbi possono sorgere sulla impossibilità che essa possa mai impiantarsi su direttive classiste: non facciamo questione delle grandi masse che, neutralizzate nei loro impulsi dalla politica nazional-comunista, potranno ormai essere trascinate all'attacco dello Stato borghese soltanto da tutto un moto ascensionale del movimento proletario. Ma anche e soprattutto i quadri, gli attivisti del nazional-comunismo sono negati in questa presente fase ad ogni passaggio sul piano di classe. Essi sono stati deviati e inghiottiti dalla manovra borghese: una loro ripresa classista non trova alcun fattore, alcun impulso obiettivo da cui essere giustificata. Essi non possono essere liberati: perché è il capitalismo che ha vinto questa battaglia del dopoguerra ed essi sono prigionieri perché si son lasciati adescare sul terreno su cui il capitalismo stesso li attirava. Sono stati sconfitti nello stesso tempo che adottavano le parole della guerra di liberazione, democrazia, ricostruzione, indipendenza, ecc.; sconfitti nello stesso tempo in cui e per lo stesso motivo per cui hanno creduto di battere i borghesi attraverso quella tattica con la quale essi ritenevano di mascherare i propri intenti rivoluzionari: e il capitalismo proprio di tal credenza si è valso per batterli.

La strada che conduce alla rivoluzione proletaria è lunga e faticosa: solo chi non si stanca di percorrerla nella più assoluta intransigenza può arrivarne a capo; solo chi capisce che essa va apertamente seguita può creare quel partito di classe senza il quale ogni impulso, ogni offensiva proletaria rimane astrazione, senza il quale non vi può essere classe né per ciò stesso vittoria di classe.

Source: «Prometeo», N.9, Aprile-Maggio 1948

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